Simposio Istituti Secolari 2007

S O M M A R I O

  1. Editoriale
  2. Gli Istituti secolari nel mondo (Dott. Ewa Kusz)
  3. Questo è il tempo per noi (Arciv. Gianfranco A. Gardin OFM Conv.)
  4. Aspetti teologici della consacrazione secolare (Card. Georges Cottier, OP)
  5. Udienza - Saluto al S. Padre
  6. Benedetto XVI ai partecipanti al Simposio
  7. A Diogneto (II-III sec.) (Prof. Luigi Franco Pizzolato)
  8. “Fare di Cristo il cuore del mondo” (Sr Sharon Holland I.H.M.)
  9. Tavola rotonda: Vita e missione degli Istituti secolari
    • La consacrazione secolare e l’impegno dei laici (Arciv. Mons. Stanislaw Rylko)
    • Presentazione del Moderatore (Sr Enrica Rosanna F.M.A.)
      • Leah Rillera Priscilla - dall’Asia (Filippine)
      • Emilio Sanchez - dall’Europa (Spagna)
      • Jolanta Szpilarewicz - dall’Europa (Polonia)
      • Perpétue Kakese - dall’Africa (Rep. Dem. Congo)
      • Denise Dubé - dall’America Settentrionale (Canada)
      • Cecilia Comuzzi - dall’America Latina (Argentina)
  10. Conclusione del Simposio e prospettive aperte (Card. Franc Rodé C.M.)
  11. Chiusura del Simposio (Ewa Kusz)

Editoriale

Nel Simposio “Questo è il tempo per noi” sessanta anni di vita degli Istituti secolari hanno acquistato visibilità e consistenza. La Presidenza della CMIS ha quindi deciso di pubblicare in Dialogo, con un numero del tutto speciale, il materiale completo del Simposio: l’Udienza del S. Padre, le Relazioni, gli Interventi del Segretario della CIVCSVA S. E. Mons. Gianfranco A. Gardin , del Presidente del Pontificio Consiglio dei Laici S. Ecc. Mons. Stanislaw Rylko, S. Em. Il Card. Franco Rodé, Prefetto della CIVCSVA, le testimonianze della Tavola Rotonda.

Un materiale che permetterà di trovare per chi era presente e per chi no l’abbondante ricchezza teologico, culturale, di esperienze che ha caratterizzato il Simposio.

Per Dialogo è un onore particolare ospitare gli Atti perché questo dilata l’impegno a dialogare nell’interno degli Istituti secolari e a essere voce di comunione.

Naturalmente Dialogo avrà un numero maggiore di copie così che oltre gli abbonati altri Istituti potranno prenotarli ed acquistarli.

Gli Atti contengono anche alcune foto così che la memoria visiva aiuterà a custodire ciò che la memoria della mente e del cuore conservano.

Maria Mazzei

Gli Istituti Secolari nel mondo

Inizio indirizzando a tutti voi parole di saluto e di gioia del vostro arrivo al Simposio. Siamo venuti qui da diversi paesi (26) e da diversi istituti (116) non solo per celebrare il sessantesimo anniversario della Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia, ma anche per riappropriarci della nostra vocazione propria del nostro impegno come membri degli istituti secolari nella realtà del mondo odierno e delle sue sfide.

Saluto cordialmente tutti, ma specialmente i nostri relatori e i rappresentanti della Congregazione CIVCSVA:

Il tema del nostro simposio è: Questo è il tempo per noi, cioè ogni tempo – ogni giorno, ogni ora – è considerato il tempo privilegiato per dare la testimonianza della nostra presenza nel mondo, la stessa che deriva dall’appartenenza a Dio.

Sessant’anni fa, il Papa Pio XII ha approvato Gli statuti generali degli Istituti Secolari riconoscendo, che il Signore “per mirabile consiglio della sua Divina Provvidenza dispose che anche nel mondo depravato da tanti vizi, specialmente ai nostri giorni, fiorisse ed anche attualmente fioriscano gruppi di anime elette, le quali, accese dal desiderio non solo della perfezione individuale, ma anche per una speciale vocazione, rimanendo nel mondo potessero trovare ottime forme nuove di associazioni, rispondenti alle necessità dei tempi...” (7).

Per rileggere la Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia è stato invitato il Card. G. Cottier, il pro-teologo emerito della Casa Pontificia, che tratterà degli Aspetti teologici della consacrazione secolare.

Dal tempo nel quale nacque il primo istituto secolare ad oggi, l’essenza della nostra vocazione non è cambiata, ma cambia continuamente il mondo dove siamo sia nella realtà civile, sia nella realtà ecclesiale. Mi pare, si possa dire, che dall’approvazione di Provida Mater Ecclesia, fino al Concilio Vaticano II i laici consacrati hanno vissuto fra gli altri cristiani e la vocazione dei laici consacrati fu il segno, che anche all’interno del mondo era possibile diventare santi, era ed è possibile appartenere al Cristo nel senso pieno. Adesso il più delle volte, sia nell’Europa, dove nacquero gli istituti secolari, sia negli altri continenti con le altre religioni, i laici consacrati “vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”, come dice la lettera a Diogneto, che fu scritta alla fine del II [secondo] secolo e ancora oggi sembra molto attuale per noi. Il secondo contributo è La riflessione sul documento “A Diogneto: Conseguenze di stile e di presenza e sarà esposta dal prof. F. Pizzolato, dell’Università Cattolica “Sacro Cuore” di Milano.

Il Codice di diritto canonico del’1983 sancisce che “L'istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo soprattutto operando all'interno di esso” (can. 710). Anche i seguenti 20 articoli relativi agli istituti secolari sono ricchi, ma concisi. Nel terzo intervento, sister S. Holland, canonista della CIVCSVA, allieva del mai dimenticato Beyer, ci aiuta a riscoprire non solo il senso delle parole giuridiche, ma anche lo spirito del codice canonico.

Come ho già detto, la nostra vocazione implica sia la forte appartenenza a Dio sia la buona conoscenza del mondo odierno e la risposta alle sfide che esso ci pone.

I problemi e le sfide sono diverse nelle varie parti del mondo dove vivono i membri degli istituti secolari. Nella tavola rotonda i rappresentanti provenienti da tutti i continenti proveranno a dire a noi quale sia la risposta profetica della consacrazione secolare e dell’impegno laicale nella Chiesa a fronte delle sfide del mondo contemporaneo nei loro paesi e nei continenti da cui provengono.

Ovviamente l’udienza con il Santo Padre Benedetto XVI costituisce la grande gioia del nostro simposio e sicuramente suscita in noi non solo le aspettative ma anche una grande curiosità. Alcuni di noi hanno avuto già la possibilità di incontrare Papa Benedetto sia durante l’incontro per tutti i consacrati a maggio dell’anno passato, sia durante le altre udienze. Ma è la prima volta che Papa Benedetto si incontrerà solo con i rappresentanti degli istituti secolari e si rivolgerà specialmente a noi. Mi sembra, che questo potrà essere molto interessante per noi. Siamo in attesa di sapere cosa pensa e cosa si aspetta da noi all’inizio del XXI secolo il Padre e Pastore della Chiesa Universale.

Questo simposio non è solo la commemorazione del sessantesimo anniversario della Provida Mater Ecclesia, ma è soprattutto la prima tappa della riflessione sul nostro carisma e sulla nostra vocazione. Nel metodo applicativo nella teologia pastorale[1] ci sono tre tappe: dottrina, applicazione e prassi-azione. Il simposio sarà per noi la prima tappa: dottrina, dove c’è la possibilità di ricevere i principi fondamentali della nostra vocazione. Il tempo fra il simposio e l’Assemblea generale della CMIS nel prossimo anno potrebbe essere nei nostri istituti l’occasione per la discussione e l’approfondimento ma anche per preparare le proposte per la discussione nell’Assemblea generale, durante la quale concluderemo i risultati del lavoro degli istituti particolari.

La geografia degli istituti secolari

Dai dati raccolti dalla Congregazione (CIVCSVA), alla fine dell’anno 2005 risulta che ci sono riconosciuti 215 Istituti secolari in tutto il mondo. Dipendenti dalla CIVCSVA sono 211 e 4 sono dipendenti dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Sui 215 istituti secolari ci sono 183 istituti che aderiscono alla CMIS (160 istituti femminili; 7 istituti maschili e 15 istituti sacerdotali e 1 con i rami).

Sui 215 istituti secolari ci sono 143 istituti di diritto diocesano e 72 istituti di diritto pontificio.

Secondo il genere ci sono:

  • 183 istituti femminili, di cui 124 sono di diritto diocesano e 59 di diritto pontificio. Negli istituti femminili ci sono 27 553 membri (dopo i primi voti) e 2 103 nel percorso di formazione.
  • 25 istituti maschili dei quali 11 sono di diritto pontificio e 14 di diritto diocesano. Negli istituti maschili ci sono 4 167 membri e 677 canditati in formazione.

Gli istituti maschili sono istituti laicali ed istituti sacerdotali. Ci sono:

    • 7 istituti maschili laicali, di cui 5 sono di diritto diocesano e 2 di diritto pontificio. Negli istituti maschili laicali ci sono 442 e 128 nel periodo di formazione.
    • 18 sono istituti sacerdotali di cui 9 di diritto pontificio e 9 di diritto diocesano. Negli istituti sacerdotali ci sono 3 725 membri e 549 candidati.
    • 7 sono istituti con i rami – quelli le cui costituzioni prevedono tre rami: femminile, sacerdotale e laicale maschile. Di cui 2 istituti sono di diritto pontificio e 5 di diritto diocesano. Complessivamente in questi istituti ci sono 933 membri e 62 candidati.

Secondo i continenti ci sono:

  • Nell’Europa 177 istituti secolari. Negli istituti secolari europei 22 761 membri e 921 nel periodo di formazione. Prendendo in considerazione due zone: dell’Europa Occidentale con 166 istituti secolari e con 20 884 membri e 609 candidati, e dell’Europa post-comunista con 55 istituti secolari e con 1 877 membri e 312 candidati.
  • Nell’Asia 43 istituti secolari con 2 068 membri e 441 nel periodo di formazione.
  • Nell’Africa 60 istituti secolari con 926 membri e 333 candidati.
  • Nell’America ci sono 134 istituti secolari. Negli istituti secolari americani 6 762 membri e 1 130 nel periodo di formazione. Prendendo in considerazione due zone: dell’America del Nord, a cui appartengono gli Stati Uniti d’America; il Canada, la Giamaica e la Martinica con 55 isituti secolari con 1 073 membri e 86 candidati e America Latina a cui appartengono tutti i paesi che fanno parte della CELAM con 123 istituti secolari con 5 689 membri e 1 044 candidati.
  • Nell’Oceania ci sono 10 istituti secolari con 48 membri e 6 in periodo di formazione.

Comparando con i dati del 1995, dieci anni fa è possibile costatare:

  • Negli istituti secolari in genere alla fine del 1995 c’erano 35 322 membri e 2 977 candidati. In dieci anni la cifra dei membri è diminuita 8% (dell’otto percento). La cifra dei candidati è stata quasi dello stesso livello.
  • negli istituti femmili alla fine del 1995 c’erano 29 775 membri e 2 144 candidati. Allora, in dieci anni la cifra dei membri negli istituti femminili è diminuita 7% (del sette precento). La cifra dei candidati è stata simile.
  • negli istituti sacerdotali alla fine del 1995 c’erano 4 324 membri e 636 candidati. In dieci anni la cifra dei membri negli istituti sacerdotali è diminuita 14% (del quatordici percento). È anche diminuita la cifra dei candidati.
  • negli istituti maschili laicali alla fine del 1995 c’erano 379 membri e 97 candidati. In dieci anni la cifra dei membri è cresciuta 17% (del diciasette percento). È anche cresciuta la cifra dei candidati.
  • negli istituti con i rami alla fine c’erano 844 membri e 100 candidati. In dieci anni la cifra dei membri è cresciuta 11%, (dell’undici percento) ma la cifra dei candidati è diminuita.

Quando ho fatto un riscontro con i dati dall’1995 all’2005 ho notato, che alcuni istituti sono diminuiti, alcuni sono cresciuti, e negli ultimi dieci anni ne sono nati di nuovi. Non avevo la possibilità di comparare i dati della diffusione nei continenti.

La vitalità degli istituti secolari

Paradossalmente la statistica e i dati numerici sugli istituti secolari non lasciano trasparire la nostra vitalità.

La nostra vocazione significa essere “sale, che non vien meno”, “un efficace fermento” all’interno del mondo[2] e “«il laboratorio sperimentale» nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo”[3]. Essere il sale ed essere il fermento non dipende dalla cifra dei consacrati secolari in un paese, in un continente o in una città, ma è connessa alla profonda interdipendenza che esiste fra la consacrazione e la secolarità e diventa esperienza interiore per ogni laico consacrato. E sulla vitalità dei membri degli istituti secolari spiega solo la forte personale intensità della vita della consacrazione secolare. Apostolato di ogni membro degli istituti secolari è un’apostolato individuale, vissuto con piena responsabilità personale anche quando sia il risultato di una convergenza di interessi comuni a persone dello stesso istituto. Allora non si tratta di dati statistici e di diffusione del nostro impegno sia nel livello ecclesiale sia nel politico e sociale. Anche per questo motivo non è possibile valutare apostolato da fuori guardando solo all’efficacia dell’apostolato.

Cosa dicono i dati, che ho fatto vedere? È possibile costatare che:

  • I laici consacrati sono presenti in tutti i continenti e quasi in tutti i paesi (anche in Cina ed in Sudan );
  • I laici consacrati vivono anche nei paesi, dove i cristiani sono perseguitati ancora oggi. Per esempio nei paesi con la più grande intensificazione della persecuzione[4] vivono 163 membri degli istituti secolari e 38 candidati.
  • Gli istituti secolari sono nati nell’Europa ed in Europa ce ne sono più del 70% di tutti, di cui in Italia si contano 10 697 membri (pari al 33% di tutti i consacrati secolari nel mondo);
  • É diminuita la cifra delle donne (7%) e dei sacerdoti (14%) negli istituti secolari, ma è cresciuta la cifra dei membri negli istituti maschili laicali (17%) e negli istituti con i rami (11%).
  • Rispetto ai candidati in formazione si registrano maggiormente in America Latina (37% di tutti i candidati), ma rispetto alla proporzione fra i membri ed i candidati prima è l’Africa (26%) ed ultima l’Europa dell’Ovest (3%);
  • Ci sono 120 istituti secolari per i quali è diminuito il numero complessivo dei membri e 95 istituti per i quali il numero dei membri è cresciuto negli ultimi 10 anni. Ci sono 5 istituti secolari che hanno meno di dieci membri e nessun candidato e ci sono 6 istituti secolari con più di 1000 membri.

Leggendo tutti questi dati pensavo, che la grazia del Signore non è prevedibile, i pensieri del Signore non sono i pensieri nostri e le nostre vie non sono le vie del Signore[5]. Pensavo, che gli istituti secolari si sviluppano come nella grande famiglia multigenerazionale – alcuni nascono, ed altri invecchiano e muoiono. Nello stesso tempo gli uni si sviluppano, gli altri cambiano il posto. Alcuni hanno la forza per fare grandi cose, altri fanno piccole cose, ma anche necessarie. Questo processo evolutivo non tocca solo un’istituto dove alcuni cominciano la formazione, e altri muoiono, ma tocca gli istituti in genere – anche gli istituti “muoiono” perchè i membri invecchiano e muoiono e non ci sono i nuovi, ma nello stesso tempo nascono nuovi istituti secolari.

Osservando da fuori e leggendo solo i dati statistici non è possibile dire dove si trova la vitalità degli istituti secolari. Quali istituti sono più dinamici e vigorosi: quelli che hanno opere proprie; con gran numero di membri e di candidati?; o quelli che sono diffusi nei diversi continenti?; o gli istituti che sono nell’Africa o nell’Asia?

Vorrei ripetere ancora una volta – la vitalità e l’attrattiva degli istituti secolari non dipende dalla cifra dei membri. Vorrei dare un esempio - esistono gli istituti secolari, con poche persone, già anziane, che non hanno nessun candidato e sanno, che possono estinguersi. Essi non sono nascosti con la propria anzianità, ma sono tra gli altri - che vivano in condomini o in case di riposo per anziani. La loro vecchiaia resta una nuova risposta alla vocazione di sempre. Segno tangibile e testimoniale della speranza che nasce dalla pace e dalla serenità di chi asseconda il compiersi della vita secondo il progetto di Dio. Nel mondo, specialmente nell’Europa e nell’America del Nord dove si vive la grande paura della morte, dove si rilancia la debolezza anche a causa della vecchiaia con l’angoscia del dolore e della malattia, con l’eutanasia loro, gli anziani sono come “il sale” e “la luce”. Sono i veri testimoni della speranza fra gli uomini che hanno perso non solo la speranza, ma anche il senso della vita. Allora, qualcuno può dire, che un’istituto con 5 membri ottantenni  non è prezioso?

Secondo me, qui si trova la vitalità e la forza della vocazione secolare – essere efficace fermento là dove si trova ognuno membro degli istituti secolari nelle diverse età della vita e nei diversi posti del mondo. Sia nella giovinezza, quando si è proiettati verso il domani e si pensa alla dieta, al senso della vita, ad un lavoro più attraente in cui realizzarsi…. sia nell’età matura con la stanchezza della vita quando alcuni lasciano le proprie famiglie e il lavoro per avere qualcosa di nuovo e altri che sono impegnati o nel lavoro, o a livello politico e sociale… sia nella vecchiaia con le sue sfide.

Essere “ sale”, “ luce” e “ fermento” è possibile in ogni luogo, in ogni paese e in ogni condizione di età e di salute e di vita - in Italia dove ci sono molti laici consacrati ed in Sudan, dove c’è n’è uno. Con questo modo di vedere la nostra vocazione può essere, che questi, vissuti da fuori come “inservibili” a causa della loro vecchiaia, della loro malattia o perchè sono pochi prendono assai più dei “frutti” della attività di molti. E forse i membri dell’estinguibile istituto, i quali vivono alla fine della propria vita la piena consacrazione secolare prendono i frutti in altre parti del mondo.

Benché la nostra presenza nel mondo abbia una connotazione molto personale possiamo insieme riscoprire e rispondere alle domande:

  • Come essere oggi laico consacrato fra i “single”, che vivono senza legami e senza responsabilità per un altro. Il modo della nostra vita è secondo la moda e “on top” – come si dice nella cultura;
  • Cosa significa la vera consacrazione secolare quando i religiosi e specialmente le religiose lasciano abito e conventi per lavorare nei vari posti e vivere da sole o con gli alri. Alcuni dicono, che loro “prendono lo stile di vita degli istituti secolari”. La loro secolarizzazione è chiamata “consacrazione laicale”;
  • Come essere “«il laboratorio sperimentale» nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo”[6] fra e con gli altri laici impegnati nei diversi movimenti, associazioni, che esteriormente sono a volte più visibili di noi?
  • Cosa significa essere un laico consacrato nel mondo, dove la “laicità” significa la visione a-religiosa della vita, in cui “non c'è posto per Dio, per un Mistero che trascenda la pura ragione, per una legge morale di valore assoluto”[7]?

Allora, qual’è il nostro impegno? Come dovrebbe essere il nostro atteggiamento?

Quale dovrebbe essere la nostra vocazione nel mondo odierno? Spero, che il nostro Simposio abbia la possibilità di rispondere a queste e anche ad altre domande.

Auguro a tutti buon lavoro e buon tempo per gli incontri con gli altri.

Ewa Kusz

Presidente CMIS


[1] M. Midali, Teologia pastorale o pratica. LAS, Roma, 1991, pp. 572-595.

[2] Par. Pio XII: Motu Proprio Primo feliciter, nº II.

[3] Paolo VI: Una presenza viva al servizio del mondo e della Chiesa. 25.08.1976. nº 4.

[4] Cine; Iran; Myanmar; Eritrea; Sudan; Laos; Corea del Nord.

[5] Par. Is 55,8.

[6]   Paolo VI: Una presenza viva al servizio del mondo e della Chiesa. 25.08.1976. nº 4.

[7] Benedetto XVI, Udienza al 56° Convegno Nazionale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, 9 dicembre 2006.

QUESTO È IL TEMPO PER NOI

Porgo a tutti voi qui riuniti, membri e Responsabili degli Istituti secolari, laici e presbiteri, che provenite da luoghi diversi e anche assai lontani, il saluto più cordiale e caloroso della Congregazione per la Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica; lo faccio anche a nome di Sua Em. Il Card. Franc Rodé, Prefetto del Dicastero. Assieme al saluto, l’augurio che questo momento di riflessione così importante e condotto da un gruppo così rappresentativo di consacrati secolari, possa produrre frutti buoni per la vita e il rinnovamento di tutti i vostri Istituti.

Oso far mie, all’inizio di questo simposio, le parole che Paolo VI rivolse ai partecipanti al Primo Convegno internazionale degli Istituti secolari: “Quanto ci interessa e quanto ci commuove questo incontro. Esso ci fa pensare ai prodigi della grazia, alle ricchezze nascoste del Regno di Dio, alle risorse incalcolabili di virtù e di santità, di cui ancor oggi dispine la Chiesa, immersa come sapete, in una umanità profana e talora profanatrice, esaltata dalle sue conquiste temporali e altrettanto schiva quanto bisognosa d’incontrarsi con Cristo” (26 settembre 1970).

Non vi è dubbio che, dietro la discrezione e la volutamente scarsa visibilità istituzionale che  caratterizza le vostre comunità e presenze, vi sia una appassionata sequela del Signore Gesù, una intensa relazione con Dio e una generosa donazione a fratelli e sorelle, un quotidiano esere presenti con stile evangelico in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo: tutto ciò è bene prezioso che si diffonde nella Chiesa, è “profumo che riempie tutta la casa di Cio, la Chiesa” (cf. VC, 104).

Mi piace leggere il vostro convenire oggi come un’ulteriore tappa del cammino iniziato proprio con la promulgazione della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, avvenuta 60 anni or sono, il 2 febbraio 1947. Questo testo di Pio XII ebbe il merito storico di inserire uficialmente nella Chiesa un’esperienza già da lungo tempo presente nel popolo di Dio. E così, anche grazie alle precisazioni apportate l’anno successivo dal Motu Proprio Primo feliciter, le forme di vita ora chiamate ufficialmente “Istituti secolari” poterono disporre sia di un meglio definito fondamento teologico sia di un più chiaro significato della loro missione nel mondo.

Si può dire, dunque, che sin dal vostro sorgere il Magistero Pontificio vi ha accompagnato, aiutandovi ad approfondire, specie in occasione dei periodici Incontri Internazionali, gli aspetti più rilevanti della vostra vocazione, a volte chiarendone alcuni aspetti, sempre incoraggiandovi e manifestandovi una sollecitudine attenta.

Consacrazione e secolarità sono da allora diventate in binomio indissolubile che identifica gli Istituti Secolari. Essi portano in sé come un profondo e singolare bisogno di sintesi tra “la piena responsabilità di una presenza e di una azione trasformatrice al di dentro del mondo” (Paolo VI, Discorso in occasione del 25° anniversario della Provida Mater Ecclesia, 2 febbraio, 1972).

Mi sono chiesto quale sia il significato del titolo che è stato dato al presente Simposio: “Questo è il tempo per noi”.

Mi pare, che l’espressione possa intendersi in un duplice senso.

L’accento potrebbe essere posto, in primo luogo, su questo tempo, e più precisamente sul questo. È questo, e non un altro, il tempo in cui la vostra particolare forma di consacrazione è chiamata ad esprimersi ed attuarsi. Si tratta, in altre parole, di diventare particolarmente attenti a ciò che in questo tempo è contesto prezioso per la vostra consacrazione, è stimolo, provocazione a vivere il vostro essere consacrati, cristiani veri, discepoli che Gesù invia nel mondo.

Il mondo è il luogo proprio in cui la vostra consacrazione secolare viene abitualmente vissuta; ma non un mondo astratto, indefinito, atemporale: bensì il mondo quale si configura in questo tempo, nell’oggi che costituisce la vostra quotidianità. Una qualche separazione dal mondo, che in talune forme di vita religiosa assume anche caratteri fisicamente evidenziati, potrebbe (sottolineo il potrebbe) far vivere la consacrazione dentro spazi un po’ troppo asettici, cioè lontani dall’esperienza degli uomini e donne comuni. Non è il vostro caso: voi non cercate separazioni, allontanamenti, non ritagliate spazi riservati, impermeabili alle vicende dei vostri contemporanei e conterranei. Voi siete immersi nel mondo, siete dentro questo tempo che è l’oggi concreto e irrepetibile della salvezza e della sequela del Signore.

Vivere la consacrazione “dal di dentro” del mondo significa volere scorgerne, con il discernimento proprio della fede, le possibilità e le situazioni attuali che lo rendono luogo riconosciuto come irrinunciabile per la vostra vita di credenti. E il vostro essere inseriti nel mondo non è un puro fatto fisico, ma anzitutto un atteggiamento interiore, quasi un dato basilare, uno stato della vostra ricerca spirituale, del vostro essere, come tutti i consacrati, cercatori di Dio.

In questo senso voi potete costituire davvero, come suggeriva Paolo VI, un “laboratorio spirituale” dei rapporti tra Chiesa e mondo: “il mondo – come affermava lo stesso Papa nella Evangeli nuntiandi – vasto e complicato della politica, del sociale, dell’economia, e pure della cultura, delle scienze e dele arti, della vita internazionale, dei mass-media” (n. 70). Voglio ancora citare Paolo VI, che affermava che l’ambito della vostra consacrazione e della vostra missione è “il campo del mondo; del mondo umano, qual’è nella sua inquieta e abbagliante attualità, nelle sue virtù e nelle sue passioni, nelle sue possibilità di bene e nella sua gravitazione verso il male, nelle sue magnifiche realizzazioni moderne e nelle sue segrete deficienze e immancabili sofferenze: il mondo” (26 novembre 1970).

Questo inserimento nel mondo preme alla Chiesa: Giovanni Paolo II vi diceva che “la Chiesa atende molto da voi. Essa ha bisogno della vostra testimonianza per portare al mondo affamato della Parola di Dio, anche se non ne ha coscienza, il “gioioso annuncio” che ogni aspirazione autenticamente umana può trovare nel Cristo il suo compimento” (28 agosto 1980).

Un secondo significato che si potrebbe attribuire al titolo di questo simposio si coglie nell’accenturare il per noi: questo è il tempo per noi. Cioè l’attuale situazione della Chiesa e del mondo, pur nella varietà delle diverse culture, potrebbe essere particolarmente favorevole alla comprensione e all’attuazione della vostra specifica vocazione di consacati secolari. Quello presente è per voi un kairòs, un “tempo opportuno”, un momento favorevole, per riecheggiare Paolo in 2 Cor 6,2: “Eco ora il momento favorevole”. La vostra vocazione potrebbe trovare dunque nell’oggi della Chiesa uno spazio nuovo, suscitatore di nuove comprensioni del vostro specifico stato e forse di nuove esperienze.

Non so se questa interpretazione o declinazione del tema che è oggetto ella riflessione di questi due giorni è legittima o appartiene alle vostre preocupazioni. Io penso che anche voi, sopratutto in talune aree geografiche e culturali, stiate patendo quella aridità vocazionale che colpisce tutte le forme di speciale consacrazione e registriate la difficoltà di trovare nuovi membri dei vostri Istituti. Tuttavia il tempo presente è tempo di approfondimento, di qualificazione, di ura della formazione, più che di ricerca dei grandi numeri. Il momento favorevole, il tempo “per voi” potrebbe essere dato dal fatto che il modo nuovo di pensarsi in relazione al mondo da parte della Chiesa vi rende specialisti di tale rapporto.

E allora questo tempo è “per voi” perché offre ragioni teologiche e spirituali più forti e convincenti alla vostra vocazione, che sempre meno diventa – per così dire – “tollerata” (consacrati benché secolari) e sempre più diviene non solo legittimata ma riconosciuta arricchente per tutta la Chiesa (consacrati in quanto secolari).

E, permettetemi di aggiungere, arricchente anche per la vita consacrata dei religiosi. Se la caratteristica di questi ultimi è quella di stabilire un rapporto di maggior separazione dal mondo, reso anche visibile e istituzionale, voi aiutate noi religiosi ad amare comunque il mondo, e sopratutto a riconoscere che mentre il mondo può essere luogo di santità, anche il chiostro – per usare un luogo simbolico – o comunque la comunità religiosa, può divenire spazio di mondanità. Si può essere mondani separandosi dal mondo, in spazi che si pretendono evangelici, e si può essere evangelici dentro il mondo, o in diaspora nel mondo segnato dal male.

La vostra capacità di costruire una sintesi sana e feconda tra consacrazione e mondo può davvero aiutare tutta la vita consacrata, nelle sue varie espressioni, e tutta la Chiesa.

Sono solo alcuni spunti che umilmente e sommessamente offro alla vostra considerazione, riaffermando a tutti voi la stima e la gratitudine del nostro Dicastero, e l’auspicio, come indica Vita consecrata 10, di “trasfigurare il mondo dal di dnetro con la forza delle Beatitudini”.

A tutti voi l’augurio di un proficuo e densi lavoro.

Mons. Gianfranco A. Gardin OFM Conv.

Segretario Congregazione per la Vita Consacrata
e la Società di Vita Apostolica

ASPETTI TEOLOGICI DELLA CONSACRAZIONE SECOLARE

I

Introduzione

E’ noto che le più antiche traduzioni latine della Bibbia traducono con saeculum il greco aiôn e l’ebraico ôlãm. Il termine ha diversi significati: durata del mondo, mondo umano superato ed effimero, in contrapposizione con il mondo divino.

Nella Vetus Latina, tra l’altro per il vangelo di Giovanni, saeculum equivale al greco cosmos che, nella tradizione giudeo-ellenistica, viene tradotto con ôlãm.

La preferenza data dai latini a saeculum piuttosto che a mundus riflette indubbiamente una riluttanza a dare un significato negativo a quest’ultimo termine che evoca ordine e bellezza.

Per di più, già nel latino profano, il termine può assumere un significato etico, per esprimere la decadenza delle generazioni. Certo, il significato primiero di tempo (un secolo equivale a 100 annni) non è cancellato : si vuole significare il tempo presente, la vita presente, la condizione temporale dell’umanità. Nei Padri latini prevale spesso un significato negativo d’ispirazione biblica, al tempo stesso etico e religioso. In questo caso Saeculum designa il mondo umano che porta le stimmate della vanità e del peccato. E’ anche il mondo pagano che perseguita i cristiani.

La ragione per cui cito questi diversi significati è che, senza poter parlare di sinonimi, secolo e mondo sono due termini molto vicini, che talvolta concordano senza che la distinzione sia sempre cancellata. In tal modo, secolare non può essere tradotto con mondano.

Eppure, non è una forzatura introdurre le nostre riflessioni sulla secolarità interrogando le Scritture sul significato della parola mondo.

E’ significativo al proposito che le traduzioni moderne traducano l’espressione di Pio XII in Primo feliciter : non tantum in saeculo sed veluti ex saeculo con : non solo nel mondo, ma per così dire con i mezzi del mondo. Infatti viene spontaneamente in mente tradurla in questo modo.

Negli scritti giovannei

  1. Il vangelo di Giovanni in modo particolare ha messo in risalto la complessità della parola mondo. La nozione assume vari significati, a prima vista contrapposti, ma che esprimono tutta la ricchezza del mistero della fede, secondo la duplice polarità della creazione e della redenzione.

Infatti, il Prologo del vangelo congiunge la creazione e il dramma della storia umana, segnata dal rifiuto della luce divina e la salvezza portata dal Verbo incarnato.

« Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto » : la rivelazione del Verbo, « l’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre », s’inserisce nel richiamo del racconto della creazione nella Genesi, Gn. 1, 1-5, in cui è affermata la bontà della creazione, che testimonia l’amore di Dio.

Per l’uomo, che è il coronamento della creazione, l’attestazione viene raddoppiata : ed ecco che era molto buono. Creato secondo l’immagine e la somiglianza di Dio, l’uomo è investito di responsabilità : è incaricato di governare questo mondo. Insieme con le responsabilità vengono affermate sia la dimensione etica che la dimensione storica. Le responsabilità saranno messe alla prova, che è la prova di fedeltà. La prova è altresì tentazione: la libertà, invece di assumere la sua responsabilità in ubbidienza al disegno benevolente di Dio, si lascia inebriare sotto l’istigazione del Tentatore : « diventerete come Dio » (cfr. Gn, 3,5). L’inizio della storia umana è segnato dal peccato.

Il Prologo ricorda questo avvenimento spirituale delle origini :

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini

e la luce nelle tenebre brilla

e le tenebre non la compresero.

Il Prologo prosegue descrivendo la storia umana come la storia della salvezza. Dio, la cui bontà si è manifestata nella creazione, ci da una nuova prova, più intensa, più sconvolgente, del suo amore e delle sue iniziative.

Nel contemplare la creazione, gli uomini potevano riconoscere il Verbo, « luce vera che illumina ogni uomo », ma « il mondo non lo riconobbe» perché accecato dal suo peccato. Ogni rifiuto provoca una nuova iniziativa dell’amore divino. Dio sceglie un popolo con il quale stringe un’alleanza particolare, in vista di un dono ancora più profondo, inaudito. « Venne nella sua proprietà e i suoi non lo accolsero » : nella misura del dono, più profondo è il rifiuto, ma il peccato non può avere l’ultima parola. L’incarnazione del Verbo rivela l’inesauribile, l’infinita profondità dell’amore divino: infatti, non tutti si sono lasciati trascinare nel rifiuto e « a quanti però lo accolsero diede il potere di divenire figli di Dio». Dio genera, attraverso la fede e attraverso la grazia « coloro che credono nel suo nome », che accolgono il suo dono supremo : « E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi ».

Qui si rivela anche, nella sua radicalità, la responsabilità della libertà umana.

L’ingresso nella filiazione divina, che riceviamo dal « Figlio Unigenito colmo di grazia e di verità » è un dono della grazia – la grazia della fede.

La fede e il rifiuto della fede appaiono come i fattori spirituali decisivi della storia umana e del suo dramma. Da lì si capiscono le affermazioni contrastate del vangelo di Giovanni e della prima lettera sul mondo.

Rivelazione dell’amore divino

  1. La grande rivelazione fatta da Gesù a Nicodemo spiega alcune affermazioni che abbiamo già incontrate nel Prologo (cf. 3, 16-21). L’amore di Dio non si spezza, le sue risorse sono inesauribili.

 « Dio infatti ha tanto amato il mondo,

 che ha dato il Figlio suo Unigenito

 affinché chiunque crede in lui

 non perisca, ma abbia la vita eterna».

Il peccato dell’uomo come rifiuto e disobbedienza è un’offesa fatta a Dio. Chiama l’intervento della sua giustizia. Il Vecchio Testamento, che certamente non ignora gli accenti strazianti dell’amore di Dio per il suo popolo, ha letto la storia delle sventure d’Israele come quella di castighi e di espressioni della collera divina, ossia degli interventi della giustizia che erano altrettanti inviti alla conversione e al ritorno alla fedeltà all’Alleanza.

Le parole di Gesù a Nicodemo mettono in risalto la radicalità dell’amore :

« Dio infatti non mandò il Figlio nel mondo

   per condannare il mondo, ma perché il mondo

   sia salvato per mezzo di lui ».

I primi capitoli del Vangelo che si soffermano sulla figura del Battista insistono sul fatto che la conversione alla quale egli chiama assume un carattere preparatorio. L’uomo, che deve pentirsi del suo peccato, non può con ciò togliere l’offesa fatta alla giustizia e all’amore di Dio. Ha bisogno di essere salvato. La rivelazione della radicalità dell’amore di Dio aiuta a diventare consapevoli anche della gravità del peccato che, in sé, chiama la condanna. Si capisce perché il peccato è come ricapitolato nel rifiuto di credere, perché questo rifiuto di credere è il rifiuto di riconoscere la profondità dell’amore di Dio.

« Chi crede in lui [il Figlio] non viene condannato ;

   chi non crede in lui è già condannato,

   perché non ha creduto

   nel nome del Figlio Unigenito di Dio »

Il rifiuto di credere nel Figlio di Dio comporta il suo giudizio, perché significa che viene data la preferenza alle tenebre sulla luce, ossia è il rigetto della verità. Il Vangelo ci dà la ragione di questo rifiuto. Fare il male conduce a odiare la luce, perché essa svelerebbe la malizia della scelta peccaminosa. C’è qui una linea di spareggio alla quale la libertà non può sottrarsi : « Colui invece che fa la verità viene alla luce, perché si riveli che le sue opere sono operate in Dio ».

Si è detto che il processo di Gesù copre l’insieme del quarto Vangelo. E’ il processo intentato da coloro che rifiutano di credere che Gesù è il Figlio di Dio, il Diletto del Padre inviato come vittima di propiziazione per i nostri peccati. Per questo motivo la vita è una lotta. La prima lettera, che contiene espressioni molto forti, dice: … « e questa è la vittoria che ha vinto il mondo : la nostra fede. Ma chi è colui che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio ? » (1 Gv, 5, 4-5). Qui, la parola mondo sta per il mondo degli uomini sotto il dominio del peccato. Più volte, Gesù denuncia, dietro ai nostri peccati, l’azione di quello che chiama il Principe di questo mondo (12, 31 ; 14, 30 ; 16, 11). E la prima lettera lo accentuerà, per così dire : « Sappiamo che noi siamo da Dio mentre il mondo giace tutto in potere del maligno » (5,19). Il racconto della tentazione di Gesù, nella versione di Luca, ci rivela la profondità di quell’influenza : « Il diavolo allora condusse Gesù più in alto, gli fece vedere in un solo istante tutti i regni della terra, e gli disse : « Ti darò tutta questa potenza e le ricchezze di questi regni, perché a me sono stati dati e io li do a chi voglio. Se tu ti inginocchierai davanti a me, tutto sarà tuo ». Gesù gli rispose : « E’ scritto : Adorerai il Signore, Dio tuo, a lui solo rivolgerai la tua preghiera » (Lc 4, 5-8).

Sono quindi l’ostilità e il rifiuto nei confronti di Cristo che caratterizzano il mondo caduto nel peccato, un mondo che Dio non cessa di amare, come sta a testemoniare il suo disegno di salvezza.

L’odio del mondo e l’invio dello Spirito

  1. In un inizio drammatico, con i suoi avversari che rifiutano di credere nella sua testimonianza e nella sua parola, Gesù dirà loro : « Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo» (Gv 8,23). Come lui, i suoi discepoli non sono di questo mondo, per questo il mondo li odia (cfr. 17, 14).

Testimonia davanti a Ponzio Pilato  – in quello che Paolo chiama la « bella confessione » (cfr. 1 Tm, 6, 13) - : il suo Regno non è di questo mondo. Qui la parola mondo sembra certamente connotare il peccato, ma designa anche «i regni di questo mondo » con le leggi proprie, mentre il regno di Cristo « non è di qui ». Se Gesù è « venuto nel mondo », è per compiere una missions trascendentale : « per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce » (cfr. 18, 36-37). Quello che Gesù afferma qui, è la distinzione tra quello che chiamiamo i regni temporali e il regno di Dio.

Il dono di Gesù, che muore sulla croce per amore nostro, è « il giudizio di questo mondo » : « ora il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. E quando io sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a me » (cfr. 12, 31-32). Sarà anche l’ora dell’invio dello Spirito, il Paraclito e il Consolatore, lo Spirito di verità, di cui Gesù promette il sostegno quando annuncia ai discepoli le persecuzioni : « E quando egli verrà, confuterà il mondo in fatto di peccato, di giustizia e di giudizio. In fatto di peccato : perché non credono in me ; in fatto di giustizia : perché me ne vado al Padre e voi non mi vedrete più ; in fatto di giudizio : perché il principe di questo mondo è già giudicato » (16, 8-11).

Il ritorno di Gesù al Padre è la sua glorificazione, « con la gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (17,5). Affermazione che si può mettere in parallelo con il Prologo che annunciava la sua venuta nel mondo.

Questa glorificazione si estende ai discepoli che rimangono nel mondo. Gesù prega il Padre affinché dia loro pienezza di gioia. Pronuncia queste parole che fanno luce sull’esistenza cristiana, perché questa preghiera si estende, al di là dei discepoli, a tutti coloro che « crederanno in me mediante la loro parola » (cfr. 17,20) :

« Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo come io non sono del mondo. Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità» (17, 14-17).

La missione

  1. Nel mondo e non del mondo. Questa distinzione deve essere completata con un terzo elemento, quello della missione : « Come tu mi hai mandato nel mondo, così anch’io li ho mandati nel mondo. E per loro consacro me stesso, affinché siano anch’essi consacrati nella verità » (17, 18-19).

Nel mondo, non del mondo, inviati al mondo. Questi tre momenti definiscono la condizione dei cristiani. La missione consiste nell’annunciare la parola, che non si può dissociare della testimonianza, che è la testimonianza dell’agapè divina :

 « Come tu, Padre, in me e io in te,

  affinché siano anch’essi in noi,

  così che il mondo creda che tu mi hai mandato.

  Io ho dato loro la gloria che tu mi hai data,

  perché siano uno come noi siamo uno ;

  io in loro e tu in me,

  perché siano perfetti nell’unità,

  e il mondo riconosca che tu mi hai mandato

  e li hai amati come hai amato me »

  (17, 21-23).

Aveva promesso ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati orfani (cfr. 14, 18). Con il Padre sarebbe venuto (cf 14, 20) e c’è la grande promessa dello Spirito. La partenza di Cristo, che segna la sua vittoria sul mondo e sul peccato, non è un abbandono. Comincia una presenza nuova, che è attesa e promessa di una nuova presenza definitiva e piena. Ricordiamo qui cosa dice la prima lettera : « Carissimi, fin d’ora siamo figli di Dio e non si è ancora manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando ciò si sarà manifestato saremo simili a lui, poiché lo vedremo com’egli è.» (3,2). Il tempo della Chiesa è il tempo della speranza. Sappiamo che il mondo è già stato giudicato e che la vittoria di Cristo lo ha sottratto all’influenza del demonio. Giovanni Battista lo aveva affermato non appena vide Gesù venire a lui : « Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo » (1,29). Ma questo tempo è anche quello della speranza del suo ritorno glorioso, dove attendiamo « un cielo nuovo e una terra nuova » (cfr. Ap, 21,1ss.).

Come dirà da parte sua San Paolo, la creazione in attesa soffre le doglie del parto (cfr. Rm 8, 18-25).

L’odio che ha perseguitato il Signore perseguiterà anche i suoi discepoli (cfr. 1 Jn 3, 13). Anche loro saranno perseguitati. Saranno sostenuti nella loro lotta e nella loro testimonianza dallo Spirito Santo (cfr. 15, 25-27). Nel mondo e per il mondo devono portare questa testimonianza, ma guardandosi dallo spirito del mondo. Donde l’ammonimento dell’Apostolo : « Non amate il mondo (intendiamo di un amore di complicità e di connivenza) né ciò che vi è nel mondo. Se uno ama il mondo, in lui non c’è l’amore del Padre. Poiché tutto ciò che vi è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la sfarzo della ricchezza, non è dal Padre ma dal mondo. Il mondo passa e così la sua concupiscenza ; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno » (1 Gv 2, 15-17).

II

Il mondo e il Regno

  1. Mi è parso utile soffermarmi sull’insegnamento giovanneo sul mondo, insegnamento complesso e contrastato, perché alla sua luce dobbiamo approfondire il significato dell’espressione : nel mondo e per così dire con i mezzi del mondo, in saeculo et veluti ex saeculo.

Rileviamo anzitutto che quest’insegnamento è valido per tutti coloro che hanno ricevuto il battesimo e la cresima. In Novo Millennio Ineunte (31) Giovanni Paolo II, nel parlare della vocazione alla santità, ci dice che il momento è venuto di riproporre a tutti con convinzione quella « misura alta » della vita cristiana ordinaria. La formula mi sembra si possa applicare alla condizione di vita della maggior parte dei cristiani, i quali vivono nel mondo. Questa considerazione deve servire da orizzonte alla nostra riflessione.

Infatti, la consacrazione significa l’impegno a perseguire con particolare intensità quella vocazione alla santità, che è di tutti, scegliendo i mezzi atti ad agevolare quel cammino. Così sono i voti religiosi. Implicano un certo ritiro dal mondo, una separazione. Però questa separazione non riguarda anzitutto la rinuncia al male, che è il dovere di tutti i battezzati, ma la rinuncia ad alcuni aspetti dell’esistenza comune, che di per sé sono buoni e possono e devono quindi essere santificanti, come il matrimonio, la gestione dei beni o la libera disposizione di sé, ma che comportano una certa pesantezza e danno più facilmente adito alla tentazione. I religiosi si liberano da alcune preoccupazioni, di per sé legittime e santificanti, per concentrarsi esclusivamente sulle preoccupazioni più importanti del Regno.

Considerare il mondo come cattivo in sé e collocare la perfezione nella fuga da questo mondo cattivo è stato, lungo la storia, la caratteristica di tendenze gnostiche ed eretiche. E’ significativa la condanna, da parte loro, del matrimonio. Nella storia della spiritualità cristiana, una certa letteratura che mette in risalto il contemptus mundi, il disprezzo del mondo, non sempre è priva di ambiguità.

La verità è che, per ogni cristiano, le realtà di questo mondo e il loro uso devono essere misurati secondo il metro della nostra vocazione essenziale, che è quella del Regno e della vita eterna. « Perché passa la figura di questo mondo » (1 Co 7, 31), « (…) non abbiamo infatti qui una città permanente, ma tendiamo alla città che deve venire » (Eb 13,14). Questa condizione peregrina non contiene alcuna condanna ; ci offre invece le giuste proporzioni.

Il valore del temporale. Secolarità

  1. Nel mondo : questo mondo è avviluppato dall’amore di Dio e testimonia quest’amore. L’amore divino è all’origine della sua creazione, che canta la sua gloria ; con una generosità raddoppiata, è all’origine della sua redenzione dopo la distruzione causata dal peccato. Il peccato, che non smette di agire in esso, non distrugge la sua radicale bontà, e l’amore redentore, che è dato nel dono del Figlio Unigenito ed è più forte del peccato. Anche se questo non cessa di esercitare la sua seduzione, la forza santificante della redenzione è in grado di strappare i peccatori che noi siamo alla sua influenza e di purificarci.

Amare la bellezza del mondo, guardarsi dalle seduzioni del male, collaborare all’opera del Redentore venuto a strappare l’umanità dalla schiavitù del peccato, con la preghiera, la testimonianza e la partecipazione alla Croce di Gesù, manifestazione suprema della divina misericordia: ecco il senso cristiano di essere nel mondo.

La teologia distingue gli effetti della grazia : essa è santificante, ci eleva alla dignità di figli di Dio, ma nello stesso tempo essa sana (gratia sanans) le ferite del peccato e conforta la rettitudine della nostra natura.

Quello che precede riguarda la nostra vocazione in quanto membri del Regno che vivono nel mondo. Ma quell’espressione assume un altro significato, se si considera il mondo in sé, con le sue leggi, le sue finalità, la sua consistenza propria. Gaudium et spes parla di autonomia relativa, perché è chiaro che le finalità del mondo considerato in sé non sono il fine ultimo, ma sono subordinate. Si parlerà quindi di fini infravalenti. Se invece si considera la sua relazione al Regno e alla vita eterna, si parlerà di realtà temporali.

La realtà del Regno di Dio non nega il valore delle cose di questo monde e l’intero ordine delle realtà umane. Ma poiché le stesse sono ferite e minacciate dal peccato e non trovano piena autenticità se non quando sono aperte alle realtà del Regno, sono oggetto di un impegno specifico da parte dei cristiani. Qui si colloca la secolarità della vostra vocazione. Infatti, le energie della grazia e del Vangelo sono anche chiamate ad animare dal di dentro e a illuminare le realtà temporali.

III

Secolarità e secolarizzazione

  1. Oggi si pongono une serie di problemi ai quali dobbiamo accennare per concludere.

La vocazione alla filiazione divina, alla quale tutti sono chiamati, si ripercuote sulle realtà umane e temporali. Con il peccato, la natura è stata ferita in se stessa; chiede di essere sanata e confortata, deve essere preservata da ogni ripiego su se stessa e su un’autosufficienza che la chiuderebbe alle realtà superiori del Regno, alle quali deve rimanere aperta ; le sue finalità, pienamente legittime, per essere autenticamente se stesse, devono rimanere nell’asse delle finalità ultime della vita eterna.

E’ quello che esprimiamo quando diciamo che la grazia di Cristo, come un fermento, deve animare dal di dentro e illuminare le realtà umane in sé.

Troviamo qui il fenomeno e le teorie della secolarizzazione, che può assumere varie forme.

Vista dal punto di vista sociologico, la secolarizzazione è un fatto sociale evidente. Nelle società industrializzate, con tutte le risorse che esse offrono agli individui, assistiamo a un declino della religiosità, per lo meno a livello delle sue manifestazioni pubbliche. Il materialismo pratico, legato alle facilità del consumo, distrae lo spirito dall’attenzione alle cose di Dio; si traduce con un torpore spirituale, con l’agnosticismo o con l’ateismo pratico, a seconda dei casi.

Ma la secolarizzazione può anche essere vista da un punto di vista dottrinale, dove trova giustificazioni teoriche. Si parla allora di secolarismo, che bisogna distinguere dalla secolarità. Il secolarismo può riferirsi a due tipi di giustificazione.

Il primo è teologico e affonda le sue radici nella Riforma luterana e la sua concezione della grazia.

In questa prospettiva, la grazia non è la grazia santificante, come la intende la dottrina cattolica, capace di trasformare intrinsecamente l’uomo peccatore e di comunicargli la vita divina. La giustificazione consiste nella non imputazione al peccatore del suo peccato, senza che egli ne venga cambiato interiormente. Peraltro, in seguito al peccato originale, la natura umana non è solo una natura ferita, ma una natura corrotta. Si sa che Lutero era contro la vita religiosa, quindi contro la vita consacrata.

Di conseguenza, il cristiano deve vivere la sua vita cristiana, certamente con la pratica delle virtù cristiane, in questo mondo così com’è, con la sua malizia e le sue profonde ambiguità. Non si tratta di una trasformazione evangelica, praticata dal di dentro, del mondo come sta andando. Occorre venire a patti con esso. Quello che sto dicendo qui è naturalmente un disegno teorico ; nella vita concreta, vi sono un risanamento è possibile.

Invece il secondo tipo di giustificazione traduce la concezione naturalistica: il mondo così com’è è buono e autosufficiente; si sviluppa in conformità con le sue leggi proprie, indipendentemente da Dio: etsi daretur Deum non esse. Quando si tratta dell’ordine politico, si parlerà di laicismo, che è un’ideologia da distinguere dalla laicità, che indica la giusta distinzione tra le cose di Cesare e le cose di Dio, - distinzione che non vuol dire separazione.

Il secolarismo naturalistico, a sua volta, può assumere varie forme che, in un modo o l’altro, hanno tutte a che vedere con l’etica.

La prima si riferisce, nell’ordine pubblico, ai fondamenti del diritto e della morale. La legge trae la sua fonte ultima negli individui che si esprimono per le vie della democrazia, decidono in modo sovrano quello che è lecito e quello che non lo è. Questa volontà sovrana si traduce con le decisioni della maggioranza. Se la posizione della Chiesa è insopportabile per i seguaci di questo modo di vedere, non è per mero anticlericalismo, ma perché la Chiesa riconosce che le leggi umane devono essere conformi con la legge divina che ci viene notificata nella legge naturale. L’autonomia dell’uomo non è un’autonomia assoluta.

Una seconda forma deriva dalla lettura che si dà di alcuni fenomeni sociali. Per esempio, si attribuisce a certe leggi un carattere di necessità proprio delle leggi della natura. Il che vale a dire che queste leggi non hanno presa su un giudizio etico. Qui il discernimento richiede competenza e formazione.[1].

Una terza forma, particolarmente pronunciata oggi nel campo della bioetica, intende sostrarre a un giudizio etico alcune pratiche, di ordine tecnico, sull’embrione o sulle cellule germinali, a nome del diritto della « scienza » : tali pratiche sarebbero giustificate in sé. Il giudizio etico sarebbe da respingere come intrusione indovuta e ritardata. Anche in questo campo, occorrono informazione e cultura.

Veluti ex saeculo, per così dire con i mezzi del mondo. Gli esempi sopracitati dimostrano che la formula deve essere applicata con discernimento. Il mondo e i suoi mezzi designano la creazione così com’è voluta da Dio con le sue finalità naturali, quindi il mondo purificato dalle ombre e dalle deviazioni dovute al peccato, contemplato secondo il disegno del Creatore. La vocazione di consacrato nel mondo e per così dire con i mezzi del mondo, è molto esigente. Richiede una formazione adeguata e una grande libertà interiore, la libertà propria del cristiano di cui parla San Paolo ai Galati  (cap.V).

Con i mezzi del mondo  significa una vocazione elevata a purificare e santificare questi mezzi secondo il loro orientamento originale. Potrebbe anche, qualora mancassero zelo e rettitudine, diventare una tentazione e persino un ripiego nella servitù. « Misura alta » della vita consacrata nel mondo, questo mondo che non deve essere abbandonato alla deriva e che chiede di essere salvato.

+ Georges Card. Cottier, OP

Pro-Teologo emerito della Casa Pontificia


[1] Per giustificare questa mia affermazione, prendo un esempio dalla storia. All’epoca della prima rivoluzione industriale all’inizio dell’ottocento, i teorici del liberalismo ritenevano che le leggi dell’economia erano leggi necessarie, così come sono necessarie le leggi della natura. In quell’ottica, si consideravano gli interventi caritativi in favore del proletariato, che viveva in una miseria drammatica, come un sollievo dato a una condizione inevitabile, che faceva parte dell’ordine delle cose. Per giustificare lo statu quo alcuni andavano fino a citare in modo blasfemo la parola di Gesù : « I poveri infatti li avete sempre con voi » … (cfr. Gv 12, 8).

Al contrario, tra coloro che protestavano contro la situazione disumana riservata al proletariato, alcuni criticavano tutti gli interventi caritativi che consideravano un modo di rendere tollerabile l’intollerabile. La carità cristiana era da loro denunciata come una complicità oggettiva allo sfruttamento dei poveri. Solamente una rivoluzione radicale volta a rovesciare un « ordine » delle cose intrinsecamente cattivo avrebbe potuto portare la liberazione. Per questo motivo, i seguaci della rivoluzione erano degli avversari spietati di coloro che, guidati da convinzioni umanistiche ed etiche, si sforzavano di introdurre progressivamente alcune riforme comandate dalla giustizia.

Due concezioni incompatibili si contrapponevano : le strutture esistenti riflettono le leggi necessarie della natura, queste strutture sono « strutture del peccato ». Solo quest’ultima concezione è corretta e conforme con la realtà. Ora supponiamo che qualcuno, che non abbia fatto il discernimento necessario, pensi che la prima spiegazione sia quella vera, sarà portato ad accettare dei compromessi inaccettabili in sé. Si potrebbero fare delle considerazioni analoghe sulla guerra, a lungo considerata una normale attività degli Stati.

Oggi, un problema morale di questo tipo si pone a proposito delle attività finanziarie.

Gli esempi brevemente citati fanno capire che un gran discernimento è necessario per interpretare la formula veluti ex saeculo, con i mezzi del mondo. Si tratta forse del mondo con i suoi semi e le sue promesse di bene, oppure del mondo nel senso in cui San Paolo ci ammonisce : « Non uniformatevi al mondo presente, ma trasformatevi continuamente  nel rinnovamento della vostra coscienza, in modo che possiate discernere che cosa Dio vuole da voi, cos’è buono, a lui gradito e perfetto » (Rm. 12, 2) ?

UDIENZA

Carissimo Santo Padre,

Sono appena sessant’anni che mediante la promulgazione della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia Papa Pio XII ha approvato lo statuto generale degli istituti secolari affinché, come scriveva un anno dopo nel Motu Proprio Primo feliciter, i membri degli istituti secolari “siano il sale che non vien meno di questo mondo insulso e tenebroso, a cui non appartengono, ma nel quale tuttavia devono rimanere per divina disposizione; (…) siano il poco ma efficace fermento che, operando sempre e dappertutto, mescolato ad ogni classe di cittadini, dalle più umili alle più alte, si sforza di raggiungere e di permeare tutti e ciascuno colla parola, coll'esempio e con ogni altro mezzo, fino a che la massa ne sia impregnata in modo che tutta fermenti in Cristo”.

Oggi siamo qui, venuti dalle diverse parti del mondo e dai diversi istituti, per mettere in comune il nostro essere sale e fermento e capire di più cosa significa per noi essere il “sale, che non vien meno”, e cosa significa essere “un efficace fermento” nel mondo odierno.

Nel mondo post-moderno, dove “secolarità” e “laicità” si confrontano con una visione a-religiosa della vita, in cui “non c'è posto per Dio, per un Mistero che trascenda la pura ragione, per una legge morale di valore assoluto” noi siamo chiamati ad essere Consacrati, e quindi totalmente appartenenti a Dio, e Secolari, e quindi pienamente immersi nella realtà del mondo con la sua autonomia. Non calandoci da fuori per cambiarla, ne assumiamo le leggi ma proviamo a superarle con la nostra vita secondo la logica del Vangelo. Dimorando nella terra, dove Dio ci ha messi, consapevoli di essere cittadini del cielo… – come dice la lettera a Diogneto, alla quale ci ispiriamo.

Siamo venuti qui anche per accogliere le Sue aspettative, Santità, su di noi e sulla nostra presenza nella Chiesa agli inizi del XXI secolo – per rinnovare l’impegno ad assumere le nostre responsabilità sia all’interno della Chiesa che del Mondo. Siamo venuti ad incontrare il nostro Padre premuroso per chiedere di rafforzare la nostra vocazione di” alpinisti dello spirito”, come ha detto il Papa Paolo VI.

Santità, attendiamo, per tutti noi la Sua parola e chiediamo la Sua benedizione.

Noi assicuriamo la nostra preghiera.

Ewa Kusz

Presidente della CMIS

 

BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI AL SIMPOSIO

Sala Clementina - Sabato, 3 febbraio 2007

Cari fratelli e sorelle,

sono felice di essere oggi tra voi, membri degli Istituti Secolari, che incontro per la prima volta dopo la mia elezione alla Cattedra dell'Apostolo Pietro. Vi saluto tutti con affetto. Saluto il Cardinale Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e lo ringrazio per le espressioni di filiale devozione e spirituale vicinanza indirizzatemi anche a vostro nome. Saluto il Cardinale Cottier e il Segretario della vostra Congregazione. Saluto la Presidente della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari, che si è fatta interprete dei sentimenti e delle attese di tutti voi che siete convenuti da diversi Paesi, da tutti i Continenti, per celebrare un Simposio internazionale sulla Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia.

Sono trascorsi, come è già stato detto, 60 anni da quel 2 febbraio 1947, quando il mio Predecessore Pio XII promulgava tale Costituzione apostolica, dando così una configurazione teologico-giuridica ad un'esperienza preparata nei decenni precedenti, e riconoscendo negli Istituti Secolari uno degli innumerevoli doni con cui lo Spirito Santo accompagna il cammino della Chiesa e la rinnova in tutti i secoli. Quell'atto giuridico non rappresentò il punto di arrivo, quanto piuttosto il punto di partenza di un cammino volto a delineare una nuova forma di consacrazione: quella di fedeli laici e presbiteri diocesani, chiamati a vivere con radicalità evangelica proprio quella secolarità in cui essi sono immersi in forza della condizione esistenziale o del ministero pastorale. Siete qui, oggi, per continuare a tracciare quel percorso iniziato sessant'anni fa, che vi vede sempre più appassionati portatori, in Cristo Gesù, del senso del mondo e della storia. La vostra passione nasce dall'aver scoperto la bellezza di Cristo, del suo modo unico di amare, incontrare, guarire la vita, allietarla, confortarla. Ed è questa bellezza che le vostre vite vogliono cantare, perché il vostro essere nel mondo sia segno del vostro essere in Cristo.

A rendere il vostro inserimento nelle vicende umane luogo teologico è, infatti, il mistero dell'Incarnazione ("Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito": Gv 3, 16). L'opera della salvezza si è compiuta non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini. Osserva al riguardo la Lettera agli Ebrei: "Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (1, 1-2a). Lo stesso atto redentivo è avvenuto nel contesto del tempo e della storia, e si è connotato come obbedienza al disegno di Dio iscritto nell'opera uscita dalle sue mani. È ancora lo stesso testo della Lettera agli Ebrei, testo ispirato, a rilevare: "Dopo aver detto "Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato", cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: "Ecco, io vengo a fare la tua volontà"" (10, 8-9a). Queste parole del Salmo che la Lettera agli Ebrei vede espresse nel dialogo intratrinitario, sono parole del Figlio che dice al Padre: "Ecco io vengo a fare la tua volontà". E così si realizza l'Incarnazione: "Ecco io vengo a fare la tua volontà". Il Signore ci coinvolge nelle sue parole che diventano nostre: ecco io vengo con il Signore, con il Figlio, a fare la tua volontà.

Viene così delineato con chiarezza il cammino della vostra santificazione: l'adesione oblativa al disegno salvifico manifestato nella Parola rivelata, la solidarietà con la storia, la ricerca della volontà del Signore iscritta nelle vicende umane governate dalla sua provvidenza. E nello stesso tempo si individuano i caratteri della missione secolare: la testimonianza delle virtù umane, quali "la giustizia, la pace, la gioia" (Rm 14, 17), la "bella condotta di vita", di cui parla Pietro nella sua Prima Lettera (cfr 2, 12) echeggiando la parola del Maestro: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5, 16). Fa inoltre parte della missione secolare l'impegno per la costruzione di una società che riconosca nei vari ambiti la dignità della persona e i valori irrinunciabili per la sua piena realizzazione: dalla politica all'economia, dall'educazione all'impegno per la salute pubblica, dalla gestione dei servizi alla ricerca scientifica. Ogni realtà propria e specifica vissuta dal cristiano, il proprio lavoro e i propri concreti interessi, pur conservando la loro relativa consistenza, trovano il loro fine ultimo nell'essere abbracciati dallo stesso scopo per cui il Figlio di Dio è entrato nel mondo. Sentitevi, pertanto, chiamati in causa da ogni dolore, da ogni ingiustizia, così come da ogni ricerca di verità, di bellezza e di bontà, non perché abbiate la soluzione di tutti i problemi, ma perché ogni circostanza in cui l'uomo vive e muore costituisce per voi l'occasione di testimoniare l'opera salvifica di Dio. È questa la vostra missione. La vostra consacrazione evidenzia, da un lato, la particolare grazia che vi viene dallo Spirito per la realizzazione della vocazione, dall'altro, vi impegna ad una totale docilità di mente, di cuore e di volontà al progetto di Dio Padre rivelato in Cristo Gesù, alla cui sequela radicale siete stati chiamati.

Ogni incontro con Cristo chiede un cambiamento profondo di mentalità, ma per alcuni, com'è stato per voi, la richiesta del Signore è particolarmente esigente: lasciare tutto, perché Dio è tutto e sarà tutto nella vostra vita. Non si tratta semplicemente di un diverso modo di rapportarvi a Cristo e di esprimere la vostra adesione a Lui, ma di una scelta di Dio che, in modo stabile, richiede da voi una fiducia assolutamente totale in Lui. Conformare la propria vita a quella di Cristo entrando in queste parole, conformare la propria vita a quella di Cristo attraverso la pratica dei consigli evangelici, è una nota fondamentale e vincolante che, nella sua specificità, richiede impegni e gesti concreti, da "alpinisti dello spirito", come ebbe a chiamarvi il venerato Papa Paolo VI (Discorso ai partecipanti al I Convegno Internazionale degli Istituti Secolari: Insegnamenti, VIII, 1970, p. 939).

Il carattere secolare della vostra consacrazione evidenzia da un lato i mezzi con cui vi adoperate per realizzarla, cioè quelli propri di ogni uomo e donna che vivono in condizioni ordinarie nel mondo, e dall'altro la forma del suo sviluppo, quella cioè di una relazione profonda con i segni del tempo che siete chiamati a discernere, personalmente e comunitariamente, alla luce del Vangelo. Più volte è stato autorevolmente individuato proprio in questo discernimento il vostro carisma, perché possiate essere laboratorio di dialogo con il mondo, quel "laboratorio sperimentale nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo" (Paolo VI, Discorso ai Responsabili generali degli Istituti Secolari: Insegnamenti, XIV, 1976, p. 676). Proprio di qui deriva la persistente attualità del vostro carisma, perché questo discernimento deve avvenire non dal di fuori della realtà, ma dall'interno, attraverso un pieno coinvolgimento. Ciò avviene per mezzo delle relazioni feriali che potete tessere nei rapporti familiari e sociali, nell'attività professionale, nel tessuto delle comunità civile ed ecclesiale. L'incontro con Cristo, il porsi alla sua sequela spalanca e urge all'incontro con chiunque, perché se Dio si realizza solo nella comunione trinitaria, anche l'uomo solo nella comunione troverà la sua pienezza.

A voi non è chiesto di istituire particolari forme di vita, di impegno apostolico, di interventi sociali, se non quelli che possono nascere nelle relazioni personali, fonti di ricchezza profetica. Come il lievito che fa fermentare tutta la farina (cfr Mt 13, 33), così sia la vostra vita, a volte silenziosa e nascosta, ma sempre propositiva e incoraggiante, capace di generare speranza. Il luogo del vostro apostolato è perciò tutto l'umano, non solo dentro la comunità cristiana - dove la relazione si sostanzia di ascolto della Parola e di vita sacramentale, da cui attingete per sostenere l'identità battesimale - dico il luogo del vostro apostolato è tutto l'umano, sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell'antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota. (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 50).

Con questi auspici, assicurandovi la mia costante preghiera, vi imparto a sostegno delle vostre iniziative di apostolato e di carità una speciale Benedizione Apostolica.

A Diogneto (II-III sec.) come riflessione esemplare sulla
presenza dei Cristiani nel mondo

La fortunosa sorte dell’opuscolo cristiano antico “A Diogneto”, impropriamente noto come epistola1, reca in se stessa le tracce della paradossale presenza del Cristianesimo in mezzo al mondo che esso trasmette in maniera singolare. Niente di sacrale nelle modalità in cui l’operetta fu scoperta e in cui fu poi recepita, anzi una banalità così casuale da rasentare l’incredibile. Strappato nel 1436 da una pescheria di Costantinopoli dove era destinato a servire da carta di imballaggio per il pesce, il suo unico esemplare manoscritto ebbe fortunatamente trascrizione prima di finire irreparabilmente distrutto a Strasburgo nel 1870 in un bombardamento dell’artiglieria prussiana durante la guerra franco-prussiana. L’opuscolo che più e più originalmente di ogni altro riflette sul modo di presenza del cristiano nel mondo ha pagato così alle sorti del mondo uno scotto assai alto.

L’a Diogneto, che sarà definito “la perla dell’antichità cristiana” (Sailer) e “fra quanto di più brillante hanno scritto i cristiani in greco” (Norden), fin dalla sua nascita (fine II - inizi III secolo) era rimasto ignoto alle fonti cristiane antiche, forse per via del suo messaggio difficilmente integrabile nel quadro delle consolidate posizioni spirituali. Al modo in cui fu altrettanto difficile da inquadrare nella nostra mentalità la storia degli Istituti secolari che nell’a Diogneto trovano, per così dire, una magna charta, non giuridica ma spirituale. Una carta scritta ancora in epoca di persecuzioni, e però non tragica, ma frutto di una serena, anche se a volte pessimistica, concezione della storia. Una carta dialogante, per la quale le ragioni del dialogo non rispondono ad una tattica di sopravvivenza o di vittoria, ma si fondano nella convinzione di una costitutiva presenza dei Cristiani nel mondo.

Un testo che, come vedremo, proporrà una soluzione non sacrale, ma laica, parte pur tuttavia da un problema sacrale, che era quello al quale nel mondo antico si riconduceva il fatto religioso. L’a Diogneto infatti non muove dalla definizione del Dio dei Cristiani. Il volto del loro Dio è rintracciato invece a partire dalle manifestazioni religiose ed in esse si riflette, sicché tra culto e natura di Dio si stabilisce un legame potente, che le religioni precristiane quasi mai hanno avvertito: “in quale Dio credono e quale culto praticano” i Cristiani? Piuttosto che indugiare in una definizione teologica previa, l’a Diogneto ritiene che sia possibile e più fruttuoso proporre un cammino a ritroso che, a partire dai dati visibili storici (culto e comportamento), permetta di rendere partecipabile agli altri il volto del loro Dio che li presuppone. Così i Cristiani, come tutti gli uomini, diventano, per così dire, costruttori dei tratti del volto del loro Dio e responsabili della trasmissione di essi.

Su questa base, le modalità del culto pagano e le modalità del culto giudaico sono giudicate altrettanto espressive di quelle divinità e deformatici dell’immagine del vero Dio.

Il culto pagano coltiva i falsi idoli, le divinità fatte da mano d’uomo (c.II), cioè, in ultima istanza, le proiezioni di desideri umani; la loro gerarchia dipende dal materiale da cui sono fatti gli idoli (cioè dal loro valore funzionale); il culto è economicistico e si basa sullo scambio tra offerte e benefici, Dal culto pagano emergono la fisionomia di un dio che è una trascrizione religiosa delle moderne proiezioni e, per contrario, la credenza che al vero Dio si addice un culto spirituale e non materiale, troppo pesantemente sacrale. Per i Cristiani vale l’intenzionalità spirituale dell’offerta e non la distruzione sacrificale quantitativa delle cose offerte.

In verità, la mentalità ebraica (veterotestamentaria)  parte dalla vera natura di Dio, ma arriva a deformarla col suo culto, ricadendo nell’immagine materiale dei pagani e nel loro minuzioso e “superstizioso” culto materiale, “quasi ritenendo che Dio abbia bisogno” di offerte materiali (III,3-5): il che analogamente, dal Kerygma Petrou (fr.3) e da Minucio Felice (inizi sec.II) è visto come segno di ingratitudine, perché il sacrificio materiale non fa altro che rigettare a Dio in maniera ingrata beni materiali di cui Egli non ha bisogno perché li ha donati all’uomo affinché ne faccia uso e non li distrugga, nemmeno con destinazione sacrale: “Offrirò a Dio sacrifici e vittime che egli mi ha donato da usare, per respingergli il suo dono? Sarebbe ingratitudine rigettarglieli (Minucio Felice, Octavius, 32,2). Tale culto inesatto antropomorfizza la divinità e la rende simile ad un idolo e così la mentalità pagana si trova alleata alla mentalità legalistica giudaica: “gli uni [i pagani] credono di far onore a chi non è in grado di riceverlo, gli altri [i Giudei] a chi non ne ha bisogno” (III,5). L’atteggiamento legalistico giudaico è, insomma, definito iper-religioso o “superstizioso” (IV,1) e distrugge l’esatto rapporto tra uomo e Dio e tra uomo e mondo. La Legge ingombra quel rapporto con una serie di prescrizioni minuziose e fisicistiche che cancellano la sostanza eminentemente spirituale e oblativa del rapporto, che va preservata. Sono quindi errori per eccesso di materialità e di antropomorfismo che danno poco spazio al mistero spirituale (il “mistero della vera devozione”: IV,6), dove il sacro è essenzializzato e la materia di cui si serve, parcamente utilizzata (pane e vino) nella sua natura di sacramento, non è importante per la sua quantità ma per la sua funzione di segno.

Normalmente, dopo la pars destruens, gli Apologisti passavano a trattare della fede e del culto dei Cristiani, sottolineando, in maniera quasi etnografica, le specificità di questa nuova “stirpe” (génos). L’a Diogneto è convinta che il culto sia soprattutto la vita e che gloria di Dio sia l’uomo vivente,  e perciò sceglie un’altra  strada che rappresenta l’immagine universale –non etnica- del Dio dei Cristiani. Essa emerge dalla impossibilità di parlare d’una differenza etnografica tra i Cristiani e gli altri uomini; e il rapporto che si stabilisce tra di essi e il mondo è il segno del rapporto che lega il divino, che essi rappresentano, e il mondo. È una identità alla rovescia nel panorama religioso del mondo antico, la quale scioglie il Cristianesimo da legami nazionalistici, linguistici, culturali in genere, per porlo in mezzo al mondo come sua anima. La realtà cristiana non può essere percepita da segni esteriori e il vero atteggiamento di devozione (theosébeia) si manifesta non in eccessivi gesti di cultualità esteriori, ma in comportamenti relazionali esatti. Non si tratta però di una riduzione del Cristianesimo ad un’etica, perché è sempre presente il rinvio tra comportamento e natura del vero Dio e la trasparenza che tale comportamento produce rispetto al mistero invisibile di Dio. L’etica insomma non è un fine che cancella la fede, ma la trasparenza della fede, che resta sempre all’origine e alla fine del “comportamento paradossale” dei Cristiani.

Qui cadono i grandi capitoli centrali dell’opuscolo (cc.V-VI), così densi ed attuali: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per modo di vestire. Non abitano mai in città loro riservate, non si servono di un qualche dialetto inusitato, non hanno un modo di vivere speciale. La loro dottrina non è una loro scoperta, frutto di una qualche intuizione o elucubrazione da persone curiose; né essi si sono messi a capo di una ideologia umana […] Essi abitano città greche e barbariche, così come è loro toccato in sorte. Seguono le usanze locali nel vestire, nel mangiare e in tutto il modo di vivere” (V,1-4). La descrizione della presenza cristiana nel mondo inizia con le caratteristiche della parentela di un destino e di un atteggiamento comuni.  Il Cristiano è in mezzo al mondo come luogo a lui destinato, dentro il quale non può ritagliarsi una zona propria che lo desolidarizzi; né fondare un sistema, diremmo, ideologico per essere identificati che vada oltre la loro fede. Ispirandosi a questa linea, un grande laico consacrato italiano quale Ezio Franceschini, medievista di fama internazionale, poteva dire che “il consacrato a Dio che è stato chiamato su questa nuova strada di testimonianza [scil. degli Istituti secolari], per rimanere […] dovunque si eserciti un’attività umana, deve apparire in tutto uguale a coloro in mezzo ai quali opera senza che essi conoscano il segreto che lo lega a Dio mediante la professione dei consigli evangelici. Essi, i compagni di strada, vedranno le sue opere: ma è bene che ignorino da quale fonte intima esse provengano, proprio perché possano credere possibile a tutti la santità di vita, nella fede e nella carità, qualunque sia il lavoro, il mestiere, la professione esercitati”2.

Poi nell’a Diogneto cominciano le affermazioni binarie, le tensioni dialettiche, introdotte dall’affermazione nota: “Eppure dimostrano il paradosso mirabile e da tutti riconosciuto della costituzione della propria cittadinanza” (V,4). La comunanza visibile con gli altri uomini non cancella la loro specificità, anzi permette di evidenziarla come “cittadinanza paradossale”, cioè cittadinanza “che va contro il sentire comune” (doxa). Essa è costituita dalla coesistenza di appartenenza congiunta alle città del mondo e alla cittadinanza celeste. Possiamo dire che la specificità dei Cristiani è di tenere insieme sempre comunanza e alterità, in una serie di posizioni costruite su una serie di et.. et…, non separate in un aut… aut. Questa paradossale cittadinanza s manifesta allora in una serie di affermazioni di vicinanza e distanza: “Abitano ciascuno la propria patria, ma come domiciliati temporanei; concorrono a tutte le decisioni come fanno i cittadini, eppure tutte le subiscono come fossero stranieri. Ogni terra straniera è loro patria, eppure ogni patria è terra straniera” (V,5). Come tutti abitano singole città, decidono della vita pubblica, possono vivere in tutte le città, ma in quanto cristiani non aspettano dalla città la fondazione e la legittimazione dei loro valori, anzi in qualche maniera devono sempre subire le leggi (la politica sarà quindi per loro sempre lo spazio di un male minore o di una distanza dal Regno); la città terrena è sempre un luogo dove essi sperimentano sempre una dose di estraneità, diremmo di emarginazione valoriale e di riprovazione sociale.

È stato sufficientemente messo a fuoco l’uso del termine paroikoi che nell’a Diogneto sta in mezzo tra il polìtes  (cittadino) e lo xénos (straniero), che sono le due uniche forme del rapporto tra persona e città (Stato) che il mondo antico conosceva. Mentre il cittadino è nato in una città e vi appartiene, riconoscendo in essa l’origine e il fine della propria attività e dei propri valori (si pensi a Socrate); mentre lo straniero si sente estraneo ad una città che non è sua e non partecipa alla vita cittadina, il pàroikos o “domiciliato temporaneo” (come Abramo in Egitto in Deut. 26,5: o come Mosè nel paese di Madian, in Es 2,22) non appartiene alla città (al mondo), da cui non proviene, ma, chiamato dalla sorte a vivere in una città del mondo, cerca di partecipare al miglioramento delle sue sorti, pur capendo di non poter mai identificarsi con essa né di raggiungere nella storia la coincidenza tra Città-mondo e Regno di Dio. È un concetto nuovo per il mondo antico, che infrange l’idea dello Stato etico, cioè dello Stato che determina totalmente la vita del cittadino e ne detta le norme. Il pàroikos accetta sì il mondo e la sua città, e vi si inserisce, ma porta dentro di sé sempre una “riserva” (sì… ma..) che gli proviene dalla sua appartenenza ad un altro Regno che sta prima e oltre lo Stato e che però non è visibile, e al quale però il mondo e la città appartengono per natura e tendono per destinazione; e perciò funziona da ideale trascendente e utopico per la costruzione dello Stato visibile. Sempre la cittadinanza mondana sarà rispondente in maniera imperfetta alle leggi del Regno. Si manifesta, insomma, nei Cristiani la tensione tra il loro “essere nel mondo” e il loro “non essere di questo mondo”, tensione drammatica e non semplificabile se non a prezzo –come vedremo- di un tradimento.

“Si sposano come tutti e mettono al mondo figli, ma non espongono  loro nati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto” (V,6-7). Insomma: le leggi usuali del mondo sono accettate, ma vissute con nuovo atteggiamento; usano il mondo (e questo è stigma della intrinseca “laicità”), ma non lo usano come tutti. A differenza degli gnostici continenti che disprezzano la materia (corpo compreso) e se ne astengono, perché la materia non costituisce il vero uomo, i Cristiani fanno uso della materia e considerano il valore antropologico buono della corporeità, sesso compreso. A differenza degli gnostici libertini che, partendo dalla medesima idea che la materia non costituisce la vera essenza dell’uomo, ne abusano a loro arbitrio, i Cristiani ritengono che la corporeità sia pienamente umana e che attraverso essa si giochi inevitabilmente la loro testimonianza storica. La loro spiritualità consiste piuttosto nell’affrancare le regole della corporeità dalla limitazione dell’egoismo e del sessismo, e perciò ritengono la donazione superiore alla fruizione e il corpo superiore al cibo e al sesso.

“Essi sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo”  (V,8-9). La loro appartenenza alla carne è un dato di natura (il verbo è tugchano), ma la vita che scelgono (il verbo è zoo) segue le regole del Regno. Perciò ne consegue che i Cristiani sono destinati a subire sempre il mondo: “obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita operano il superamento delle leggi” (V,10). Il verbo che indica obbedire è “peithomai”, che indica anche una certa dose di adesione, non solo un’accettazione passiva (hypakouoo), ma comunque l’avversativa successiva (“ma sono cittadini del cielo”) dice che l’obbedienza alle leggi stabilite è sempre una paziente accettazione di distanza; a cui si aggiunge il compito perenne e mai esaurito di avanzamento della legge, perché le leggi della città sono e saranno sempre imperfette rispetto alle leggi della cittadinanza vera dei Cristiani, cioè alle leggi del Regno. Sicché, per certi versi, il compito politico fa sempre i conti, nel tempo del mondo, con la mancanza di perfezione. Ma non c’è l’abbandono del mondo (della città) a se stesso e alla sua imperfezione costitutiva dopo il peccato, né la conseguente fuga in zone di vita e di comportamento estranee, ma il tentativo di coordinare sempre l’accettazione della legge imperfetta con le possibilità di avanzamento. Tale progresso in primo luogo si declina nella testimonianza, che fa vedere che è veramente sempre possibile fare avanzare la legislazione della città verso traguardi di maggiore perfezione. Non ritrarsi quindi, ma stare dentro i processi mondani, assumendo la responsabilità della loro imperfezione, e sanarli sempre più: l’azione è ostensiva (mostrare i propri valori) e pedagogica nello stesso tempo (cercare di migliorare il più possibile, gradualmente, l’ethos della città).

Questa loro attività di assunzione-sanazione comporta inevitabilmente una dose perenne di riprovazione sociale, sicché è costitutivo del Cristiano essere accerchiato dal mondo: “Amano tutti, eppure da tutti sono perseguitati. Non li si conosce, eppure li si condanna; sono uccisi, eppure li si fa vivere. Sono poveri, eppure rendono ricchi molti; sono privi di tutto, eppure di tutto abbondano. Sono disprezzati, eppure nel disprezzo trovano gloria. Sono bestemmiati, eppure ne escono giustificati. Sono offesi, eppure benedicono. Si usa loro violenza, eppure essi tributano rispetto. Fanno il bene, eppure sono puniti come malvagi. Sono puniti, eppure si rallegrano come se ricevessero vita” (V,11-16). La riprovazione è prezzo sacrificale che la logica dell’amore oblativo (l’amore che dà, senza chiedere restituzione) paga alla logica del mondo, e però la riprovazione non è vissuta angosciosamente come sindrome da accerchiamento, ma come occasione di testimoniare serenamente la vittoria sull’egoismo, che produce salvezza e vitalità fuori e dentro la storia. I tentativi di emarginazioni sono occasioni non di rimostranze o di autocommiserazione o di separazione, ma di vita piena e di ricerca di partecipazione solidale. Alla logica del mondo rispondono con la logica del Regno, che migliora il mondo, tanto che in essi nel mondo, pur così perseguitati come sono, si percepiscono perfino come ricchi.

La conclusione sintetica di tale positura è che “ciò che l’anima è nel corpo, questo i Cristiani sono nel mondo” (VI,1). Così il testo greco, che la Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” ha recepito alla fine del cap.4 sui Laici, con una variante di non poco conto: “ciò che l’anima è nel corpo, questo siano i Cristiani nel mondo” (n.38). Il testo dell’a Diogneto toglie però spazio a qualsiasi interpretazione moralistica, perché presenta una constatazione ontologica: i Cristiani, solo per il fatto di esistere in quanto cristiani, sono anima del mondo, cioè sono elemento di contrasto e di convergenza vitale del mondo. Sicché, da un lato il mondo, come corpo, permette ai Cristiani-anima di rendere manifesto il valore della loro azione informatrice, che sul mondo e tramite il mondo esercitano, mentre i Cristiani-anima costituiscono il sostegno del mondo-corpo. Sostegno che –come già diceva Lazzati3- “non è da intendere  solo in senso morale, volto a mettere in luce l’esempio che essi danno sul piano morale, l’apporto della loro preghiera, ma ben di più”: anche per questo il loro ruolo è espresso all’indicativo: essi sono anima, non  siano anima. E nel paragone dei Cristiani con l’anima “non vuole dire il testo […] che il rapporto vitale [tra cristiani e mondo] è vitale nella misura in cui si affida più alla potenza dello Spirito che alla fiducia in legami giuridici o alla tentazione del potere?”4

Il Cristiano-anima è altro dal mondo-corpo, e però congiunto, anzi disseminato (VI,2) in tutto il mondo. L’atteggiamento religioso dei Cristiani risulta invisibile se non si manifesta tramite il mondo-corpo, che li tiene altresì prigionieri (VI,4). Il rapporto dialettico, che qui si sviluppa, afferma che il mondo-corpo imprigiona, cioè limita e condiziona lo sviluppo del Cristiano, eppure il mondo-corpo permette ai Cristiani-anima di situarsi e di manifestarsi perché “li si riconosce presenti nel mondo, ma il loro religioso atteggiamento resta invisibile” (VI,4). Perciò il Cristiano, come l’anima, resta rinchiuso nel mondo come in un luogo ineludibile per la sua sussistenza e manifestazione. Come affermava il grande storico del cristianesimo antico H.I. Marrou, il mondo “non è quindi solo luogo di falsi valori, ma anche strumento a servizio dell’acquisizione dei veri” e non permette all’anima di svaporare in uno spiritualismo indistinto, cioè a evadere dai suoi compiti storici. E però, pur essendo in qualche modo prigioniero, il Cristiano-anima “tiene insieme” (sunevcei), cioè dà sostanza vera al mondo (VI,7) e così sana la guerra che contrappone sempre anima e corpo (VI,5). Non è quindi il mondo che dà senso al Cristiano, ma viceversa. E la differenza interna a quel rapporto si manifesta in un duplice e contrapposto stile: all’odio del mondo il Cristiano risponde con l’amore, proprio con l’amore oblativo dell’agape (VI,6): solo con l’amore per il mondo il Cristiano diventa nello stesso tempo coscienza critica e sostegno del mondo.

Il concetto di Cristiano-anima del mondo dice quindi la specifica sobrietà visibile del Cristiano e l’importanza intrinseca del suo ruolo. Un atteggiamento religioso sovraccarico di visibilità rende l’anima prigioniera della materia mondana e tradisce la sua funzione di preservazione dei valori mondani, che essa viene a salare col sale evangelico e a sottrarre alla corruzione a cui sono fatalmente soggetti se vengono lasciati in mano al mondo. Il pensiero è chiarito dal vicino Clemente di Alessandria quando afferma: “Finché dura il loro [scil. dei Cristiani] seme, tutte le cose si mantengono (sunevcetai), e quando quel seme sarà raccolto, tutto sarà dissolto”5. E altrettanto Origene: “Gli uomini di Dio sono il sale che conserva il mondo e le cose resteranno fintantoché il sale non si snatura”6. E Basilio nel sec.IV, commentando l’espressione “tenda di Dio” di Sal 14,1 sulla linea dell’a Diogneto affermerà: “Tenda di Dio è la carne che Dio ha dato come abitazione all’anima dell’uomo. Chi guarderà a questa carne come se gli fosse straniera? Come i domiciliati temporanei (pavroikoi) che hanno preso in affitto una terra straniera, coltivano quel territorio secondo la volontà del locatore, così anche a noi è affidata, secondo contratto, la cura della carne, di modo che, lavorandoci attorno convenientemente, la rendiamo fruttifera a chi ce l’ha data. Allora essa diventa realmente ‘tenda di Dio’7.

Il posto nel mondo è assegnato da Dio con una consegna di tipo militare: “Dio ha assegnato loro un posto tanto importante che non è lecito ad essi disertarlo” (VI,10). Il senso di questa diserzione è stato bene interpretato dal Lazzati, quando affermava: “l’abbandono [del posto] potrebbe verificarsi o nel ricadere in una posizione mondana in nome di una malintesa legge di incarnazione o nell’isolarsi in un angelismo infecondo in nome di una malintesa legge di trascendenza”[8]. Né fuga né appiattimento quindi, ma una presenza che, mediante l’amore per il mondo, testimonia che un’altra legge deve e può governarlo. È una legge che proviene non da un culto, ma da una responsabilità di amore che investe le cose, anche se questa responsabilità di amore proviene da un originario sacrificio sanante e ne è, per così dire, il prolungamento storico. L’a Diogneto  non configura una evangelizzazione primariamente per annuncio, ma, direi, per sanazione ontologica ed esistenziale, che è resa però possibile da Chi ha giustificato i Cristiani e li ha resi idonei a tale compito. L’anonimo autore non ignora infatti che i valori mondani sono radicalmente salvati attraverso la salvezza portata da Cristo.

A questo punto sembra che l’originalità dell’ a Diogneto  diminuisca. Essa infatti, forse con la complicità di una lacuna del testo (dopo VII,6), assume i toni delle usuali apologie, esprimendo la dottrina del Dio dei Cristiani. E però anche qui l’influsso della parte centrale si prolunga e rende pregevole il normale proseguimento. Per togliere qualsiasi sospetto che quel comportamento cristiano apparentemente così uguale a quello degli altri uomini sconfini nel naturalismo e riduca il Cristianesimo ad una etica, per quanto nobile, ecco che la dottrina cristiana è riportata alle fonti della rivelazione divina: essa è stata portata nel mondo dal Figlio di Dio, inviato dal Padre a salvarci. Ne risulta che quella normalità di comportamento del Cristiano in mezzo agli uomini è in realtà frutto di un evento religioso, non  di una dottrina filosofica. E di un evento religioso che deriva dalla sapienza divina, non da una scoperta umana (VII,1).

Che se la loro religione fosse stata solo umana, i Cristiani non si sarebbero sognati di tenerne nascosto l’alto valore misterioso con la loro disciplina dell’arcano, esprimendolo solo nel comportamento, ma avrebbero inventato una religione ricca di visibilità, a loro uso e vantaggio: una delle tante religioni particolari del mondo antico, che sono create dagli uomini che sfruttano la religione a fini di compattamento sociale e di identificazione. La religione cristiana proviene direttamente da Dio onnipotente che invia sulla terra il Verbo santo, il Figlio, a rivelarla (VII,2), ma non nella visibilità esteriore ad insinuare potenza e dominio: “Forse che [il Figlio] è venuto per dominare, per atterrire, per sbigottire?” (VII,3). La natura paradossale del comportamento dei Cristiani è connessa a questa origine, cioè alla paradossalità del modo in cui quella dottrina eccelsa è venuta nel mondo, senza tante mediazioni che la mostrassero maestosamente lontana, senza le deboli manifestazioni del comportamento affidato alla vita dei Cristiani.

Il modo dell’annuncio mostra la religione cristiana non come un atto autoritario di un monarca, ma come un gesto di umile di bontà e di dolcezza (VII,4), che, salvando, cerca la persuasione. Per questo il Figlio la rimette nella mani degli uomini nuda e affida il senso della sua trascendenza ai gesti testimoniali di uomini che accettano per essa perfino il martirio: che, insomma, non vincono col potere, ma dominano nella soggezione. E “queste cose non sembrano proprio opere di uomo. Queste cose sono potenza di Dio; queste cose sono prova visibile della sua presenza” (VII,9). La trascendenza più alta dà ragione di un atteggiamento incarnazionistico paradossale e, in altri termini, la paradossialità del comportamento dei Cristiani (perdono ma vincono) è segno della paradossalità della loro dottrina che subisce le regole del mondo per vincerle.

            Di fronte a questo legame tra dottrina divina e vita dei Cristiani l’a Diogneto si pone il problema di come era presente Dio prima della venuta del Figlio e prima della testimonianza dei Cristiani (VIII,1). Prima della sua rivelazione  “nessun uomo lo vide o lo conobbe (VIII,5)”, cioè la natura del divino non è materiale e visibile (come volevano i filosofi: VIII,2-4), cosa che giustificherebbe una religiosità visibile e cosificata. Essa “si rivelò per mezzo della fede a cui sola è concesso di vedere Dio” (VIII,6): la sobrietà sacrale del rito cristiano appartiene alla natura del Dio dei Cristiani che vuole fede e non sacrifici. Sulla sua linea anche i Cristiani cercano adesione per via di credibilità.

Ma la storia precristiana -e, possiamo dire, anche la storia successiva esterna al fatto cristiano- non è assenza di Dio, ma rientra in un piano di “magnanimità”, cioè di paziente “animo lungo” (VIII,7). È l’attesa che l’uomo trasferisca il suo centro di interesse da sé a Dio. Dio non è stato (non è) buono solo quando è venuto a rivelarsi, ma anche prima e dopo: “Lui è sempre stato così e lo è e lo sarà: amorevole, buono, dolce, veritiero; Lui solo è buono” (VIII,8). Anche nel silenzio del ritardo e nell’apparente assenza (VIII,10), in realtà Egli pensava a noi, fin dall’inizio (VIII,11).

La subdola domanda rivolta ai Cristiani: “Perché il vostro Dio è venuto così tardi?”, che è la domanda perenne, espressa in sempre nuovi contesti: ‘Perché il vostro Dio stenta ad imporsi ai falsi idoli?’, trova una risposta che è anche lezione per i discepoli: Dio, pur onnipotente, ha tardato e tarda, tollerando la resistenza dell’uomo, perché ha voluto che l’uomo sperimentasse la vanità delle sue opere di auto-salvazione e che accettasse alla fine che la salvezza “diventasse possibile per la potenza di Dio” (IX,1): “E dopo che era giunta al culmine la nostra ingiustizia e era stato compiutamente rivelato che castigo e morte erano la ricompensa che l’attendeva, allora venne il momento che Dio prestabilì a rivelare alfine la Sua bontà e potenza”, mediante l’offerta del Figlio in riscatto per noi  (IX,2). È una visione che potremmo definire pessimistica della storia che si muove prima e fuori di Cristo. Essa contrasta infatti con la più ottimistica visione (di Ireneo, Clemente, Origene) secondo la quale il piano di Dio implica un miglioramento progressivo fino alla pienezza dei tempi. L’a Diogneto si fa invece interprete della coscienza di uno scacco della storia mondana, la quale doveva prendere coscienza della necessità di un suo abbandono a Dio per ricevere salvezza. E però il giudizio deve essere più complesso. Infatti, dentro questo quadro, resta immutabile l’atteggiamento di bontà di Dio, perché anche la ricerca deviante e torbida dell’uomo rientra in un Suo piano ed è riscattata dalla “magnanima pazienza”: “nel tempo precedente egli ci ha dimostrato l’impossibilità della nostra natura di ottenere la vita, mentre ora ci ha indicato che il Salvatore è in grado di salvare anche la stessa impossibilità. In entrambi gli atteggiamenti egli volle che noi avessimo fede nella sua bontà” (IX,6).

L’atteggiamento divino sopporta le debolezze etiche nella fiducia che queste non potranno non sfociare alla fine, quasi per sfinimento, nelle braccia di Dio: e l’uomo deve essere reso consapevole dell’inefficacia dei vitelli d’oro che si è creato.  Potrebbe sembrare che questo pessimismo sconfini con una specie di quietismo e che contrasti con la visione di una salvazione del mondo operata dai Cristiani grazie alla loro testimonianza intrinsecamente mescolata alla vita degli altri. E invece, a ben vedere, a guidare la storia e la conversione è sempre lo stesso atteggiamento di paziente attesa che pervade sia la storia precristiana sia la storia perenne extracristiana dopo la venuta di Cristo: atteggiamento di Dio e atteggiamento che deve guidare il comportamento dei Cristiani sono i medesimi. Dio sa attendere, e così anche il discepolo non deve essere invaso da una frenesia di interventismo, quasi che sia più impaziente di Dio.

Due sono gli atteggiamenti divini –delle Persone divine- che il discepolo deve, entrambi, imitare nell’oggi eterno (XI,5) dell’economia di salvezza, che ha quindi le stesse movenze, prima, durante e dopo la venuta di Cristo: l’attesa magnanima e la partecipazione salvifica. Con l’attesa paziente il discepolo rispetta e imita l’eterno piano nascosto nel seno del Padre: “amando, sarai imitatore della sua bontà; e non stupirti che un uomo possa essere imitatore di Dio: lo può perché Dio lo vuole” (X,4). Con la partecipazione il credente imita l’opera del Figlio: “L’uomo che prende su di sé il peso del prossimo, l’uomo che vuole beneficare un suo simile più svantaggiato nel campo in cui gli è superiore, l’uomo che elargisce quei beni, che ha avuto in dono da Dio, a chi ne ha bisogno e così diventa Dio per chi li riceve, questi è imitatore di Dio” (X,6). Con la paziente attesa, rispettando i meccanismi dell’umana maturazione, il credente accetta l’imperfezione perenne della storia e con la sua opera sanante, che non prescinde da quella magnanimità, collabora a portarla al fine già qui ora: “Allora, pur vivendo sulla terra, contemplerai la città di Dio che sta nei cieli” (X,7).

A questo punto, e solo a questo punto (dopo una indefinibile, ma probabilmente estesa, lacuna del testo), l’a Diogneto introduce la Chiesa, dopo avere insistito a lungo sul rapporto dell’anima con Dio e del Cristiano col mondo. La Chiesa è il luogo in cui si manifesta oggi l’opera eterna del Verbo. Anche chi non ha vissuto l’incontro storico con il Verbo, può rivivere in sé il percorso dell’economia di salvezza dentro la Chiesa. In essa l’insegnamento ricevuto dai primi discepoli si continua: “per opera [del Verbo] la Chiesa diventa ricca e la grazia espandendosi aumenta nei santi, arrecando intelletto, rivelando misteri, annunciando eventi, esultando nei fedeli” (XI,5)”. Nel presente storico della Chiesa (oggi) il Figlio è veramente riconosciuto nel momento in cui è generato nei cuori dei fedeli dalla grazia del battesimo[9]. Si può dire che nella Chiesa il piano eterno ed immutabile di Dio è non solo oggettivamente prolungato nell’oggi da parte della testimonianza del fedele, ma che, grazie alla Chiesa, è sempre più pienamente percepito: “Se non rattristerai questa grazia tramite il peccato di egoismo e di malvagità, sconfitto dall’amore vicendevole che rende imitatori, verrai a conoscenza di ciò che il Verbo narra, dei tramiti della sua volontà, dei tempi della sua volontà” (XI,7). La Chiesa, insomma, permette di cogliere pienamente in ogni tempo, non solo nel momento privilegiato dell’apparizione storica del rivelatore, il piano segreto di Dio che il Cristiano già di per sé, nel suo legame con Dio, realizza. Grazie alla Chiesa, dove si colloca l’oggi del Verbo, le tappe storiche della salvezza (XI,6) diventano simboli della crescita spirituale dell’anima e sono in questa riconosciute. Sembra che la Chiesa conferisca al Cristiano, che realizza già con la sua presenza il regno di Dio nel mondo, anche la consapevolezza dello sviluppo progressivo di quel piano  e della sua inserzione in esso: l’ontologico cristiano si unisce al gnoseologico, il quale ultimo dà ragione le ragioni dense della specificità alla testimonianza paradossale indifferenziata. Nella Chiesa, insomma, il cristiano trova il luogo della sua cittadinanza celeste nella terra e qui trova adunata le ragioni ultime del suo comportamento, che sono quelle d’una evangelizzazione esplicitata e non solo testimoniata. Quelle ragioni che egli non può declinare apertamente nel momento dell’agire nel mondo, se vuole che la città del mondo le comprenda e le accetti nel loro aspetto sanante.

Il capitolo finale è incentrato tutto sulla “conoscenza” (il termine “gnosis” torna più di dieci volte) e sull’albero della conoscenza. Non si tratta  però della gnosi intellettualistica che separa i fedeli in base alle doti d’intelligenza e che sostituisce il primato della fede nella salvezza. È bensì una fede fatta più matura dalla percezione dei misteriosi meccanismi della salvezza e dalla partecipata imitazione di essi. L’albero della conoscenza è infatti coetaneo dell’albero della vita: “non c’è vita senza conoscenza né conoscenza sicura senza vita vera; perciò i due alberi sono stati piantati l’uno accanto all’altro” (XII,4). La pienezza cristiana si dà “quando la salvezza si mostra e gli apostoli sono resi sapienti e la Pasqua del Signore si avvicina e gli eventi salvifici si condensano e il Verbo entra in accordo col mondo e si rallegra nel farsi maestro ai santi” (XII,9). La salvezza si mostra in Cristo (è la rivelazione) e nella Chiesa (sono i sacramenti della Pasqua): nell’oggi i due eventi sono simultanei e perciò conoscenza e vita si baciano, e la manifestazione è percepita dalla conoscenza e questa conoscenza è resa sicura dalla vera vita. Sicché non si dà traduzione vitale piena del messaggio senza riferimento a Chi solo dà senso a quel messaggio e norma alla sua traduzione nel mondo, e, d’altra parte, si evita una confessione esplicita che, quasi “cembalo squillante”, non si traduca nel comportamento ad essa adeguato.

Così l’a Diogneto diventa alla fine un’opera spirituale compiuta dove le ragioni della distinzione tra essere nel mondo e non essere del mondo trovano sintesi nell’appartenenza del fedele alla Chiesa, che compendia i misteri della testimonianza e della conoscenza, della compartecipazione e della identità. In questa trova alimento e riposo, alla fine ma anche nel tempo del “frattanto”, il fedele che è chiamato a trasmettere il messaggio di Cristo nel mondo in una forma che gli richiede una notevole fatica di adattamento e un grave dispendio di energie, perché è a continuo confronto con le sempre diverse capacità di accoglimento del mondo e con le sempre uguali esigenze del Regno.

Luigi F. Pizzolato
Ordinario di Letteratura cristiana antica
Preside della Facoltà di Lettere e Filosofiadell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

1 Perché in realtà non è una “epistola”, ma un piccolo discorso (lógos alla greca o sermo alla latina).

2 E. Franceschini, Come tante volte vi ho detto. Orientamenti di vita spirituale [a cura di G. Giamba], Edizioni O.R., Milano 1985, p.213.

3 G. Lazzati, I cristiani «anima del mondo» secondo un documento del II secolo, in I primi cristiani, la politica e lo stato, in «Vita e Pensiero», 54 (1972), p.68.

4 Così G. Lazzati nel discorso di ringraziamento tenuto nella giornata di presentazione degli studi a lui offerti (Paradoxos politeia) il 22 gennaio 1980.

5 Quis dives, 36,3.

6 Contra Celsum, VIII,70.

7 Basilio, Hom. in Ps. XIV, 1.

8 G. Lazzati, I cristiani «anima del mondo»…, p.68.

9 H. I. Marrou, in A Diognète (“Sources Chrétiennes”, ), p.231.

“Fare di Cristo il cuore del mondo”
Riflessione Canonica sugli Istituti Secolari

“Fare di Cristo il cuore del mondo”…. Queste parole tratte dal breviario italiano1 sembrano essere consone con la vocazione degli Istituti Secolari. Nel ritornare alla Provida mater2 nel suo 60° anniversario, nel tornare a riflettere su Primo feliciter3 e nel rivedere il magisterio successivo, troveremo questo tipo di tema che identifica una vocazione distinta nella Chiesa – portare Cristo nel cuore del mondo, fare di Cristo il cuore del mondo.

Uno sguardo sulla storia

Questa riflessione è chiamata canonica, e lo sarà ampiamente. Ma nella Chiesa la legge deve essere basata sulla dottrina. Tenterò di dimostrare come i canoni forniscono l’inquadramento necessario per vivere la vocazione della consacrazione secolare, o secolarità consacrata, secondo la dottrina che si è sviluppata e si è arricchita durante più di 60 anni.

Una fondamentale apologia teologica o dottrinale per gli Istituti Secolari è stata espressa nel cosiddetto Pro Memoria4 del l939, a lungo associato con i nomi di Gemelli e Dossetti. Se ne può sentire l’eco nella Provida mater e ancora di più nel Primo feliciter. Infatti, questa eco si sente ancora nei canoni del Codice del l983.

La decisione di Pio XII di riconoscere gli Istituti Secolari come un nuovo modo di vivere lo stato di perfezione e di dare loro la propria legislazione ecclesiale, la Lex Peculiaris, ha rappresentato un passo coraggioso per la sua epoca. Infatti, alcuni problemi di quel tempo sussistono tuttora, in una forma o in un’altra. La frase del Pro Memoria, “quoad substantiam religiosa” intendeva asserire la consacrazione totale dei membri degli Istituti Secolari, ma offuscava la chiara identificazione degli Istituti in quanto secolari ma non religiosi.

Nello stesso modo, nei decenni che seguirono la Provida mater, vari autori hanno dibattuto sulla questione di sapere se era possibile, per i membri laici degli Istituti Secolari, rimanere veramente laici. Il ruolo dei laici nella Chiesa si stava sviluppando, ma non ancora al punto di essere esplicitato nel Concilio Vaticano II e nel Sinodo successivo dedicato ai laici.

L’evoluzione dottrinale prima del Codice

E’ noto che il Concilio Vaticano II ha detto poche cose esplicite sugli Istituti Secolari.5  Gli Atti del Concilio fanno menzione dell’aggiunta in extremis alla Perfectae caritatis 11, la quale recita chiaramente che gli Istituti Secolari non sono religiosi:  “Gli Istituti Secolari, pur non essendo istituti religiosi, tuttavia comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel mondo, riconosciuta come tale dalla Chiesa” 6Precedentemente, la frase ambigua “quoad substantiam vere religiosa” era stata rimossa dal testo7.

Lo sviluppo più significativo dell’espressione dottrinale riguardante gli Istituti Secolari prima della nuova legislazione del codice del 1983 si verifica sicuramente nell’insegnamento di Paolo VI. Le sue parole, specie vista l’assenza di un insegnamento esplicito del Concilio, dovrebbero costituire una base importante per l’interpretazione e l’applicazione delle norme canoniche.

Nel rivolgersi al Congresso internazionale degli Istituti Secolari svoltosi nel l970, Paolo VI basò le sue parole sul concetto della chiamata e della risposta vocazionale, radicate nella vocazione fondamentale del battesimo. Parlando della risposta totale dei membri, disse “Voi avete deciso di rimanere secolari, ossia “nella forma a tutti comune nella vita temporale”.  Questa decisione implica una duplice opera che richiede vigilanza e una grande forza interiore. Siete chiamati alla santificazione personale e alla consecratio mundi8.

Nello stesso discorso, Paolo VI parlò della relazione dei membri degli Istituti Secolari con la Chiesa:  “… Voi appartenete alla Chiesa a titolo speciale, il vostro titolo di consacrati secolari. …Siete laici, che della loro professione cristiana fanno un’energia costruttrice, disposta a sostenere la missione e le strutture della Chiesa…”.9

Nel l972, in occasione del 25 anniversario della PM, Paolo VI si rivolse di nuovo ai membri degli Istituti Secolari riguardo alla loro relazione particolare con la Chiesa. Nel citare l’appello del Concilio alla Chiesa di essere il fermento e “l’anima” del mondo (GS, 40), il Santo Padre sottolineò la coincidenza profonda e provvidenziale esistente tra il carisma degli Istituti Secolari e l’auspicata  presenza della Chiesa nel mondo.[1] Gli Istituti Secolari, proseguì, “in virtù del loro carisma di secolarità consacrata (PC 11) appaiono come provvidi strumenti” con i quali la nuova relazione della Chiesa con il mondo può essere trasmessa.[2]

Nello stesso anno, Paolo VI disse ancora: la vostra è una secolarità consacrata; siete dei secolari consacrati.[3] Lo vedeva come una radicalizzazione della consacrazione battesimale, intrapresa per rispondere agli inviti dello Spirito Santo alla vocazione.[4]  Infine, nel rivolgersi ai Responsabili Generali nel l976, Paolo VI ritornò sul ruolo che gli Istituti Secolari possono svolgere, illustrando il modo in cui la Chiesa è presente nel mondo. Se rimangono fedeli alla la loro vocazione propria, disse, “gli Istituti Secolari diverranno quasi il ‘laboratorio sperimentale’ nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo.”[5]

Gli insegnamenti conciliari sul ruolo dei laici nella missione della Chiesa in virtù del battesimo e sulla nuova visione del ruolo della Chiesa nel mondo hanno anche delineato una migliore comprensione degli Istituti Secolari. Questo sviluppo dottrinale ha influito sui canoni scritti per sostituire la Lex peculiaris del l947.

Il lavoro preliminare del coetus

Anche il coetus o gruppo di lavoro incaricato di rivedere i canoni del 1917 sulla vita religiosa ha dovuto tener conto di questa evoluzione. Sin dall’inizio, nel l966, i redattori erano consapevoli che gli Istituti Secolari erano inclusi nella loro sezione della legge, ma è apparsa in seguito una maggiore consapevolezza delle implicazioni. Fino al l968, il coetus e la sua sezione della legge erano noti come De Religiosis, titolo che figurava nel codice del 1917.[6]

Mentre la Lumen gentium rifletteva una nozione che andava oltre a quella “religiosa” nel descrivere la vita consacrata attraverso la professione dei consigli evangelici, con l’uso di voti o altri vincoli sacri, solo il termine “religioso” era utilizzato (LG 44). I redattori della legge videro che la Perfectae caritatis aveva fatto un passo avanti al riguardo, facendo esplicitamente riferimento al carattere specifico degli Istituti Secolari nel n. 1, e distinguendoli deliberatamente come non religiosi nel n. 11. Al fine di rimuovere qualsiasi equivoco, il nome generico del coetus e della sua sezione della legge fu mutato in “Istituti di Perfezione” (De Institutis Perfectionis).[7]  Il termine non era né nuovo né sconosciuto agli Istituti Secolari. La Provida mater identificò il fattore fondamentale che distingueva i nuovi Istituti Secolari dalle altre associazioni di fedeli come una “vita di autentica perfezione”( PM n. 12).

Questo titolo rimase fino al l974, ma non era considerato soddisfacente. Vi era sempre più la consapevolezza che la vecchia terminologia era superata riguardo ai nuovi istituti. Mentre si discuteva sui nuovi titoli, ci si impegnò a cercare di evitare tutti i termini strettamente religiosi nelle norme generali, sostituendoli con termini più generici, applicabili agli istituti sia religiosi che secolari. A questo punto, il titolo del coetus e della sua sezione della legge diventò “Istituti di vita consacrata attraverso la professione dei consigli evangelici” (De Institutis vitae consecratae per professionem consiliorum evangelicorum).[8]    Era il titolo della bozza del l977 che fu ampiamente diffusa per consultazione. In quella bozza, i primi 88 canoni erano comuni a tutti gli istituti di vita consacrata, mentre gli ultimi quattro (nn. 123-126) erano specifici agli Istituti Secolari. Mentre l’intento della PM era stato quello di distinguere gli Istituti Secolari dalle associazioni di fedeli, il compito in corso nell’elaborazione del Codice era quello di identificare in modo adeguato due forme distinte di vita consacrata, quella religiosa e quella secolare.

Dopo le consultazioni, l’intera bozza sulla vita consacrata fu rielaborata in modo significativo. Il titolo finale della sezione che includeva gli Istituti Secolari fu accorciato in “Istituti di vita consacrata,” (De Institutis vitae consecratae), nell’ulteriore sforzo di giungere alla massima chiarezza possibile.[9]

Nel frattempo, il nome del Dicastero responsabile di questi Istituti aveva subito cambiamenti paralleli. La Provida mater (II, 2, 2°) aveva collocato gli Istituti Secolari nell’ambito della Sacra Congregazione per i Religiosi, a motivo della loro consacrazione. Nel 1967, dopo il Concilio, con la Costituzione Apostolica di Paolo VI,  Regimini Ecclesiae Universae , il Dicastero diventò “Congregazione per i Religiosi e per gli Istituti Secolari.” In seguito, nel 1987, dopo il Codice del l983, con la Costituzione Apostolica di Giovanni Paolo II, Pastor Bonus, il Dicastero prese il nome che conserva tuttora “Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Le Società di Vita Apostolica rientrano tuttora nella sua competenza, ma nel Codice non sono più state identificate come istituti di vita consacrata.

Una volta ultimata, la sezione pertinente del Codice contiene norme che sono comuni agli Istituti Religiosi e agli Istituti Secolari (cc. 573-606) e una sezione distinta per ogni tipo. Le norme comuni, insieme con i principi teologici, sostituiscono le norme contenute nella Provida Mater ( V-VIII) per questioni come l’erezione degli istituti e l’approvazione delle loro costituzioni o statuti.

Identità specifica

Gli Istituti Secolari sono specificamente trattati nei canoni 710-730. Il numero ridotto delle norme comuni a tutti gli istituti di vita consacrata, da 88 a 34 è dovuto alla difficoltà di usare un linguaggio neutrale che si possa adattare agli Istituti sia Religiosi che Secolari. Il maggior numero di canoni dedicati agli Istituti Secolari, da 4 a 31, ha consentito di dettare norme più rispettose della loro identità specifica.

Solo alcuni di questi canoni, che sembrano più significativi per l’identità dottrinale e giuridica degli Istituti e del loro sviluppo futuro nella Chiesa, saranno esaminati qui.

Il canone 710 introduce la sezione:
L’istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli,
vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano
per la santificazione del mondo soprattutto operando all’interno di esso.

Una vita consacrata vissuta nel mondo … per santificarlo dall’interno. Il Pro Memoria aveva insistito sul fatto che la vita consacrata nei nuovi istituti fosse sostanzialmente religiosa (secundum rei substantiam), ma vissuta nel mondo. Con la Provida mater, la premessa che la vita consacrata potesse essere vissuta, in un modo nuovo, nel mondo, è stata accettata dalla Chiesa e considerata una vita di perfezione. Questo distingueva gli Istituti Secolari da altre associazioni di fedeli. La Lex Peculiaris aveva dato i criteri per il riconoscimento in quanto Istituto Secolare: la professione davanti a Dio della castità del celibato, e un voto o promessa di obbedienza e di povertà, una durevole incorporazione reciproca e totale nell’Istituto, e nessun obbligo di vita comune(LP III).

Il primo canone deve essere letto insieme al canone 573 che introduce le norme comuni e offre un’espressione teologica più completa, applicabile a tutti gli istituti di vita consacrata. La sua sensibilità nei confronti degli Istituti Secolari si rivela nell’uso del termine “istituti” piuttosto che di termini quali ordine o congregazione, a lungo associati con i religiosi; la professione dei consigli evangelici avviene attraverso il voto “o altri vincoli sacri”; e questo canone introduttivo non impone la vita comune, caratteristica dei religiosi.

Il canone 712 stabilisce che le costituzioni di ciascun Istituto Secolare determinino il tipo di vincoli sacri da usare e definiscano gli obblighi da essi derivanti. Si fa riferimeno alle norme comuni, cc. 598-601, che forniscono il contenuto essenziale di ogni consiglio da specificare poi nelle costituzioni. La consapevolezza degli Istituti Secolari è chiaramente evidente nel canone 600 sulla povertà evangelica, che evita ogni riferimento alla comunità dei beni. Particolarmente importante nel canone 712 è la precisazione che le definizioni contenute nelle costituzioni debbano sempre preservare “la secolarità propria dell’istituto.”

La disposizione finale del canone 710, sulla santificazione del mondo all’interno di esso, è frutto di un ulteriore sviluppo del pensiero. Nella Provida mater, un forte accento era stato posto sulla consacrazione della vita consentendo un apostolato più libero e più completo ( PM 9, LP I) o un apostolato in grado di raggiungere ambiti ai quali i religiosi non hanno accesso. Tuttavia, veniva data un’indicazione sul concetto di un’attività di fermento:

Questi Istituti [...] gioveranno [...] per rinnovare cristianamente
le famiglie, le professioni e la società civile, con il contatto intimo
e quotidiano di una vita perfettamente e totalmente consacrata
alla perfezione...[…].  (PM 10)

E’ tuttavia in Primo feliciter che la natura secolare degli istituti e l’impatto di questa natura sul concetto di apostolato sono stati più chiaramente evidenziati. In quel documento, Pio XII ha insistito sul fatto che il carattere secolare dell’istituto deve essere “sempre e in tutto messo in evidenza” e che l’intera vita dei soci degli Istituti Secolari deve convertirsi in apostolato. Anche qui c’è un’affermazione che continua ad echeggiare nei canoni:

Questo apostolato degl'Istituti Secolari, non solo si deve esercitare fedelmente nel mondo, ma per così dire con i mezzi del mondo, e perciò deve avvalersi delle professioni, gli esercizi, le forme, i luoghi e le circostanze rispondenti a questa condizione di secolari. (PF II)

Nel suo commento del l988, Beyer esprime il suo rammarico sulla mancanza di un canone di sintesi dottrinale parallelo al canone 607 per gli istituti religiosi.[10] Tuttavia, il canone 710 ricapitola brevemente questa nuova comprensione della consacrazione secolare orientata verso la perfezione della carità e la santificazione del mondo dall’interno di esso.

Lo statuto canonico dei membri degli Istituti Secolari

Questa santificazione del mondo dall’interno di esso è strettamente legata allo statuto incambiato dei membri laici. In un’epoca precedente, il dubbio al riguardo era aggravato dall’idea secondo la quale tutte le persone consacrate nell’ambito dei consigli evangelici dovessero essere religiose. Oggi, l’affermazione della condizione canonica immutata può assumere un maggior significato apostolico, richiedente, quale presupposto radicale, la crescente comprensione da parte della Chiesa del ruolo dei laici nella Chiesa e nel mondo.

Il canone 711 recita:

... Un membro di istituto secolare, in forza della consacrazione,
non cambia la propria condizione canonica, laicale o clericale,
in mezzo al popolo di Dio, salve le disposizioni del diritto a
proposito degli istituti di vita consacrata.

Il Pro Memoria aveva affrontato in modo specifico il tema dei laici consacrati a Dio nel mondo. La Provida mater parlava delle associazioni di chierici o di laici, ma sottolineava che i membri degli Istituti Secolari non emettevano i voti pubblici di religione, non erano vincolati dal diritto religioso e non potevano usarlo.

In una maniera più fondamentale, i membri battezzati della Chiesa sono designati come chierici o laici. I membri di ciascun gruppo possono condurre una vita consacrata attraverso la professione dei consigli evangelici (c. 207). In questa materia, il Codice Latino non ha adottato la formula della Lumen gentium 31 che descrive i laici come quelli che non sono né chierici né religiosi.[11] Tuttavia, dal canone 711 e da tutti i documenti precedenti, appare chiaramente che i membri laici degli Istituti Secolari sono, di fatto, membri del laicato. A quale effetto?

Beyer conclude che il canone 711 esprime fortemente e indiscutibilmente la vocazione della secolarità consacrata come una consacrazione e una presenza nel mondo, come il lievito nella massa. E’ un rafforzamento della condizione di vita dove una persona ha sentito la chiamata e dove deve vivere la consacrazione. In virtù della secolarità consacrata, un laico è inserito nel laicato a titolo di una vocazione nuova e specifica.[12]  Si potrebbe forse dire che il laico è più radicalmente inserito nella sua condizione battesimale e che il chierico lo è nel sacerdozio diocesano. Lo si può capire meglio se si considera il modo in cui il Codice descrive il ruolo dei membri degli Istituti Secolari nell’ambito della missione della Chiesa (c. 713) e il loro stile di vita (c. 714).

Vivere “nelle condizioni ordinarie del mondo”

Sembra utile cominciare con l’esame del canone 714 sulle condizioni di vita dei membri degli Istituti Secolari, prima di passare al loro apostolato. Se torniamo alla Lex Peculiaris della Provida mater, vediamo che vi è chiaramente precisato che la vita in comunità non è imposta a tutti i membri (LP II,1).

Questo era naturalmente una delle premesse fondamentali del Pro Memoria. Il suo obiettivo era quello del riconoscimento ecclesiale delle “Associazioni di laici consacrati a Dio nel mondo.” L’atto di consacrazione era considerato centrale, mentre la vita in comunità, caratteristica dei religiosi e delle società, era secondaria. La vita in comunità, vista come l’incorporazione in una società organica, sarebbe indispensabile per uno stato di perfezione riconosciuto dalla Chiesa; invece, vista come vita in comunità, non sarebbe in alcun modo essenziale.[13]

Alla fine, questa argomentazione è stata accettata, come appare nella Provida mater. Tuttavia, la Lex Peculiaris ha insistito sulla necessità che vi fossero una o più “case comuni.” Recitava che “Sebbene gli Istituti Secolari non impongano a tutti i loro membri la vita comune e cioè l'abitazione sotto il medesimo tetto ... tuttavia, secondo la necessità o utilità, è necessario abbiano una o più case comuni, nelle quali ... possano risiedere coloro che hanno il governo dell'Istituto, specialmente quello generale o regionale, ... possano abitare o radunarsi i soci, per ricevere o completare la formazione, per fare gli Esercizi spirituali ed altre pratiche del genere, ... si possano ricoverare i soci che per malattia o per altre circostanze non possono provvedere a se stessi, o per i quali non è conveniente restare in privato a casa propria o presso gli altri”. (LP, III, 4).

I canoni che sostituiscono ora la Lex Peculiaris non parlano di questo aspetto. Parlano invece di quello che costituisce la vita dei membri degli Istituti Secolari, piuttosto che di quello che non è necessario. Nel canone 714 leggiamo:

I membri degli istituti secolari conducano la propria vita nelle situazioni ordinarie del mondo, soli, o ciascuno nella propria famiglia, o in gruppi di vita fraterna a norma delle costituzioni.(vitae fraternae coetu).

I canoni fanno una chiara distinzione tra vita fraterna e vita fraterna in communi parlando delle diverse forme della vita consacrata. Il canone 602 sulle norme comuni, applicabili sia ai religiosi che agli Istituti Secolari, parla della vita fraterna propria di ogni istituto, che lo unisce come una famiglia in Cristo. Questo diventa un sostegno per tutti i membri nella loro vocazione e deve essere basato sull’amore. In contrapposizione, i canoni per i religiosi (c. 607 §2) e per le società di vita apostolica (c. 731§1) specificano vita fraterna in communi. Se i membri degli Istituti Secolari vivono insieme, non è secondo questo modello di vita comune. Un’affermazione non detta sembra essere quella che i chierici vivono   come fanno gli altri chierici della chiesa particolare.

Consacrati per l’apostolato nel mondo

L’obiettivo di Gemelli e dei suoi collaboratori era quello di avere dei laici consacrati per l’apostolato nel mondo. L’attuale legislazione per i membri che vivono “nelle condizioni ordinarie del mondo” fa parte di questo. Tuttavia, il cuore della questione si trova nel canone 713, compreso alla luce dei documenti sui quali è basato. Questo canone, che tratta dell’attività apostolica dei membri degli Istituti Secolari, è composto di tre sezioni:  la prima è di carattere generale, la seconda è specifica dei laici e la terza dei chierici.

La prima sezione del canone precisa che i membri degli Istituti Secolari esprimono e realizzano la propria consacrazione nell’attività apostolica e come un fermento si sforzano di permeare ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo. I membri laici (c. 713 §2) partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa “nel mondo e dal di dentro del mondo” (in saeculo e ex saeculo) mediante: 1) la testimonianza di vita cristiana, 2) la fedeltà alla propria consacrazione, e 3) l’aiuto che danno perché le realtà temporali siano ordinate secondo Dio e il mondo sia vivificato dalla forza del Vangelo. Essi offrono inoltre la propria collaborazione per il servizio della comunità ecclesiale, secondo lo stile di vita secolare loro proprio (iuxta propriam vitae rationem saecularem).

Gli esperti canonici, nell’elaborare i canoni, non hanno inventato questi concetti e queste frasi. Nel l939, il Pro Memoria, cercando di distinguere le nuove associazioni dai religiosi e dalle società, precisò che i loro membri, mentre si consacravano con la stessa intensità e pienezza dei religiosi, e allo stesso fine – il Regno di Cristo -, lo facevano tuttavia “dal di dentro del mondo”. Benché l’autore identificasse quest’espressione come “indubbiamente del tutto inadeguata,”[14] dal nostro punto di vista di oggi, possiamo constatare che è diventata una caratteristica degli Istituti Secolari.

Nel l947, la Provida mater riconobbe che gli Istituti Secolari potevano essere efficienti nel ricristianizzare le famiglie, le professioni e la società civile dato il loro contatto stretto e quotidiano con una vita di consacrazione totale e perfetta alla santificazione. (PM 10) Un anno dopo, in Primo feliciter è emerso un concetto più integrato sulla vocazione. Nella sezione introduttiva, l’immagine biblica del lievito è utilizzata per descrivere il ruolo che gli Istituti Secolari possono svolgere nel monde, in vista del carattere secolare specifico, che rappresenta  la loro ragione di essere (PF II).  In vista di questo, possono essere:

…il poco ma efficace fermento che, operando sempre e dappertutto,
mescolato ad ogni classe di cittadini, dalle più umili alle più alte,
si sforza di raggiungere e di permeare tutti e ciascuno colla parola,
coll'esempio e con ogni altro mezzo, fino a che la massa ne sia
impregnata in modo che tutta fermenti in Cristo.  (PF Introduzione 2)

Anche se la professione della perfezione cristiana è ancora identificata qui come “autenticamente religiosa nella sua sostanza” (quoad substantiam vere religiosa), deve essere ricercata nel mondo. Tuttavia, quell’apostolato che racchiude l’intera vita dei membri degli Istituti Secolari, “non solo si deve esercitare fedelmente nel mondo, ma per così dire con i mezzi del mondo[15] e perciò deve avvalersi delle professioni, gli esercizi, le forme, i luoghi e le circostanze rispondenti a questa condizione di secolari.” (PF II)

Questo linguaggio è stato ripreso in Perfectae caritatis, n. 11. Gli Istituti devono mantenere il loro carattere secolare, realizzando il loro apostolato “nel mondo e dal di dentro del mondo” (in saeculo ac veluti ex saeculo). I membri devono pertanto ricevere un’accurata formazione nelle materie umane e divine per poter essere “veramente un lievito nel mondo” destinato a dare vigore e incremento al Corpo di Cristo (ut revera fermentum sint in mundo ad rebur et incrementum Corporis Christi”).

Il canone 713 deriva chiaramente da Perfectae caritatis, n. 11. Tuttavia, le sue disposizioni devono essere intese secondo la tradizione derivante dal Pro Memoria e dai due documenti chiave con i quali Pio XII ha dato agli Istituti Secolari il loro statuto ufficiale in seno alla Chiesa.

Tuttavia, un’ulteriore questione è stata sollevata ogni tanto, alla luce della descrizione della Lumen gentium circa la condizione e il ruolo dei laici nella missione della Chiesa. “Il carattere secolare (indoles saecularis) è proprio e peculiare dei laici” leggiamo nel n. 31, e devono cercare il regno di Dio implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale. Sono chiamati a contribuire “quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo…” (LG 31).[16]

Questo testo è stato promulgato nel l964; quello della Perfectae caritatis nel l965. Leggendo attentamente il canone 713, si constata che i membri laici degli Istituti Secolari sono stati interamente mantenuti nella condizione laica, ma sono stati identificati come vocazione specifica in questa condizione. Torniamo così al Pro Memoria e alla Provida mater, che hanno posto l’accento sulla realtà della piena consacrazione della vita, vissuta come laici nella secolarità. Il canone riconosce l’attività aspostolica dei membri a modo di fermento come l’espressione e l’esercizio della loro consacrazione. Come fa rilevare Beyer, la loro condizione di laici non è modificata dalla consacrazione, anzi è rafforzata; in virtù di una specifica vocazione divina, sono chiamati a segnare il loro ambiente particolare con lo spirito del Vangelo e, pertanto, di svolgere meglio i loro compiti umani e cristiani, diventando un esempio e un sostegno per tutti.[17]

Gli Istituti clericali

Qual è, quindi, l’applicazione parallela di un’attività a modo di fermento svolta nella vita e nel ministero dei membri chierici? Il canone 713 §3 stabilisce:

I membri chierici sono di aiuto ai confratelli con una peculiare
carità apostolica, attraverso la testimonianza della vita consacrata,
soprattutto nel presbiterio, e in mezzo al popolo di Dio lavorano
alla santificazione del mondo con il proprio ministero sacro.

L’ambito della presenza dei chierici quale fermento è in particolare il presbiterio. La loro santificazione del mondo non è descritta come essendo “dal di dentro del mondo”, ma piuttosto attraverso il loro ministero sacro fra la gente. Dai tempi della Provida mater è stato chiaro che vi possono essere, e vi sono, degli Istituti Secolari di chierici, eppure l’argomento continua a provocare dibattiti. [18]

Come abbiamo già notato, il canone 711 insiste sul fatto che la condizione canonica di un membro d’Istituto Secolare “laico o chierico” non cambia in forza della consacrazione. Mentre sembra ovvio che la condizione canonica di un chierico, in quanto sacerdote o diacono, non cambia, il canone sembrerebbe, in questo contesto, sottolineare che rimane un sacerdote o un diacono secolare. In un senso più fondamentale, non è diventato un sacerdote o un diacono religioso.

Questo è rafforzato dal canone 715 che parla anzitutto di membri chierici incardinati in una diocesi. Essi dipendono dal vescovo per quanto riguarda le questioni inerenti la vita consacrata nell’Istituto. Il canone 266 §3, che riguarda l’incardinazione in generale, presenta l’incardinazione diocesana come una norma: “Il membro di un istituto secolare con l'ordinazione diaconale viene incardinato nella Chiesa particolare al cui servizio è stato ammesso…”.

La possibilità di un’incardinazione nell’istituto viene riconosciuta come concessione della Sede Apostolica che, di fatto, non ha più fatto concessioni dalla promulgazione del Codice nel l983. Il secondo articolo del canone 715 stabilisce che quando un membro chierico incardinato nell’istituto è destinato alle opere proprie dell’istituto, dipende dal Vescovo allo stesso modo dei religiosi.”

I canoni accolgono delle realtà esistenti. Tuttavia, le loro disposizioni sollevano questioni riguardanti la “secolarità”.  Beyer spiegava la secolarità degli Istituti Chierici come il rafforzamento della loro appartenenza al presbiterio diocesano o secolare,[19] allo stesso modo che per i laici è una radicalizzazione della loro appartenenza al laicato.

Conclusione

Cosa possiamo dire per concludere? Una cosa sicuramente, ossia che i canoni, anche se usano un linguaggio giuridico, cercano di rispettare e di riflettere la natura unica degli Istituti Secolari. Però nello stesso tempo, la vita nella Chiesa e nel mondo continua ad evolvere. Nel l988, l’Esortazione Apostolica Christifideles Laici[20] riaffermò che gli Istituti Secolari sono una vocazione particolare nella condizione laicale (n. 56).  Nel l996, Vita Consecrata[21] parlava di loro come di un “lievito di sapienza e testimoni di grazia all'interno della vita culturale, economica e politica.” (n. 10)

Papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica Deus Caritas Est[22], ha espresso la sua visione del ruolo della Chiesa in quanto tale e dei laici nell’edificazione della città terrestre. La formazione di strutture sociali giuste, dice, non è di diretta competenza della Chiesa. Piuttosto, “Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica.”  Devono preoccuparsi di una  “molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune.”[23]

In un recente discorso rivolto all’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, Benedetto XVI ha illustrato la complessità della società odierna, con i suoi diversi concetti di condizione laicale e di secolarità. La secolarità, ha detto, “nei tempi moderni ha assunto quello di esclusione della religione e dei suoi simboli dalla vita pubblica mediante il loro confinamento nell'ambito del privato e della coscienza individuale.” In contrapposizione, fa notare che è compito di tutti i credenti contribuire ad elaborare un concetto di laicità che, da una parte, riconosca a Dio e alla sua legge morale, a Cristo e alla sua Chiesa il posto che ad essi spetta nella vita umana, individuale e sociale, e, dall'altra, affermi e rispetti la «legittima autonomia delle realtà terrene” (GS. 36).  Sta ai cristiani mostrare che “Dio invece è amore e vuole il bene e la felicità di tutti gli uomini.”[24]

Una sfida simile è stata lanciata dal Papa nel discorso rivolto ai partecipanti al Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, svoltosi nel 2006 a Verona. Nel reiterare il ruolo che devono svolgere i laici in un giusto ordinamento della società, come detto sopra, ha proseguito nel seguente modo:  “Una speciale attenzione e uno straordinario impegno sono richiesti oggi da quelle grandi sfide nelle quali vaste porzioni della famiglia umana sono maggiormente in pericolo:  le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune terribili epidemie. Ma occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell'essere umano…”.34

Il tema del nostro Simposio era “Questo è il nostro tempo” o forse “Questo è il tempo per noi” e ho dato il seguente sottotitolo alle mie riflessioni canoniche: “fare di Cristo il cuore del mondo”. Naturalmente, i canoni non fanno succedere questo, ma contengono l’identità e le strutture fondamentali che consentono di vivere e di agire ora e per il futuro. Non vi è tempo più bisognoso e migliore di questo perché gli Istituti Secolari, insieme con altri, ma nel loro modo specifico, portino pienamente Cristo e i valori del Vangelo nel cuore del nostro mondo sofferente.

Sr. Sharon Holland,IHM                                                                                           Canonista
Capufficio della CIVCSVA


1 Vespri del lunedì della seconda settimana, antifona 3.

2 A.A.S., 39 (1947) 114-124.

3 A.A.S., 40 (l948) 283-286.

4 A. Gemelli, “Le Associazioni di laici consacrati a Dio nel Mondo,” Secolarità e Vita Consacrata, ed. A. Oberti, Milano: Ancora, l966, pp. 361-442.

5 Vi sono riferimenti espliciti agli Istituti Secolari in Perfectae caritatis, 1 e 11 e in Ad gentes, 40.

6 Acta Synodalia Sacrosanti Concilii Oecumenici Vaticani II,  Roma (1970-1978) Vol. IV, Pars, V, p. 674.

7 Per un’analisi dell’evoluzione della Perfetae caritatis 11, vedi J. Beyer, De Vita per consilia evangelica consecrata, Roma: Pontificia Università Gregoriana, 1969, 55-58, 295-318.

8 Paolo VI. “Discorso di chiusura,” Acta Congressus Internationalis Institutorum Saecularium, Milano, l971 p. 692.

9 Ibid., p. 693.

[1] Paolo VI, “In questo giorno,” AAS, 64 (l972) 207.

[2] Ibid., p. 208.

[3] Paolo VI, “Ancora una volta,” AAS, 64 (l972) 617.

[4] Ibid., p. 618.

[5] Paolo VI, “C’est bien volontiers,” C.p.R., 57 (l976) 369.

[6] Communications 17 (l985) 113.

[7] Comunicazioni 2 (l970) 173-174.

[8] Comunicazioni 7 (l975) 89-90.

[9] Questa sezione si trova nel Libro II del Codice, “Il popolo di Dio”, come Sezione I della Parte III, “Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica.”  Le società erano precedentemente state incluse sotto lo stesso titolo con gli Istituti Religiosi e gli Istituti Secolari, ma all’epoca della bozza del l980 sono state collocate nella Sezione II della Parte III.

[10] J. Beyer, “Les Instituts Séculiers,” in Le Droit de la Vie Consacrée, Paris: Tardy (l988) 215.

[11] Il Codice di Diritto Canonico per le Chiese Orientali del l990 include questa distinzione nel canone 399, che definisce  i laici. Gli Istituti Secolari sono trattati in CCEO cc 563-569.

[12] Beyer, “Les Instituts,” p. 218.

[13] Gemelli, p. 416

[14] Gemelli, p. 424.

[15] “Hic apostolatus Institutorum Saecularium non tantum in saeculo sed veluti ex saeculo…”. (PF II)

[16]Ibi a Deo vocantur, ut suum proprium munus esercendo, spiritu evangelico ducti, fermenti instar ad mundi sanctificationem velut ab intra conferant...”.( LG 31)

[17] Beyer, p. 230.

[18] Lo studio in corso è evidenziato in Francesco Zenna, ed., Preti cittadini del mondo: La secolarità dei presbiteri, Roma: Paoline, 2004, pubblicato a seguito di un seminario sponsorizzato dai Sacerdoti Missionari della Regalità di Cristo.

[19] Beyer, “Les Instituts” p. 218.

[20] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Christifideles Laici, (30 dicembre l988) Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, l989.

[21] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica, Vita Consecrata, (25 marzo 1996) Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, l996.

[22] Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas Est (25 dicembre 2005) Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2006. Vedi anche Emilio Tresalti. “Brevi Riflessioni su un Paragrafo dell’Enciclica Deus Caritas Est,” Dialogo, 34/48 (2006) 6-8.

[23] DCE, n. 29, con riferimento a CL, n. 42.

[24] Benedetto XVI, “Discorso al 56° Convegno Nazionale di Studio dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani,” 9 10 dicembre 2006, L’Osservatore Romano 20-27 dicembre 2006. ll tema del Convegno era “La laicità e le laicità”.

34 Benedetto XVI, “Discorso al 4° Convegno Nazionale della Chiesa Italiana” (Verona, 16-20 ottobre 2006) L’Osservatore Romano 25 ottobre 2006.

TAVOLA ROTONDA: VITA E MISSIONE DEGLI ISTITUTI SECOLARI

LA CONSACRAZIONE SECOLARE E L’IMPEGNO DEI LAICI

  1. Saluto cordialmente i partecipanti a questo Simposio anche a nome del Pontificio Consiglio per i Laici, il dicastero che ho l’onore di presiedere, e ringrazio gli Organizzatori per l’invito che mi hanno rivolto a presiedere questa Tavola rotonda e che ho accolto con grande piacere. Il tema che affronteremo e cioè l’esperienza di vita e la missione degli Istituti Secolari ci porrà ancora una volta dinanzi alle sfide che il mondo contemporaneo lancia alla Chiesa con un accento esplicito sulla risposta profetica che la vita consacrata “immersa nel mondo” è chiamata a darvi. Nella mia introduzione mi limiterò a dare tre “flash” sulle questioni cruciali che interpellano oggi il nostro essere cristiani, per la cui individuazione seguirò il magistero del nostro papa Benedetto XVI, guida sicura e maestro straordinario per acutezza nel cogliere ciò che nella vita dell’uomo è essenziale.
  1. Parto dall’affermazione del Santo Padre che il problema fondamentale dell’uomo di oggi è Dio, o meglio la centralità di Dio nella vita dell’uomo, un tema nodale che sta molto a cuore a Benedetto XVI. Questo problema di sempre si ripropone infatti in modo drammatico agli uomini del nostro tempo. La cultura dominante cerca in ogni modo di ridurre Dio ad accessorio ingombrante, scomodo e – tutto sommato – inutile nella vita dell’uomo. Il pensiero politicamente corretto sfodera tutte le sue armi per confinare la fede nell’ambito delle questioni strettamente private. E nel mondo dei saperi, nei media, nel sociale Dio è sempre più assente, anzi: è il grande Assente. Quante volte il Papa ci ha parlato di questa “strana dimenticanza di Dio” dell’uomo postmoderno! Infatti, nonostante i continui richiami alla tolleranza la presenza “visibile” ed esplicita di Dio nel nostro mondo occidentale non è assolutamente tollerata. Sembra che questa sia l’unica forma di intolleranza “politicamente corretta”. Nasce così una nuova forma di totalitarismo, quella di un laicismo fondamentalista, dinanzi al quale tutti noi cristiani siamo chiamati a riaffermare la centralità di Dio e, quindi, la centralità della fede nella vita dell’uomo, come condizione imprescindibile per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Nel discorso che ha rivolto ai Vescovi svizzeri nel mese di novembre dell’anno passato, il Papa ha toccato questo punto dolente senza mezzi termini e non ha lasciato adito a dubbi in proposito. Diceva: «Si tratta della centralità di Dio, e precisamente non di un dio qualunque, bensì del Dio che ha il volto di Gesù Cristo. Questo, oggi, è importante. Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che – tutti – non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo» (7 novembre 2006).  Che cosa dobbiamo fare allora?  A suggerirci la risposta è ancora Benedetto XVI che, pochi giorni prima della sua elezione al soglio pontificio, in una sua conferenza affermava con passione: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità [...] Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (L’Europa nella crisi delle culture, Cantagalli 2005, p. 28). Ecco la maggiore sfida che si profila dinanzi ai cristiani del terzo millennio: vivere da uomini e donne veramente “toccati da Dio”... E proprio questa dovrebbe essere la caratteristica della vita consacrata.
  1. La seconda grande questione è quella della nostra identità cristiana. Come la viviamo? Il mondo postmoderno è sempre più in balia di una vera e propria “dittatura del relativismo” (Benedetto XVI): la verità non esiste, tutto è riducibile e di fatto si riduce a oggetto di opinioni soggettive e di scelte che si equivalgono. Domina il “pensiero debole” (Gianni Vattimo) che, privo del fondamento della verità, genera personalità deboli, identità confuse, incoerenti e contraddittorie. È in corso un processo di “decostruzione” (Jacques Derrida) degli stessi fondamenti dell’antropologia nata dalle radici giudeo-cristiane. Il nuovo ordine mondiale, di cui tanto si parla, porta con sé anche un nuovo vocabolario nel quale stranamente proprio la parola “identità” viene cancellata e sostituita dai termini “diversità” e “pluralismo”.  Questo clima generale condiziona pesantemente il nostro modo di vivere la fede, generando una confusione che rende incoerenti e che stempera gradualmente l’identità di non pochi battezzati, la cui testimonianza di Gesù Cristo diventa sempre più opaca, indecifrabile, non convincente... Ecco dunque la grande sfida che il mondo odierno lancia alla Chiesa: ridare alla nostra identità cristiana (di fedeli laici, di consacrati, di sacerdoti...) una nuova consistenza e forza persuasiva. Oggi occorre ritrovare il valore del nostro ”essere” prima che del nostro “fare”. C’è bisogno di personalità cristiane forti, pienamente consapevoli della propria vocazione e missione. Per i consacrati ciò implica innanzitutto la fedeltà al carisma del proprio Istituto vissuta senza sconti. Il fondamento di questa rinnovata autocoscienza cristiana è il sacramento del Battesimo. Perché è dal Battesimo che scaturiscono poi tutte le vocazioni specifiche ai vari stati di vita. E lo scopo ultimo di ogni autentica formazione cristiana è proprio quello di aiutare i fedeli a riscoprire sempre di nuovo il significato del Battesimo nella loro vita (cfr. Christifideles laici, n. 10). Di recente papa Benedetto XVI ha detto in proposito: «Il sacramento del Battesimo [...] è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. È ciò che rivela san Paolo nella lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2, 20). È stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il Battesimo, e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento» (Verona,  19 ottobre 2006). Ciò di cui i cristiani di oggi hanno maggiormente bisogno è il coraggio di essere sé stessi, la capacità di saper riconoscere  l’essenziale del loro essere battezzati e viverlo fino in fondo. Non abbiamo il diritto di covare complessi di inferiorità nei confronti del mondo laicista, al contrario, dobbiamo andar fieri della nostra identità, consapevoli della grandezza del dono che abbiamo ricevuto.
  1. La terza grande questione che interpella i cristiani di oggi è la missione, vale a dire la nostra presenza incisiva – in quanto discepoli di Cristo – negli areopaghi di un mondo che cerca in tutti i modi di ridurci al silenzio, di renderci socialmente invisibili. Nel mondo globalizzato dei grandi numeri i cristiani sono sempre più una minoranza che vive come in diaspora. Una situazione che scoraggia e nella quale attecchisce il rischio reale del diffondersi di un “cristianesimo stanco” (Benedetto XVI), “spento”, mediocre, accomodante con la mentalità mondana, pieno di compromessi con i diktat della cultura dominante.

           Ma –  è bene ricordarlo – non è la legge dei grandi numeri a determinare le sorti del Vangelo nel mondo. Come diceva saggiamente lo scrittore italiano Vittorio Messori già qualche anno fa, per noi cristiani il vero problema non è essere minoritari, ma diventare marginali, irrilevanti. Il sale è minoritario, ma dà sapore al cibo; il lievito è minoritario, ma fa fermentare una grande quantità di pasta. Ai nostri giorni, per mancanza di coraggio e per la nostra mediocrità noi cristiani stiamo diventando sempre più marginali, insignificanti, inutili: un sale che non dà più sapore, un lievito che non fermenta più, una lucerna spenta (cfr V. Messori, in: Riscoprire la Confermazione, Città del Vaticano 2000, p. 22). Una presenza cristiana incisiva e missionaria suppone il coraggio di andare controcorrente rispetto alla pressione omologante della cultura dominante. E papa Benedetto XVI quando fa riferimento alle “minoranze creative” di cui parla Arnold Toynbee  – minoranze decisive per le sorti del mondo – vuole ricordarci che è proprio questa la missione che i cristiani devono assumere nel mondo contemporaneo. Essere minoranza non deve dunque indurci allo sconforto, ma confermarci nella verità del Vangelo: la crescita del regno di Dio nel mondo non segue il criterio della quantità, avviene per la “forza debole” del granellino di senapa evangelico.

            Oggi è urgente tornare a essere cristiani che vivono la propria fede con gioia,  con entusiasmo, con slancio missionario. Come dimostrano le Giornate Mondiali della Gioventù. E come dimostrano i movimenti ecclesiali e le nuove comunità che lo Spirito Santo dona alla Chiesa,  grazie ai quali tanti fedeli laici, uomini e donne, giovani e adulti, hanno scoperto e scoprono la bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo. Il punto nodale dell’evangelizzazione nel nostro tempo – come ci ricorda costantemente Benedetto XVI – è  proprio questo: dar prova e ragione all’altro che il cristianesimo non è un insopportabile fardello di divieti, una gabbia che imprigiona l’uomo, ma progetto di vita positivo e affascinante che rende davvero felici. Allora, vale la pena chiedersi come viviamo la nostra propria consacrazione al Signore mediante i consigli evangelici. Dalla nostra vita, traspare veramente il Volto del «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45)?

  1. Il mondo postmoderno non si riduce fortunatamente alle sfide che lancia e ai pericoli che suscita. E tra i segni di speranza che non mancano neppure oggi è certamente da segnalare quella “nuova stagione aggregativa dei fedeli laici” di cui ha tanto parlato il servo di Dio Giovanni Paolo II, intravvedendovi l’espressione di una nuova “primavera dello Spirito” alle soglie del terzo millennio dell’era cristiana (cfr Christifideles laici, 29; Redemptoris missio, 86). Dai carismi suscitati dallo Spirito Santo nella Chiesa del nostro tempo, sono nati e nascono numerosi movimenti ecclesiali e nuove comunità nel cui seno tanti fedeli laici trovano o ritrovano il “gusto di Dio”, il “gusto della fede” e il gusto di una vita cristiana  vissuta come sequela radicale di Cristo. Di qui, per molti  di essi, la scoperta del valore dei consigli evangelici anche per la vita di laici immersi nelle condizioni ordinarie nel mondo, e il desiderio di aderirvi mediante promesse e impegni sempre – però – di carattere privato (a differenza della vita consacrata propriamente detta). Quasi tutti i movimenti ecclesiali hanno generato queste forme nuove di vita laicale secondo i consigli evangelici, la cui testimonianza è particolarmente forte e persuasiva. Sono le novità con le quali lo Spirito Santo continua a sorprenderci (cfr. Testimoni della ricchezza dei doni, PCPL Città del Vaticano 1992). Da questi stessi carismi nascono pure nuove forme di vita comunitaria che vedono convivere (separatamente) all’interno della stessa comunità tutti gli stati di vita e che a volte assomigliano molto alle cosiddette “nuove forme di vita consacrata” di cui parla l’esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata (n. 62). Si tratta di novità che richiedono un attento e saggio discernimento da parte della Chiesa e un paterno accompagnamento, ciò che il Pontificio Consiglio per i Laici assicura, anche in collaborazione con la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Ai nostri giorni, i confini tra vita laicale e vita consacrata tendono a divenire sempre meno netti e si evidenzia sempre più la complementarità dei vari stati di vita nella Chiesa (cfr A.M. Sicari, “Diversità e complementarità degli stati di vita nella Chiesa, in: Tutti tralci dell’unica vite, PCPL Città del Vaticano, 1994, pp.17-36). Tanto più importante diventa, quindi, la questione della chiarezza di identità della vocazione e missione di ciascuno. Oggi, voi membri degli Istituti Secolari non siete più soli a vivere i consigli evangelici nel cuore del mondo. Siete affiancati da schiere di uomini e donne che, come voi, hanno deciso di scommettere tutta la loro vita sul Vangelo, conservando la loro piena identità laicale.

            Vi ringrazio dell’attenzione, nella speranza che le mie riflessioni siano di qualche aiuto per il lavoro di questa tavola rotonda.

Arciv. Mons. Stanisław Ryłko

Presidente

Pontificio Consiglio per i Laici


TAVOLA ROTONDA

PRESENTAZIONE DELLE ESPERIENZE

Grazie Eccellenza per le sue parole che introducono molto bene la tavola rotonda

Commentando ieri l’A Diogneto il Prof.  Pizzolato ha riferito la richiesta contenuta nel documento “Parlami del tuo Dio”, e la risposta; “ti dico come noi lo adoriamo”.

Permettetemi di parafrasare questa richiesta

Parlami del tuo istituto secolare, ti dico come viviamo.

Facciamo il nostro giro intorno al mondo, useremo uno sputnik veloce.

Ciascuno riferirà la particolarità del proprio vissuto. Cominciamo a viaggiare verso le Filippine e chiediamo a Priscilla Rillera  dell’Ist. Missionarie della Regalità di Cristo di dirci la sua esperienza. Il suo intervento è centrato sulla speranza verso il futuro,  una speranza che affonda le sue radici e trova la sua forza nell’Eucarestia.  Come direbbe Antonio, il padre del monachesimo, trova la forza nel respirare il Cristo per tradursi in testimonianza in martirio.

Una testimonianza silenziosa fatta di piccoli passi, di attenzione ad ogni occasione per testimoniare Cristo perché Cristo diventi il respiro della terra filippina. Una terra di contrasti tra ricchezza e povertà , benessere e miseria, bellezza e inquinamento, indifferenza e ricerca di Dio.

Una terra fertile per l’entusiasmo dei giovani e la sapienza degli anziani.

Poi torniamo in Europa e diamo la parola ad Emilio Sanchez membro dei Cruzados de Santa María avvocato, impegnato a servire  in frontiera dove si vivono le conseguenze e tanti drammi della società opulenta, la  immigrazione illegale, la tratta delle donne, i traffici della droga la crisi della famiglia. Emilio serve alla scuola del Signore

Serve la dignità della persona, anche di quella più abbrutita dal male comunicando con il servizio di una vita tutta donata un messaggio di salvezza e di speranza.

Con la sua testimonianza Emilio ci insegna che abbiamo molto da imparare dai poveri.

Diamo poi la parola a Jolanta Szpilarewicz dell’Ist.  Niepokalanej Matki Kosciola. Conosciamo i drammi vissuti dalla Chiesa del silenzio anche grazie al Santo Padre Giovanni Paolo II. Nella società post comunista l’istituto di Jolanta si è impegnato a portare un contributo significativo nella scoperta delle sue radici cristiane e nella evangelizzazione dell’est Europa   impegnandosi nella diakonia della verità e nell’impegno culturale.

Quindi andiamo in Africa Perpétue Kakese viene dal Congo è dell’Istituto Ausiliarie Missionarie Agostiniane (A.M.A.) .  Del suo ricco intervento vorrei recuperare un elemento fondamentale, quello della maternità nella cultura  africana. La donna è sempre considerata come madre che custodisce la vita, la famiglia, la società, i valori

La maternità resta tipica della donna in quanto esperienza del corpo che dona, genera, protegge, nutre, ma è anche il più alto simbolo che la natura ci offre riguardo alla cura della vita  che cresce, alla sollecitudine per la comunione e alla gestione della corresponsabilità.

Andremo in America del nord, nel Canada, diamo la parola a Denise Dubé delle Oblates Missionnaires de Marie Immaculée che, in un mondo secolarizzato opulento  in cui i valori dell’amore, della vita, della religione, del silenzio vengono reinterpretati, sceglie di andare contro corrente  ed esprime il cuore del suo impegno con una frase di Madre Teresa di Calcutta “l’umanizzazione conduce alla divinizzazione” e sceglie di trasmettere ad ogni persona che incontra   l’unico messaggio che conti: “Dio esiste e ti ama” .

Ultimo intervento, sarà quello dall’America Latina di Cecilia Comuzzi dell’Argentina, dell’Ist. Misioneras Apostolicas de la Caridad.  Lavora con gli adolescenti e le loro famiglie in un contesto quello latino americano ricco di giovani. Lavorare tra essi è come scegliere l’autostrada preferenziale per costruire un mondo di pace e di dialogo tra le culture.

                                                                                              Suor Enrica Rosanna F.M.A.

                                                                                              Sottosegretario CIVCSVA


La verità dell’universo, riordinato da Dio

Esprimo gratitudine alla CMIS per aver scelto di celebrare il 60° anniversario della Provida Mater Ecclesia ascoltando le voci dei vari continenti, perché l’esperienza vocazionale si radica in una consapevolezza seria e onesta delle necessità della Chiesa e della comunità degli uomini e delle donne e dove viene vissuta.

Sono quasi certa che quello che ho da dire sull’Asia, e in particolare sulle Filippine, non sarà molto diverso dalla situazione di altri paesi in via di sviluppo. La situazione attuale di questo nostro mondo globale, in crisi e sofferente malgrado le grandi innovazioni nel campo della scienza e della tecnologia, si estende all’Asia, alle Filippine. Vorrei parlare della realtà delle Filippine mostrando le sue caratteristiche, così come vengono immediatamente percepite da ogni visitatore straniero, ossia un paese dalle realtà conflittuali, di contrasti:

  • tra la ricchezza e la povertà - come appare nei suoi grattacieli di vetro e i suoi megagalattici centri commerciali, e i suoi bassifondi, immediatamente adiacenti ad essi.
  • Tra il benessere e la miseria – le sue metropoli e le sue città principali sembrano avere tutto, ma le periferie hanno grosse carenze di servizi sanitari, ragione per cui si espandono ampiamente malattie curabili come la tubercolosi.
  • Tra la modernità e il passato che vive sempre - infatti non è difficile trovare a Manila, la capitale, la tecnologia più moderna, eppure molti vecchi strumenti sono stati conservati.
  • Tra il senso degli affari e l’apatia – vi sono file di negozi “sari-sari” (esercizi di quartiere, N.d.T.) e numerosi venditori ambulanti, ci si imbatte in essi in ogni via; eppure gran parte della popolazione vive accontentandosi.
  • Tra una natura splendida e l’inquinamento – La sua natura è di una ricchezza inestimabile: vi sono foreste vergini a Visayas, spiagge di corallo a Mindanao, montagne e famosi vulcani a Luzon. Eppure c’è un inquinamento pauroso, dovuto in parte allo smog prodotto dai vecchi mezzi di trasporto pubblico e dai taxi in circolazione. Un’altra fonte di inquinamento è costituita dalle discariche all’aria aperta, dove le immondizie si ammucchiano come ‘montagne fumanti’.
  • Nella politica, tra i conservatori dell’attuale classe politica e le guerriglie del Nord che continuano ad essere legate ad idee obsolete, ma difendono i poveri che non hanno né voce né potere.
  • E nella religione c’è un contrasto tra un cattolicesimo molto vivace e altre forme di religiosità popolari, la proliferazione di altre Chiese indipendenti e diverse altre sette…

In questa situazione di realtà contrastanti, alla quale si aggiunge la mancanza di preoccupazione dello Stato per le persone, in particolare per i poveri, i laici consacrati devono portare la speranza. Non saremo noi per primi a disperarci e a “rinunciare”. Testimoniare la nostra fede in questo paese, il cui popolo è avvolto da nubi di insicurezza e di impotenza, significa proclamare con costanza e insistenza la presenza di Cristo. Con il nostro stile di vita, aiutiamo la nostra gente a scoprire la pienezza della vita in Dio. E’ davvero una grande sfida. E mi fa pensare a un fiore asiatico, uno dei più belli del mondo, il fior di loto, che cresce nel fango e si proietta verso il sole. Come il fior di loto, dobbiamo essere capaci di fiorire in mezzo alle difficoltà e di portare bellezza intorno a noi. Dobbiamo essere capaci di liberarci da questa situazione disperata, per poter liberare anche gli altri, e volgerci al Creatore; …Può forse un cieco far da guida a un altro cieco? (cfr. Lc 6, 39).

Questo potrebbe significare scegliere di stare in mezzo alla minoranza, in questo mondo dove il potere, il denaro, il successo e l’apparenza sono più attraenti e, molto spesso, sono i fattori che contano.

La situazione non ci scoraggia ma anzi conferma la “verità” di questo universo, che solo Dio può riordinare. Lo ha creato, lo ha salvato inviando il Suo Figlio diletto. E Suo Figlio ha promesso che tornerà per regnare su di esso. Lo crediamo! E questo ci spinge ad andare avanti, a fare la nostra parte come “strumenti” e testimoni della Sua Parola. Secondo l’esempio di Gesù, siamo chiamati ad infondere coraggio in tutti coloro che ci circondano: “Alzati, prendi il tuo giaciglio e cammina” (Gv 5, 8) disse all’uomo infermo vicino alla piscina di Betzaèta; “Va’! Tuo figlio vive” (Gv 4, 50) disse al funzionario regio a Cafarnao e ancora alla peccatrice:“Ti sono perdonati i tuoi peccati.” (Lc 7, 48).

Lottiamo per evitare di cadere nella mancanza di entusiasmo per timore di essere giudicati come la chiesa di Efeso nel Libro dell’Apocalisse: “Ma debbo rimproverarti che non hai più l’amore di un tempo” (Ap 2, 4).

Penso che la gente intorno a noi vede e percepisce le nostre azioni piuttosto che le nostre parole. Quando tocchiamo la vita di quelli che ci circondano o di quelli che incontriamo ogni giorno, facciamo veramente la differenza. La nostra testimonianza consiste nel dare vita a Cristo che è in noi. Gesù ha detto, in una delle sue parabole: “L’uomo buono trae fuori il bene dal prezioso tesoro del suo cuore…” (Lc 6, 45). Nel contatto personale, nelle relazioni interpersonali, nel rapporto con gli altri, ivi comprese le nostre famiglie, possiamo essere più efficaci nel ‘proclamare’ il Regno; non tanto con le parole, dalle quali il mondo sembre essere soffocato, ma con il nostro modo di essere. Piccoli gesti, piccole azioni, compiti umili e durevoli! Quindi abbiamo per forza bisogno di essere rafforzati, di rimanere efficienti malgrado le numerose difficoltà; perché sono davvero tante. E la fonte della nostra forza, del nostro nutrimento, la troviamo nell’Eucaristia; la disponibilità fedele, costante e misericordiosa di Cristo per noi... e anche per gli altri che Lo riconoscono!

Essere nutriti da Cristo ci rende capaci di rinunciare ad altri cibi che, come dicevo prima, sono molto più attraenti oggi: il potere, il denaro, il prestigio, il successo e anche la bellezza fisica! Certo, sono importanti ed immediati, sono facilmente percepibili, anche senza sforzi. In questo caso, la seduzione, la mancanza di sincerità e l’ipocrisia possono facilmente prosperare. Ma dobbiamo armarci di pazienza... perché sappiamo che “con i loro frutti, saranno riconosciuti!” Bisogna essere pazienti nell’attesa, nella speranza, pazienti nel confidare solamente in Dio.

La crisi in atto nel mondo e nelle Filippine è forse dovuta in parte alla mancanza di un’anima interiore – di una profondità, di radici. Come tutti sappiamo, questo viene da Cristo.

L’impegno della nostra vita profetica non può essere altro che il frutto della nostra contemplazione di Dio, una spiritualità della preghiera… che è anche capacità di ascoltare, capacità di rimanere in silenzio. Ma bisogna sempre stare attenti a non cadere nell’inganno di credere che la nostra contemplazione di Dio dipenda dai nostril sentimenti! Infatti è facile trovare delle scuse per evitare di fare quello che dobbiamo fare quando non abbiamo voglia di farlo.

Dobbiamo imparare l’arte di ascoltare Dio e la Sua ispirazione, entrando nella Persona di Cristio e le Sue Parole. Bisogna divorare le Sue Parole. Bisogna entrare nel mistero di Dio… che forse temiamo! Così facendo, il Vangelo ci farà necessariamente a pezzi per ricostruirci! Un cambiamento è indispensabile! E non siamo pronti per questo cambiamento … perché non sappiamo quale sarà. Non è forse più sicuro e più facile vivere con il diavolo che conosciamo piuttosto che andare verso uno che non conosciamo?

Chiediamo il dono del silenzio e della mansuetudine, che ci consenta di essere condotti nel deserto per ricevervi un cuore nuovo … ed essere capaci di scoprire la novità nella nostra vita. Viviamo in mezzo a contrasti, confusione, delusioni e all’esasperazione di alcune persone, ma continuiamo a porre Gesù nel cuore della nostra vita. Per poterlo fare, abbiamo bisogno di una grande capacità di raggiungere la pace in noi, di essere in pace con noi stessi. Con questa pace interiore, possiamo trovare la fede e la forza di essere fedeli.

Significa proclamare Cristo attraverso la contemplazione e l’apostolato, il che richiede una forte dose di umiltà, perché non è facile riconoscere e accettare i fallimenti. Tuttavia, la fede ci insegna anche la misericordia di Dio e ci aiuta a capire la nostra umanità; quindi abbiamo il coraggio de chiedere perdono e di perdonare, e di ricominciare, di rialzarci dopo ogni caduta! Camminiamo sulla terra come pellegrini, in compagnia del resto dell’umanità, riconoscendo le nostre limitazioni in quanto creature, povere e vulnerabili come tutte, ma testimoniando un Dio che, nel Suo grande amore, ci ha mandato Suo Figlio per accompagnarci in questo viaggio.

Le filippine appartenenti all’Istituto Secolare Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo lavorano in quasi tutti i settori: ci sono avvocatesse, dentisti, optometristi, consiglieri provinciali, operatricisociali, presidi di scuole diocesane, psicologhe, ragioniere, segretarie, professoresse e insegnanti. E “il loro compito primario e immediato ... è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell'economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale” (Evangelii nuntiandi, 70).

Siamo consapevoli della nostra co-responsabilità accanto alla Chiesa, che aiutiamo e serviamo, senza cercare rifugio nel sacro ma cercando piuttosto di vivere una vita autenticamente secolare, non in modo vittorioso ma nella minoranza.

Significa anche aumentare la dimensione civica della nostra vita sociale, aperta a nuove forme di iniziative volte al bene comune dell’intera comunità e al servizio del nostro villaggio locale. Sempre attente e privilegiando i poveri che il Vangelo chiama “beati” perché “posseggono il regno di Dio”. Siamo pronte ad imparare da loro, consapevoli che la loro debolezza e la loro impotenza possono mostrarci il Regno in diverse maniere. E nel mio Paese, siamo circondati da questi poveri. Possono esaurire il nostro tempo, i nostri sforzi e le nostre risorse. Eppure Dio non potrà mai essere superato nella Sua generosità e la Sua solidarietà con i bisognosi.

Data la situazione del Paese, vi sono spesso conflitti tra le parti: tra i lavoratori e i datori di lavoro, tra gli occupanti abusivi di immobili e i proprietari, tra i militari e il governo che cercano di far cadere, e così via. In quanto persone consacrate, cerchiamo sempre di difendere la verità e di lottare per quello che è giusto.

Per concludere, vorrei ribadire che nelle Filippine c’è l’unica Chiesa cattolica dell’Asia. Dieci anni fa, il Paese era quasi interamente cattolico  – ad eccezione del 4% di musulmani nel sud del paese. Oggi, le Filippine contano più cattolici di qualsiasi Paese europeo. “Per numero di battesimi all’anno battono Italia, Spagna, Francia e Polonia messe assieme” (Sandro Magister, “C’è un nuovo cristianesimo che conquista il sud del mondo. Ma l’Europa non lo sa”, www.chiesa.espressonline.it).

E prosegue: “A metà del secolo è probabile che saranno il primo paese al mondo per popolazione cattolica, con 130 milioni di fedeli.”.

Naturalmente non per merito nostro, ma la nostra chiamata ci porta ad aiutare il nostro popolo a perseverare nella fede, così come noi badiamo a vivere la nostra vocazione in fedeltà ai nostri impegni. Alla fine, possiamo solo dire: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare” (Lc 17, 10).

Non aspettiamo ricompense, malgrado le promesse di Cristo: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, è lui che mi ama. Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e io lo amerò e manifesterò a lui me stesso” (Gv 14, 21). Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete pure quello che volete e vi sarà fatto” (Gv 15, 7).

Speriamo semplicemente di essere tra coloro per i quali Gesù ha rivolto questa preghiera al Padre: “Padre santo, conservali nel tuo nome che mi hai dato, affinché siano uno come noi. Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li preservi dal maligno.” (Gv 17, 11, 15).

Grazie a tutti.

                                                                                                          Priscilla Rillera

                                                                                     Missionarie della Regalità di Cristo


Donare dignità ... a tutti

Saluto tutti i partecipanti a questo Simposio. Cercherò di rispondere alle domande che mi sono state poste circa la mia realtà quotidiana e di spiegare come tento di rispondere alle sfide che mi si presentano nello svolgimento della mia professione di avvocato.

Lavoro come avvocato in Italia dal 2001, anche se ho fatto i miei studi di legge in Spagna. Nel 1998 mi sono trasferito in Italia per terminare un dottorato di ricerca nel Diritto penale dei minorenni. Nell’ambito riconoscimento dei titoli di studio nell’Unione Europea, l’Albo degli avvocati di Roma ha riconosciuto il mio titolo spagnolo e ho quindi potuto lavorare in Italia.

Lavoro in uno studio insieme con altri sei avvocati. Mi occupo principalmente di due settori professionali molto diversi tra loro. Uno di questi è l’assistenza legale alle imprese spagnole in Italia, nell’ambito della legislazione sugli stranieri, del diritto penale e del diritto della famiglia.

Purtroppo, uno dei temi più conflittuali che deve affrontare l’Europa è il problema dell’immigrazione. In molti paesi del mondo non esistono le condizioni minime per poter vivere, per poter crescere a livello professionale e umano, per mantenere una famiglia. Le persone di quei paesi fanno di tutto per venire in Europa, in Italia, sperando in un futuro migliore. La maggior parte di loro entrano illegalmente, pagando una somma di denaro alle mafie, e si stabiliscono in Italia in modo irregolare, sperando di poter ottenere il permesso di soggiorno. Questa situazione genera moltissimi problemi a livello legale, come per esempio i procedimenti di espulsione, i procedimenti penali nei casi di permanenza illegale in Italia, i lavori miseramente rimunerati senza alcuna sicurezza in assenza di un regolare contratto di lavoro, la sistemazione in appartamenti senza contratto di affitto con la paura che in qualsiasi momento possa venire la polizia, la mancanza di regolare assistenza sanitaria, ecc. Devo riconoscere che spesso non mi è facile lavorare in questo settore. Oltre ai problemi legali, vi è una situazione personale, familiare, molto complicata e a volte drammatica. Molte persone non capiscono perché non possono stare in Italia visto che non hanno fatto niente di male; l’unica cosa che vogliono è di poter continuare a lavorare, e si chiedono perché lo Stato non rilascia loro un permesso di soggiorno. A volte è molto duro quando, come avvocato, non posso fare nulla e non posso impedire che vengano rimpatriati con la forza nei loro paesi di origine.

Nell’ambito penale, assisto legalmente delle persone che stanno in carcere per traffico internazionale di droga. Persone generalmente molto giovani che vengono dalla Spagna o dall’America Latina e che, per soldi, accettano di introdurre cocaina o altre droghe in Italia. Attualmente sto assistendo una quindicina di persone incarcerate, tra i 20 e 35 anni di età. La maggior parte di loro sono ragazze o donne che hanno una famiglia nel loro Paese di origine, che accettano questo tipo di lavoro perché si trovano in condizioni di vita precarie o con grandi problemi economici. Devo dire che quei “corrieri della droga” sono spesso “venduti” e denunciati alla polizia dagli stessi narcotrafficanti che li incaricano di trasportare la droga. Muoversi in quegli ambienti come avvocato non è né facile né piacevole, soprattutto quando devo contattare la famiglia del detenuto, la madre o il padre, che magari non sanno niente, per comunicare loro che il figlio, il marito o il fratello è incarcerato in Italia.

Nell’ambito del diritto della famiglia e dei minorenni, devo assistere legalmente delle coppie con problemi di separazione, di riconoscimento di paternità, di procedure di sottrazione internazionale di minorenni, ossia quando uno dei genitori è fuggito con i figli in un altro Paese senza avvisare il coniuge. A volte è più duro affrontare problemi legali familiari che non casi penali. I problemi familiari sono molto complessi, soprattutto quando ci sono figli. Lo stesso si verifica con i minorenni che commettono delitti. La maggior parte di loro provengono da famiglie in cui non hanno ricevuto la benché minima educazione e dove hanno vissuto episodi di violenza domestica. Il grado di recupero di questi minorenni, di inserimento sociale, è molto basso e molti di loro finiscono in carcere da adulti.

Quale risposta do a questa realtà, partendo dalla mia vocazione quale membro di un Istituto Secolare?

In primo luogo e soprattutto bisogna fare bene il proprio lavoro. I problemi legali delle persone non si risolvono solo pregando. Bisogna studiare, formarsi continuamente, intervenire nei tribunali con competenza. Nel diritto penale, l’avvocato tiene nelle sue mani la libertà del detenuto, della persona. Ho incontrato persone che sono state diversi mesi e persino anni in carcere perché il loro avvocato non era stato professionalmente all’altezza. Nell’ambito del diritto della famiglia, i problemi legali di una coppia, se l’avvocato fa sforzi ed è competente, si possono sempre risolvere in modo pacifico, evitando danni maggiori, spese inutili, ... o per lo meno deve tentare.

In secondo luogo, bisogna riconoscere che ogni essere umano, persino un criminale, ha una dignità, ragione per la quale occorre difenderlo come persona, in tutti i sensi. Il che a volte non è facile quando si ha di fronte una persona che non è consapevole di questa dignità, che l’ha persa da sola o cui l’hanno fatta perdere, che non la vuole riconoscere. Questo mi succede abbastanza spesso quando devo assistere e difendere le prostitute. Con alcune di loro, è inutile affrontare il tema della loro dignità per cercare altre forme di vita. Mi succede anche con delle persone che hanno avuto una vita così dura e difficile nei loro paesi di origine, che sono disposte a sopportare qualsiasi tipo di sfruttamento senza dire nulla perché credono di non aver diritto ad altro. Bisogna anche essere consapevoli che la stretta applicazione della legge può essere ingiusta in determinati casi in quanto lede la dignità concreta e personale della persona. E qui entriamo in un tema molto difficile per gli avvocati: saper coniugare il principio fondamentale in uno Stato di Diritto, l’applicazione delle leggi, con le esigenze del diritto naturale, dell’equità, della carità, della misericordia.

In terzo luogo, credo che occorra anche dare un messaggio spirituale. Un messaggio spirituale che non sia però una catechesi. Un messaggio soprattutto di speranza, di amore per la vita, di voglia di ricominciare anche se si ha commesso gravi errori o quando ci si trova in una situazione molto complessa e difficile. Che non siamo soli, che c’è sempre “Qualcuno” che ci guarda, che ci conosce, ci perdona e soprattutto ci dà la forza e la grazia per andare avanti. Ci sono persone alle quali mi posso permettere di dare questo messaggio direttamente con le parole; altre, invece, alle quali lo posso comunicare solamente con la mia vita. E se il messaggio di speranza non è recepito bene o viene respinto, il che accade a volte, rimane sempre la preghiera. Pregare Dio per tutti coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Emilio Sanchez

                                                                                                          Cruzados de Santa María


Presenza nei paesi dell’Europa dell’Est

Mi chiamo Jolanta Szpilarewicz e sono membro dell’Istituto dell’Immacolata Madre della Chiesa, di origine polacca.

In questo breve discorso cercherò di delineare la situazione degli Istituti Secolari nell’Europa dell’Est, comunista fino a tempi recenti, e di definire le sfide che devono attualmente affrontare i membri degli Istituti Secolari. Poi parlerò delle risposte che danno gli Istituti Secolari a quelle sfide. Infine, parlerò della mia esperienza personale.

I paesi dell’Europa dell’Est hanno vissuto una comune esperienza, quella di vivere sotto la coercizione di un sistema ateo, che combatteva la religione e la Chiesa. Per mantenere quell’ordine basato sulla menzogna e la violenza, il governo totalitario necessitava di un sistema militare e poliziesco, con numerosi informatori che penetravano nei vari gruppi, particolarmente quelli intellettuali. Coloro che servivano quel sistema, con l’uso della menzogna, delle minaccie, dei ricatti, hanno in molti casi distrutto la coscienza umana. Tuttavia, temevano le persone che non avevano paura di loro. Un nemico esterno esisteva a quel tempo, minacciando la fede in Dio, la Chiesa e l’uomo nella sua dignità. Però molte persone, religiose e laiche, motivate dalla fede o dall’amore per il loro Paese, hanno rifiutato di sottomettersi quel sistema di violenza, pagando un prezzo alto come la perdita del lavoro, della salute, della libertà, persino della vita. D’altro canto, molte persone accettavano passivamente quel modo di fare in nome della legge, perché quel governo protettivo garantiva loro il lavoro e non si aspettava alcuna iniziativa o pensiero individuale, ma solo la subordinazione all’ordine esistente. Il sistema comunista ha lasciato molte devastazioni, la più grande delle quali si riscontra nell’uomo stesso, formato quale homo sovieticus, erede di una creazione isolata dalla fonte della verità e della vita, Dio, il suo Creatore.

In quelle condizioni, i membri di Istituti Secolari, se venivano identificati, come minimo perdevano il loro lavoro o erano confrontati ad altri tipi di repressione. Potevano testimoniare la loro fede nelle situazioni della vita ordinaria, vivendo secondo il Vangelo, spesso impegnati in gruppi dell’élite cattolica.

Dopo la caduta del comunismo, il pensiero laico, liberale, si è esteso rapidamente nei paesi dell’Europa dell’Est. E’ apparso che la fede tradizionale, non abbastanza profonda, la religiosità vissuta come un’abitudine, non ha resistito alle tendenze relativistiche. Le conoscenze religiose, malgrado i numerosi sforzi di catechesi, l’insegnamento del catechismo nelle scuole primarie e secondarie, sono rimaste al livello di quelle di un bambino alla prima comunione. La fede delle persone non è un criterio nelle scelte della vita, gli atteggiamenti delle persone nei suoi confronti sono selettivi. Il criterio consiste piuttosto in quello che uno vuol fare in quel momento, nelle cose che portano profitto o consentono di elevare la posizione sociale. E’ venuto fuori che molti lavoratori impiegati nelle grandi fattorie dirette dal sistema comunista non sono in grado di adattarsi alla nuova situazione economica, perché sono stati abituati a svolgere il loro lavoro in maniera passiva, senza alcuna iniziativa personale. In quei gruppi, anche se non solo in essi, lo statuto di disoccupato, inattivo, senza iniziative è diventato comune. Approvata dai genitori, imparata dai bambini come stile di vita, quella vita senza speranza è diventata totale incapacità. Nello stesso tempo, diverse migliaia di abitanti dei paesi dell’Europa dell’Est sono emigrati verso l’Europa Occidentale per trovare lavoro. Questo può essere considerato un fenomeno positivo, ma è portatore di molte minacce, in particolare per la famiglia.

La storia diversa delle singole nazioni, la potenza della fede presente in esse influiscono sulle differenze esistenti oggi tra loro. La Polonia e la Slovacchia sono molto simili in quanto la devozione mariana, spesso mantenuta nelle famiglie da una generazione all’altra, ha prodotto frutti di un saldo attaccamento a Dio e alla Chiesa. Alcuni noti gerarchi della Chiesa, come il Primate Wyszinski in Polonia, e numerosi laici e religiosi, sconosciuti ma eroici, hanno sostenuto i fedeli ai tempi del regime comunista. Dalla caduta del comunismo, molti fedeli prendono ancora parte alla S. Messa della domenica, ma spesso non hanno l’esperienza di una fede personale e non sono capaci di risolvere i problemi che devono affrontare come cristiani, come persone che hanno Dio quale Padre.

La Repubblica Ceca e la Germania dell’Est sono vissute in un vero ateismo. La religiosità tradizionale non è stata preservata in quei paesi e tutte le leggi comuniste e il basso livello di fede hanno prodotto una società molto secolarizzata. Nella nuova situazione post-comunista, in quei paesi la Chiesa si sta ricostruendo dalle fondamenta. Appartenere alla Chiesa è il risultato di una scelta consapevole, di una fede ravvivata e di una migliore conoscenza della fede cattolica.

Le nazioni cristiane appartenenti all’ex Unione Sovietica: Lituania, Lettonia, Bielorussia e Ucraina, oltre a vivere sotto quel regime e la coercizione durante lunghi anni, hanno subito ingenti perdite materiali. Le loro chiese sono state distrutte o trasformate in cinema o magazzini. Le persone anziane hanno generalmente mantenuto la loro fede cristiana come un prezioso tesoro e l’hanno trasmessa ai loro figli e nipoti. Quando quella lunga oppressione ha preso fine, quelle persone anziane hanno cominciato a frequentare la liturgia della Chiesa e a condividere la vita della Chiesa. Le persone di età media e i giovani di quei paesi, i cui orizzonti erano stati limitati dal sistema comunista alla sola esistenza materiale, privi di altri punti di riferimento come i valori spirituali, religiosi, cadono spesso nell’alcolismo o altre dipendenze.

Duranti tutti quegli anni difficili, i laici consacrati sono vissuti nei paesi dell’Europa dell’Est come un fermento di salda religiosità e di fede vivente. Dei membri di Istituti Secolari erano e sono tuttora presenti soprattutto nel campo dell’educazione, in ambiti religiosi e laici. In questo modo, la sfera della loro influenza in virtù del loro lavoro include bambini, giovani, altri insegnanti, educatori e genitori. Il loro ministero può definirsi come il servizio della verità quando danno una risposta alle domande esistenziali più fondamentali che pervadono l’uomo, o quando in occasione di discussioni di gruppo e di scambi di punti di vista su alcuni temi scottanti come l’eutanasia o le coppie omosessuali, esprimono la loro opinione e la mettono in pratica attraverso il loro atteggiamento. Il diaconato della verità è nessario per il bene dell’umanità, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua Lettera enciclica Fides et ratio.

Vale la pena notare che negli ultimi venti anni, le differenze d’atteggiamento verso la vita nelle società dell’Europa Orientale e Occidentale sono quasi scomparse e che la facilità ad accettare le opinioni liberali e relativistiche le hanno rese molto simili. La cultura pop attira giovani dell’Ovest e dell’Est ed è ugualmente difficile per loro capire il senso delle norme morali, e se ammettono di essere credenti, spesso separano la fede dalla loro vita quotidiana. Gli educatori consacrati entrano in dialogo con questa generazione. Dei membri degli Istituti Secolari sono anche impegnati, istituzionalmente o carismaticamente, in ambienti patologici, come gli alcolisti, le donne e i bambini vittime di violenza, gli omosessuali o le ragazze madri, cercando di aiutarli professionalmente e umanamente, di scoprire la loro dignità di figli di Dio.

La cultura è un altro campo di impegno dei membri degli Istituti Secolari. Prendono o partecipano a molte iniziative atte a sviluppare le capacità umane, i talenti, e prendono parte a molte attività per sostenere quella sfera della vita umana. Anche nel campo sociale e caritativo, si può constatare una presenza rilevante di persone consacrate secolari dell’Europa dell’Est.

Se gli Istituti Secolari hanno le loro attività proprie, per esempio assumendo responsabilità nei movimenti ecclesiastici, molti membri sono impegnati in questo campo, partecipando al processo di evangelizzazione, alla formazione in seno a gruppi, alla vita della parrocchia o della diocesi.

Tuttavia, la partecipazione dei membri degli Istituti Secolari di questa parte dell’Europa è ancora relativamente scarsa nel campo della vita sociale e politica istituzionale. Forse perché prima quel tipo di impegno era associato ai negoziati con il sistema e non era visto di buon occhio. C’è anche una specie di timore ad intraprendere quel tipo di responsabilità. Ma anche qui, il nostro impegno responsabile è richiesto. Sembra che i Cechi consacrati siano meno riluttanti e timorosi di fronte all’attività politica e potrebbero quindi affrontarla più facilmente.

Ho scoperto questo stile di vita e ho capito la chiamata di Dio attraverso la formazione nel movimento ecclesiastico chiamato Movimento Luce-Vita, fondato da un sacerdote polacco, ora Servo di Dio, Fr. Franciszek Blachnicki. Il carisma di questo movimento consiste nel condurre l’uomo verso una fede personale vivente e a dargli una formazione orientata verso la maturità cristiana, vista come un processo che dura tutta la vita. Scoprire la presenza di Dio nella Sua Parola, nei sacramenti e nella comunione della Chiesa è diventato un’avventura, un senso della vita e un dono da condividere con altri. In quell’epoca, ho incontrato anche altri cristiani, giovani protestanti, che condividevano con noi il modo di studiare la Bibbia e di viverne. Quegli incontri ecumenici, nel contesto di un ritiro spirituale, erano del tutto naturali per noi, erano l’occasione di scambiare doni spirituali per costruirci. Attraverso quel cosiddetto movimento oasi, ho conosciuto l’Istituto Secolare dell’Immacolata Madre della Chiesa e ho capito che Dio mi conduceva là. Venticinque anni sono trascorsi da quando sono entrata all’Istituto, e sedici dai miei voti definitivi di incorporazione. Quale membro dell’Istituto, sono stata coinvolta nel lavoro al Movimento Luce-Vita durante molti anni, lavorando nel campo della formazione, in particolare con i giovani. Le strutture del Movimento danno ampio spazio ai laici e attraverso il loro impegno in quel lavoro, la responsabilità nei confronti della Chiesa cresce in loro.

Vivo a Roma da più di 17 anni per il mio lavoro nella Fondazione Giovanni Paolo II. Molti programmi di questa Fondazione riguardano i campi della fede e della cultura. Ho preso parte alla preparazione di vari congressi internazionali di storici dell’Europa dell’Est e in altri programmi volti a rafforzare l’eredità delle comuni radici cristiane. Le donazioni elargite alla Fondazione sono in gran parte utilizzate per concedere borse di studio ai giovani degli ex paesi sovietici. Dopo aver completato i loro studi, ritornano nei loro paesi per condividere con i loro compatrioti non solo le conoscenze acquisite, ma anche valori spirituali.

I numerosi contatti con i laici, che consentono di conoscerli, di dialogare, di partecipare alla loro vita, alle loro gioie e alle loro pene – spesso attraverso la preghiera – dà al mio lavoro in una segreteria una dimensione personale. Il loro impegno sociale, caritativo, per il quale trovano del tempo malgrado le loro molte responsabilità in famiglia e al lavoro, dà un impulso ai miei sforzi. Sono convinta che valga la pena di essere aperti, vicini alle persone, per superare le proprie abitudini e affrontare nuove sfide.

                                                                       Jolanta Szpilarewicz

                                                                       Niepokalanej Matki Kosciola


 

Dignità della donna dignità della madre

Mi chiamo Perpétue Kakese Bingibyage, sono membro dell’Istituto Secolare Auxiliaires Missionnaires Augustiniennes (A.M.A.); vengo dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex Zaïre, e più precisamente da Lubumbashi nella regione del Katanga. Il mio ambiente di vita si colloca tra due poli: da una parte l’esperienza d’insegnamento liceale nella RDC durante dieci anni e, dall’altra, la vita studentesca romana alla Pontificia Università Urbaniana.

La RDC ha appena vissuto un momento storico, con le prime elezioni democratiche da 40 anni. Dal punto di vista storico, il Katanga è una provincia situata al sud della RDC. « Se esiste una Provincia il cui nome non è passato inosservato nella storia dello Zaire, attuale Repubblica Democratica del Congo, è proprio il Katanga (Shaba): dall’epoca coloniale al « periodo di transizione » verso la terza Repubblica, passando dagli anni dell’indipendenza. La ricchezza del sottosuolo del Katanga continua a fare della regione un polo d’attrazione. Per realizzare il lavoro nelle miniere dell’Union Minières du Haut-Katanga (UMHK), l’attuale GCM (Générales des Carrières et des Mines) e per altre imprese, il potere coloniale belga recrutò lavoratori nel Kasaï, nel Rwanda-Urundi, in Rhodesia (Zambia) e nel Nyasaland »1. Mi è sembrato utile inserire nella mia presentazione, anche se brevemente, un cenno storico sul Katanga per illustrare il mio ambiente di vita e contribuire alla comprensione delle sue realtà.

Prendere parte a questa tavola rotonda è per me un segno provvidenziale di speranza per l’Africa in generale e per la RDC in particolare. Infatti, la presenza e l’espansione degli Istituti Secolari testimoniano la fedeltà dell’azione dello Spirito Santo nel mondo, capace di penetrare le diverse culture per purificarle, e fanno nascere nella Chiesa un alito nuovo. Cristo continua ad incarnarsi nella vita quotidiana e chiama a seguirLo, lasciando la libertà di un’adesione radicale, che impegna e implica la collaborazione.

L’analisi della situazione sociale dimostra una profonda crisi d’identità, in seguito alla crisi politica che ha immerso tutti i paesi dei grandi laghi in guerre intermittenti, provocando un numero sempre maggiore di orfani, di bambini obbligati a prendere le armi ... La carestia, la diffusioni delle malattie, l’odio verso il prossimo, ma sopratutto una povertà antropologica che ha portato a una crisi profonda di valori come la sacralità della vita, la solidarietà, la condivisione, l’ospitalità... Tutti questi mali rendono difficile la convivenza tra alcuni popoli, tra alcune etnie e tribù vicine che hanno le stesse radici storiche.

Nella cultura congolese, ogni donna è considerata madre. Infatti, subito dopo l’età dell’adolescenza, gli occhi sono rivolti verso il matrimonio. Questa visione della donna chiamata a realizzarsi attraverso la formazione di una famiglia è radicata nella società tradizionale. L’identità della donna è quindi sempre legata alla presenza al focolare dove l’attendono molti doveri di fronte alla vita. Il rispetto della donna nella società si giustifica con il posto importante che occupa nello svolgimento della vita quotidiana. Come madre, è la culla dell’umanità perché assume l’educazione dei figli sin da piccolissimi, la prima trasmissione della cultura o tradizione in famiglia che forma la mentalità della società, essendone la famiglia la cellula fondamentale.

In questa prospettiva, la donna è meglio compresa nella struttura familiare. La sua vita ha un senso nella misura in cui vive pienamente la sua femminilità nell’assicurare una discendenza. Per esempio, la sterilità è spesso considerata una difficoltà che mette in crisi la coppia e può provocare il divorzio o indurre il marito a prendere una seconda moglie. Questa visione della donna nella società congolese corrisponde a quella della maggior parte dei paesi africani. Il senso di appartenenza alla famiglia è fortemente vissuto dalla donna che ne è in qualche modo garante. Infatti, lei per prima riceve la vita e la salvaguarda attraverso le prime cure portate ai neonati.

La società moderna, attraverso i mezzi di comunicazione e la vita concreta, ci dimostra come la considerazione della donna è andata avanti e come diverse di loro sono andate a scuola e sono riuscite a conciliare la loro vita di madre con il lavoro, la ricerca; e alcune hanno scelto la vita consacrata tradizionale entrando in convento. Finora, la situazione della donna si è evoluta nel tempo, perché la vita comunitaria è un elemento che tocca un valore fortemente vissuto in Africa: il senso d’appartenenza alla famiglia. Qui si colloca la prima sfida che invita a ripensare la vita consacrata in Africa. Il senso della comunità rispetto alla vita secolare. Da una parte, la scelta nell’orientamento della vita normale, ossia il matrimonio, è affare di tutti, perché il matrimonio unisce le due famiglie dei futuri sposi e le impegna attraverso quest’alleanza. Per questo motivo, esistono dei clan, delle famiglie che hanno fondato le loro unioni a partire dai matrimoni.

La seconda sfida è il celibato o la castità rispetto alla maternità quale realizzazione della donna in Africa. La terza sfida è la povertà. La società contemporanea è dominata da quello che offre la televisione, Internet... C’è da chiedersi perché l’Africa deve sempre vedere accendersi, qua e la, focolai di tensione mentre gli altri continenti vivono in pace. Questa situazione di guerra è la quarta sfida.

La celebrazione del 60° anniversario della Provida Mater Ecclesia diventa, per il membro di un Istituto Secolare, una chiamata, un’interpellazione personale in vista di un’analisi approfondita della situazione. Ossia, come vivo concretamente la mia vocazione secolare nel mio ambiente di vita? Qual è la mia missione e la mia reazione di fronte alle sfide che si presentano a me? Cosa fare per vivere nella fedeltà al Vangelo nel mondo oggi e quali sono le prospettive per il futuro ?

In Africa, uno dei primi valori è la pace che va insieme con la giustizia, il perdono e la tolleranza in risposta alla quarta sfida. «Infatti, la pace può realizzarsi solo se tutti i cittadini riconoscono la loro responsabilità nella promozione della stessa. La violenza non potrà mai essere una risposta giusta ad alcuna situazione. La guerra è una piaga e quindi non rappresenta mai un mezzo adeguato per risolvere i conflitti che scoppiano tra le nazioni.»2

Il secondo valore è il lavoro, che risponde alla terza sfida, quella della povertà. Per un membro d’Istituto Secolare, ritengo che il lavoro costituisce un elemento importante della vita quotidiana per la sua testimonianza. Infatti, la crisi economica che conosce l’Africa potrà essere vinta solo in un modo: la formazione di coscienze assidue al lavoro e convinte di poter cambiare il mondo nel suo interno, attraverso un lavoro personale ben fatto.

Per quanto riguarda la seconda sfida, il celibato, «da noi, in Congo, abbiamo vissuto un momento forte, l’anno pastorale con Anuarite, che si è concluso con la celebrazione di un pellegrinaggio nazionale a Isiro. La figura d’Anuarite è, per i cristiani del Congo e di tutta l’Africa, un modello di castità e di sacrificio per il regno»3

Infine, la prima sfida, quella sul senso della comunità, rappresenta un comune denominatore che riguarda ogni membro rispetto al suo senso d’appartenenza alla sua famiglia di origine. Tralasciare questa realtà significherebbe rinnegare l’identità africana: ecco perché mi sono permessa di rispondere in modo decrescente, perché questa situazione spinge a ripensare la vita consacrata in Africa. La mentalità africana comprende ogni individuo all’interno di una comunità in cui ogni membro è legato in virtù dei legami di sangue, di amicizia o attraverso un’alleanza. Questa visione delle cose esclude qualsiasi tentativo di vivere una vita immersa nell’anonimato del soggetto e spinge a una responsabilità estesa a livello di zii, nonni, cugini e nipoti. Il settore della famiglia allargata, nella scelta fondamentale di un soggetto, riguarda l’intera comunità.

Oggi i valori di solidarietà e di fraternità sono tuttora presenti ; basta assistere ai matrimoni per rendersi conto che non solo le due famiglie sono coinvolte nel processo, ma che l’intera comunità collabora alla realizzazione del progetto. Allora, in quella società, qual è il contributo di un membro d’Istituto Secolare?

E’ difficile rispondere a questa domanda. La discrezione quale elemento chiave nella vita secolare è una situazione che rende difficile l’inserimento degli Istituti Secolari in Africa per due motivi: uno è il fatto che ciascuno deve rendere conto della sua identità nei confronti della comunità, della famiglia; una donna sola in seno alla società africana non sempre è vista con occhio favorevole. Secondo, la vita consacrata, così com’è stata conosciuta e presentata dai missionari, comporta la presenza della comunità.

L’Africa ha bisogno di testimoni che condividano la vita comune di tutti i giorni, accanto a donne che fanno la differenza non con i loro discorsi, ma con la qualità della loro vita. La fertilità è uno dei valori che si realizza attraverso una vita interamente dedicata e aperta a tutti, senza frontiere. E’ vero che ogni inserimento nella società che presenti modelli di vita diversi da quelli della società tradizionale è contestato, ma l’efficacia dell’impegno e il suo irradiamento nei tessuti della vita fa e farà la forza e la novità degli Istituti Secolari in Africa.

Come membro di un Istituto Secolare, trovo la risposta nella spiritualità del mio Istituto: “La Missionaria adora la S. Trinità presente nella sua anima: è consapevole che il raccoglimento è la fonte della virtù e il segreto della serenità. Vive lo spirito del Corpo mistico di Gesù nella meravigliosa unità della preghiera e dell’azione”4.

Perpétue Kakese

Ausiliarie Missionarie Agostiniane


 

Ridare valori offrire motivazioni

Il mio nome è Denise Dubé, sono membro dell’Istituto Secolare Les Oblates Missionnaires de Marie Immaculée; sono psicologa e professoressa di psicologia al Collège François-Xavier-Garneau di Québec, che è la mia città, il mio ambiente di vita.

La società del Québec moderno è cambiata molto negli ultimi 40 anni, sotto l’impulso della Rivoluzione tranquilla, fenomeno sociale degli anni ’60 che ha portato la nostra società a prendere le distanze nei confronti della religione cattolica e della Chiesa. La pratica religiosa è notevolmente diminuita, lasciando posto all’indifferenza nei confronti della religione, della Chiesa, arrivando persino al disprezzo. Insegno psicologia a studenti di 17 a 22 anni di età circa. Giovani che vogliono trovare il loro posto nella società e hanno come come background un conflitto intergenerazionale, dove il denaro, il consumo, la competizione occupano un posto sempre più grande, a discapito della persona e della sua realizzazione. In questo contesto difficile e pieno di sfide vivo la mia missione secolare, in modo discreto, «a modo di un fermento nella massa».

L’indifferenza religiosa e la diffidenza nei confronti del cattolicesimo rappresenta per me, membro di un Istituto Secolare, una prima sfida importante. Infatti, il rigetto della religione, insieme con l’effervescenza delle sette (attualmente nel Québec vi sono più di mille sette nuove), la molteplicità delle credenze sia orientali che esoteriche, la crescita del fondamentalismo religioso e dell’integralismo contribuiscono a generare confusione e a screditare ancora di più i valori evangelici, che non sono più percepiti come riferimenti per guidare le nostre scelte. Nelle mie discussioni con i miei colleghi professori, la psicologia e talvolta la morale umana servono da riferimento per le nostre decisioni, ma mai il Vangelo. Lungi dall’attenuarsi, il divario che si è scavato tra la gente e la Chiesa, la religione e la fede, sembra allargarsi. I ponti sembrano sempre più difficili da costruire. Quando alcuni avvenimenti spingono la Chiesa o un suo rappresentante sulla scena mediatica, sento, da parte dei miei colleghi, molte critiche e riflessioni negative rivolte alla Chiesa. Inoltre, per alcuni dei miei studenti, la religione è un inganno, un mito inventato dagli uomini per combattere la loro paura della morte, e la Chiesa un’istituzione che ha fortunatamente perso il suo potere sulla società. E’ quello che imparano nei corsi di storia. Lavoro quindi in un ambiente ampiamente decristianizzato, dove devo trovare nuovi modi di parlare di Dio e di ripristinare i ponti di fiducia con la Chiesa.

Non solo le credenze religiose sono sconvolte, ma anche alcuni valori fondamentali che vengono sia negati che distorti. E’ la seconda sfida alla quale sono confrontata: promuovere alcuni valori che non sempre sono vissuti nella linea della crescita dell’essere umano e del Vangelo. Mentre davo un corso sulla motivazione ai miei studenti della prima sessione in psicologia, ho posto la seguente domanda : «Secondo voi, qual è la motivazione più importante nella vita ?» Alcuni allievi hanno risposto: «Il denaro !» Ho quindi avuto modo di parlare del senso della vita e dell’importanza di valori più umani come la famiglia e l’amore. Era una novità per loro. In un mondo in cui viene dato il primato al denaro, al consumo sfrenato di beni materiali, dove il cellulare è diventato una necessità per la quale sono pronti a fare ore straordinarie di lavoro, a discapito degli studi, è logico credere che la cosa essenziale nella vita sia quella di possedere molti soldi. Non conoscono altre possibilità. Sono immersi in un mondo di superconsumo e credono, peraltro come i loro genitori, che la sovrabbondanza di beni materiali è la risposta alla loro ricerca di felicità e di realizzazione. In questo contesto, far capire loro che il denaro, il prestigio, il lavoro che paga molto non sono la cosa essenziale della vita e parlare del predominio della solidarietà umana, della condivisione con i meno ricchi suscita, all’inizio, incomprensione e riluttanza al cambiamento.

L’amore rappresenta un altro valore incompreso e bistrattato nel mio ambiente. Ma come può essere diversamente ? I giovani hanno spesso vissuto l’esperienza dolorosa del divorzio dei loro genitori e la loro percezione dell’amore ne risulta segnata dal dubbio circa la sua esistenza e la sua durevolezza. L’amore è effimero. L’accento posto sulla seduzione e la sessualità, a discapito dell’intimità e della comunicazione, la violenza nelle relazioni amorose e nelle relazioni sociali, sono altrettanti limiti che nascondono ai giovani il vero volto dell’amore. Rivelare loro gli aspetti più profondi dell’amore umano, come il rispetto dell’altro, la compassione, l’onestà in una relazione, rappresenta una sfida. Un corso di psicologia è spesso per me l’occasione di scambi con i miei studenti su questi vari aspetti. Il tempo degli scambi è però troppo breve per approndire la questione, ed è un peccato.

Vorrei anche parlare del valore dell’impegno e dello sforzo che lo sottotende. Sottoposti alla tendenza generale della società, i giovani non vedono l’importanza di impegnarsi a lungo termine in una relazione o in un progetto : «Se mi piace, vado avanti, se diventerà difficile lascerò stare e farò qualche altra cosa». Quando parlo della continuità nello sforzo davanti agli ostacoli, della persistenza in una relazione per cercare di migliorarla invece di lasciar stare, è per loro un linguaggio nuovo e spesso incomprensibile. Far capire loro l’importanza dello sforzo per raggiungere uno scopo è una missione difficile, per non dire impossibile. Cresciuti nella facilità, viziati dalle ultime tecnologie che vanno di moda, bambini che la fanno da padroni, raramente confrontati all’autorità dei genitori, non hanno imparato a superare i numerosi ostacoli che sono necessariamente chiamati ad affrontare. Alcuni di loro hanno soprattutto imparato ad essere manipolatori per ottenere quello che vogliono. L’altro giorno, uscendo dalla biblioteca dell’università, ho incontrato uno dei miei studenti dell’ultimo anno di collegio. Mi aveva confessato il suo senso di smarrimento di fronte alla mole di lavoro e di sforzi da fornire per riuscire la prima sessione universitaria. Lui che era riuscito a terminare il liceo senza studiare, si trovava ora confrontato al fallimento, per la prima volta in vita sua, e non trovava gli strumenti necessari per superare la prova. L’educazione che aveva ricevuto non lo aveva preparato a quello. Com’è possibile, in un simile contesto, presentare i valori della rinuncia, dell’apprendimento attraverso la difficoltà, del senso del fallimento che rappresentano, in qualche modo, la base della vita umana e spirituale?

I valori da promuovere mi sembrano numerosi e non potrò quindi affrontarli tutti in questa presentazione. C’è tuttavia un ulteriore valore che merita di essere sottolineato perché è praticamente assente dal luogo della mia missione: il valore dell’interiorità, il silenzio per la riflessione, l’introspezione per conoscere la propria vita interiore. Fermarsi per porsi delle domande, guardarsi vivere e cambiare le cose non fa parte del linguaggio dei miei studenti. Il silenzio e il tempo di fermarsi sono cose rare. Il rumore è onnipresente, sia con la musica diffusa dagli auricolari che hanno costantemente nelle orecchie o che si sente ad alto volume nei luoghi pubblici, sia su Internet dove passano ore, sia davanti alla televisione. Le loro incessanti attività non gli consentono di fermarsi per riflettere e scoprire forse la loro realtà interiore, i loro sentimenti, la fonte di alcuni loro problemi e possibilmente il senso della loro vita. Com’è possibile parlare di incontro con se stessi, con gli altri e con Dio?

Di fronte a queste molte sfide, suscitate dalla cultura occidentale nord-americana, quale dovrebbe essere la risposta specifica di un membro d’Istituto Secolare ?

Mi sembra che una prima risposta, non tanto facile vista l’ampiezza delle sfide e del compito da svolgere, è quella di rimanere nel mondo, di non fuggire da esso! Sono nel mondo e ho fatto professione del mondo. Amare il mondo, diventare solidale con i suoi errori, con i suoi smarrimenti, come anche con il suo cammino e i suoi aspetti positivi, che rivelano la presenza infinita di Dio che ci ama. E’ là e là Lo incontro. Lo Spirito Santo mi guida e mi trasforma all’interno di questo mondo, visto che così ho scelto. Vorrei riprendere qui un messaggio di Giovanni Paolo II agli Istituti Secolari, perché è fonte d’ispirazione continua e rappresenta la base del mio impegno secolare.

Voi siete, infatti, inseriti nel mondo completamente e non solamente per la vostra condizione sociologica; siete tenuti a questo inserimento prima di tutto come a un atteggiamento interiore. Dovete dunque considerarvi come “parte” del mondo, come impegnati a santificarlo, accettando totalmente le esigenze che derivano dalla legittima autonomia delle realtà del mondo, dei suoi valori e delle sue leggi.1

Tale impegno voi lo attuate, non separandovi dal mondo, ma dall’interno delle complesse realtà del lavoro, della cultura, delle professioni, dei servizi sociali di ogni genere. Ciò significa che le vostre attività professionali e le condizioni di condivisione con gli altri laici delle cure terrene, saranno il campo di prova, di sfida, la croce, ma anche l’appello, la missione e il momento di grazia e di comunione con Cristo, nel quale si costruisce e si sviluppa la vostra spiritualità.2

Per questo, come consacrati secolari, dovete vivere con consapevolezza operosa le realtà del vostro tempo, perché la sequela di Cristo, che dà significato alla vostra vita, vi impegna seriamente nei confronti di quel mondo che siete chiamati a trasformare secondo il progetto di Dio.3

Vivere pienamente la nostra vocazione, non uscire dal mondo, il che implica per me di scegliere le attività sociali, professionali e politiche, che mi mantengono nel mondo piuttosto che quelle che favoriscono il mio ritiro, anche se mi arricchiscono. Per conto mio, preferisco prendere un buon libro e pregare tranquillamente invece di andare ad un incontro sociale tra colleghi …eppure spesso scelgo l’incontro sociale perché penso che vi si possano stabilire nuovi legami di solidarietà con il mondo. Rimanere nel mondo e favorire la sua crescita implica la mia partecipazione, secondo le mie capacità, ad ogni progetto scientifico, politico, sociale o economico che diriga le nostre energie verso il compimento umano. E pregare per il mondo, e soprattutto con il mondo, perché il suo grido si alza costantemente verso Dio.

Madre Teresa ha detto questo :  «L’umanizzazione conduce alla divinizzazione». E’ per me un’altra dimensione della risposta specifica di un membro d’Istituto Secolare. Umanizzare significa dare la precedenza all’umano, al suo sviluppo, prestare attenzione alla persona e ai suoi bisogni, insistere sul primato dell’amore, della compassione e dell’aiuto reciproco sull’individualismo, la violenza e il profitto ad oltranza, denunciare i danni del consumo sfrenato, dell’ipersessualizzazione, condividere la preoccupazione per la protezione dell’ambiente con coloro che attirano l’attenzione su di esso, offrire un appoggio a tutto quello va verso la piena realizzazione dell’essere umano in tutte le sue dimensioni. Umanizzare significa anche credere che lo Spirito Santo opera in tutti gesti, anche piccoli, fatti a favore del progresso delle nostre società e della dignità umana, da tutte le persone, credenti o non credenti, che cercano di guarire, liberare, educare e valorizzare l’essere umano. Infatti, favorire lo sviluppo  dell’essere umano significa realizzare il piano di Dio, raggiungere il progetto evangelico. Umanizzare significa annunciare in modo profetico il regno di Dio tra noi. Quando insegno e ricevo delle persone in relazione di aiuto, questo aspetto della vocazione mi appare chiaramente. Nell’agosto del 2006 ho anche pubblicato un libro di psicologia intitolato Humaniser la vieillesse (Umanizzare la vecchiaia). I propositi e i temi trattati in questo libro invitano a considerare la crescita umana piuttosto che i declini di questa tappa della vita, e danno luogo a una riflessione sugli atteggiamenti, i valori e la ricerca del senso della vita durante la vecchiaia.

Il rifiuto del religioso nella cultura del Québec, che ho menzionato come una sfida, offre tuttavia una situazione paradossale. Malgrado tutto, assistiamo a una ricerca spirituale molto forte che non sembra essere solo una prerogativa del Québec. Bernard Descouleurs, nel suo libro Repères pour la spiritualité (Riferimenti per la spiritualità) (2002) afferma : «Il bisogno spirituale è di ritorno, soprattutto nella forma di ricerca di saggezza e di senso».4 Donde la popolarità delle vie orientali che sono alla ricerca della Saggezza e il successo, ad esempio, dei pellegrinaggi a Santiago di Compostela, che spesso sono, per la gente, un momento di riflessione su di sé, sulla vita. E’ un fenomeno di società apparso di recente, prosegue Descouleurs, ma crea un nuovo paesaggio religioso che durerà. Sta quindi ritornando il bisogno di una vita spirituale, che emerge dal profondo del cuore umano, come una sete terribile, come un appello, come un salmo. Quale sarà la risposta d’un membro d’Istituto Secolare di fronte a questa situazione? Innanzitutto, mi sembra si tratti di una sfida importante lanciata alla Chiesa, e particolarmente ai membri degli Istituti Secolari, perché non siamo forse «l’ala avanzata della Chiesa», «il laboratorio sperimentale» con il quale la vita secolare, i battiti del cuore del mondo giungono alla Chiesa ?

Di fronte a questa ricerca di vita spirituale, potremmo cercare di identificare il modo in cui si manifesta questo bisogno nelle persone che ci circondano, di identificare i segni di questa ricerca spirituale e di rivelare alla persona l’appello che contiene : appello a entrare in sé, ad incamminarsi per incontrare Dio che è qui, che aspetta. Gli incontri personali durante la relazione di aiuto in psicologia, gli scambi con i miei colleghi e con certi studenti mi danno l’occasione di identificare questa ricerca spirituale. E’ un’attesa diffusa, un bisogno di riprendere fiato, di allontanarsi da una società materialistica, di vedere chiaro in sé, di conoscersi meglio. Spesso, sento dire : «Il denaro non è tutto, ci deve essere qualcos’altro». «Ho vissuto una dura prova e vorrei trovare un senso a tutto questo». Essere all’ascolto dell’aspirazione spirituale degli altri e forse offrire la nostra ricerca spirituale con un linguaggio adeguato e moderno potrebbe essere la risposta di un membro d’Istituto Secolare.

Infine, un’ulteriore risposta che mi viene in mente è quella della testimonianza. Essere un testimone dei valori evangelici nel mondo, ogni giorno, per me significa anzitutto vivere in accordo con il Vangelo nel mio cuore, nelle mie parole, nelle mie azioni. E’ vivere e testimoniare l’amore di Dio per tutti gli uomini, senza distinzione di razza, di cultura, di religione, di orientamento sessuale, di classe sociale, con una particolare attenzione ai più poveri. Ogni giorno, nel mio ambiente di lavoro e di vita, cerco di essere fedele alla missione degli Istituti Secolari, ossia di «esercitare una presenza responsabile e un’azione trasformatrice all’interno delle realtà temporali per orientarle nel senso del Vangelo» e «animata dalla carità di Cristo intensamente vissuta attraverso gli atteggiamenti di vita descritti nella spiritualità».5  La risposta di un membro d’Istituto Secolare alle numerose sfide presenti nel mondo contemporaneo è una risposta, mi pare, di umiltà, di povertà, ma potente perché raggiunge fraternamente ogni persona per trasmettere un messaggio unico : Dio esiste e ti ama. Come una candela accesa nella notte, è preziosa perché persiste a dire che l’alba esiste e che il mattino è già qui. Con l’aiuto dello Spirito Santo, continuiamo a lasciarci interpellare dal mondo e a essere la luce per il mondo di questo tempo. Grazie del vostro ascolto.

                                                                       Denise Dubé

                                                                       Oblates Missionnaires de Marie Immaculée


 

Una presenza di amore

Vengo da un continente che il Signore ha benedetto nella ricchezza della sua terra, nella bellezza dei suoi paesaggi accattivanti: foreste, boschi, pianure e montagne, bagnati dal sole e dall’abbondanza di acqua.

Tuttavia, quando si parla dell’America Latina, viene fuori l’immagine della povertà dai molteplici volti: quello dei bambini della strada, dei giovani disoccupati e disorientati, delle madri sole, degli aborigeni e contadini privati dei loro diritti, dei negri che lottano per la loro identità, dei disoccupati o dei sottoccupati1, quello di coloro che cercano orizzonti nuovi emigrando in altri paesi, quello dei nuovi poveri, sempre più numerosi. Dai Caraibi al Sudamerica, un latinoamericano su cinque non dispone di redditi sufficienti per soddisfare i suoi fabbisogni nutrizionali minimi: nelle nostre capitali, due abitanti su cinque sono poveri e nelle zone rurali, tre contadini su cinque non hanno accesso ai beni e servizi minimi, non hanno accesso né alla scolarità né all’assistenza sanitaria.2 E’ una realtà contradditoria difficile da capire: perché i popoli sono poveri mentre esistono tante risorse naturali?

In America Latina la mappa della povertà ha diversi aspetti:

  • Quello della povertà urbana, nelle grandi città dove la crescita della popolazione mantiene un ritmo sostenuto dovuto all’arrivo di nuovi “migranti”, che vengono dalla campagna impoveritasi o da paesi con meno risorse per stabilirsi in zone ambientalmente vulnerabili: terreni non adeguati, senza infrastruttura urbana (luce, fogne, gaz), spesso esposti ad eventuali disastri naturali (alluvioni, valanghe). Si stabiliscono lì, in alloggi precari, con le loro famiglie o da soli; si ammucchiano e sopravvivono nell’indigenza, tra la disocuppazione o la sottoccupazione, senza potere d’acquisto, con un accesso disuguale all’educazione e alla salute; a questa povertà materiale si aggiunge il sentimento di sradicamento, di inappartenenza. In quei luoghi, in mezzo all’esclusione sociale, nascono le diverse forme di povertà che troviamo nel paesaggio delle città: bambini che vivono nella strada, giovani disoccupati senza possibilità di accedere al lavoro per mancanza di formazione, famiglie che frugano nelle immondizie per trovare qualcosa da mangiare. Sono in aumento allarmante la tossicodipendenza e l’alcoolismo, la delinquenza soprattutto giovanile, la promiscuità, la prostituzione e varie malattie, tra cui la denutrizione, la tubercolosi e l’AIDS.
  • Quello della povertà rurale, tra i vecchi abitanti del nostro suolo, gli indigeni e i contadini, i lavoratori della terra, la maggior parte dei quali non hanno diritti di proprietà e sono spinti dai latifondisti e dalle attuali politiche agricole a lasciare il lavoro dei loro avi. Il lavoro di quelli che rimangono non è riconosciuto come dovrebbe, il piccolo produttore non può competere con le grandi imprese che sfruttano i campi; l’indigeno non può continuare a vivere della terra come i suoi antenati. Inoltre soffrono del degrado progressivo dell’ambiente rurale a causa degli incendi e del taglio indiscriminato dei boschi, e dell’uso di sostanze tossiche per le coltivazioni intensive che in pochi anni esauriscono la terra.
  • E un’altra forma di povertà, molto più grave di quella economica, una povertà che abbiamo in comune con il resto del mondo, che ci arriva per via della mondializzazione delle comunicazioni e della globalizzazione: la povertà dell’uomo che non ha progetti, che ha perso l’autostima, il senso d’appartenenza, la sua identità culturale. Che vive in una società che si vanta di difendere i “diritti umani” e dimentica Dio, fondamento di tutti i diritti. Di quell’uomo che vive immerso nel pragmatismo, in una concezione morale priva di valori permanenti, per il quale è moneta corrente il disprezzo della vita umana, soprattutto quella dei più deboli, quella del bambino che deve nascere, quella dell’anziano e quella di coloro che hanno capacità diverse; l’uomo che vive in un mondo dove imperano l’indifferenza, la solitudine, la precarietà e l’uso e getta, dove si ha il culto del piacere e del denaro, dove manca l’amore e dove Dio è il grande assente; l’uomo che ha perso il senso della vita, gli ideali, il sentimento di costruire il futuro insieme agli altri.

L’Argentina, il mio paese, come tutti i paesi dell’America Latina e dei Caraibi è immerso in una profonda crisi sociale e un impoverimento crescente. Lo scandaloso divario economico, che determina la disparità delle condizioni di vita tra gli abitanti del Nord e del Sud del pianeta, esiste anche nella nostra società latinoamericana, nei nostri paesi, frutto delle pratiche sociali ed economiche che si sono succedute nella storia sin dalla scoperta dell’America, e attualmente per via del modello neoliberale, che relega la maggior parte della gente, generando povertà ed emarginazione, e tollera la corruzione che privilegia i pochi, con politiche imposte da organismi economici multinazionali ai quali siamo legati dovuto all’ingiusto “debito estero”; sono solo in pochi ad approfittare senza scrupoli dei benefici e a possedere molto, e sono molte le vittime d’un sistema che le esclude, che non riescono a soddisfare i loro bisogni essenziali (cibo e vestiti). Alcuni sono sempre stati poveri, ossia quelli che hanno migrato dalla campagna verso le grandi città, senza trovare opportunità, o quelli che sono rimasti in campagna e sono stati dimenticati dal progresso, vivendo nell’indigenza, senza luce né acqua corrente, lontani dall’educazione e dalla salute. A quelli bisogna aggiungere l’apparizione, dagli anni ottanta, di nuovi poveri che non hanno potuto accedere al lavoro ufficiale, oppure che lo avevano e lo hanno perso in seguito alle numerose crisi economiche. I “nuovi poveri” che sono emersi in questi ultimi decenni facevano parte della numerosa “classe media” che esisteva in Argentina e in quei paesi del continente che avevano raggiunto un certo livello di sviluppo durante l’epoca dello “stato di benessere” e hanno oggi sempre meno risorse, quasi senza potere di acquisto dei beni necessari per una vita dignitosa.

All’impoverimento economico bisogna aggiungere una profonda angoscia sociale; la nostra società è frammentata, i legami comunitari si sono spezzati, il tessuto sociale si è rotto; è andato perso il dialogo intergenerazionale, la cui conseguenza è la mancanza di una visione del futuro3; non esiste più il dialogo della società con i suoi dirigenti, delle istituzioni con le persone; viviamo un indebolimento dei movimenti sociali e in molti casi l’azione politica ha come unico scopo quello del potere; abbiamo una democrazia senza principi, viviamo una profonda crisi di credenze e di valori sui quali si fondano i vincoli sociali. La famiglia, scuola di umanesimo, dove si imparano i modelli, i codici sociali, i costumi e i valori, non ha più spazi di “incontro”, le nuove tecnologie e i mezzi di comunicazione sociale occupano il posto dei genitori assenti. Esiste una grande instabilità nei vincoli matrimoniali e si vedono sempre di più famiglie incomplete, monoparentali, ricomposte. La violenza che si è instaurata nella società è presente in tutti gli ambienti, anche nella famiglia e a scuola. Immerso nell’angoscia e con il sentimento di essere orfano, l’uomo di oggi ha sete di sacro, come si nota nella sua ricerca di varie esperienze religiose; ha il cuore inquieto e un’immensa sete di amore.

Nella mia attività quotidiana, sono insegnante, e lavoro da 26 anni nelle scuole di periferia, la zona più carente della città di Rosario. All’inizio ho insegnato nella scuola elementare (i primi anni di scolarità) e sono oggi preside di una scuola media. Il Signore mi ha chiamato là; da quella realtà, ha interpellato la mia vita e ho scoperto che mi invitava a seguirLo più da vicino e a vivere la consacrazione in un Istituto Secolare, come “testimone della sua presenza d’amore tra gli uomini, dedicandomi più pienamente a collaborare con Lui nella salvezza del mondo”, secondo il carisma del mio Istituto.

Nel campo educativo, lavoro con adolescenti e le loro famiglie, in un quartiere che presenta le sfide tipiche di un contesto emarginato: ragazzi che lavorano sin da giovanissimi e lasciano la scuola, altri che non hanno aspirazioni o sono immersi nella tossicodipendenza e l’alcoolismo; la maggior parte di loro hanno esperienze sessuali molto presto e alcune adolescenti diventano precocemente madri; le famiglie in generale sono disunite, i genitori sono assenti nell’educazione dei figli; alcuni sono violenti e picchiano i figli; altri non hanno praticamente autorità di fronte ai figli e delegano il compito alla scuola vista la propria incapacità di educarli.

La fedeltà al Vangelo mi porta ad interrogarmi su questa realtà e ad agire in modo critico a partire dalla fede, annunciando e denunciando le strutture di peccato presenti nella società. Riconoscere che la povertà è una questione sociale, alla quale devo dare una risponsta secondo le mie possibilità; che il povero lo è a causa di una situazione particolare che gli tocca vivere, vittima delle strutture economiche e sociali ingiuste che determinano la sua vita e per quel motivo non solo non ha beni, ma non ha libertà di scelta e spesso di partecipazione sociale o politica; che non mi posso né abituare alle sue carenze né stimmatizzarle nel parlare di lui (“il tossicodipendente”, “il ragazzo della strada”, “la ragazza madre”), dimenticandomi della sua condizione essenziale di persona, di figlio di Dio, amato da Lui, alla sua immagine e somiglianza.

Il mio sguardo sulla realtà condiziona l’altro, che cammina al mio fianco. Se il mio sguardo è “moralizzante”, mi preoccuperò di insegnargli come “deve essere”, un modello irraggiungibile e lontano dalla sua realtà; se è “assistenziale”, mosso dalla compassione, cercherò di coprire le sue carenze con dei “doni”; solo se il mio sguardo è quello di Cristo, quello dell’“amore”, tenterò di portare quei cambiamenti necessari affinché “l’altro”, mio fratello, viva con la dignità che gli spetta; dovrò essere spinta dalla volontà di “promuoverlo socialmente”, di stargli vicina e di costruire, partendo da una solidarietà generosa,  l’inserimento di tutti, assumendo il compito di costruire una comunità veramente giusta e solidale, in cui le persone siano rispettate nei loro diritti e promosse nella loro libertà. E’ lo sguardo dell’amore che illumina, a partire dal Vangelo, tutte quelle situazioni che impediscono all’uomo di essere uomo e di vivere umanamente: la mancanza di lavoro, di cibo, di un alloggio dignitoso, di vestiti, di assistenza sanitaria, di educazione, di sicurezza, di protezione; la mancanza di sogni, di rispetto della sua dignità, di stima di sé; la ricerca della verità, il bisogno d’affetto, di riguardi, di libertà, d’amore, di giustizia, di pace; la sete di comunione, di riconciliazione e di solidarietà; ecco lo sguardo che avvicina l’uomo a Gesù Cristo, l’unico capace di dare una risposta alle sue domande più profonde, di dare un senso alla sua esistenza.

Gli Istituti Secolari hanno un’identità propria: consacrazione e secolarità costituiscono un’unità essenziale che li identifica nel loro modo di essere Chiesa. Siamo consacrati nel mondo, con una missione impegnativa: costruire il regno di Dio nella storia, vincolati a un carisma e a un Istituto. Chiamati ad essere lievito di saggezza e testimoni della grazia nella vita culturale, economica e politica, laddove realizziamo il nostro lavoro quotidiano, cercando di introdurre nella società le energie del Regno, cercando di trasfigurare il mondo dal suo interno con la forza delle Beatitudini.4

Fedeli alla nostra identità e di fronte alla realtà che ci interpella, la nostra risposta come membri di un Istituto Secolare è questa presenza impegnata, trasformatrice e creativa, segno d’amore e di speranza per il mondo di oggi. Come discepoli di Gesù Cristo, con una missione nel cuore della storia: siamo presenti tra i nostri fratelli, annunciando con passione il Vangelo, spesso in modo silenzioso, con la nostra presenza e la testimonianza della nostra opera; dando il senso della salvezza alla storia; proclamando quello che abbiamo visto e sentito, la nostra esperienza dell’amore di Cristo con un cuore innamorato, che ama e serve i fratelli. Assumendo la responsabilità di riconstruire, nella nostra America Latina, i valori indispensabili per una vita sociale dignitosa, radicata nell’amore per il prossimo, e di fronte alla politica “assistenziale” e al clientelismo politico, sviluppare la cultura del lavoro, lo spirito di sacrificio, l’impegno perseverante, la creatività. Di fronte alla corruzione, all’ipocrisia e alla menzogna, promuovere il senso della giustizia, il rispetto della legge e la fedeltà alla parola data, essendo testimoni della verità; di fronte alla frammentazione sociale, ricostruire i vincoli sociali, il senso della vita familiare, della comunità, ponendo fine all’individualismo competitivo, attraverso la solidarietà soprattutto con quello che soffre, ritrovando l’unità sociale nel dialogo, il rispetto e la riconciliazione; di fronte alla perdita dell’identità culturale, degli ideali, gettare ponti tra le generazioni per trasmettere l’eredità culturale che abbiamo ricevuta dai nostri avi. Lavorando per la difesa della dignità umana, rafforzando i diritti dell’uomo, proclamando che essi non esistono laddove non si rispetta la vita umana, sin dal concepimento fino alla morte naturale e denunciando qualsiasi intento di manipolazione, di sfruttamento, di discriminazione o emarginazione verso le persone. Senza trascurare i nostri doveri di cittadini, partecipando attivamente insieme ad altri che, pur non conoscendo Cristo, cercano il bene comune, la promozione dei più deboli, l’inserimento sociale di tutti, la verità, la pace e potenziando le iniziative che stanno nascendo in mezzo ai nostri popoli per edificare insieme un mondo più vivibile e umano.

Contemplare Gesù dà un senso alla nostra vita e alla nostra opera, stare con Lui ci trasforma. Siamo stati chiamati ad essere santi in mezzo alla vita quotidiana, a camminare sulle traccie di Cristo che si è incarnato per amore per l’uomo e la realtà del suo tempo, con la sua grazia, con l’ascolto attento della sua Parola, saremo capaci di trovarlo nelle circostanze attuali della storia e di collaborare con Lui nel suo piano di salvezza.

Da Maria, Madonna della Guadalupe, Madre dell’America Latina, modello di disponibilità, di perseveranza e di servizio umile, apprendiamo a fare la Sua volontà, a irradiare la gioia che emana da un cuore che solo in Dio trova la sua ricchezza, e a vivere nell’attento ascolto dello Spirito che può trasformare il nostro mondo con l’Amore. 

                                                                                  María Cecilia Comuzzi

                                                                                  Misioneras Apostólicas de la Caridad


 

Conclusione del moderatore

Sento di dover ringraziare per questi interventi perché ho trovato  che siano tutti interventi di speranza che bene sono interpretati da alcune espressioni del salmo 83

Beato chi abita la tua casa sempre canta le tue lodi

beato chi trova in te la sua forza

e decide nel suo cuore il santo viaggio

Ricchi di speranza continuiamo il nostro viaggio. Anche se il salmo continua passando per la valle del pianto che , dice, cambia in una sorgente.

Grazie.

                                                                                  Suor Enrica Rosanna F.M.A.


1 KAUMBA MUFWATA CISSOLAH A. – NGOY KALUMBA UMPUNGU L., Le Katanga et la transition zaïroise. l’Eglise nous parle, Edition du Centre Interdiocésain, Lubumbashi, 1995,  pp. 26-46.

2 SONGA SONGA FLORIBERT, Discours à l’occasion de la présentation des voeux le 04-01-2007, archidiolub@mwangaza.cd, Lubumbashi 2007.

3 Idem

4 Cfr. AUXILIAIRES MISSIONNAIRES AUGUSTINIENNES, Constitutions N. 6, Roma 1983.

1 Giovanni Paolo II  «Per cambiare il mondo dall’interno», Gli Istituti Secolari. Documenti. 3a edizione, Roma, CMIS, 1993, p. 55

2 Id., «Il sacrificio di Cristo costituisce la forza e la speranza della Chiesa», op. cit., p.65

3 Giovanni Paolo II, Dialogo, vol. XXVIII, no. 126-127, 2000, p. 108

4 Bernard Descouleurs, Repères pour la spiritualité, Paris, Desclée de Brouwer, 2002, p.9

5 Costitutzioni delle Oblates Missionnaires de Marie Immaculée, # 1.8 et # 1.9, p.9

1 Cfr. Documento finale della IIIª Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano “La evangelización en el presente y en el futuro de América Latina” - Puebla - México Gennaio 1979. Ítems. 31 al 39.

2 Cfr. CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi - ONU) “Panorama social de América Latina”.

3 Cfr. Parole del Cardinale Jorge Mario Bergoglio S.J., nella sua relazione centrale in occasione della VIIIa Giornata di Pastorale Sociale.  Argentina, 25 giugno 2005.

4 Cfr. Esortazione Apostolica Postsinodale “Vita Consecrata” di Giovanni Paolo II, n. 10

Conclusione del Simposio e prospettive aperte

 

Raccolgo alcune conclusioni che i lavori di queste due giornate mi hanno suggerito.

Prima di tutto bisogna rivolgere un primo sentito  ringraziamento al Santo Padre che ha voluto accoglierci nella sala Clementina per un incontro ricco di paterno affetto e di particolare vicinanza.

Con la sua parola illuminante ed incoraggiante, il Papa ha mostrato la sua peculiare attenzione verso la vita consacrata, in particolare verso la consacrazione  secolare. Il suo invito ad essere cercatori della bellezza di Dio e del creato per testimoniare quella antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa diventa un impegno per ciascuno voi e per i vostri Istituti.

Il Papa ci ha parlato dell’antropologia cristiana, della visione cristiana dell’uomo. Noi oggi abbiamo il compito di proporre questa visione all’umanità, soprattutto dinanzi alla tendenza a chiudersi negli orizzonti terreni; davanti alla pretesa di una autonomia assoluta che nega la vocazione trascendente dell’uomo; davanti a una situazione che, per l’Europa, il papa Giovanni Paolo II ha definito una “silenziosa apostasia”; questo processo di secolarizzazione,  a questa atmosfera, sempre più ateizzata, abbiamo il compito di adempiere la nostra missione, richiamare l’attenzione sulla dimensione trascendente, portare un soffio di eternità per la verità e la libertà dell’uomo, per la sua gioia e la sua speranza.

Abbiamo vissuto questo Simposio come  un grande evento ecclesiale, ricco di speranza che nasce dalla fede in Gesù Cristo, dal mistero della sua incarnazione e della sua opera di redenzione.

Abbiamo riconosciuto e celebrato i prodigi che lo Spirito Santo compie nella Chiesa, immersa in una umanità tante volte e in tanti modi appesantita e affaticata dalle sue stesse conquiste, ma sempre bisognosa di incontrare Dio.

La promulgazione della Provida Mater, il 2 febbraio del 1947, ha segnato un punto nodale nella teologia della vita consacrata, da quel momento non più identificata con la vita religiosa. Anche laici e sacerdoti diocesani possono vivere la sequela di Cristo nella perfezione del proprio stato attraverso l’assunzione dei consigli evangelici. Si è trattato di una svolta che, nel corso di questi sessant’anni, ha continuato a stimolare riflessioni ed approfondimenti sul valore della consacrazione e della secolarità. Pensiamo alla ricchezza del Concilio Vaticano II, che, senza assumere la prospettiva precisa degli Istituti secolari, ha ripreso l'humus teologico nel quale gli Istituti secolari sono nati: il riconoscimento di una Chiesa per il mondo e nel mondo (Gaudium et Spes), la valorizzazione del laicato (Lumen Gentium, IV);  la pienezza della vita cristiana che consiste nella perfezione della carità alla quale tutti sono chiamati (Lumen Gentium, V).

Pensiamo alla redazione del Codice di Diritto Canonico del 1983 che ha confermato che gli Istituti secolari, pur appartenendo alla vita consacrata, come gli Istituti religiosi, si differenziano profondamente da questi proprio in ragione della secolarità. Pensiamo all’apertura ad altre nuove forme di vita consacrata che il canone 605 dello stesso Codice lascia intravedere e a tutto il discernimento in atto nella Chiesa in relazione a tale possibilità.

In questo contesto mi piace leggere il vostro convenire dai diversi luoghi in cui vivete e l’espressione “Questo è il tempo per noi”, titolo del Simposio nel quale, guidati dalla Lettera a Diogneto, avete ricercato l’attualità della vostra presenza e azione.

Vorrei ricordare il prof. Pizzolato che ieri ci ha parlato con tanta profondità ed eloquenza della lettera a Diogneto.

Quello che ammiro in questo testo del duecento è l’ottimismo della fede. Pensate i cristiani in quel momento erano 20-30 mila in un impero romano che contava 50 milioni di abitanti. Che consapevolezza della propria responsabilità, che ottimismo della fede in questi primi cristiani.

Una minoranza senza prestigio sociale, senza potere politico, senza potere economico, senza nessuna presenza visibile, una minoranza disprezzata e, malgrado questo, cosciente di essere l’anima del mondo, consapevole di sostenere il mondo con la propria presenza.

 Ancora un pensiero dalla lettera a Diogneto: Se Dio ci ha posto oggi in questo mondo, ci ha dato anche la forza e la capacità di adempiere la nostra missione.

Mi sembra importante un’altra considerazione:

In questo mondo globalizzato, bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione di pensare che le sfide siano anch’esse globalizzate! Il grande problema dell’Occidente, che il Santo Padre ha indicato nella “dimenticanza di Dio”, è cosa ben diversa dal cambiamento culturale provocato dai mezzi di comunicazione, dai flussi migratori e loro ripercussioni familiari e religiose, dalla povertà, dalla violenza, per indicare solo alcune sfide che toccano  l’America Latina .

Così come ancora diversa è la situazione del continente asiatico, dominato in massima parte da buddisti, indù, musulmani e dove i cattolici sono una minoranza, o di quello africano dove la miseria, le guerre, la lotta per la sopravvivenza  privano spesso gli uomini, le donne e gli stessi bambini dei diritti più elementari

La stessa conformazione della vita a Cristo richiede diversi impegni ed obblighi: assumere la povertà di Cristo ha un significato del tutto diverso per chi vive in Africa e per chi vive in America! E non è un discorso solo economico, ma qualcosa che, come dicevamo prima, riguarda la cultura, la società, le aspirazioni di un popolo, i suoi valori e le sue fatiche.

Diverse le realtà, diverso il vostro stile di presenza. A volte vi è richiesto di annunciare  a gran voce la vostra fede, a volte solo di testimoniarla con la vita.

Rileggete il  bel passo della enciclica di Benedetto XVI Deus Caritas est al n. 31.

Guai a voler uniformare le diversità, a prospettare un’unica modalità di testimonianza e di vita.

La pluralità e diversità del nostro tempo e del nostro mondo sono il punto di forza della vostra vocazione.

Punto di forza perché non c’è luogo, non c’è cultura, situazione politica e sociale che non possa essere illuminata dalla vostra vita, orientata a Dio dalla vostra azione.

Vorrei aprire una riflessione sull’identità degli Istituti Secolari e sulla loro attualità.

Anche nel Codice, quasi a definire la secolarità,  si sottolinea come questa presuppone e comporta aspetti esistenziali. Anzi vi è un invito per i membri degli Istituti Secolari a condurre “la loro vita nelle ordinarie situazioni del mondo” (can 714). Proprio ad evidenziare la necessità di permanere tra gli uomini del vostro luogo, esposti agli stessi problemi quotidiani, agli stessi rischi, alle stesse paure e alle stesse sfide.

Se questo è essenziale per la vostra vocazione, vuol dire che non può mai venir meno, a scapito della vostra stessa identità. Non possono esserci condizioni di vita, né situazioni particolari, né tanto meno di privilegio che vi distinguono dagli altri uomini, così come non possono esserci situazioni esistenziali che non vi toccano.

Questo vale sia a livello personale che di Istituti in genere, sia per i laici che per i sacerdoti diocesani.

Nessuna situazione della vita può esservi estranea perché tutta la vostra vita è apostolato. Un apostolato che si sforza “a modo di fermento di permeare di spirito evangelico ogni cosa per il consolidamento e la crescita del Corpo di Cristo” (can. 713).

In cosa differisce la vostra posizione da quella dei semplici laici? Lo diceva nell’ormai lontano 1972 Paolo VI «siete impegnati negli stessi valori del mondo, ma come consacrati: cioè non tanto per affermare l’intrinseca validità delle cose umane in se stesse, ma per orientarle esplicitamente secondo le beatitudini evangeliche».

Ecco quindi i tratti essenziali della vostra identità: condivisione delle ordinarie condizioni e radicalità che deriva dalla consacrazione.

Mi accingo a concludere.

La lettura dell’odierna realtà degli Istituti Secolari che la presidente della Conferenza mondiale sig.ra Ewa Kusz ha presentato, aiutata anche dai dati statistici, mostra una certa vitalità, io direi una vitalità certa .

Ci sono Istituti nascenti, soprattutto in alcuni Paesi, ma in tutte le nazioni vi è un discreto numero di persone in formazione.

Sono numeri che vanno letti inserendoli in un contesto più ampio che non possiamo ignorare come quello della crisi di vocazione nel senso più ampio del termine o la tendenza all’invecchiamento di alcuni Paesi.

È una realtà che nella sua trasformazione suggerisce piste da percorrere.

Un solo esempio. Alcuni Istituti sono composti prevalentemente da persone anziane. Ma questo dato non è, di per sé, negativo: richiede tuttavia di attrezzarsi in questa direzione, rimodellando il linguaggio, i temi della riflessione e della formazione, la modalità dello stare insieme, per aiutare i propri membri, nella loro condizione esistenziale sia essa di inattività lavorativa, di vecchiaia, forse di malattia e di solitudine, a spendere la propria vita per dire la bontà di Cristo, a tener viva la passione per la vita di altri uomini, la capacità di ascolto, la comprensione della diversità.

Spetta a voi di mantenere accesa la fiamma.

A voi, che vivete questa vocazione il compito di proclamarne la bellezza, di indicarne la specificità, di ridefinirne,  se occorre,  l’identità in rapporto a spazi e situazioni il più possibile determinate.

A voi, restare in comunione per uno scambio di ricchezze, per aiutare le realtà nascenti ad approfondire ed incarnare la sintesi tra secolarità e consacrazione che fa degli Istituti Secolari una realtà viva ed efficace.

Siete come seme di santità gettato nei solchi della storia. Il paragone con il seme indica bene la vostra realtà minoritaria: gli Istituti Secolari sono sempre poco numerosi, quasi per vocazione, a differenza dei grandi istituti religiosi o dei movimenti ecclesiali.

Ma come quel granellino di senapa, di cui ci parlano gli Evangelisti,  che pur essendo il più piccolo tra i semi, cresce e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra (Mc 4.31-32), così la vostra presenza è benedizione per il mondo e per la Chiesa intera!

Finalmente vorrei fare una riflessione che, mi sembra, non sia stata molto presente in questo Simposio.

Dice la prima lettera di San Pietro: «voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9).

I cristiani sono dunque chiamati a santificare l’umanità nel suo camminare attraverso il tempo, come i sacerdoti  e i leviti lo erano per il popolo di Israele nel suo camminare attraverso il deserto. Poiché, come dice san Paolo, «ci è stata concessa la grazia di essere ministri di Gesù Cristo tra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (Rm 15, 16).

A noi di fare della storia umana, costituita maggiormente da pagani, una storia drammatica, e anche bella, una storia santa, una oblazione gradita dallo Spirito Santo . È questo il compito del sacerdozio regale.

Come Gesù che venendo nel mondo mundum volens consecrare adventus suo piissimo  anche noi dobbiamo lavorare per la consacrazione del mondo per fare di questa drammatica avventura umana una storia santa. Lo faremo nella misura in cui noi stessi saremo santi.

Come diceva un filosofo francese, Henri Bergson, verso il 1930, «i santi non hanno bisogno di parlare, la loro esistenza è un appello».

Em. Card. FrancRodé C.M.

                                                                                              Prefetto della CIVCSVA

Chiusura del Simposio

È venuto il momento di concludere il Simposio - molto denso per i contenuti e per gli incontri, specialmente con il Papa Benedetto XVI, il quale ha detto parole non solo molto interessanti, ma anche significative per la nostra vocazione. Mi pare, che dobbiamo serbarle nel cuore per riflettere. Il Papa ha detto che, come il lievito fa fermentare tutta la farina la nostra vita sia “silenziosa e nascosta, ma sempre propositiva e incoraggiante, capace di generare speranza”. Per questo il luogo del nostro apostolato “è tutto l'umano, sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell'antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota”.

Non di raro ci domandiamo – se siamo attraenti per i giovani; se la Chiesa si interessa di noi e della nostra vocazione; e cosa dovremo fare per essere più visibili per gli altri.

Secondo me, nelle parole di Papa Benedetto, ma anche negli interventi di ieri e di oggi, abbiamo sentito le risposte. Se siamo come lievito, alla natura della nostra vocazione appartiene essere poco visibili ma non marginalizzati.

Dio stesso ha dato la vocazione dei laici consacrati alla Chiesa, e la Chiesa ha bisogno di noi “per dare completezza alla sua missione” – come ieri ha detto il Papa. Allora noi siamo invitati a testimoniare la speranza, che Dio è veramente con noi, che è venuto a tutti, e specialmente ai malati, agli sfortunati, agli insicuri e deboli, in questo mondo, per dare la pienezza: l’amore, la speranza e la fede. Questo impegno è molto chiaro e semplice, non è necessario cercare altro.

Come ho già detto ieri all’inizio - il Simposio non finisce qui, ma apre il momento della riflessione nei nostri istituti e nei nostri paesi.

Io desidero ringraziare tutti. Mi sembra, che la nostra presenza è stata reciprocamente un rafforzamento e un’incoraggiamento. Ringrazio i rappresentanti della Congregazione CIVCSVA: Card. F. Rodé, Arcivescovo G. Gardin, Suor Enrica Rosanna e Sign. Daniela Leggio. Ringrazio i nostri relatori: Card. Cottier, Prof. Pizzolato e Sister S. Holland e partecipanti della tavola rotonda, che è stata presieduta dall’Arc. S. Rylko. Ringrazio tutti, coloro che hanno preparato il Simposio e si sono occupati del segretariato.

Ewa Kusz

                                                                                                          Presidente della CMIS

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