Udienza del Santo Padre Francesco

ai partecipante all'incontro promosso dalla

Conferenza Italiana degli Istituti Secolari




Sala del Concistoro

Sabato, 10 maggio 2014

Parole pronunciate a braccio dal Santo Padre:

Io ho scritto un discorso per voi, ma oggi è accaduto qualcosa. È colpa mia perché ho dato due udienze non dico nello stesso tempo, ma quasi. Per questo ho preferito consegnarvi il discorso, perché leggerlo è noioso, e dirvi due o tre cosette che forse vi aiuteranno.

Dal tempo in cui Pio XII ha pensato questo, e poi la Provida Mater Ecclesia, è stato un gesto rivoluzionario nella Chiesa. Gli istituti secolari sono proprio un gesto di coraggio che ha fatto la Chiesa in quel momento; dare struttura, dare istituzionalità agli istituti secolari. E da quel tempo fino ad ora è tanto grande il bene che voi fate nella Chiesa, con coraggio perché c’è bisogno di coraggio per vivere nel mondo. Tanti di voi soli, nel vostro appartamento vanno, vengono; alcuni in piccole comunità. Tutti i giorni, fare la vita di una persona che vive nel mondo, e nello stesso tempo custodire la contemplazione, questa dimensione contemplativa verso il Signore e anche nei confronti del mondo, contemplare la realtà, come contemplare le bellezze del mondo, e anche i grossi peccati della società, le deviazioni, tutte queste cose, e sempre in tensione spirituale… Per questo la vostra vocazione è affascinante, perché è una vocazione che è proprio lì, dove si gioca la salvezza non solo delle persone, ma delle istituzioni. E di tante istituzioni laiche necessarie nel mondo. Per questo io penso così, che con la Provida Mater Ecclesia la Chiesa ha fatto un gesto davvero rivoluzionario!

Vi auguro di conservare sempre questo atteggiamento di andare oltre, non solo oltre, ma oltre e in mezzo, lì dove si gioca tutto: la politica, l’economia, l’educazione, la famiglia… lì! Forse è possibile che voi abbiate la tentazione di pensare: “Ma cosa posso fare io?”. Quando viene questa tentazione ricordate che il Signore ci ha parlato del seme del grano! E la vostra vita è come il seme del grano… lì; è come lievito… lì. È fare tutto il possibile perché il Regno venga, cresca e sia grande e anche che custodisca tanta gente, come l’albero della senape. Pensate a questo. Piccola vita, piccolo gesto; vita normale, ma lievito, seme, che fa crescere. E questo vi dà la consolazione. I risultati in questo bilancio sul Regno di Dio non si vedono. Soltanto il Signore ci fa percepire qualcosa... Vedremo i risultati lassù.

E per questo è importante che voi abbiate tanta speranza! È una grazia che voi dovete chiedere al Signore, sempre: la speranza che mai delude. Mai delude! Una speranza che va avanti. Io vi consiglierei di leggere molto spesso il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, quel capitolo della speranza. E imparare che tanti nostri padri hanno fatto questo cammino e non hanno visto i risultati, ma li hanno salutati da lontano. La speranza… Questo è quello che vi auguro. Grazie tante per quello che fate nella Chiesa; grazie tante per la preghiera e per le azioni. Grazie per la speranza. E non dimenticate: siate rivoluzionari!

* * *

Discorso preparato dal Santo Padre:

Cari fratelli e sorelle,

vi accolgo in occasione della vostra Assemblea e vi saluto dicendovi: conosco e apprezzo la vostra vocazione! Essa è una delle forme più recenti di vita consacrata riconosciute e approvate dalla Chiesa, e forse per questo non è ancora pienamente compresa. Non scoraggiatevi: voi fate parte di quella Chiesa povera e in uscita che sogno!

Per vocazione siete laici e sacerdoti come gli altri e in mezzo agli altri, conducete una vita ordinaria, priva di segni esteriori, senza il sostegno di una vita comunitaria, senza la visibilità di un apostolato organizzato o di opere specifiche. Siete ricchi solo dell’esperienza totalizzante dell’amore di Dio e per questo siete capaci di conoscere e condividere la fatica della vita nelle sue molteplici espressioni, fermentandole con la luce e la forza del Vangelo.

Siete segno di quella Chiesa dialogante di cui parla Paolo VI nell’Enciclica Ecclesiam suam: «Non si salva il mondo dal di fuori – afferma –; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio» (n. 90).

Il tema della vostra Assemblea, “Nel cuore delle vicende umane: le sfide di una società complessa”, indica il campo della vostra missione e della vostra profezia. Siete nel mondo ma non del mondo, portando dentro di voi l’essenziale del messaggio cristiano: l’amore del Padre che salva. Siete nel cuore del mondo col cuore di Dio.

La vostra vocazione vi rende interessati ad ogni uomo e alle sue istanze più profonde, che spesso restano inespresse o mascherate. In forza dell’amore di Dio che avete incontrato e conosciuto, siete capaci di vicinanza e tenerezza. Così potete essere tanto vicini da toccare l’altro, le sue ferite e le sue attese, le sue domande e i suoi bisogni, con quella tenerezza che è espressione di una cura che cancella ogni distanza. Come il Samaritano che passò accanto e vide e ebbe compassione. E’ qui il movimento a cui vi impegna la vostra vocazione: passare accanto ad ogni uomo e farvi prossimo di ogni persona che incontrate; perché il vostro permanere nel mondo non è semplicemente una condizione sociologica, ma è una realtà teologale che vi chiama ad uno stare consapevole, attento, che sa scorgere, vedere e toccare la carne del fratello.

Se questo non accade, se siete diventati distratti, o peggio ancora non conoscete questo mondo contemporaneo ma conoscete e frequentate solo il mondo che vi fa più comodo o che più vi alletta, allora è urgente una conversione!La vostra è una vocazione per sua natura in uscita, non solo perché vi porta verso l’altro, ma anche e soprattutto perché vi chiede di abitare là dove abita ogni uomo.

L’Italia è la nazione con il maggior numero di Istituti secolari e di membri. Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!

Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze. La passione missionaria, la gioia dell’incontro con Cristo che vi spinge a condividere con gli altri la bellezza della fede, allontana il rischio di restare bloccati nell’individualismo. Il pensiero che propone l’uomo come artefice di se stesso, guidato solo dalle proprie scelte e dai propri desideri, spesso rivestiti con l’abito apparentemente bello della libertà e del rispetto, rischia di minare i fondamenti della vita consacrata, specialmente di quella secolare. E’ urgente rivalutare il senso di appartenenza alla vostra comunità vocazionale che, proprio perché non si fonda su una vita comune, trova i suoi punti di forza nel carisma. Per questo, se ognuno di voi è per gli altri una possibilità preziosa di incontro con Dio, si tratta di riscoprire la responsabilità di essere profezia come comunità, di ricercare insieme, con umiltà e con pazienza, una parola di senso che può essere un dono per il Paese e per la Chiesa, e di testimoniarla con semplicità. Voi siete come antenne pronte a cogliere i germi di novità suscitati dallo Spirito Santo, e potete aiutare la comunità ecclesiale ad assumere questo sguardo di bene e trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti.

Poveri tra i poveri, ma con il cuore ardente. Mai fermi, sempre in cammino. Insieme ed inviati, anche quando siete soli, perché la consacrazione fa di voi una scintilla viva di Chiesa. Sempre in cammino con quella virtù che è una virtù pellegrina: la gioia!

Grazie, carissimi, di quello che siete. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. E pregate per me!

CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA

E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

«Rallegratevi...»

Parole dal magistero di papa Francesco

Ai consacrati e alle consacrate verso l’anno dedicato alla Vita consacrata

Lettera circolare ai consacrati e alle consacrate verso l’anno dedicato alla Vita consacrata

(Prot. n. Sp.R. M 1/2014)

 

«Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, sempre c’è gioia!»

Papa Francesco





INDICE

Carissimi fratelli e sorelle

I – Rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia …
In ascolto

Questa è la bellezza …

Nel chiamarvi …

Trovati, raggiunti, trasformati
Nella gioia del sì fedele

II – Consolate, consolate il mio popolo

In ascolto

Portare l'abbraccio di Dio
La tenerezza ci fa bene

La prossimità come compagnia
L’inquietudine dell’amore

III – Per la riflessione

Le domande di papa Francesco

Ave, Madre della gioia


 

Carissimi fratelli e sorelle,

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia».[1]

L’incipit dell’Evangelii gaudium nel tessuto del magistero di papa Francesco suona con vitalità sorprendente, chiamando al mirabile mistero della Buona Novella che, accolta nel cuore della persona, ne trasforma la vita. Ci viene raccontata la parabola della gioia: l’incontro con Gesù accende in noi l’originaria bellezza, quella del volto su cui splende la gloria del Padre (cfr 2 Cor 4,6), nel frutto della letizia.

Questa Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di vita apostolica invita a riflettere sul tempo di grazia che ci è dato di vivere, sull’invito speciale che il Papa rivolge alla vita consacrata.

Accogliere tale magistero, significa rinnovare l’esistenza secondo il Vangelo, non nella modalità di radicalità intesa come modello di perfezione e spesso di separatezza, ma nell’adesione toto corde all’evento dell’incontro di salvezza che trasforma la vita: «Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No, non voglio dire radicale. La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo».[2]

Nella finitudine umana, nel limite, nell’affanno quotidiano i consacrati e le consacrate vivono la fedeltà, dando ragione della gioia che li abita, diventano splendida testimonianza, efficace annuncio, compagnia e vicinanza per donne e uomini che con loro abitano la storia e cercano la Chiesa come casa paterna.[3] Francesco d’Assisi, assumendo il Vangelo come forma di vita «ha fatto crescere la fede, ha rinnovato la Chiesa; e nello stesso tempo ha rinnovato la società, l’ha resa più fraterna, ma sempre col Vangelo, con la testimonianza. Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!».[4]

Numerose sono le suggestioni che ci vengono dall’ascolto delle parole del Papa, ma particolarmente c’interpella l’assoluta semplicità con cui papa Francesco propone il suo magistero, conformandosi alla genuinità disarmante del Vangelo. Parola sine glossa, sparsa con il largo gesto del buon seminatore che fiduciosonon fa discriminazioni di terreno.

Un invito autorevole rivolto a noi con la lievità della fiducia, un invito ad azzerare le argomentazioni istituzionali e le personali giustificazioni, una parola provocativa che giunge a interrogare il nostro vivere a volte intorpidito e sonnolento, vissuto spesso al margine della sfida se aveste fede quanto un granello di senapa

(Lc 17, 5). Un invito che ci incoraggia a muovere lo spirito per dare ragione al Verbo che dimora tra noi, allo Spirito che crea e che costantemente rinnova la sua Chiesa.

Questa Lettera trova le sue ragioni in tale invito e intende iniziare una riflessione condivisa, mentre si offre come semplice mezzo per un leale confronto fra Vangelo e Vita. Questo Dicastero introduce così un itinerario comune, luogo di riflessione personale, fraterna, d’istituto, in cammino verso il 2015, anno che la Chiesa dedica alla vita consacrata. Con il desiderio e l’intento di osare decisioni evangeliche con frutti di rinascita, fecondi nella gioia: «Il primato di Dio è per l'esistenza umana pienezza di significato e di gioia, perché l'uomo è fatto per Dio ed è inquieto finché in Lui non trova pace».[5]


 

Rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia…

Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto.


Poiché così dice il Signore: «Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati.


Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati.


Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca. La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi».


Isaia, 66,10-14


 

In ascolto

Con il termine gioia (in ebraico: śimḥâ/śamaḥ, gyl) la sacra Scrittura intende esprimere una molteplicità di esperienze collettive e personali, in particolar modo collegate con il culto religioso e le feste, e per riconoscere il senso della presenza di Dio nella storia di Israele. Si incontrano nella Bibbia ben 13 diversi verbi e sostantivi per descrivere la gioia di Dio, quella delle persone e anche della stessa creazione, nel dialogo della salvezza.

Per l'Antico Testamento, nei Salmi e nel profeta Isaia si trovano le ricorrenze più numerose: con una variazione linguistica creativa e originale molte volte si invita alla gioia, si proclama la gioia della vicinanza di Dio, la letizia per quanto ha creato e fatto. Nei Salmi, per centinaia di volte, si trovano le espressioni più efficaci per indicare nella gioia sia il frutto della presenza benevola di Dio e le risonanze esultanti che provoca, sia l'attestazione della grande promessa che abita l'orizzonte futuro del popolo. Per quanto riguarda il profeta, è proprio la seconda e la terza parte del rotolo di Isaia che è cadenzata da questo frequente richiamo alla gioia, che si orienta verso il futuro: sarà sovrabbondante (cfr Is 9,2), il cielo, il deserto e la terra sussulteranno di gioia (Is 35,1; 44,23; 49,13), i prigionieri liberati arriveranno in Gerusalemme urlando di gioia (Is 35,9s; 51,11).

Nel Nuovo Testamento il vocabolo privilegiato è legato alla radice char (chàirein, charà), ma si trovano anche altri termini come 'agalliáomai, euphrosyne): e implica di solito una esultanza totale,che abbraccia insieme il passato e il futuro. Gioia è il dono messianico per eccellenza, come Gesù stesso promette: La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena ( Gv 15,11; 16,24; 17,13).È Luca che, fin dagli eventi che precedono la nascita del Salvatore, segnala il diffondersi esultante della gioia (cfr Lc 1,14.44.47; 2,10; cfr Mt 2,10), e poi accompagna la diffusione della Buona Novella con questo effetto che si espande (cfr Lc 10,17; 24,41.52) ed è tipico segno della presenza e diffusione del Regno (cfr Lc 15,7.10.32; At 8,39; 11,23; 15,3; 16,34; cfr Rm 15,10,13; ecc.).

Secondo Paolo la gioia è un frutto dello Spirito (cfr Gal 5,22) e una nota tipica e stabile del Regno (cfr Rm 14,17), che si consolida anche attraverso la tribolazione e le prove (cfr 1Ts 1,6). Nella preghiera, nella carità, nel ringraziamento incessante si deve trovare la fonte della gioia (cfr 1Ts 5,16; Fil 3,1; Col 1,11s): nelle tribolazioni l'apostolo delle genti si sente ricolmo di gioia e partecipe della gloria che tutti attendiamo (cfr 2Cor 6,10; 7,4; Col 1,24). Il trionfo finale di Dio e le nozze dell'Agnello completeranno ogni gioia ed esultanza (cfr Ap 19,7) facendo esplodere un cosmico. Alleluia (Ap 19,6).

Per cogliere il senso pieno del testo citato, offriamo ora una breve spiegazione della frase di Isaia 66,10: Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l'amate. Sfavillate con essa di gioia. Si tratta della finale della terza parte del profetaIsaia, e bisogna tener presente che i capitoli Is 65- 66 sono strettamente uniti e si completano a vicenda, come già era evidente nella conclusione della seconda parte di Isaia (cc. 54-55).

In tutti e due i capitoli il tema del passato è evocato, a volte anche con immagini crude, ma per invitare a dimenticarlo, perché Dio vuole far brillare una luce nuova, una fiducia che risanerà infedeltà e crudeltà subite. La maledizione, frutto dell'inosservanza dell'Alleanza, sparirà perché Dio sta per fare di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio (cfr Is 65,18). Ne sarà proval'esperienza che la risposta di Dio giungerà prima ancora che venga formulata la supplica (cfr Is 65,24). Questo è il contesto che si prolunga ancora nei primi versetti di Is 66, riaffiorando qua e là per cenni ancora più avanti, evidenziando ottusità di cuore e di orecchi di fronte alla bontà del Signore e alla sua Parola di speranza.

Suggestiva appare allora qui la similitudine di Gerusalemme madre, che si ispira alle promesse di Is 49,18- 29 e 54,1-3: il paesedi Giuda si riempie all'improvviso di coloro che ritornano dalla dispersione, dopo l'umiliazione. È come se dicesse che i rumori di "liberazione" hanno "messo incinta" Sion di nuova vita e speranza, e Dio, il signore della vita, porterà fino in fondo la gestazione, facendo nascere senza fatica i nuovi figli. Così che Sion-madre viene circondata di nuovi nati e si fa nutrice generosa e tenera per tutti. Una immagine dolcissima che già aveva affascinato santa Teresa di Lisieux, la quale vi aveva trovato una chiave decisiva di interpretazione della sua spiritualità.[6]

Un accumulo di termini intensi: rallegratevi, esultate, sfavillate, ma anche consolazioni, delizia, abbondanza, prosperità, carezze, ecc. Era venuto meno il rapporto di fedeltà e di amore, ed erano finiti nella tristezza e nella sterilità; ora la potenza e la santità di Dio ridà senso e pienezza di vita e di felicità, esprimendole con termini che appartengono alle radici affettive di ogni essere umano, e risvegliano sensazioni uniche di tenerezza e sicurezza.

Lieve ma vero profilo di un Dio che riluce di vibrazioni materne e di emozioni intense che contagiano. Una gioia del cuore (cfr Is 66,14) che passa da Dio - volto materno e braccio che solleva - e si diffonde in mezzo ad un popolo storpiato da mille umiliazioni, e per questo dalle ossa fragili. È una trasformazione gratuita che si allarga festosa a nuovi cieli e nuova terra (cfr Is 66,27), perché tutti i popoli conoscano la gloria del Signore, fedele e redentore.

Questa è la bellezza…

«Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia…».[7]

La gioia di portare a tutti la consolazione di Dio. Sono parole di papa Francesco durante l’incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie. «Non c’è santità nella tristezza!»[8] continua il Santo Padre, non siate tristi come gli altri che non hanno speranza, scriveva sanPaolo (1Ts 4,13).

La gioia non è inutile ornamento, ma è esigenza e fondamento della vita umana. Nell’affanno di ogni giorno, ogni uomo e ogni donna tende a giungere e a dimorare nella gioia con la totalità dell’essere.

Nel mondo spesso c’è un deficit di gioia. Non siamo chiamati a compiere gesti epici né a proclamare parole altisonanti, ma a testimoniare la gioia che proviene dalla certezza di sentirci amati, dalla fiducia di essere dei salvati.

La nostra memoria corta e la nostra esperienza fiacca ci impediscono spesso di ricercare le “terre della gioia” nelle quali gustare il riflesso di Dio. Abbiamo mille motivi per permanere nella gioia. La sua radice si alimenta nell’ascolto credente e perseverante della Parola di Dio. Alla scuola del Maestro, si ascolta: la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15, 11) e ci siallena a fare esercitazioni di perfetta letizia.

«La tristezza e la paura devono fare posto alla gioia: Rallegratevi… esultate… sfavillate di gioia - dice il Profeta (66,10). È un grandeinvito alla gioia. [..] Ogni cristiano e soprattutto noi, siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. Ma ne possiamo essere portatori se sperimentiamo noi per primi la gioia di essere consolati da Lui, di essere amati da Lui. […] Ho trovato alcune volte persone consacrate che hanno paura della consolazione di Dio, e si tormentano, perché hanno paura di questa tenerezza di Dio. Ma non abbiate paura. Non abbiate paura, il Signore è il Signore della consolazione, il Signore della tenerezza. Il Signore è padre e Lui dice che farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. Non abbiate paura della consolazione del Signore».[9]

Nel chiamarvi…

«Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama».[10]

Papa Francesco guida il nostro sguardo sul fondamento spirituale della nostra umanità per vedere ciò che ci è dato gratuitamente per libera sovranità divina e libera risposta umana: Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa solo ti manca: va vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Lc 18, 22).

Il Papa fa memoria: «Gesù, nell’Ultima Cena, si rivolge agli Apostoli con queste parole: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv 15,16), che ricordano a tutti, non solo a noi sacerdoti, che la vocazione è sempre una iniziativa di Dio. È Cristo che vi ha chiamate a seguirlo nella vita consacrata e questo significa compiere continuamente un “esodo” da voi stesse per centrare la vostra esistenza su Cristo e sul suo Vangelo, sulla volontà di Dio, spogliandovi dei vostri progetti, per poter dire con san Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)».[11]

Il Papa ci invita a una peregrinatio a ritroso, un cammino sapienziale per ritrovarci sulle strade della Palestina o vicino alla barca dell’umile pescatore di Galilea, ci invita a contemplare gli inizi di un cammino o meglio di un evento che, inaugurato da Cristo, fa lasciare le reti sulla riva; il banco delle gabelle sul ciglio della strada; le velleità dello zelota tra le intenzioni del passato. Tutti mezzi inadatti per stare con Lui.

Ci invita a sostare a lungo, come pellegrinaggio interiore, innanzi all’orizzonte della prima ora, dove gli spazi sono caldi di relazionalità amica, l’intelligenza è condotta ad aprirsi al mistero, la decisione stabilisce che è bene porsi alla sequela di quel Maestro che solo ha parole di vita eterna (cfr Gv 6,68). Ci invita a fare dell’intera «esistenza un pellegrinaggio di trasformazione nell’amore».[12]

Papa Francesco ci chiama a fermare la nostra anima sul fotogramma di partenza: «la gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato»[13] ad evocare significati ed esigenze sottesi alla nostra vocazione: «È la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore»[14]. Stare con Cristo richiede condividerne la vita, le scelte, l’obbedienza di fede, la beatitudine dei poveri, la radicalità dell’amore.

Si tratta di rinascere per vocazione. «Invito ogni cristiano [...] a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta».[15]

Paolo ci riporta a questa fondamentale visione: nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova (1 Cor 3, 11). Iltermine vocazione indica questo dato gratuito, come un serbatoio di vita che non cessa di rinnovare l’umanità e la Chiesa nel più profondo del loro essere.

Nell’esperienza della vocazione è proprio Dio il misterioso soggetto di un atto di chiamata. Noi ascoltiamo una voce che ci chiama alla vita e al discepolato per il Regno. Papa Francesco nel ricordarlo, «Tu sei importante per me», usa il dialogo diretto, in prima persona, così che la coscienza emerga. Chiama a consapevolezza la mia idea, il mio giudizio per sollecitare a comportamenti coerenti con la coscienza di me, con la chiamata che sento rivolta a me, la mia chiamata personale: «Vorrei dire a chi si sente indifferente verso Dio, verso la fede, a chi è lontano da Dio o l’ha abbandonato, anche a noi, con le nostre “lontananze” e i nostri “abbandoni” verso Dio, piccoli, forse, ma ce ne sono tanti nella vita quotidiana: guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo?».[16]

La relazione con Gesù Cristo chiede di essere alimentata dall’inquietudine della ricerca. Essa ci rende consapevoli della gratuità del dono della vocazione e ci aiuta a giustificare le motivazioni che hanno causato la scelta iniziale e che permangono nella perseveranza: «Lasciarsi conquistare da Cristo significa essere sempre protesi verso ciò che mi sta di fronte, verso la meta di Cristo (cfr Fil 3,l4)».[17] Rimanere costantemente in ascolto di Dio chiede che queste domande divengano le coordinate che ritmano il nostro tempo quotidiano.

Questo indicibile mistero che ci portiamo dentro e che partecipa all’ineffabile mistero di Dio, trova l’unica possibilità di interpretazione nella fede: «La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome» [18] e «in quanto risposta a una Parola che precede, sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via»[19]. «La fede contiene proprio la memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre.[...] Chi porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri». [20] Memoria di essere chiamati qui e ora.

Trovati, raggiunti, trasformati

Il Papa ci chiede di rileggere la nostra storia personale e verificarla nello sguardo d’amore di Dio, perché se la vocazione è sempre sua iniziativa, a noi si addice la libera adesione all’economia divino-umana, come relazione di vita nell’agape, cammino di discepolato, «luce nel cammino della Chiesa».[21] La vita nello Spirito non ha tempi compiuti, ma si apre costantemente al mistero mentre discerne per conoscere il Signore e percepire la realtà a partire da Lui. Nel chiamarci Dio ci fa entrare nel suo riposo e ci chiede di riposare in Lui, come processo continuo di conoscenza d’amore; risuona per noi la Parola tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose (Lc 10,4l). Nella via amoris noi avanziamo nellarinascita: la vecchia creatura rinasce a nuova forma. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura (2 Cor 5,17).

Papa Francesco indica il nome di questa rinascita: «Questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo. Lui ci insegna a diventare santi. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12). Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui».[22]

La vita consacrata è chiamata a incarnare la Buona Notizia, alla sequela di Cristo, il Crocifisso risorto, a far proprio il «modo diesistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli».[23] In concreto assumere il suo stile di vita, adottare i suoi atteggiamenti interiori, lasciarsi invadere dal suo spirito, assimilare la sua sorprendente logica e la sua scala di valori, condividere i suoi rischi e le sue speranze: «guidati dall'umile e felice certezza di chi è stato trovato, raggiunto e trasformato dalla Verità che è Cristo e non può non annunciarla».[24]

Il rimanere in Cristo ci permette di cogliere la presenza del Mistero che ci abita e fa dilatare il cuore secondo la misura del suo cuore di Figlio. Colui che rimane nel suo amore, come il tralcio è attaccato alla vite (cfr Gv 15,1-8), entra nella familiarità con Cristo e porta frutto: «Rimanere in Gesù! È un rimanere attaccati a Lui, dentro di Lui, con Lui, parlando con Lui».[25]

«Cristo è il sigillo sulla fronte, è il sigillo sul cuore: sulla fronte, perché sempre lo professiamo; sul cuore, perché sempre lo amiamo; è il sigillo sul braccio, perché sempre operiamo»,[26] la vita consacrata infatti è una continua chiamata a seguire Cristo e ad essere conformati a Lui. «Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale».[27]

L’incontro con il Signore, ci mette in movimento, ci spinge ad uscire dall’autoreferenzialità.[28] La relazione con il Signore non è statica, né intimistica: «Chi mette al centro della propria vita Cristo, si decentra! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri».[29] «Non siamo al centro, siamo, per così dire, “spostati”, siamo al servizio di Cristo e della Chiesa».[30]

La vita cristiana è determinata da verbi di movimento, anche quando è vissuta nella dimensione monastica e contemplativo-claustrale, è una continua ricerca.

«Non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è lo stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso ad ogni cosa».[31]

Papa Francesco esorta all’inquietudine della ricerca, come è stato per Agostino di Ippona: una «inquietudine del cuore che lo porta all’incontro personale con Cristo, lo porta a capire che quel Dio che cercava lontano da sé, è il Dio vicino ad ogni essere umano, il Dio vicino al nostro cuore, più intimo a noi di noi stessi». È una ricerca che continua: «Agostino non si ferma, non si adagia, non si chiude in se stesso come chi è già arrivato, ma continua il cammino. L’inquietudine della ricerca della verità , della ricerca di Dio, diventa l’inquietudine di conoscerlo sempre di più e di uscire da se stesso per farlo conoscere agli altri. È proprio l’inquietudine dell’amore».[32]

Nella gioia del sì fedele

Chi ha incontrato il Signore e lo segue con fedeltà è un messaggero della gioia dello Spirito.

«Solo grazie a quest’incontro o re-incontro con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità».[33] La persona chiamata è convocata a se stessa, cioè al suo poter essere. Forse non è gratuito dire che la crisi della vita consacrata passa anche dall’incapacità di riconoscere tale profonda chiamata, anche in coloro che già vivono tale vocazione.

Viviamo una crisi di fedeltà, intesa come consapevole adesione a una chiamata che è un percorso, un cammino dal suo misterioso inizio alla sua misteriosa fine.

Forse siamo anche in una crisi di umanizzazione. Stiamo vivendo la limitatezza di una coerenza a tutto tondo, feriti dall’incapacità di condurre nel tempo la nostra vita come vocazione unitaria e cammino fedele.

Un cammino quotidiano, personale e fraterno, segnato dallo scontento, dall’amarezza che ci serra nel rammarico, quasi in una permanente nostalgia per strade inesplorate e per sogni incompiuti, diventa un cammino solitario. La nostra vita chiamata alla relazione nel compimento dell’amore può trasformarsi in landa disabitata. Siamo invitati ad ogni età a rivisitare il centro profondo della vita personale, laddove trovano significato e verità le motivazioni del nostro vivere con il Maestro, discepoli e discepole del Maestro.

La fedeltà è consapevolezza dell’amore che ci orienta verso il Tu di Dio e verso ogni altra persona, in modo costante e dinamico, mentre sperimentiamo in noi la vita del Risorto: «Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento»[34].

Il discepolato fedele è grazia ed esercizio d’amore, esercizio di carità oblativa: «Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore».[35]

Perseverare fino al Golgota, sperimentare le lacerazioni dei dubbi e del rinnegamento, gioire nella meraviglia e nello stupore della Pasqua fino alla manifestazione di Pentecoste e all’evangelizzazione fra le genti, sono tappe della fedeltà gioiosa perché kenotica, sperimentata per tutta la vita anche nel segno del martirio e altresì partecipe della vita risorta di Cristo: «Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come nuova creatura (Gal 6,15)».[36]

Nel luogo teologale in cui Dio rivelandosi ci rivela a noi stessi, il Signore ci chiede, dunque, di ritornare a cercare, fides quaerens:

Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro (2 Tm 2, 22).

Il pellegrinaggio interiore inizia nella preghiera: «La prima cosa, per un discepolo, è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita […] Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare il cuore degli altri?».[37] Questo itinerario dura tutta la vita, mentre lo Spirito Santo nell’umiltà della preghiera ci convince della Signoria di Cristo in noi: «Il Signore ci chiama ogni giorno a seguirlo con coraggio e fedeltà; ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli; ci invita ad annunciarlo con gioia come il Risorto, ma ci chiede di farlo con la parola e con la testimonianza della nostra vita, nella quotidianità. Il Signore è l’unico, l’unico Dio della nostra vita e ci invita a spogliarci dei tanti idoli o ad adorare Lui solo».[38]

Il Papa indica l’orazione come la fonte di fecondità della missione: «Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore».[39]

Lo stare con Gesù forma ad uno sguardo contemplativo della storia, che sa vedere e ascoltare ovunque la presenza dello Spirito e, in modo privilegiato, discernere la sua presenza per vivere il tempo come tempo di Dio. Quando manca uno sguardo di fede «la vita perde gradatamente senso, il volto dei fratelli si fa opaco ed è impossibile scoprirvi il volto di Cristo, gli avvenimenti della storia rimangono ambigui quando non privi di speranza».[40]

La contemplazione apre all’attitudine profetica. Il profeta è un uomo «che ha gli occhi penetranti e che ascolta e dice le parole di Dio; [...] un uomo di tre tempi: promessa del passato, contemplazione del presente, coraggio per indicare il cammino verso il futuro».[41]

La fedeltà nel discepolato passa ed è provata, infine, dall’esperienza della fraternità, luogo teologico, in cui siamo chiamati a sostenerci nel sì gioioso al Vangelo: «È la Parola di Dio che suscita la fede, la nutre, la rigenera. È la Parola di Dio che tocca i cuori, li converte a Dio e alla sua logica che è così diversa dalla nostra; è la Parola di Dio che rinnova continuamente le nostre comunità».[42]

Il Papa ci invita dunque a rinnovare e qualificare con gioia e passione la nostra vocazione perché l’atto totalizzante dell’amore è un processo continuo, «matura, matura, matura»,[43]in sviluppo permanente in cui il sì della nostra volontà alla sua unisce volontà, intelletto e sentimento «l’amore non è mai concluso e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso».[44]


 

Consolate, consolate il mio popolo

Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.


Parlate al cuore di Gerusalemme.


Isaia 40, 1-2


 

In ascolto

Con una peculiarità stilistica, che si ritrova ancora più avanti (cfr Is 51,17; 52,1: Svegliati, svegliati!), gli oracoli della seconda parte di Isaia (Is 40-55) lanciano l'appello a venire in aiuto a Israele deportato, che tende a chiudersi nel vuoto di una memoria fallita. Il contesto storico chiaramente appartiene alla fase della prolungata deportazione del popolo in Babilonia (587-538 a.C.), con tutta l'umiliazione conseguente e il senso di impotenza a venirne fuori. Tuttavia, la disgregazione dell'impero assiro sotto la pressione della nuova potenza emergente, quella persiana, guidata dall'astro nascente che era Ciro, fa intuire al profeta che potrebbe avverarsi una liberazione inattesa. E così sarà. Il profeta, sotto l'ispirazione Dio, dà voce pubblica a questa possibilità, interpretando i sommovimenti politici e militari come azione guidata misteriosamente da Dio attraverso Ciro, e proclama che la liberazione è vicina e il ritorno nella terra dei padri sta per realizzarsi.

Le parole che Isaia usa: Consolate... parlate al cuore, si trovano con una certa frequenza nell'Antico Testamento, e di particolare valore hanno le ricorrenze dove si tratta di dialoghi di tenerezza e di affetto. Come quando Rut riconosce che Booz l'ha consolata e ha parlato al suo cuore (cfr Rt 2,12); oppure nella famosa pagina diOsea che annuncia alla sua donna (Gomer) che la attirerà nel deserto e parlerà al suo cuore (cfr Os 2,16-17) per una nuova stagione di fedeltà. Ci sono, però, anche altri paralleli simili: come il dialogo di Sichem, figlio di Camor, innamorato di Dina (cfr Gen 34,1-5) o quello del levita di Efraim che parla alla concubina che l'ha abbandonato (cfr Gdc 19,3).

Si tratta perciò di un linguaggio da interpretare nell'orizzonte dell'amore, non in quello dell'incoraggiamento: quindi azione e parola insieme, delicate e incoraggianti, ma che richiamano i legami affettivi intensi di Dio "sposo" di Israele. E la consolazione deve essere epifania di una reciproca appartenenza, gioco di empatia intensa, di commozione e legame vitale. Non quindi parole superficiali e dolciastre, ma misericordia e visceralità di preoccupazione, abbraccio che dà forza e paziente vicinanza per ritrovare le strade della fiducia.

Portare l'abbraccio di Dio

«La gente oggi ha bisogno certamente di parole, ma soprattutto ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia, la tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene. La gioia di portare la consolazione di Dio!».[45]

Papa Francesco affida ai consacrati e alle consacrate questa missione: trovare il Signore che ci consola come una madre e consolare il popolo di Dio.

Dalla gioia dell’incontro con il Signore e della sua chiamata scaturisce il servizio nella Chiesa, la missione: portare agli uomini e alle donne del nostro tempo la consolazione di Dio, testimoniare la Sua misericordia.[46]

Nella visione di Gesù la consolazione è dono dello Spirito, il Paraclito, il Consolatore che ci consola nelle prove e accende unasperanza che non delude. Così la consolazione cristiana diventa conforto, incoraggiamento, speranza: è presenza operante dello Spirito (cfr Gv 14, 16-17), frutto dello Spirito e il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22).

In un mondo che vive la sfiducia, lo scoraggiamento, la depressione, in una cultura in cui uomini e donne si lasciano avvolgere dalla fragilità e dalla debolezza, da individualismi e interessi personali, ci è chiesto d’introdurre la fiducia nella possibilità di una felicità vera, di una speranza possibile, che non poggi unicamente sui talenti, sulle qualità, sul sapere, ma su Dio. A tutti è data la possibilità di incontrarlo, basta cercarlo con cuore sincero.

Gli uomini e le donne del nostro tempo aspettano parole di consolazione, prossimità di perdono e di gioia vera. Siamo chiamati a portare a tutti l’abbraccio di Dio, che si china con tenerezza di madre verso di noi: consacrati, segno di umanità piena, facilitatori e non controllori della grazia,[47] chinati nel segno della consolazione.

La tenerezza ci fa bene

Testimoni di comunione al di là delle nostre visuali e dei nostri limiti siamo dunque chiamati a portare il sorriso di Dio, e la fraternità è il primo e più credibile vangelo che possiamo raccontare. Ci è chiesto di umanizzare le nostre comunità: «Curare l’amicizia tra voi, la vita di famiglia, l’amore tra voi. E che il monastero non sia un Purgatorio, che sia una famiglia. I problemi ci sono, ci saranno, ma, come si fa in una famiglia, con amore, cercare la soluzione con amore; non distruggere questa per risolvere questo; non avere competizione. Curare la vita di comunità, perché quando nella vita di comunità è così, di famiglia, è proprio lo Spirito Santo che è nel mezzo della comunità. Sempre con un cuore grande. Lasciando passare, non vantarsi, sopportare tutto, sorridere dal cuore. E il segno ne è la gioia».[48]

La gioia si consolida nell’esperienza di fraternità, quale luogo teologico, dove ognuno è responsabile della fedeltà al Vangelo e della crescita di ciascuno. Quando una fraternità si ciba dello stesso Corpo e Sangue di Gesù, si riunisce intorno al Figlio di Dio, per condividere il cammino di fede guidato dalla Parola, diviene una cosa sola con lui, è una fraternità in comunione che sperimenta l’amore gratuito e vive in festa, libera, gioiosa, piena di coraggio.

«Una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne. […] Una fraternità ricca di gioia è un vero dono dell'Alto ai fratelli che sanno chiederlo e che sanno accettarsi impegnandosi nella vita fraterna con fiducia nell'azione dello Spirito».[49]

Nel tempo in cui la frammentarietà dà ragione a un individualismo sterile e di massa e la debolezza delle relazioni disgrega e sciupa la cura dell’umano, siamo invitati a umanizzare le relazioni di fraternità per favorire la comunione degli spiriti e dei cuori nel modo del Vangelo perché «esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede» e che rende «la Chiesa, nella sua verità più profonda, comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna».[50]

Per papa Francesco cifra della fraternità è la tenerezza, una «tenerezza eucaristica», perché «la tenerezza ci fa bene». La fraternità avrà «una forza di convocazione enorme. […] la fraternità pur con tutte le differenze possibili, è un’esperienza di amore che va oltre i conflitti».[51]

La prossimità come compagnia

Siamo chiamati a compiere un esodo da noi stessi in un cammino di adorazione e di servizio.[52] «Uscire dalla porta per cercare e incontrare! Abbiate il coraggio di andare controcorrente a questa cultura efficientista, a questa cultura dello scarto. L’incontro e l’accoglienza di tutti, la solidarietà e la fraternità, sono elementi che rendono la nostra civiltà veramente umana. Essere servitori della comunione e della cultura dell’incontro! Vi vorrei quasiossessionati in questo senso. E farlo senza essere presuntuosi».[53]

«Il fantasma da combattere è l’immagine della vita religiosa intesa come rifugio e consolazione davanti a un mondo esterno difficile e complesso».[54] Il Papa ci esorta a «uscire dal nido»,[55] per abitare la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, e consegnare noi stessi a Dio e al prossimo.

«La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! […] E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa. San Tommaso diceva “bonum est diffusivum sui”. Il bene si diffonde. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia… fa andare avanti».[56]

Dinanzi alla testimonianza contagiosa di gioia, serenità, fecondità, alla testimonianza della tenerezza e dell’amore, della carità umile, senza prepotenza, molti sentono il bisogno di venire a vedere.[57]

Più volte papa Francesco ha additato la via dell’attrazione, del contagio, quale via per far crescere la Chiesa, via della nuova evangelizzazione. «La Chiesa deve essere attrattiva. Svegliate il mondo! Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! È possibile vivere diversamente in questo mondo. […] Io mi attendo da voi questa testimonianza».[58]

Affidandoci il compito di svegliare il mondo il Papa ci spinge ad incontrare le storie degli uomini e delle donne di oggi alla luce di due categorie pastorali che hanno la loro radice nella novità del Vangelo: la vicinanza e l’incontro, due modalità attraverso cui Dio stesso si è rivelato nella storia fino all’Incarnazione.

Sulla strada di Emmaus, come Gesù con i discepoli, accogliamo nella compagnia feriale le gioie e i dolori della gente, dando «calore al cuore»,[59]mentre attendiamo con tenerezza gli stanchi, i deboli, affinché il cammino comune abbia in Cristo luce e significato.

Il nostro cammino «matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità».[60]

L’inquietudine dell’amore

Icone viventi della maternità e della prossimità della Chiesa andiamo verso coloro che attendono la Parola della consolazione chinandoci con amore materno e spirito paterno verso i poveri e i deboli.

Il Papa ci invita a non privatizzare l’amore, ma con l’inquietudine di chi cerca: «Cercare sempre, senza sosta, il bene dell’altro, della persona amata».[61]

La crisi di senso dell'uomo moderno e quella economica e morale della società occidentale e delle sue istituzioni non sono un evento passeggero dei tempi in cui viviamo ma delineano un momento storico di eccezionale importanza. Siamo chiamati allora come Chiesa ad uscire per dirigerci verso le periferie geografiche, urbane ed esistenziali – quelle del mistero del peccato, del dolore, delle ingiustizie, della miseria -, verso i luoghi nascosti dell'anima dove ogni persona sperimenta la gioia e la sofferenza del vivere.[62]

«Viviamo in una cultura dello scontro, della frammentarietà, dello scarto […] non fa notizia quando muore un barbone per il freddo», eppure «la povertà è una categoria teologale perché il Figlio di Dio si è abbassato per camminare per le strade. […] Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore».[63]

Vivere la beatitudine dei poveri vuol dire essere segno che l’angoscia della solitudine e del limite è vinta dalla gioia di chi è davvero libero in Cristo e ha imparato ad amare.

Durante la sua visita pastorale ad Assisi, papa Francesco si chiedeva di cosa deve spogliarsi la Chiesa. E rispondeva: «Di ogni azione che non è per Dio, non è di Dio; dalla paura di aprire le porte e di uscire incontro a tutti, specialmente dei più poveri, bisognosi, lontani, senza aspettare; certo non per perdersi nel naufragio del mondo, ma per portare con coraggio la luce di Cristo, la luce del Vangelo, anche nel buio, dove non si vede, dove può succedere di inciampare; spogliarsi della tranquillità apparente che danno le strutture, certamente necessarie e importanti, ma che non devono oscurare mai l’unica vera forza che porta in sé: quella di Dio. Lui è la nostra forza!».[64]

Risuona per noi come un invito a «non aver paura della novità che lo Spirito Santo fa in noi, non aver paura del rinnovamento delle strutture. La Chiesa è libera. La porta avanti lo Spirito Santo. È questo che Gesù ci insegna nel vangelo: la libertà necessaria per trovare sempre la novità del vangelo nella nostra vita e anche nelle strutture. La libertà di scegliere otri nuovi per questa novità».[65]

Siamo invitati ad essere uomini e donne audaci, di frontiera: «La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. […] Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».[66]

Accanto alla sfida della beatitudine dei poveri, il Papa invita a visitare le frontiere del pensiero e della cultura, a favorire il dialogo, anche a livello intellettuale, per dare ragione della speranza sulla base di criteri etici e spirituali, interrogandoci su ciò che è buono. La fede non riduce mai lo spazio della ragione, ma lo apre ad una visione integrale dell’uomo e della realtà, e difende dal pericolo di ridurre l’uomo a «materiale umano».[67]

La cultura, chiamata a servire costantemente l’umanità in tutte le condizioni, se autentica, apre itinerari inesplorati, varchi che fanno respirare speranza, consolidano il senso della vita, custodiscono il bene comune. Un autentico processo culturale «fa crescere l’umanizzazione integrale e la cultura dell’incontro e della relazione; questo è il modo cristiano di promuovere il bene comune, la gioia di vivere. E qui convergono fede e ragione, la dimensione religiosa con i diversi aspetti della cultura umana: arte, scienza, lavoro, letteratura».[68]Un’autentica ricerca culturale incontra la storia e apre strade per cercare il volto di Dio.

I luoghi in cui si elabora e comunica il sapere sono anche i luoghi in cui creare una cultura della prossimità, dell’incontro e del dialogo abbassando le difese, aprendo le porte, costruendo ponti.[69]

Per la riflessione

Il mondo, come rete globale in cui tutti siamo connessi, dove nessuna tradizione locale può ambire al monopolio del vero, dove le tecnologie hanno effetti che toccano tutti, lancia una sfida continua al Vangelo e a chi vive la vita nella forma del Vangelo.

Papa Francesco sta compiendo, in tale storicizzazione, attraverso scelte e modalità di vita, un’ermeneutica viva del dialogo Dio – mondo. Ci introduce a uno stile di saggezza che, radicata nel Vangelo e nell’escatologia dell’umano, legge il pluralismo, ricerca l’equilibrio, invita ad abilitare la capacità di essere responsabili del cambiamento perché sia comunicata sempre meglio la verità del Vangelo, mentre ci muoviamo «tra i limiti e le circostanze»[70]e consapevoli di questi limiti ognuno di noi si fa debole con i deboli … tutto per tutti (1 Cor 9, 22).

Siamo invitati a curare una dinamica generativa, non semplicemente amministrativa, per accogliere gli eventi spirituali presenti nelle nostre comunità e nel mondo, movimenti e grazia che lo Spirito opera in ogni singola persona, guardata come persona. Siamo invitati a impegnarci a destrutturare modelli senza vita per narrare l’umano segnato da Cristo, mai assolutamente rivelato nei linguaggi e nei modi.

Papa Francesco ci invita a una saggezza che sia segno di una consistenza duttile, capacità dei consacrati di muoversi secondo il Vangelo, di agire e di scegliere secondo il Vangelo, senza smarrirsi tra differenti sfere di vita, linguaggi, relazioni, conservando il senso della responsabilità, dei nessi che ci legano, della finitezza dei nostri limiti, dell’infinità dei modi con cui la vita si esprime. Un cuore missionario è un cuore che ha conosciuto la gioia della salvezza di Cristo e la condivide come consolazione nel segno del limite umano: «Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché rischia di sporcarsi col fango della strada».[71]

Accogliamo le sollecitazioni che il Papa ci propone per guardare noi stessi e il mondo con gli occhi di Cristo e a restarne inquieti.


 

LE DOMANDE DI PAPA FRANCESCO

Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! E’ la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma dove nasce la gioia? [72]

Guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo? Dio ti attende, ti cerca: che cosa rispondi? Ti sei accorto di questa situazione della tua anima? Oppure dormi? Credi che Dio ti attende o per te questa verità sono soltanto “parole”?[73]

Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? [74]

Questa è una responsabilità prima di tutto degli adulti, dei formatori: dare un esempio di coerenza ai più giovani. Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti! Al contrario, il Signore ci dirà quello che diceva dei farisei al popolo di Dio: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno!”. Coerenza e autenticità![75]

Possiamo domandarci: sono inquieto per Dio, per annunciarlo, per farlo conoscere? O mi lascio affascinare da quella mondanità spirituale che spinge a fare tutto per amore di se stessi? Noi consacrati pensiamo agli interessi personali, al funzionalismo delle opere, al carrierismo. Mah, tante cose possiamo pensare… Mi sono per così dire “accomodato” nella mia vita cristiana, nella mia vita sacerdotale, nella mia vita religiosa, anche nella mia vita di comunità, o conservo la forza dell’inquietudine per Dio, per la sua Parola, che mi porta ad “andare fuori”, verso gli altri?[76]

Come siamo con l’inquietudine dell’amore? Crediamo nell’amore a Dio e agli altri? O siamo nominalisti su questo? Non in modo astratto, non solo le parole, ma il fratello concreto che incontriamo, il fratello che ci sta accanto! Ci lasciamo inquietare dalle loro necessità o rimaniamo chiusi in noi stessi, nelle nostre comunità, che molte volte è per noi “comunità-comodità”? [77]

Questa è una bella, una bella strada alla santità! Non parlare male di altri. “Ma, padre, ci sono problemi…”: dillo al superiore, dillo alla superiora, dillo al vescovo, che può rimediare. Non dirlo a quello che non può aiutare. Questo è importante: fraternità! Ma dimmi, tu parlerai male della tua mamma, del tuo papà, dei tuoi fratelli? Mai. E perché lo fai nella vita consacrata, nel seminario, nella vita presbiterale? Soltanto questo: pensate, pensate… Fraternità! Questo amore fraterno. [78]

Ai piedi della croce, Maria è donna del dolore e al contempo della vigilante attesa di un mistero, più grande del dolore, che sta per compiersi. Tutto sembra veramente finito; ogni speranza potrebbe dirsi spenta. Anche lei, in quel momento, ricordando le promesse dell’annunciazione avrebbe potuto dire: non si sono avverate, sono stata ingannata. Ma non lo ha detto. Eppure lei, beata perché ha creduto, da questa sua fede vede sbocciare il futuro nuovo e attende con speranza il domani di Dio. A volte penso: noi sappiamo aspettare il domani di Dio? O vogliamo l’oggi? Il domani di Dio per lei è l’alba del mattino di Pasqua, di quel giorno primo della settimana. Ci farà bene pensare, nella contemplazione, all’abbraccio del figlio con la madre. L’unica lampada accesa al sepolcro di Gesù è la speranza della madre, che in quel momento è la speranza di tutta l’umanità. Domando a me e a voi: nei Monasteri è ancora accesa questa lampada? Nei monasteri si aspetta il domani di Dio? [79]

L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno. L’inquietudine dell’amore ci regala il dono della fecondità pastorale, e noi dobbiamo domandarci, ognuno di noi: come va la mia fecondità spirituale, la mia fecondità pastorale?[80]

Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto? Lo zelo ci divora (cfr Sal 69,10)? Oppure siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche di laboratorio? [81]

Ave, Madre della gioia

Rallegrati, piena di grazia (Lc 1, 28), «il saluto dell’angelo a Maria èun invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza […] È un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella».[82]

Accanto a Maria la gioia si espande: il Figlio che porta nel grembo è il Dio della gioia, della letizia che contagia, che coinvolge. Maria spalanca le porte del cuore e corre verso Elisabetta.

«Gioiosa di compiere il suo desiderio, delicata nel suo dovere, premurosa nella sua gioia, si affrettò verso la montagna. Dove, se non verso le cime, doveva tendere premurosamente Colei che già era piena di Dio?». [83]

Si muove in tutta fretta (Lc 1, 39) per portare al mondo il lieto annunzio, per portare a tutti la gioia incontenibile che accoglie nel grembo: Gesù, il Signore. In tutta fretta: non è solo la velocità con cui Maria si muove, ci racconta la sua diligenza, l’attenzione premurosa con la quale affronta il viaggio, il suo entusiasmo.

Ecco la serva del Signore (Lc 1,38). La serva del Signore, corre in tutta fretta, per farsi serva degli uomini, dove l’amore di Dio sidimostra e si verifica nell’amore a ogni fratello e ogni sorella.

In Maria è la Chiesa tutta che cammina insieme: nella carità di chi si muove verso chi è più fragile; nella speranza di chi sa che sarà accompagnato in questo suo andare e nella fede di chi ha un dono speciale da condividere. In Maria ognuno di noi, sospinto dal vento dello Spirito vive la propria vocazione ad andare!

Stella della nuova evangelizzazione,

aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa,

della giustizia e dell’amore verso i poveri,

perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra

e nessuna periferia sia priva della sua luce.

Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi.

Amen. Alleluia.[84]

Roma, 2 febbraio 2014, Festa della Presentazione del Signore

João Braz Card. de Aviz

Prefetto

José Rodríguez Carballo, O.F.M.

Arcivescovo Segretario


 

[1] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 1.

[2] ANTONIO SPADARO, "Svegliate il mondo!". Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165 (2014/I), 5.

[3] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 47.

[4] FRANCESCO, Annunciate il Vangelo, se serve anche con le parole, con l’espressione di san Francesco il Papa affida il suo messaggio ai giovani riuniti a Santa Maria degli Angeli, [Incontro con i giovani dell’Umbria, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre 2013, CLIII (229), p. 7.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, (25 marzo 1996), n. 27, in: AAS 88 (1996), 377-486.

[6] Con più citazioni: cfr S. TERESA DI GESÙ BAMBINO, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana-Ed. OCD, Città del Vaticano-Roma, 1997: Manoscritto A, 76v°; B, 1r°; C, 3r°; Lettera 196.

[7] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della belleza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[8] Ibidem.

[9] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[10] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[11] FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[12] FRANCESCO, Per salire al monte della perfezione, Messaggio del Pontefice ai carmelitani in occasione del capitolo generale, [Messaggio al Priore Generale dell’Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, in occasione del Capitolo Generale, Roma, 22 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì6 settembre 2013, CLIII (203), p. 7.

[13] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[14] Ibidem.

[15] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 3.

[16] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8

[17] FRANCESCO, Cammini creativi radicati nella Chiesa, papa Francesco con i confratelli gesuiti nel giorno della memoria di sant’Ignazio di Loyola [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù in occasione della festa di S. Ignazio di Loyola ,Roma, 31 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 1 agosto 2013, CLIII (175), p. 8.

[18] FRANCESCO, Lettera Enciclica Lumen fidei, (29 giugno 2013), n. 8, in: AAS 105 (2013), 555-596.

[19] Ibidem, n. 9.

[20] FRANCESCO, Memoria di Dio, durante la messa in piazza San Pietro il papa parla della missione del catechista, [Omelia alla S. Messa per la giornata dei Catechisti, Roma, 29 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì 30 settembre-martedì 1° ottobre 2013, CLIII (224), p. 7.

[21] FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[22] FRANCESCO, Non superuomini ma amici di Dio,l’Angelus di Tutti i Santi, [Angelus, Roma, 1° novembre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato-domenica 2-3 novembre 2013, CLIII (252), p. 8.

[23] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), n. 22, in: AAS 88 (1996), 377-486.

[24] FRANCESCO, Nei crocevia delle strade, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e ai seminaristi il papa affida la missione di formare i giovani a essere girovaghi della fede [Omelia alla Santa Messa con i Vescovi, con i Sacerdoti, i Religiosi e i Seminaristi in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 27 luglio2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[25] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[26] AMBROGIO, De Isaac et anima, 75: PL 14, 556-557.

[27] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[28] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[29] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[30] FRANCESCO, Cammini creativi radicati nella Chiesa, papa Francesco con i confratelli gesuiti nel giorno della memoria di sant’Ignazio di Loyola [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù in occasione della festa di S. Ignazio di Loyola ,Roma, 31 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 1° agosto 2013, CLIII

[31] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[32] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[33] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 8.

[34] Ibidem, n. 1.

[35] FRANCESCO, Omelia alla S. Messa con i Cardinali, Roma, 14 marzo 2013, in: AAS 105 (2013), 365-366.

[36] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[37] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[38] FRANCESCO, Coerenza tra parola e vita, a San Paolo il Papa invita ad abbandonare gli idoli per adorare il Signore, [Omelia alla celebrazione eucaristica a S. Paolo fuori le Mura, Roma, 14 aprile 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì15-16 aprile 2013, CLIII (88), p. 8.

[39] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7

[40] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione Ripartire da Cristo Un rinnovato impegno della vita consacrata nel Terzo Millennio, (19 maggio 2002), n. 25, in: EnchVat 21, 372-510.

[41] FRANCESCO, L'uomo dall'occhio penetrante, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 16 dicembre 2013, in: L'Osservatore Romano, lunedì-martedì 16-17 dicembre 2013, CLIII (289), p. 7.

[42] FRANCESCO, Quell’attrazione che fa crescere la Chiesa, l’incontro con i sacerdoti, le religiose e i religiosi nella cattedrale di San Rufino, [Incontro con il Clero, persone di vita consacrate e membri di Consigli Pastorali, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre 2013, CLIII (229), p. 6.

[43] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[44] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 11, in: AAS 98 (2006), (217-252).

[45] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[46] Cfr FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6

[47] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 47.

[48] FRANCESCO, Per una clausura di grande umanità, raccomandazioni alle clarisse nella basilica di Santa Chiara, [Parole alle Monache di clausura, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre, CLIII (229), p. 6.

[49] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione La vita fraterna in comunità. "Congregavit nos in unum Christi amor", (2 febbraio 1994), n. 28: in EnchVat 14, 345-537.

[50] FRANCESCO, Una grande famiglia fra cielo e terra, all’udienza generale il Papa parla della comunione dei santi, [Udienza generale, Roma, 30 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 31 ottobre 2013, CLIII (250), p. 8.

[51] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in La Civiltà Cattolica, 165(2014/I), 13. Francesco, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105 (2013), 460-463

[52] Cfr FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[53] FRANCESCO, Nei crocevia delle strade, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e ai seminaristi il papa affida la missione di formare i giovani a essere girovaghi della fede [Omelia alla Santa Messa con i Vescovi, con i Sacerdoti, i Religiosi e i Seminaristi in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 27 luglio2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[54] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165(2014/I), 10.

[55] Cfr ibidem, 6.

[56] Cfr FRANCESCO, L’umiltà è la forza del Vangelo, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 1 ottobre 2013, in: L'Osservatore Romano, mercoledì 2 ottobre 2013, CLIII (225), p. 8.

[57] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165(2014/I).

[58] Cfr FRANCESCO, Per una Chiesa che riaccompagna a casa l’uomo, l’incontro con i vescovi brasiliani nell’arcivescovado di Rio de Janeiro [Incontro con l'Episcopato Brasiliano, 27 luglio 2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), pp. 6-7.

[59] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[60] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[61] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[62] Cfr FRANCESCO, Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le nuove Comunità, le Associazioni, le Aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013, in: AAS 105 (2013),450-452.

[63] Ibidem.

[64] FRANCESCO, Per una Chiesa spoglia della mondanità, con i poveri, i disoccupati e gli immigrati assistiti dalla Caritas, [Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 5 ottobre 2013, CLIII (228), p. 7.

[65] FRANCESCO, Rinnovamento senza timori, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 6 luglio 2013, in: L'Osservatore Romano, Domenica 7 luglio 2013, CLIII (154), p. 7.

[66] ANTONIO SPADARO, Intervista a papa Francesco, in: La Civiltà Cattolica, 164(2013/III), 474.

[67] Cfr FRANCESCO, L’apocalisse che non verrà, discorso al mondo accademico e culturale, [Incontro con il mondo della cultura, Cagliari, 22 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 23-24 settembre 2013, CLIII (218), p. 7.

[68] FRANCESCO, La scommessa del dialogo e dell’incontro, alla classe dirigente del Brasile, [Incontro con la Classe Dirigente del Brasile, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[69] Cfr FRANCESCO, Uomini di frontiera, il Papa alla Comunità della Cività Cattolicà. [Discorso agli Comunità degli Scrittori de “La Civiltà Cattolica", Roma, 14 giugno2013], in: L'Osservatore Romano, sabato 15 giugno 2013, CLIII (136), p. 7.

[70] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 45.

[71] Ibidem.

[72] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[73] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[74] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[75] Ibidem.

[76] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[77] Ibidem.

[78] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[79] FRANCESCO, Quelli che sanno aspettare, alle monache camaldolesi il Papa indica Maria come modello di speranza, [Celebrazione dei Vespri con la Comunità delle Monache Benedettine Camaldolesi, Roma, 21 novembre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 23 novembre 2013, CLIII (269), p. 7.

[80] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[81] FRANCESCO, La compagnia degli inquieti, nella chiesa del Gesù il Papa celebra la messa di ringraziamento per la canonizzazione di Pietro Favre, [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù nella ricorrenza del SS. Nome di Gesù , Roma, 3gennaio 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 4 gennaio 2014, CLIV (02), p. 7.

[82] BENEDETTO XVI, Quella forza silenziosa che vince il rumore delle potenze, la riflessione proposta dal pontefice durante l’udienza generale nell’aula Paolo VI [Udienza generale, Roma, 19 dicembre 2012], in: L'Osservatore Romano, giovedì 20 dicembre 2012, CLII (292), p. 8.

[83] AMBROGIO, Expositio Evangelii secundum Lucam, II, 19: CCL 14, p. 39.

[84] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV Città del Vaticano, 2013, n. 288.




CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

ANNO DELLA VITA CONSACRATA


 

Scrutate

Ai consacrati e alle consacrate in cammino sui segni di Dio


 

«Sempre in cammino con quella virtù
che è una virtù pellegrina: la gioia!»

Papa FRANCESCO


 

Indice

Carissimi fratelli e sorelle

In esodo obbediente

In ascolto

Come guidati dalla nube

Memoria viva dell’esodo

Gioie e fatiche del cammino

In vigile veglia

In ascolto

La profezia della vita conforme al Vangelo

Vangelo regola suprema

Formazione: vangelo e cultura

La profezia della vigilanza

Uniti a scrutare l’orizzonte

Una guida “dietro il popolo”

La mistica dell’incontro

La profezia della mediazione

Nei crocevia del mondo

Nel segno del piccolo

In coro nella statio orante

Per la riflessione

Le provocazioni di Papa Francesco

Ave, donna dell’alleanza nuova


 

Carissimi fratelli e sorelle,

1. Continuiamo nella gioia il cammino verso l’Anno della vita consacrata affinché i nostri passi– siano già tempo di conversione e di grazia. Con la parola e la vita Papa Francesco continua ad indicare il gaudio dell’annuncio e la fecondità di una vita vissuta nella forma del Vangelo, mentre ci invita a procedere, ad essere «Chiesa in uscita», secondo una logica di libertà.

Ci sollecita a lasciare alle nostre spalle «una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali» per respirare «l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo! ».

La vita consacrata è segno dei beni futuri nella città umana, in esodo lungo i sentieri della storia. Accetta di misurarsi con certezze provvisorie, con situazioni nuove, con provocazioni in processo continuo, con istanze e passioni gridate dall’umanità contemporanea. In tale vigile pellegrinare essa custodisce la ricerca del volto di Dio, vive la sequela di Cristo, si lascia guidare dallo Spirito, per vivere l’amore per il Regno con fedeltà creativa e alacre operosità. L’identità di pellegrina e orante in limine historiae le appartiene intimamente.

Questa lettera desidera consegnare a tutti i consacrati e le consacrate tale preziosa eredità, esortandoli a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore (cf At 11,23) e a proseguire in questo cammino di grazia. Vogliamo leggere insieme in sintesi i passi compiuti negli ultimi cinquant’anni. In questa memoria il Concilio Vaticano II emerge come evento di rilevanza assoluta per il rinnovamento della vita consacrata. Risuona per noi l'invito del Signore: Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi sui sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita (Ger 6,16).

In questa statio ciascuno può riconoscere sia i semi di vita che, messi a dimora in cuore buono e generoso (Lc 8,15), sono venuti a fecondità, sia quelli che caduti lungo la strada, sulla pietra o fra i rovi non hanno dato frutto (cf Lc 8, 12-14).

Si apre la possibilità di proseguire il cammino con coraggio e vigilanza per osare scelte che onorino il carattere profetico della nostra identità, «speciale forma di partecipazione alla funzione profetica di Cristo, comunicata dallo Spirito a tutto il popolo di Dio» , affinché sia manifestata nell’oggi «la preminente grandezza della grazia vittoriosa di Cristo e l'infinita potenza dello Spirito Santo che opera nella Chiesa».

Scrutare gli orizzonti della nostra vita e del nostro tempo in vigile veglia. Scrutare nella notte per riconoscere il fuoco che illumina e guida, scrutare il cielo per riconoscere i segni forieri di benedizioni per le nostre aridità. Vegliare vigilanti e intercedere, saldi nella fede.

Corre il tempo di dare ragione allo Spirito che crea: «Nella nostra vita personale, nella vita privata – ricorda Papa Francesco - lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica. Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore; la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo».

Questa lettera trova le sue ragioni nella memoria della grazia copiosa vissuta dai consacrati e dalle consacrate nella Chiesa, mentre con franchezza invita al discernere. Il Signore è vivente e operante nella nostra storia, e ci chiama alla collaborazione e al discernimento corale, per nuove stagioni di profezia al servizio della chiesa, in vista del Regno che viene.

Rivestiamoci delle armi della luce, della libertà, del coraggio del Vangelo per scrutare l’orizzonte, riconoscervi i segni di Dio e obbedirgli. Con opzioni evangeliche osate nello stile dell’umile e del piccolo.


In esodo obbediente

Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende.

Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata.

Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio

(Es 40,36-38)


 

IN ASCOLTO

2. La vita di fede non è semplicemente un possesso, ma un cammino che conosce passaggi luminosi e tunnel oscuri, orizzonti aperti e sentieri tortuosi e incerti. Dal misterioso abbassarsi di Dio sulla nostra vita e le nostre vicende, secondo le Scritture, nascono lo stupore e la gioia, dono di Dio che colma la vita di senso e luce e trova pienezza nella salvezza messianica realizzata da Cristo.

Prima di focalizzare l'attenzione sull’evento conciliare e i suoi effetti ci lasciamo orientare da una icona biblica per fare memoria viva e grata del kairòs postconciliare, nei valori ispirativi.

La grande epopea dell'esodo del popolo eletto dalla schiavitù dell'Egitto verso la Terra promessa, diventa icona suggestiva che richiama il nostro moderno stop and go, la pausa e l'avvio, la pazienza e l'intraprendenza. Questi decenni sono stati proprio un periodo di alti e bassi, di slanci e delusioni, di esplorazioni e chiusure nostalgiche.

La tradizione interpretativa della vita spirituale, in varie forme strettamente connessa con quella della vita consacrata, ha spesso trovato nel grande paradigma dell'esodo del popolo d'Israele dall'Egitto, simboli e metafore suggestivi: il roveto ardente, il passaggio del mare, il cammino nel deserto, la teofania sul Sinai, la paura della solitudine, il dono della legge e dell'alleanza, la colonna di nube e di fuoco, la manna, l'acqua dalla roccia, la mormorazione e le nostalgie.

Riprendiamo il simbolo della nube (in ebraico 'ānān), che guidava misteriosamente il cammino del popolo: lo faceva ora sostando, anche a lungo, e quindi suscitando disagio e rimpianti, ora alzandosi e muovendosi e così indicando il ritmo della marcia, sotto la guida di Dio.

Mettiamoci in ascolto della Parola: Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte, vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio (Es 40,36-38).

Apporta qualcosa di interessante e di nuovo il testo parallelo dei Numeri (cf Nm 9,15-23), in particolare sulle soste e le riprese: Se la nube rimaneva ferma sulla Dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti rimanevano accampati e non partivano; ma quando si alzava, levavano le tende (Nm 9,22).

Appare evidente che questo stile di presenza e guida da parte di Dio esigeva una continua vigilanza: sia per rispondere all’imprevedibile movimento della nube, sia per custodire la fede nella presenza protettiva di Dio, quando le soste si facevano lunghe e la meta sembrava rimandata sine die.

Nel linguaggio simbolico del racconto biblico quella nube era l'angelo di Dio, come afferma il libro dell’Esodo (Es 14,19). E nell'interpretazione successiva la nube diventa un simbolo privilegiato della presenza, della bontà e della fedeltà attiva di Dio. Infatti le tradizioni profetica, salmica e sapienziale riprenderanno spesso questo simbolo, sviluppando anche altri aspetti, come per esempio il nascondersi di Dio per colpa del popolo (cf. Lam 3,44), o la maestà della sede del trono di Dio (cf. 2Cron 6,1; Gb 26,9).

Il Nuovo Testamento riprende, a volte con linguaggio analogo, questo simbolo nelle teofanie: la concezione verginale di Gesù (cf. Lc 1,35), la trasfigurazione (cf Mt 17,1-8 e par.), l'ascesa al cielo di Gesù (cf. At 1,9). Paolo usa la nube anche come simbolo del battesimo (cf 1Cor 10,1) e la simbolica della nube fa sempre parte dell'immaginario per descrivere il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi (cf. Mt 24,30; 26,64; Ap 1,7; 14,14).

In sintesi la prospettiva dominante, già nella simbologia tipica dell'esodo, è quella della nube come segno del messaggio divino, presenza attiva del Signore Dio in mezzo al suo popolo. Israele dovrà essere sempre pronto a proseguire il cammino se la nube si mette in cammino, a riconoscere la propria colpa e detestarla quando si fa oscuro il suo orizzonte, a pazientare quando le soste si prolungano e la meta appare irraggiungibile.

Nella complessità delle molteplici ricorrenze bibliche del simbolo della nube, si aggiungono anche i valori della inaccessibilità di Dio, della sua sovranità che tutto veglia dall'alto, della sua misericordia che squarcia le nubi e scende a ridonare vita e speranza. Amore e conoscenza di Dio si imparano solo in un cammino di sequela, in una disponibilità libera da paure e nostalgie.

A secoli di distanza dall'esodo, quasi a ridosso della venuta del Redentore, il sapiente ricorderà quell'avventurosa epopea degli Israeliti guidati dalla nube e dal fuoco con una frase lapidaria: Desti loro una colonna di fuoco come guida di un viaggio sconosciuto (Sap 18,3).


 

COME GUIDATI DALLA NUBE

3. La nube di luce e di fuoco che guidava il popolo, secondo ritmi che esigevano totale obbedienza e piena vigilanza, è per noi eloquente. Possiamo scorgere, come in uno specchio, un modello interpretativo per la vita consacrata del nostro tempo. La vita consacrata per alcuni decenni, spinta dall'impulso carismatico del Concilio, ha camminato come se seguisse i segnali della nube del Signore.

Coloro che hanno avuto la grazia di ‘vedere’ l’inizio del cammino conciliare hanno nel cuore l’eco delle parole di San Giovanni XXIII: Gaudet Mater Ecclesia, l'incipit del discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1965).

Nel segno della gioia, gaudio profondo dello spirito, la vita consacrata è stata chiamata a continuare, in novità, il cammino nella storia: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa […] occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza […]».

San Giovanni Paolo II ha definito l'evento conciliare «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino». Papa Francesco ha ribadito che «è stato un’opera bella dello Spirito Santo». Possiamo affermarlo anche per la vita consacrata: è stato un passaggio benefico di illuminazione e discernimento, di fatiche e gioie grandi.

Quello dei consacrati è stato un vero «cammino esodale». Tempo di entusiasmo e di audacia, di inventiva e di fedeltà creativa, ma anche di certezze fragili, di improvvisazioni e delusioni amare. Con lo sguardo riflessivo del poi, possiamo riconoscere che davvero vi era un fuoco nella nube (Es 40,38), e che per vie "ignote" lo Spirito ha di fatto condotto la vita e i progetti dei consacrati e delle consacrate sulle strade del Regno.

Negli ultimi anni lo slancio di tale cammino sembra svigorito. La nube pare avvolga più di oscurità che di fuoco, ma in essa abita ancora il fuoco dello Spirito. Anche se a volte possiamo camminare nell'oscurità e nella tiepidezza, che rischiano di turbare i nostri cuori (cf Gv 14,1), la fede risveglia la certezza che dentro la nube non è venuta meno la presenza del Signore: essa è bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte» (Is 4,5), oltre l’oscurità.

Si tratta di ripartire sempre di nuovo nella fede per un viaggio sconosciuto (Sap 18,3), come il padre Abramo, che partì senza sapere dove andava (cf. Ebr 11,8). È un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, cui solo la fede consente di accedere e che nella fede è possibile rinnovare e consolidare.


 

MEMORIA VIVA DELL’ESODO

4. Non v’è dubbio che i consacrati e le consacrate al termine dell’assise conciliare abbiano accolto con ampia adesione e fervore sincero le deliberazioni dei Padri conciliari. Si percepiva che la grazia dello Spirito Santo, invocato da San Giovanni XXIII per ottenere alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, era in atto. Nel medesimo tempo si avvertiva una sintonia di pensiero, di aspirazioni, di fermenti in itinere da almeno un decennio.

La Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, nel 1947, riconosceva la consacrazione vivendo i consigli evangelici nella condizione secolare. Un «gesto rivoluzionario nella Chiesa». Il riconoscimento ufficiale, giunse prima che la riflessione teologica delineasse lo specifico orizzonte della consacrazione secolare. Attraverso questo riconoscimento veniva in qualche modo espresso un orientamento che sarebbe stato al cuore del Concilio Vaticano II: la simpatia per il mondo che genera un dialogo nuovo.

Questo Dicastero nel 1950, sotto gli auspici di Pio XII, convoca il primo Congresso Mondiale degli Stati di Perfezione. Gli insegnamenti pontifici aprono la strada per una accommodata renovatio, espressione che il Concilio fa propria nel decreto Perfectae caritatis. A quel Congresso seguirono altri, in vari contesti e su vari temi, rendendo possibile negli anni Cinquanta e all'inizio del decennio successivo una nuova riflessione teologica e spirituale. Su questo campo ben disposto, l’assise conciliare ha sparso a profusione il buon seme della dottrina e la ricchezza di orientamenti concreti che ancora oggi viviamo come preziosa eredità.

Siamo a circa cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II avvenuta il 21 novembre 1964. Una memoria di alto valore teologico ed ecclesiale: «La Chiesa intera appare come ‘il popolo radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo'».15 Si riconosce la centralità del popolo di Dio in cammino fra le genti, redento dal sangue di Cristo (cf. At 20,28), riempito dello Spirito di verità e di santità e inviato a tutti gli uomini come luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5,13-16).

Si delinea così una identità saldamente fondata su Cristo e il suo Spirito, e allo stesso tempo si propone una Chiesa protesa verso tutte le situazioni culturali, sociali e antropologiche: «Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto».

La Lumen gentium dedica l'intero capitolo VI ai religiosi. Dopo aver affermato il principio teologico della «vocazione universale alla santità», la Chiesa riconosce fra le molteplici vie alla santità il dono della vita consacrata, ricevuto dal suo Signore e custodito in ogni tempo con la sua grazia. La radice battesimale della consacrazione, sull’insegnamento di Paolo VI, viene evidenziata con gioia, mentre si indica lo stile di vita vissuto alla sequela Christi come permanente ed efficace ripresentazione della forma di esistenza che il Figlio di Dio ha abbracciato nella sua esistenza terrena. La vita consacrata, infine, è indicata come segno per il Popolo di Dio nel compimento della comune vocazione cristiana e manifestazione della grazia del Signore Risorto e della potenza dello Spirito Santo che opera meraviglie nella Chiesa.

Queste affermazioni hanno dimostrato nello scorrere degli anni un’efficacia vigorosa. Un cambiamento di cui si può oggi gustare il frutto è l’accresciuto senso ecclesiale che delinea l'identità e anima la vita e le opere dei consacrati.

Per la prima volta nei lavori di un Concilio ecumenico la vita consacrata è stata identificata come parte viva e feconda della vita di comunione e di santità della Chiesa e non come ambito bisognoso di "decreti di riforma".

Pari intento ha guidato anche il decreto Perfectae caritatis, di cui ci prepariamo a celebrare il cinquantesimo di promulgazione, avvenuta il 28 ottobre 1965. In esso risuona univoca la radicalità dell’appello: «Poiché norma ultima della vita consacrata è la sequela di Cristo come viene insegnata dal Vangelo, essa deve essere considerata da tutti gli istituti come la regola suprema». Sembra un’affermazione ovvia e generica, di fatto essa ha provocato una purificazione radicale delle spiritualità devozionali e delle identità ripiegate sul primato di servizi ecclesiali e sociali, ferme sulla imitazione sacralizzata dei propositi dei fondatori.

Nulla si può anteporre alla centralità della sequela radicale di Cristo.

Il magistero conciliare avvia altresì il riconoscimento della varietà delle forme di vita consacrata. Gli Istituti apostolici vedono riconosciuto con chiarezza, per la prima volta ad un livello così autorevole, il principio che la loro azione apostolica appartiene alla natura stessa della vita consacrata. La vita consacrata laicale appare costituita e riconosciuta come «uno stato in sé completo di professione dei consigli evangelici». Gli Istituti secolari, emergono con la loro specificità costitutiva della consacrazione secolare. Si prepara la rinascita dell’Ordo Virginum e della vita eremitica come forme non associate di vita consacrata.

I consigli evangelici vengono presentati con accentuazioni innovative, quale progetto esistenziale assunto con modalità proprie e con una radicalità particolare ad imitazione di Cristo.

Ancora due temi spiccano per il linguaggio nuovo con cui sono presentati: la vita fraterna in comune e la formazione. La prima ritrova in pieno l’ispirazione biblica degli Atti degli Apostoli, che per secoli ha animato l’aspirazione al cor unum et anima una (At 4,32). Il riconoscimento positivo della varietà dei modelli e di stili di vita fraterna costituisce oggi uno degli esiti più significativi del soffio innovatore del Concilio. Inoltre, facendo leva sul dono comune dello Spirito, il decreto Perfectae caritatis spinge al superamento di classi e categorie, per stabilire comunità di stile fraterno, con uguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che scaturiscono dall’Ordine sacro.

Il valore e la necessità della formazione sono posti a fondamento del rinnovamento: «L’aggiornamento degli Istituti dipende in massima parte dalla formazione dei loro membri». Per la sua essenzialità, questo principio ha funzionato come un assioma: da esso si è snodato un itinerario tenace ed esploratore di esperienze e discernimento, in cui la vita consacrata ha investito intuizioni, studi, ricerca, tempo, mezzi.


 

GIOIE E FATICHE DEL CAMMINO

5. A partire dalle sollecitazioni conciliari la vita consacrata ha percorso un lungo cammino. In verità, l’esodo non ha spinto unicamente alla ricerca degli orizzonti indicati dal Concilio. I consacrati e le consacrate s’incontrano e si misurano con inedite realtà sociali e culturali: l’attenzione ai segni dei tempi e dei luoghi, il pressante invito della Chiesa ad attuare lo stile conciliare, la riscoperta e re-interpretazione dei carismi di fondazione, le rapide mutazioni nella società e nella cultura. Nuovi scenari che chiedono nuovo e corale discernimento, destabilizzando modelli e stili ripetuti nel tempo, incapaci di interloquire, come testimonianza evangelica, con le nuove sfide e le nuove opportunità.

Nella costituzione Humanae salutis, con cui San Giovanni XXII indiceva l’assemblea conciliare del Vaticano II, si legge: «Seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare i segni dei tempi (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità».

La lettera enciclica Pacem in terris, indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà, introduceva come chiave teologica i “segni dei tempi”. Tra essi San Giovanni XXIII riconosce: l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica; la formazione di nazioni indipendenti; la tutela e la promozione dei diritti e dei doveri nei cittadini consapevoli della propria dignità; la persuasione che i conflitti devono trovare soluzione, attraverso il negoziato, senza il ricorso alle armi. Egli include fra questi segni anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dalle Nazioni Unite.

I consacrati hanno abitato e interpretato questi nuovi orizzonti. Hanno annunciato e testimoniato in primis il Vangelo con la vita, offrendo aiuto e solidarietà di ogni genere, collaborando nei compiti più diversi nel segno della prossimità cristiana, coinvolti nel processo storico in atto. Lungi dal limitarsi a rimpiangere la memoria di epoche passate, hanno cercato di vivificare il tessuto sociale e le sue istanze con la vivente traditio ecclesiale, testata nei secoli sul crinale della storia, secondo l’habitus della fede e della speranza cristiana.

L’impresa posta innanzi alla vita consacrata dall’orizzonte storico sul finire del XX secolo ha richiesto audacia e inventiva coraggiosa. Per questo, tale passaggio epocale va valutato come dedizione profetica, religiosamente motivata: molti consacrati hanno vissuto con serio impegno, e spesso anche con grave rischio personale, la nuova coscienza evangelica di dover stare dalla parte dei poveri e degli ultimi, condividendone valori e angosce.

La vita consacrata si apre al rinnovamento non perché segue autonome iniziative, né per mero desiderio di novità, e tanto meno per ripiegamento riduttivo sulle urgenze sociologiche. Ma, principalmente, per obbedienza responsabile sia allo Spirito creatore, che "parla per mezzo dei profeti" (cf Credo apostolico) , sia alle sollecitazioni del Magistero della Chiesa, espresso con forza nelle grandi encicliche sociali, Pacem in terris (1963), Populorum progressio (1967), Octogesima adveniens (1971), Laborem exercens (1981), Caritas in veritate (2009). Si è trattato - per richiamare l'icona della nube - di una fedeltà alla volontà divina, manifestata attraverso la voce autorevole della Chiesa.

La visione del carisma come originato dallo Spirito, orientato alla conformazione a Cristo, segnato dal profilo ecclesiale comunitario, in dinamico sviluppo nella Chiesa, ha motivato ogni decisione di rinnovamento e progressivamente ha dato forma a una vera teologia del carisma, applicata per la prima volta in modo chiaro alla vita consacrata. Il Concilio non ha riferito esplicitamente questo termine alla vita consacrata, ma ne ha aperto la strada facendo riferimento ad alcune attestazioni paoline.

Nell’esortazione apostolica Evangelica testificatio, Paolo VI adotta ufficialmente questa nuova terminologia, e scrive: «Il Concilio giustamente insiste sull’obbligo, per i religiosi e per le religiose, di esser fedeli allo spirito dei loro fondatori, alle loro intenzioni evangeliche, all’esempio della loro santità, cogliendo in ciò uno dei principi del rinnovamento in corso ed uno dei criteri più sicuri di quel che ciascun istituto deve eventualmente intraprendere».

Questa Congregazione, testimone di tale cammino, ha accompagnato le varie fasi di riscrittura delle Costituzioni degli Istituti. È stato un processo che ha alterato equilibri di lunga data, mutato pratiche obsolete della tradizione, mentre ha riletto con nuove ermeneutiche i patrimoni spirituali e collaudato nuove strutture, fino a ridelineare programmi e presenze. In tale rinnovamento, insieme fedele e creativo, non possono essere taciute talune dialettiche di confronto e di tensione e perfino dolorose defezioni.

La Chiesa non ha fermato il processo, ma lo ha accompagnato con un Magistero puntuale e una sapiente vigilanza, declinando, sul primato della vita spirituale, sette temi principali: carisma fondazionale, vita nello Spirito alimentata dalla Parola (lectio divina), vita fraterna in comune, formazione iniziale e permanente, nuove forme di apostolato, autorità di governo, attenzione alle culture. La vita consacrata nell’ultimo cinquantennio si è misurata e ha camminato su tali istanze.

Il riferimento alla lettera del Concilio consente di «trovarne l'autentico spirito», per evitare interpretazioni errate. Siamo chiamati a fare insieme memoria di un evento vivo in cui noi Chiesa abbiamo riconosciuto la nostra identità più profonda. Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II affermava con mente e cuore grati: «La Chiesa si è raccolta nella sua intima coscienza spirituale, (…) per ritrovare in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo, e per scrutare più a fondo il mistero, cioè il disegno e la presenza di Dio sopra e dentro di sé, e per ravvivare in sé quella fede, ch’è il segreto della sua sicurezza e della sapienza, e quell’amore che la obbliga a cantare senza posa le lodi di Dio: cantare amantis est, dice S. Agostino (Serm. 336; PL 38, 1472). I documenti conciliari principalmente quelli sulla divina Rivelazione, sulla Liturgia, sulla Chiesa, sui Sacerdoti, sui Religiosi, sui Laici, lasciano chiaramente trasparire questa diretta e primaria intenzione religiosa, e dimostrano quanto sia limpida, fresca e ricca la vena spirituale, che il vivo contatto col Dio vivo fa erompere nel seno della Chiesa, e da lei effondere sulle aride zolle della nostra terra».

La medesima lealtà verso il Concilio come evento ecclesiale e come paradigma di stile, chiede ora di sapersi proiettare con fiducia verso il futuro. Vive in noi la certezza che Dio si pone sempre a guida del nostro cammino? Nella ricchezza delle parole e dei gesti, la Chiesa ci orienta a leggere la nostra vita personale e comunitaria nel quadro dell’intero piano di salvezza, a capire verso quale direzione orientarci, quale futuro prefigurare, in continuità con i passi compiuti fino ad oggi ci invita a una riscoperta della unità di confessio laudis, fidei et vitae.

La memoria fidei ci offre radici di continuità e perseveranza: una identità forte per riconoscerci parte di una vicenda, di una storia. La rilettura nella fede del cammino percorso non si ferma ai grandi eventi, ma ci aiuta a rileggere la storia personale, scandendola in tappe efficaci.


 

In vigile veglia

Elia salì sulla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia...

«Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare»

(1Re, 18,44)


 

IN ASCOLTO

6. Cerchiamo luce ancora nella simbologia biblica, chiedendo ispirazione per il cammino di profezia e di esplorazione dei nuovi orizzonti della vita consacrata, che vogliamo ora considerare in questa seconda parte. La vita consacrata, infatti per sua natura, è intrinsecamente chiamata ad un servizio testimoniale che la pone come signum in Ecclesia.

Si tratta di una funzione che appartiene ad ogni cristiano, ma nella vita consacrata si caratterizza per la radicalità della sequela Christi e del primato di Dio, e insieme per la capacità di vivere la missione evangelizzatrice della Chiesa con parresia e creatività. Giustamente san Giovanni Paolo II ha ribadito che: «La testimonianza profetica [...] si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l'esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio».

Nella tradizione patristica il modello biblico di riferimento per la vita monastica è il profeta Elia: sia per la sua vita di solitudine e di ascesi, sia per la passione per l'alleanza e la fedeltà alla legge del Signore, sia per l'audacia nel difendere i diritti dei poveri (cf 1Re, 17-19; 21). Lo ha richiamato anche l'esortazione apostolica Vita consecrata, a sostegno della natura e funzione profetica della vita consacrata . Nella tradizione monastica il mantello che simbolicamente Elia ha lasciato cadere su Eliseo, nel momento del rapimento al cielo (cf 2Re 2,13), è interpretato come passaggio dello spirito profetico dal padre al discepolo e anche come simbolo della vita consacrata nella Chiesa, che vive di memoria e di profezia, sempre nuove.

Elia, il tisbita, appare all'improvviso nello scenario del regno del Nord, con la minaccia perentoria: In questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, se non quando lo comanderò io (1Re 17,1). Manifesta così una ribellione della coscienza religiosa davanti al decadimento morale cui il popolo viene condotto dalla prepotenza della regina Gezabele e dalla ignavia del re Acab. La sentenza profetica che chiude forzatamente il cielo è sfida aperta alla funzione speciale di Baal e della schiera dei baalîm, cui venivano attribuite fecondità e fertilità, piogge e benessere. Da qui, come a grandi arcate, si tende l'azione di Elia in episodi che, più che narrare una storia, presentano momenti drammatici e di grande forza ispirativa (cf 1Re,17-19.21; 2Re 1-2).

In ogni passaggio Elia vive in progress il suo servizio profetico, conoscendo purificazioni e illuminazioni che caratterizzano il suo profilo biblico, fino al vertice dell'incontro con il passaggio di Dio nella brezza lieve e silenziosa dell'Horeb. Queste esperienze sono ispirative anche per la vita consacrata. Anch'essa deve passare dal rifugio solitario e penitente nel wadi del Cherìt (cf 1Re,17,2-7) all'incontro solidale con i poveri che lottano per la vita, come la vedova di Sarepta (cf 1Re 17,8-24); imparare dall'audacia geniale rappresentata dalla sfida del sacrificio sul Carmelo (cf 1Re 18,20-39) e dalla intercessione per il popolo rattrappito per la siccità e la cultura di morte (cf 1Re 18,41-46), fino a difendere i diritti dei poveri calpestati dai prepotenti (cf 1Re 21) e mettere in guardia contro le forme idolatriche che profanano il nome santo di Dio (cf 2Re 1).

Pagina drammatica è in particolare la depressione mortale di Elia nel deserto di Bersabea (1Re 19,1-8): ma lì Dio, offrendo pane e acqua di vita, sa trasformare con delicatezza la fuga in pellegrinaggio verso il monte Horeb (1Re 19,9). È esempio per le nostre notti oscure, che, come per Elia, precedono lo splendore della teofania nella brezza leggera (1Re 19,9-18), e preparano a nuove stagioni di fedeltà, che diventano storie di chiamate nuove (come per Eliseo: 1Re 19,19-21), ma anche infondono audacia per intervenire contro la giustizia empia (cf l'uccisione del contadino Nabot: 1Re 21,17-29). Infine ci commuove il saluto affettuoso alle comunità dei figli dei profeti (2Re 2,1-7) che prepara alla salita finale oltre il Giordano, verso il cielo nel carro di fuoco (2Re 2,8-13).

Potremmo sentirci attratti dalle gesta clamorose di Elia, dalle sue proteste furiose, dalle sue accuse dirette e audaci, fino alla contesa con Dio sull'Horeb, quando Elia giunge ad accusare il popolo di avere solo progetti distruttivi e minacciosi. Ma pensiamo che in questo momento storico, possono parlare di più a noi alcuni elementi minori, che sono come dei piccoli segni, però ispirano i nostri passi e le nostre scelte in maniera nuova in questa età contemporanea dove le tracce di Dio sembrano svanire in una desertificazione del senso religioso.

Il testo biblico offre numerosi simboli "minori". Possiamo accennare: le scarse risorse di vita nel torrente Cherìt, con quei corvi che obbediscono a Dio portando al profeta pane e carne, in gesto di misericordia e solidarietà. La generosità, a rischio della propria vita, della vedova di Sarepta che ha solo "un pugno di farina e po' d'olio" (1Re 17,12) e li dona al profeta affamato. L’impotenza di Elia davanti al ragazzo morto, e il suo dubbio gridato unito al suo abbraccio disperato, che la vedova interpreta in modo teologico, come rivelazione del volto di un Dio compassionevole. La lunga lotta del profeta prostrato nell'intercessione - dopo il clamoroso e un po' teatrale scontro con i sacerdoti di Baal sul Carmelo - implorando pioggia sul popolo sfinito dalla condanna alla siccità. In un gioco di squadra fra Elia, il ragazzo che sale e scende dal crinale e
Dio che è il vero signore della pioggia (e non Baal), giunge infine la risposta di una nuvoletta piccola, quanto una mano d'uomo (cf 1Re 18,41). Una risposta minuscola di Dio, che però si fa subito pioggia grande, ristoratrice per un popolo ormai allo stremo.

Egualmente risposta povera, ma efficace saranno qualche giorno dopo quella focaccia e quell'orcio d'acqua che appaiono accanto al profeta in depressione mortale nel deserto: è risorsa che dà forza per camminare "quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Horeb" (1Re 19,8). E là, nel cavo di una caverna dove Elia si ripara, e ancora freme di ribellione contro il popolo distruttore sacrilego che minaccia pure la sua vita, assisterà alla distruzione del suo immaginario di minaccia e di potenza: "Il Signore non era..." nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco, ma in una "voce di silenzio sottile" (1Re 19,12).

Una pagina sublime per la letteratura mistica, una caduta verticale in realtà per tutto il "furore sacro" del profeta: deve riconoscere la presenza di Dio oltre ogni immaginario tradizionale, che lo imprigionava. Dio è sussurro e brezza, non è prodotto del nostro bisogno di sicurezza e di successo, "non lascia traccia visibile delle sue orme" (cf Sal 77, 20), ma è presente in maniera vera ed efficace.

Elia con il suo furore e le sue emozioni stava per rovinare tutto, illudendosi di essere rimasto il solo fedele. Mentre Dio sapeva bene che c'erano altri sette mila testimoni fedeli, c'erano profeti e re pronti ad obbedirgli (1Re 19,15-19), perchè la storia di Dio non era identificabile con il fallimento del profeta depresso e irruento. La storia continua, perchè sta nelle mani di Dio, ed Elia deve vedere con occhi nuovi la realtà, lasciarsi rigenerare a speranza e fiducia da Dio stesso. Quella postura ripiegata là sul monte per implorare la pioggia, che somiglia tanto al bambino nascituro nel ventre della madre, è ripresa simbolicamente anche all'Horeb con il nascondersi nella caverna, e ora si completa con una nuova nascita del profeta, per camminare eretto e rigenerato sui sentieri misteriosi del Dio vivente.

Ai piedi del monte il popolo lottava ancora contro una vita che non era più tale, una religiosità che era profanazione dell'alleanza e nuova idolatria. Il profeta deve prende su di sé quella lotta e quella disperazione, deve "ritornare sui suoi passi" (1Re 19,15), che ora sono solo quelli di Dio, riattraversare il deserto che però ora fiorisce di senso nuovo, affinché trionfi la vita e nuovi profeti e capi servano la fedeltà all'alleanza.


 

LA PROFEZIA DELLA VITA CONFORME AL VANGELO

7. Il tempo di grazia che stiamo vivendo, con l'insistenza di Papa Francesco di porre al centro il Vangelo e l'essenziale cristiano, è per i consacrati e le consacrate, una nuova chiamata alla vigilanza, per essere pronti ai segni di Dio (cf Abd 2,1). «La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l'acqua può essere trasformata». Lottiamo contro gli occhi gravati dal sonno (cf Lc 9,32), per non perdere l’attitudine a discernere i movimenti della nube, che guida il nostro cammino (cf Nm 9,17) e riconoscere nei segni piccoli e fragili la presenza del Signore della vita e della speranza.

Il Concilio ci ha affidato un metodo: il metodo della riflessione che si compie sul mondo e sulla vicenda umana, sulla Chiesa e sull’esistenza cristiana, a partire dalla Parola di Dio, Dio che si rivela ed è presente nella storia. Esso è sostenuto da un’attitudine: l’ascolto, che si apre al dialogo, arricchisce il cammino verso la verità. Ritornare alla centralità di Cristo e della Parola di Dio, come il Concilio e il Magistero successivo ci hanno insistentemente invitato a fare , in modo biblicamente e teologicamente fondato, può essere garanzia di autenticità e di qualità per il futuro della nostra vita di consacrati e consacrate.

Un ascolto che trasforma e fa diventare annunciatori e testimoni delle intenzioni di Dio nella storia e della sua azione efficace per la salvezza. Nelle necessità dell’oggi torniamo al Vangelo, dissetiamoci alle Sacre Scritture, in cui si trova la «sorgente pura e perenne della vita spirituale». Infatti, come ben diceva San Giovanni Paolo II: «Non c'è dubbio che [il] primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio».


 

Vangelo regola suprema

8. Una delle caratteristiche del rinnovamento conciliare per la vita consacrata è stato il ritorno radicale alla sequela Christi: «Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici vollero seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino, e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio».

Seguire Cristo, come viene proposto nel Vangelo, è la «norma ultima della vita religiosa» e «la regola suprema» di tutti gli istituti. Uno dei primi nomi con cui è stata designata la vita monastica è “vita evangelica”.

Le diverse espressioni di vita consacrata testimoniano tale ispirazione evangelica, a cominciare da Antonio, iniziatore della vita solitaria nel deserto. La sua storia inizia dall’ascolto della parola di Cristo: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi (Mt 19,21).

Da Antonio in poi la tradizione monastica farà della Scrittura la regola della propria vita: le prime Regole sono semplici norme pratiche, senza alcuna pretesa di contenuti spirituali, perché la sola regola del monaco è la Scrittura, nessun’altra regola è ammissibile: «Abbiamo cura di leggere e di apprendere le Scritture – scrive Orsiesi, discepolo e successore di Pacomio – e di consacrarci incessantemente alla loro meditazione (...). Sono le Scritture che ci guidano alla vita eterna».

Basilio, il grande maestro del monachesimo d'Oriente, quando redige l’Asceticon, destinato a diventare il manuale di vita monastica, rifiuta di chiamarlo Regola. Suo punto di riferimento sono piuttosto i Moralia, raccolta di testi biblici commentati e applicati alle situazioni della vita in santa koinonia. Nel sistema basiliano il comportamento dei monaci è definito attraverso la Parola di Dio, il Dio che scruta cuore e reni (cf Ap 2,23), sempre presente. Questa costante presenza davanti al Signore, memoria Dei, è forse l'elemento più specifico della spiritualità basiliana.

In Occidente il cammino si muove nella stessa direzione. La regola di Benedetto è obbedienza alla Parola di Dio: «Ascoltiamo la voce di Dio che ogni giorno si rivolge a noi…». Ascolta, o figlio: è l'ouverture della Regula Benedicti, perchè è nell’ascoltare che diveniamo figli e discepoli, accogliendo la Parola diveniamo noi stessi parola.

Nel XII secolo, Stefano di Muret, fondatore dell’Ordine di Grandmont, esprime in maniera efficace questo radicamento nel Vangelo: «Se qualcuno vi domanda di che professione o di che regola o di che ordine siete, rispondete che siete della regola prima e principale della religione cristiana, vale a dire del Vangelo, sorgente e principio di tutte le regole, non c’è altra regola che il Vangelo».

Lo sbocciare degli Ordini Mendicanti rende, se possibile, il movimento di ritorno al Vangelo ancora più incisivo.

Domenico, «dovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere»: egli era un Vangelo vivo, capace di annunciare ciò che viveva, e voleva che fossero «uomini evangelici» anche i suoi predicatori. Per Francesco d’Assisi la Regola è «la vita del Vangelo di Gesù Cristo»; per Chiara d’Assisi: «La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle povere (…) è questo: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo». Nella Regola dei Carmelitani il precetto fondamentale è quello di «meditare giorno e notte la Legge del Signore», per tradurlo nell'azione concreta: «Tutto quello che dovete fare, fatelo nella parola del Signore». Tale fondamento, comune a tante famiglie religiose, resta immutato con il progredire dei secoli.

Nei nostri tempi, Giacomo Alberione afferma che la Famiglia Paolina «aspira a vivere integralmente il Vangelo di Gesù Cristo», mentre la piccola sorella Magdeleine: «Noi dobbiamo costruire una cosa nuova. Una cosa nuova che è antica, che è l’autentico cristianesimo dei primi discepoli di Gesù. È necessario che riprendiamo il Vangelo parola per parola». Ogni carisma di vita consacrata si radica nel Vangelo. Evidente e significativa è la passione per la Parola biblica in molte delle nuove comunità che fioriscono oggi in tutta la Chiesa.

Tornare al Vangelo suona oggi per noi come pro-vocazione, che ci riconduce alla fonte di ogni vita radicata in Cristo. Un invito potente a compiere un cammino verso l’origine, nel luogo dove la nostra vita prende forma, laddove ogni Regola e norma trova intelligenza e valore.

Il Santo Padre ha esortato spesso a fidarci e ad affidarci a questa dinamica di vitalità: «Vi invito a non dubitare mai del dinamismo del Vangelo e neppure della sua capacità di convertire i cuori a Cristo risorto, e di condurre le persone lungo il cammino della salvezza che attendono nel più profondo di se stesse».


 

Formazione: Vangelo e cultura

9. Formare al Vangelo e alle sue esigenze è un imperativo. In tale prospettiva siamo invitati a compiere una revisione specifica del paradigma formativo che accompagna i consacrati e in specie le consacrate nel cammino della vita. Ha carattere di urgenza la formazione spirituale, molto spesso limitata quasi solo a semplice accompagnamento psicologico o ad esercizi di pietà standardizzati.

La povertà ripetitiva di contenuti vaghi blocca i candidati su livelli di maturazione umana infantile e dipendente. La ricca varietà delle vie seguite e proposte dagli autori spirituali resta quasi sconosciuta per lettura diretta, o viene richiamata solo per frammenti. È indispensabile vigilare affinché il patrimonio degli Istituti non sia ridotto a schemi frettolosi, lontani dalla carica vitale delle origini, perché ciò non introduce adeguatamente nell’esperienza cristiana e carismatica.

In un mondo in cui la secolarizzazione è divenuta cecità selettiva nei confronti del soprannaturale e gli uomini hanno smarrito le tracce di Dio, siamo invitati alla riscoperta e allo studio delle verità fondamentali della fede. Chi rende il servizio dell’autorità è chiamato a favorire per tutti i consacrati e le consacrate una conoscenza fondata e coerente della fede cristiana, sostenuta da un nuovo amore per lo studio. San Giovanni Paolo II esortava: «All'interno della vita consacrata c'è bisogno di rinnovato amore per l'impegno culturale, di dedizione allo studio». È motivo di profondo rammarico che tale imperativo non sia sempre accolto e ancor meno recepito come esigenza di riforma radicale per i consacrati e, in particolare, per le donne consacrate.

La debolezza e la fragilità di cui soffre questo ambito richiedono di ribadire con forza e richiamare la necessità della formazione continua per un’autentica vita nello Spirito e per mantenersi aperti mentalmente e coerenti nel cammino di crescita e di fedeltà. Non manca certo, in linea di principio, un’adesione formale a tale urgenza e si rileva un vasto consenso nella ricerca scientifica sul tema, ma in verità la prassi seguita è fragile, scarsa e, spesso, incoerente, confusa, disimpegnata.

«Testimone del Vangelo – ricorda Papa Francesco - è uno che ha incontrato Gesù Cristo, che lo ha conosciuto, o meglio, si è sentito conosciuto da Lui, riconosciuto, rispettato, amato, perdonato, e questo incontro lo ha toccato in profondità, lo ha riempito di una gioia nuova, un nuovo significato per la vita. E questo traspare, si comunica, si trasmette agli altri».

La Parola, fonte genuina di spiritualità da cui attingere la sublimità della conoscenza di Cristo Gesù (Fil 3,8), deve abitare il quotidiano della nostra vita. Solo così la sua potenza (cfr 1Ts 1,5) potrà incunearsi nelle fragilità dell’umano, fermentare ed edificare i luoghi del vivere comune, rettificare i pensieri, gli affetti, le decisioni, i dialoghi intessuti negli spazi fraterni. Sull’esempio di Maria, l'ascolto della Parola deve diventare respiro di vita in ogni istante dell'esistenza. La nostra vita in questo modo converge nell'unità di pensiero, si ravviva nell'ispirazione per un rinnovamento costante, fruttifica nella creatività apostolica.

L’apostolo Paolo chiedeva al discepolo Timoteo di cercare la fede (cf 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cf 2Tm 3,15), in primo luogo rimanendo saldo in quello che aveva imparato, cioè nelle sacre Scritture: Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l'uomo di Dio sia ben completo e ben preparato per ogni opera buona (2Tm 3,16-17). Sentiamo questo invito come rivolto a noi, perché nessuno diventi pigro nella fede (cf Ebr 6,12). Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi e orientarci per una risposta obbediente e responsabile.

Il Vangelo, la norma ideale della Chiesa e della vita consacrata, deve rappresentare la sua normalità nella prassi, il suo stile e il suo modo di essere. È questa la sfida che rilancia Papa Francesco. Invitando ad un riequilibrio ecclesiologico tra la Chiesa come corpo gerarchico e la Chiesa come Corpo di Cristo, ci offre gli elementi per compiere questa operazione, che può avvenire solo in corpore vivo della Chiesa, e cioè dentro di noi e attraverso di noi. Evangelizzare non significa portare un messaggio riconosciuto utile dal mondo, né presenza che si impone, né visibilità che offende, né splendore che acceca, ma annuncio di Gesù Cristo speranza in noi (cf. Col 1, 27-28), fatto con parole di grazia (Lc 4, 22), con una condotta buona tra gli uomini (1Pt 2, 12) e con la fede che opera per mezzo dell'amore (Gal 5,6).


 

LA PROFEZIA DELLA VIGILANZA

10. A conclusione dell’assise conciliare, Papa Paolo VI - con sguardo di profeta -congedava i Vescovi riuniti a Roma, unendo tradizione e futuro: «In questo raduno universale, in questo punto privilegiato del tempo e dello spazio, convergono nello stesso tempo il passato, il presente e l’avvenire. Il passato: infatti è riunita qui la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi concili, i suoi dottori, i suoi santi... Il presente: infatti noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù... L’avvenire, infine, è là nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che Cristo può e vuole dar loro…».

Papa Francesco ci incoraggia con passione a proseguire con passo veloce e gioioso il cammino: «Guidati dallo Spirito, mai rigidi, mai chiusi, sempre aperti alla voce di Dio che parla, che apre, che conduce, che ci invita ad andare verso l’orizzonte».

Quali terre stiamo abitando e quali orizzonti ci è dato di scrutare?

Papa Francesco chiama ad accogliere l'oggi di Dio e le sue novità, ci invita alle «sorprese di Dio» nella fedeltà, senza paura né resistenze, per «essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, che annunziano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla sua profezia».

Risuona per noi l’invito a procedere nel cammino portando nel cuore le attese del mondo. Ne avvertiamo la levità e il peso, mentre scrutiamo l’imprevedibile sopraggiungere della nuvoletta. Umile germe di una Notizia che non può essere taciuta.

La vita consacrata vive una stagione di esigenti passaggi e di necessità nuove. La crisi è lo stato in cui si è chiamati all’esercizio evangelico del discernimento, è l’opportunità di scegliere con sapienza - come lo scriba, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (cf Mt 13,52) – mentre ricordiamo che la storia è tentata di conservare più di quello che un giorno potrà essere utilizzato. Rischiamo di conservare "memorie" sacralizzate che rendono meno agevole l’uscita dalla caverna delle nostre sicurezze. Il Signore ci ama con affetto perenne (cf Is 54,8): tale fiducia ci chiama a libertà.


 

Uniti a scrutare l’orizzonte

11. Una velata acedia (ἀκηδία) fiacca, a volte, il nostro spirito, offusca la visione, sfibra le decisioni e intorpidisce i passi, coniugando l’identità della vita consacrata su un paradigma invecchiato e autoreferenziale, su un orizzonte breve: «Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo». Contro questa inerzia dello spirito e dell’agire, contro questa demotivazione che rattrista e spegne anima e volontà, già Benedetto XVI ha esortato: «Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cf. Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti. San Cromazio di Aquileia scriveva: "Allontani da noi il Signore tale pericolo affinché mai ci lasciamo appesantire dal sonno dell’infedeltà; ma ci conceda la sua grazia e la sua misericordia, perché possiamo vegliare sempre nella fedeltà a Lui. Infatti la nostra fedeltà può vegliare in Cristo" (Sermone 32, 4)».

La vita consacrata sta attraversando un guado, ma non può restarvi in modo permanente. Siamo invitati ad operare il passaggio - Chiesa in uscita, è una delle espressioni tipiche di Papa Francesco - come kairós che esige rinunce, chiede di lasciare ciò che si conosce e di intraprendere un percorso lungo e non facile, come Abramo verso la terra di Canaan (cf. Gen 12,1-6), come Mosè verso una terra misteriosa, legata ai patriarchi (cf. Es 3,7-8), come Elia verso Sarepta di Sidone: tutti verso terre misteriose intraviste solo nella fede.

Non si tratta di rispondere alla domanda se ciò che facciamo è buono: il discernimento guarda verso gli orizzonti che lo Spirito suggerisce alla Chiesa, interpreta il fruscio delle stelle del mattino senza uscite di sicurezza, né scorciatoie improvvisate, si lascia condurre a cose grandi attraverso segnali piccoli e fragili, mettendo in gioco le risorse deboli. Siamo chiamati ad un’obbedienza comune che si fa fede nell’oggi per procedere insieme con «il coraggio di gettare le reti in forza della sua parola (cf. Lc 5,5) e non di motivazioni solo umane».

La vita consacrata, alimentata alla speranza della promessa, è chiamata a proseguire il cammino senza lasciarsi condizionare da ciò che si lascia alle spalle: Io non ritengo ancora di aver conquistato la meta, ma, dimenticando ciò che mi sta alle spalle, mi protendo verso ciò che mi sta di fronte (Fil 3,13-14). La speranza non è edificata sulle nostre forze e sui nostri numeri, ma sui doni dello Spirito: la fede, la comunione, la missione. I consacrati sono un popolo reso libero dalla professione dei consigli del Vangelo disposto a guardare nella fede oltre il presente, invitato ad «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi».

L’orizzonte di arrivo di questo cammino è segnato dal ritmo dello Spirito, non è una terra conosciuta. Si aprono davanti al nostro andare nuove frontiere, realtà nuove, culture altre, necessità diverse, periferie.

Ad imitazione del gioco di squadra del profeta Elia e del suo servo, bisogna raccogliersi in preghiera con un senso di passione e compassione per il bene del popolo che vive scenari di smarrimento e spesso di dolore. È urgente anche il servizio generoso e paziente del servo, che risale a scrutare verso il mare, fino a cogliere il piccolo "segnale" di una storia nuova, di una "pioggia grande". Quella brezza leggera si può identificare oggi con tanti desideri inquieti dei nostri contemporanei, che cercano interlocutori sapienti, pazienti compagni di cammino, capaci di accoglienza disarmata nel cuore, facilitatori e non controllori della grazia, per nuove stagioni di fraternità e salvezza.


 

Una guida “dietro il popolo”

12. È indispensabile, altresì, che l’esodo si compia insieme, condotto con semplicità e chiarezza da chi serve in autorità nella ricerca del volto del Signore come volontà prima. Invitiamo chi è chiamato a tale servizio ad esercitarlo in obbedienza allo Spirito, con coraggio e costanza, affinché la complessità e la transizione siano gestite e non sia rallentato o fermato il passo.

Esortiamo ad una guida che non lasci le cose come stanno, che allontani « la tentazione di lasciar perdere e di considerare inutile ogni sforzo per migliorare la situazione. Si profila, allora, il pericolo di diventare gestori della routine, rassegnati alla mediocrità, inibiti ad intervenire, privi del coraggio di additare le mete dell'autentica vita consacrata e correndo il rischio di smarrire l'amore delle origini e il desiderio di testimoniarlo».

Corre il tempo delle piccole cose, dell’umiltà che sa offrire pochi pani e due pesci alla benedizione di Dio (cf. Gv 6,9), che sa scorgere nella nuvoletta piccola come mano d’uomo il sopraggiungere della pioggia. Non siamo chiamati a una guida preoccupata e amministrativa, ma ad un servizio di autorità che orienti con chiarezza evangelica il cammino da compiere insieme e nell’unità di cuore, dentro un presente fragile in cui il futuro vive la sua gestazione. Non ci serve una «semplice amministrazione», occorre «camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e - soprattutto - perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade».

Una guida che accolga e incoraggi con tenerezza empatica gli sguardi dei fratelli e delle sorelle, anche di quelli che forzano il passo o frenano l’andata, aiutandoli a superare fretta, paure e atteggiamenti rinunciatari. Ci può essere chi ritorna al passato, chi ne sottolinea con nostalgia le differenze, chi rimugina in silenzio o solleva dubbi circa la scarsità di mezzi, risorse, persone. «Non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale».

Si può avvertire l’eco del servo di Elia che ripete, scrutando l’orizzonte: Non c'è nulla! (1Re 18,43). Siamo chiamati alla grazia della pazienza, ad attendere e tornare a scrutare il cielo fino a sette volte, tutto il tempo necessario, affinché il cammino di tutti non si fermi per l’indolenza di alcuni: Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro (1Cor 9, 22-23).

Ci sia dato di saper orientare il cammino fraterno verso la libertà secondo i ritmi e i tempi di Dio. Scrutare insieme il cielo e vigilare significa essere chiamati tutti - persone, comunità, istituti - all'obbedienza per «entrare in un ordine “altro” di valori, cogliere un senso nuovo e differente della realtà, credere che Dio è passato anche se non ha lasciato orme visibili, ma lo abbiamo percepito come
voce di silenzio sonoro, che spinge a sperimentare una libertà impensata, per giungere alle soglie del mistero: Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore (Is 55,8)».

In questo esodo che intimorisce la nostra logica umana – che esigerebbe mete chiare e cammini sperimentati - risuona una domanda: chi fortificherà le nostre ginocchia vacillanti (cf. Is 35,3)?

L’azione dello Spirito nelle situazioni complesse e bloccate si fa presente nel cuore come colui che semplifica ed evidenzia priorità e offre suggerimenti per procedere verso le mete cui vuole condurci. È opportuno partire sempre dai soffi di gioia dello Spirito, egli «intercede con gemiti inesprimibili (...) per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). «Non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento. Questo si chiama essere misteriosamente fecondi!».


 

La mistica dell’incontro

13. «Quali “sentinelle” che mantengono vivo nel mondo il desiderio di Dio e lo risvegliano nel cuore di tante persone con sete d’infinito» , siamo invitati ad essere cercatori e testimoni di progetti di Vangelo visibili e vitali. Uomini e donne dalla fede forte, ma anche dalla capacità di empatia, di vicinanza, di spirito creativo e creatore, che non possono limitare lo spirito e il carisma nelle strutture rigide e nella paura di abbandonarle.

Papa Francesco ci invita a vivere la “mistica dell’incontro”: «La capacità di sentire, di ascolto delle altre persone. La capacità di cercare insieme la strada, il metodo. […] significa anche non spaventarsi, non spaventarsi delle cose».

«Se ognuno di voi è per gli altri – continua il Santo Padre -, è una possibilità preziosa di incontro con Dio, si tratta di riscoprire la responsabilità di essere profezia come comunità, di ricercare insieme, con umiltà e con pazienza, una parola di senso che può essere un dono, e di testimoniarla con semplicità. Voi siete come antenne pronte a cogliere i germi di novità suscitati dallo Spirito Santo, e potete aiutare la comunità ecclesiale ad assumere questo sguardo di bene e trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti».

Un paradigma conciliare è stato la sollecitudine per il mondo e per l’uomo. Dato che l’uomo - non l’uomo astratto, ma l’uomo concreto - «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione», l’impegno nei confronti degli uomini e delle donne del nostro tempo per noi resta primario. L’impegno che è quello di sempre, con una fantasia sempre rinnovata: nell’educazione, nella sanità, nella catechesi, nell’accompagnamento costante dell’uomo con i suoi bisogni, le sue aspirazioni, i suoi smarrimenti. L’uomo nella sua fisicità, nella sua realtà sociale è la strada dell’evangelizzazione. La vita consacrata si è spostata nelle periferie delle città, realizzando un vero “esodo” verso i poveri, dirigendosi verso il mondo degli abbandonati. Dobbiamo riconoscere la generosità esemplare, ma anche che non sono mancati tensioni e rischi di ideologizzazione, soprattutto nei primi anni postconciliari.

«L’antica storia del Samaritano – diceva Paolo VI nel Discorso di chiusura del Concilio – è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

La nostra missione si pone nella prospettiva di questa “simpatia”, nella prospettiva della centralità della persone che sa partire dall'umano. Far emergere tutta la ricchezza e verità di umanità che l'incontro con Cristo esige e favorisce, nello stesso tempo ci introduce alla comprensione che le risorse ecclesiali sono importanti proprio in quanto risorse di vera umanità e di promozione umana. Ma quale uomo e quale donna oggi abbiamo dinanzi? Quali sono le sfide e gli aggiornamenti necessari per una vita consacrata che voglia vivere con lo stesso “stile” del Concilio, cioè in atteggiamento di dialogo e di solidarietà, di profonda ed autentica “simpatia” con gli uomini e le donne di oggi e la loro cultura, il loro intimo “sentire”, la loro autocoscienza, le loro coordinate morali?

Mossi dallo Spirito di Cristo siamo chiamati a riconoscere ciò che è davvero umano. La nostra azione, altrimenti, si circoscrive in un’identità sociale, símile ad una ONG pietosa, come ha ripetuto più volte Papa Francesco , tesa a costruire una società più giusta, ma secolarizzata, chiusa alla trascendenza, e, in definitiva, nemmeno giusta. Gli obiettivi di promozione sociale vanno inseriti nell’orizzonte che evidenzi e custodisca la testimonianza del Regno e la verità dell'umano.

Nel nostro tempo, dominato dalla comunicazione pervasiva e globale e, nel contempo, dalla incapacità di comunicare con autenticità, la vita consacrata è chiamata ad essere segno della possibilità di rapporti umani accoglienti, trasparenti, sinceri. La Chiesa, nella debolezza e nella solitudine alienante e autoreferenziale dell’umano, conta su fraternità ricche “di gioia e di Spirito Santo” (At 13,52). «Specialis caritatis schola» , la vita consacrata, nelle sue molteplici forme di fraternità, è plasmata dallo Spirito Santo, perché «dove c’è la comunità, là c’è lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, là c’è la comunità e ogni grazia».

Stimiamo la fraternità come luogo ricco di mistero e «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto». Si percepisce uno scarto tra questo mistero e la vita quotidiana: siamo invitati a passare dalla forma di vita in comune alla grazia della fraternità. Dalla forma communis alla relazionalità umana nella forma evangelica in forza della carità di Dio effusa nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cf. Rom 5,5).

Papa Francesco ci ammonisce: «Fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti? […] Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana».

Siamo chiamati allora a riconoscerci come fraternità aperta alla complementarietà dell’incontro nella convivialità delle differenze, per procedere uniti: «Una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità – esorta Papa Francesco - quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla, ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo». Lo stile del “dialogo” che è «molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo». Ricordando che «il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio».

Le nostre fraternità siano luoghi in cui il mistero dell’umano tocca il mistero divino nell’esperienza del Vangelo. Sono due i “luoghi” in cui, in maniera privilegiata il Vangelo si manifesta, prende corpo, si dona: la famiglia e la vita consacrata. Nel primo luogo il Vangelo entra nella quotidianità e mostra la sua capacità di trasfigurarne il vissuto nell’orizzonte dell’amore. Il secondo segno, icona di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo, si fa luogo complementare e speculare al primo, mentre si mostra in anticipo il compimento del cammino della vita e si rendono relative alla comunione finale con Dio tutte le esperienze umane, anche quelle più riuscite.

Diventiamo “luogo del Vangelo” quando assicuriamo per noi e a favore di tutti lo spazio della cura di Dio, impediamo che tutto il tempo sia pieno di cose, di attività, di parole. Siamo luoghi di Vangelo quando siamo donne e uomini di desiderio: attesa di un incontro, di un ricongiungimento, di una relazione. Ecco perché è essenziale che i nostri ritmi di vita, gli ambienti delle nostre fraternità, tutte le nostre attività diventino spazi di custodia di una “assenza”, che è presenza di Dio.

«La comunità sostiene tutto l'apostolato. A volte le comunità religiose sono attraversate da tensioni, con il rischio dell'individualismo e della dispersione, mentre c'è bisogno di comunicazione profonda e di relazioni autentiche. La forza umanizzante del Vangelo è testimoniata dalla fraternità vissuta in comunità, fatta di accoglienza, rispetto, aiuto reciproco, comprensione, cortesia, perdono e gioia». La comunità, in questo modo, diventa casa in cui si vive la differenza evangelica. Lo stile del Vangelo, umano e sobrio, si manifesta nella ricerca che aspira alla trasfigurazione; nel celibato per il Regno; nella ricerca e nell’ascolto di Dio e della sua Parola: obbedienza che mostra la differenza cristiana. Segni eloquenti in un mondo che torna a cercare l’essenziale.
La comunità che siede a mensa e riconosce il Cristo allo spezzare del pane (cf Lc 24,13-35) è anche luogo in cui ciascuno riconosce le fragilità. La fraternità non produce la perfezione delle relazioni, ma accoglie il limite di tutti e lo porta nel cuore e nella preghiera come ferita inferta al comandamento dell’amore (cf Gv 13,31-35): luogo dove il mistero pasquale opera la guarigione e fermenta l'unità. Evento di grazia invocato e ricevuto da fratelli e sorelle che sono insieme non per scelta ma per chiamata, esperienza della presenza del Risorto.


 

LA PROFEZIA DELLA MEDIAZIONE

14. Le famiglie religiose sono nate per ispirare cammini nuovi, offrire percorsi impensati o rispondere agilmente a necessità umane e dello spirito. Può accadere che l’istituzionalizzazione col tempo si carichi di "prescrizioni obsolete" , e le esigenze sociali convertano le risposte evangeliche in risposte misurate sull'efficienza e la razionalità “da impresa”. Può accadere alla vita consacrata di perdere l’autorevolezza, l'audacia carismatica e la parresia evangelica, perché attratta da luci estranee alla sua identità.

Papa Francesco ci invita alla fedeltà creativa, alle sorprese di Dio: «Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre ‘nuova’».


 

Nei crocevia del mondo

15. Lo Spirito ci chiama a modulare il servitium caritatis secondo il sentire della Chiesa. La carità «s'adopera per la costruzione della “città dell'uomo” secondo diritto e giustizia. Dall'altra, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell'uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione», e il Magistero ci introduce a comprensione più ampia: « Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante».

Altre coordinate dello spirito ci chiamano a rafforzare cittadelle in cui il pensiero e lo studio possano custodire l’identità umana e il suo volto di grazia nel flusso delle connessioni digitali e dei mondi dei network, che esprimono una condizione reale e spirituale dell'uomo contemporaneo. La tecnologia infonde e nel contempo comunica bisogni e stimola desideri che l'uomo ha concepito da sempre: siamo chiamati ad abitare queste terre inesplorate per narrarvi il Vangelo. «Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio».

Siamo invitati similmente a piantare agili tende nei crocevia di sentieri non battuti. A stare sulla soglia, come Elia profeta, che ha fatto della geografia di periferia una risorsa di rivelazione: verso il Nord a Sarepta, verso il Sud all'Horeb, all'Est oltre il Giordano per la solitudine penitente e infine per l'ascesa al cielo. La soglia è il luogo dove lo Spirito geme: laddove noi non sappiamo più cosa dire e verso dove orientare le nostre attese, ma dove lo Spirito conosce i disegni di Dio (Rm 8,27) e ce li consegna. Si rischia, a volte, di attribuire alle vie dello Spirito le nostre mappe già da tempo tracciate, perché la ripetizione dei cammini ci rassicura. Papa Benedetto, apre alla visione di una Chiesa che cresce per attrazione, mentre Papa Francesco sogna «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’auto preservazione […] in costante atteggiamento di ‘uscita’» per favorire «la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia».

Il gaudio del Vangelo ci chiede di intrecciare una spiritualità come arte della ricerca che esplora metafore alternative, immagini nuove e crea prospettive inedite. Ripartire con umiltà dall’esperienza di Cristo e del suo Vangelo, cioè dal sapere esperienziale e, spesso, disarmato come quello di Davide davanti a Golia. La potenza del Vangelo, sperimentata in noi come salvezza e gioia, ci abilita a usare con sapienza immagini e simboli adatti ad una cultura che fagocita eventi, pensieri, valori, restituendoli in continue “icone” seducenti, eco di «una profonda nostalgia di Dio, che si manifesta in modi diversi e pone numerosi uomini e donne in atteggiamento di sincera ricerca».

In passato uno dei temi vigorosi della vita spirituale era il simbolo del viaggio o dell’ascesa: non nello spazio, ma verso il centro dell’anima. Questo processo mistico posto a fondamento della vita dello spirito, oggi va ad incontrare altre istanze valoriali cui offre luce e significato. La preghiera, la purificazione, l’esercizio delle virtù s’incontrano con la solidarietà, l’inculturazione, l’ecumenismo spirituale, la nuova antropologia, chiedendo nuova ermeneutica e, secondo l’antica traditio patristica, nuovi cammini mistagogici.

I consacrati e le consacrate, esperti dello Spirito e consapevoli dell’uomo interiore in cui abita Cristo, sono invitati a muoversi lungo questi cammini, contrastando il dia-bolico che divide e separa, e liberando il sim-bolico, cioè il primato del legame e della relazione presente nella complessità della realtà creata, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,10).

Dove saranno i consacrati? Liberi da vincoli a causa della forma evangelica di vita che professano, sapranno vivere sulla soglia? Sapranno fermarsi - come sentinelle - sul margine laddove lo sguardo si fa più nitido, più acuto e umile il pensiero? La vita consacrata tutta saprà accogliere la sfida delle domande di significato che provengono dai crocevia del mondo?

L’esperienza dei poveri, il dialogo inter-religioso e interculturale, la complementarietà uomo-donna, l’ecologia in un mondo malato, l’eugenetica senza remore, l’economia globalizzata, la comunicazione planetaria, il linguaggio simbolico sono i nuovi orizzonti ermeneutici che non si possono semplicemente enumerare, ma vanno abitati e fermentati sotto la guida dello Spirito che in tutto geme (cf Rom 8,22-27). Sono percorsi epocali che rimettono in questione sistemi di valori, linguaggi, priorità, antropologie. Milioni di persone sono in cammino attraverso mondi e culture, destabilizzando identità secolari e favorendo mescolanze di culture e religioni.

La vita consacrata saprà diventare interlocutrice accogliente «di quella ricerca di Dio che da sempre agita il cuore dell'uomo»? Saprà recarsi - come Paolo - nella piazza di Atene e parlare ai gentili del Dio ignoto (cf At 17, 22-34)? Saprà alimentare l’ardore del pensiero per ravvivare il valore dell’alterità e l’etica delle differenze nella convivialità pacifica?

Nelle sue diverse forme la vita consacrata è già presente in questi crocevia. Da secoli, in primis i monasteri, le comunità e le fraternità in territori di confine vivono la testimonianza silenziosa, luogo di Vangelo, di dialogo, di incontro. Tanti consacrati e consacrate, altresì, abitano la ferialità degli uomini e delle donne di oggi, condividendone gioie e dolori, nell’animazione dell’ordine temporale, con la sapienza e l'audacia di «trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti» in Cristo, e «andare oltre, non solo oltre, ma oltre e in mezzo, lì dove si gioca tutto».

I consacrati e le consacrate sul limine sono chiamati ad aprire “radure”, come in un tempo lontano si aprivano spiazzi in mezzo ai boschi per fondare città. Le conseguenze di tali scelte, come sottolinea Papa Francesco, sono incerte, ci costringono senza dubbio a una uscita dal centro verso le periferie, a una ridistribuzione delle forze in cui non predominano la salvaguardia dello status quo e la valutazione del profitto, ma la profezia delle scelte evangeliche. «Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata. Bisogna viverlo con energia, rileggendolo anche culturalmente».


 

Nel segno del piccolo

16. Continuiamo il nostro viaggio tessendo mediazioni nel segno umile del Vangelo: «Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze».

Le icone che abbiamo meditato - dalla nube che accompagnava l'esodo alle vicende del profeta Elia - ci rivelano che il Regno di Dio si manifesta tra noi nel segno del piccolo. «Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito».

Chi si ferma all’autoreferenzialità, sovente, ha immagine e conoscenza solo di se stesso e del proprio orizzonte. Chi si restringe nel margine può intuire e favorire un mondo più umile e spirituale.

I percorsi nuovi della fede germogliano oggi in luoghi umili, nel segno di una Parola che se ascoltata e vissuta porta a redenzione. Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica che operano scelte a partire dai piccoli segni interpretati nella fede e nella profezia che sa intuire l'oltre, diventano luogo di vita, là splende la luce e suona l’invito che chiama altri a seguire Cristo.

Mettiamo a dimora uno stile di opere e di presenze piccole e umili come l'evangelico granello di senapa (cf Mt 13,31-32), in cui brilli senza frontiere l’intensità del segno: la parola coraggiosa, la fraternità lieta, l’ascolto della voce debole, la memoria della casa di Dio fra gli uomini. Occorre coltivare «uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».

La vita consacrata trova la sua fecondità non solo nel testimoniare il bene, ma nel riconoscerlo e saperlo indicare, specialmente dove non si è soliti vederlo, nei «non cittadini», i «cittadini a metà», gli «avanzi urbani», i senza dignità. Passare dalle parole di solidarietà ai gesti che accolgono e risanano: la vita consacrata è chiamata a tale verità.

Papa Benedetto già ci esortava: «Vi invito a una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica (VC, 16). Nelle società dell’efficienza e del successo, la vostra vita segnata dalla “minorità” e dalla debolezza dei piccoli, dall’empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione».

Invitiamo a tornare alla sapienza evangelica vissuta dai piccoli (cf Mt 11, 25): «È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene … Non privarti di un giorno felice (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!».

L'attuale debolezza della vita consacrata deriva, forse, proprio dall’aver perso la gioia delle «piccole cose della vita». Nella via della conversione, i consacrati e le consacrate potrebbero scoprire che la prima chiamata - l’abbiamo ricordato nella lettera Rallegratevi - è la chiamata alla gioia come accoglienza del piccolo e ricerca del bene: «Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per la felicità, non solo nell’altro mondo, ma anche in questo».

Papa Francesco ci invita a lasciarci «portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento».


 

In coro nella statio orante

17. L’orizzonte è aperto, mentre siamo invitati alla vigilanza orante che intercede per il mondo. In essa continuiamo a scorgere piccoli segni forieri di abbondante, benefica pioggia sulla nostra aridità, sussurri leggeri di una presenza fedele.

Il cammino da compiere per seguire la nube non è sempre facile; il discernimento esige a volte lunghe attese che stancano; il giogo soave e dolce (cf Mt 11,30) può diventare greve. Il deserto è anche un luogo di solitudine, di vuoto. Un luogo dove manca quanto è fondamentale per vivere: l’acqua, la vegetazione, la compagnia di altre persone, il calore di un amico, perfino la vita stessa. Ognuno, nel deserto tocca nel silenzio e nella solitudine la sua immagine più vera: misura se stesso e l'infinito, la sua fragilità come granello di sabbia, e la solidità della roccia, il mistero di Dio.

Gli israeliti restavano accampati, finché la nube dimorava sopra la tenda; riprendevano il cammino, quando la nube si alzava da quella dimora. Fermarsi e ripartire: una vita guidata, regolata, ritmata dalla nube dello Spirito. Una vita da vivere in vigile veglia..

Elia, rannicchiato su se stesso, schiacciato dal dolore e dall’infedeltà del popolo, ne porta sul dorso e nel cuore la sofferenza e il tradimento. Diventa egli stesso preghiera, implorazione orante, grembo che intercede. Accanto a lui e per lui il ragazzo scruta il cielo, per vedere se dal mare appare il segno di risposta alla promessa di Dio.

È il paradigma dell’itinerario spirituale di ognuno, mediante il quale l’uomo si converte veramente in amico di Dio, strumento del suo disegno salvifico divino, prende coscienza della sua vocazione e missione a beneficio di tutti i deboli della terra.

La vita consacrata nel tempo presente è chiamata a vivere con particolare intensità la statio dell’intercessione. Siamo consapevoli del nostro limite e della nostra finitudine, mentre il nostro spirito attraversa il deserto e la consolazione alla ricerca di Dio e dei segni della sua grazia, tenebre e luce. In questa statio orante si gioca la ribelle obbedienza della profezia della vita consacrata che si fa voce di passione per l’umanità. Pienezza e vuoto - come percezione profonda del mistero di Dio, del mondo e dell’umano - sono esperienze che attraversiamo lungo il cammino con pari intensità.

Papa Francesco ci interpella: «Lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato (cfr Gen 18,22-33)? Quella preghiera coraggiosa di intercessione. Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera».

L’intercessione si fa voce delle povertà umane, adventus ed eventus: preparazione alla risposta della grazia, alla fecondità della terra arida, alla mistica dell’incontro nel segno delle piccole cose.

La capacità di sedere in coro fa dei consacrati e delle consacrate non profeti solitari, ma uomini e donne di comunione, di ascolto comune della Parola, capaci di elaborare insieme significati e segni nuovi, pensati, costruiti anche nel tempo della persecuzione e del martirio. Si tratta di un cammino verso la comunione di differenze: segno dello Spirito che soffia nei cuori la passione perché tutti siano una sola cosa (Gv 17, 21). Così si manifesta una Chiesa che, seduta a mensa dopo un cammino di dubbi e di commenti tristi e senza speranza, riconosce il suo Signore allo spezzare il pane (Lc 24, 13-35), rivestita dall’essenzialità del Vangelo.


 

Per la riflessione

Le provocazioni di Papa Francesco

• «Quando il Signore vuole darci una missione, vuole darci un lavoro, ci prepara per farlo bene», proprio «come ha preparato Elia». Ciò che è importante «non è che lui abbia incontrato il Signore» ma «tutto il percorso per arrivare alla missione che il Signore affida». E proprio «questa è la differenza fra la missione apostolica che il Signore ci dà e un compito umano, onesto, buono». Dunque «quando il Signore dà una missione, fa sempre entrare noi in un processo di purificazione, un processo di discernimento, un processo di obbedienza, un processo di preghiera».

• «Sono miti, umili? In quella comunità ci sono liti fra di loro per il potere, liti per l’invidia? Ci sono chiacchiere? Allora non sono sulla strada di Gesù Cristo». La pace in una comunità, infatti, è una «peculiarità tanto importante. Tanto importante perché il demonio cerca di dividerci, sempre. È il padre della divisione; con l’invidia, divide. Gesù ci fa vedere questa strada, quella della pace fra noi, dell’amore fra noi».

• È importante «avere l’abitudine di chiedere la grazia della memoria del cammino che ha fatto il popolo di Dio». La grazia anche della «memoria personale: cosa ha fatto Dio con me nella mia vita, come mi ha fatto camminare?». Bisogna saper anche «chiedere la grazia della speranza che non è ottimismo: è un’altra cosa»; «chiedere la grazia di rinnovare tutti i giorni l’alleanza con il Signore che ci ha chiamato».

• E questo «è il nostro destino: camminare nell’ottica delle promesse, certi che diventeranno realtà. È bello leggere il capitolo undicesimo della Lettera agli ebrei, dove si racconta il cammino del popolo di Dio verso le promesse: come questa gente amava tanto queste promesse e le cercava anche con il martirio. Sapeva che il Signore era fedele. La speranza non delude mai». (…) Questa è la nostra vita: credere e mettersi in cammino» come ha fatto Abramo, che ha avuto «fiducia nel Signore e ha camminato anche nei momenti difficili».

• Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze. La passione missionaria, la gioia dell’incontro con Cristo che vi spinge a condividere con gli altri la bellezza della fede, allontana il rischio di restare bloccati nell’individualismo.

• I religiosi sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l’obbedienza al Padre, la povertà. la vita di comunità, la castità. (…) Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia.

• Questo è un atteggiamento cristiano: la vigilanza. La vigilanza su se stesso: cosa succede nel mio cuore? Perché dove è il mio cuore è il mio tesoro. Cosa succede lì? Dicono i Padri orientali che si deve conoscere bene se il mio cuore è in una turbolenza o il mio cuore è tranquillo. (…) Poi, cosa faccio? Cerco di capire quello che succede, ma sempre in pace. Capire in pace. Poi, torna la pace e posso fare la discussio conscientiae. Quando sono in pace, non c’è turbolenza: “Cosa è accaduto oggi nel mio cuore?”. E questo è vigilare. Vigilare non è andare alla sala di tortura, no! È guardare il cuore. Noi dobbiamo essere padroni del nostro cuore. Cosa sente il mio cuore, cosa cerca? Cosa oggi mi ha fatto felice e cosa non mi ha fatto felice?

• Grazie a Dio voi non vivete e non lavorate come individui isolati, ma come comunità: e ringraziate Dio di questo! La comunità sostiene tutto l'apostolato. A volte le comunità religiose sono attraversate da tensioni, con il rischio dell'individualismo e della dispersione, mentre c'è bisogno di comunicazione profonda e di relazioni autentiche. La forza umanizzante del Vangelo è testimoniata dalla fraternità vissuta in comunità, fatta di accoglienza, rispetto, aiuto reciproco, comprensione, cortesia, perdono e gioia.

• Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!

• Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio.

• Nella vita consacrata si vive l’incontro tra i giovani e gli anziani, tra osservanza e profezia. Non vediamole come due realtà contrapposte! Lasciamo piuttosto che lo Spirito Santo le animi entrambe, e il segno di questo è la gioia: la gioia di osservare, di camminare in una regola di vita; e la gioia di essere guidati dallo Spirito, mai rigidi, mai chiusi, sempre aperti alla voce di Dio che parla, che apre, che conduce, che ci invita ad andare verso l’orizzonte.


 

Ave, Donna dell’Alleanza nuova

19. Camminare seguendo i segni di Dio significa sperimentare la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo, centro della vita e fonte delle decisioni e delle opere. L’incontro con il Signore si rinnova giorno dopo giorno nella gioia del cammino perseverante. «Sempre in cammino con quella virtù che è una virtù pellegrina: la gioia!».

I nostri giorni invocano la necessità di vigilare: «Vigilanza. È guardare il cuore. Noi dobbiamo essere padroni del nostro cuore. Cosa sente il mio cuore, cosa cerca? Cosa oggi mi ha fatto felice e cosa non mi ha fatto felice. […] Questo è conoscere lo stato del mio cuore, la mia vita, come cammino nella strada del Signore. Perché se non c’è la vigilanza, il cuore va dappertutto; e l’immaginazione viene dietro. Non sono cose antiche queste, non sono cose superate».

Il consacrato diventa memoria Dei, ricorda l’agire del Signore. Il tempo che ci è dato per camminare dietro la nube ci chiede perseveranza, fedeltà a scrutare nella veglia come se si vedesse l’invisibile (Eb 11,27). È tempo dell’alleanza nuova. Nei giorni del frammento e del breve respiro, come Elia ci viene chiesto di vegliare, di scrutare il cielo senza stanchezza per scorgere la nuvola, piccola come mano d’uomo, di custodire l’audacia della perseveranza e la visione nitida dell’eternità. Il nostro tempo rimane tempo di esilio, di pellegrinaggio, nell’attesa vigile e gioiosa della realtà escatologica in cui Dio sarà tutto in tutti.

Maria «è la nuova arca dell’alleanza, davanti alla quale il cuore esulta di gioia, la Madre di Dio presente nel mondo, che non tiene per sé questa divina presenza, ma la offre condividendo la grazia di Dio. E così – come dice la preghiera – Maria realmente è causa nostrae laetitiae, l’arca nella quale realmente il Salvatore è presente tra di noi».

Ave Maria, Donna dell’Alleanza nuova, ti diciamo beata perché hai creduto (cf Lc 1,45) e hai saputo «riconoscere le orme dello Spirito di Dio nei grandi avvenimenti ed anche in quelli che sembrano impercettibili»!

Sostieni la nostra veglia nella notte, fino alle luci dell’alba nell’attesa del giorno nuovo. Concedici la profezia che narra al mondo il gaudio del Vangelo, la beatitudine di coloro che scrutano gli orizzonti di terre e cieli nuovi (cf Ap 21, 1) e ne anticipano la presenza nella città umana.

Aiutaci a confessare la fecondità dello Spirito nel segno dell’essenziale e del piccolo. Concedici di compiere l’atto coraggioso dell’umile a cui Dio volge lo sguardo (Sal 137, 6) e a cui sono svelati i segreti del Regno (cf Mt 11, 25-26), qui e ora.

Amen.

Dal Vaticano, 8 settembre 2014 Natività della Beata Vergine Maria

João Braz Card. de Aviz
Prefetto

José Rogriguez Carballo, O.F.M.
Arcivescovo Segretario


Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco a tutti i consacrati in occasione dell'Anno della Vita Consacrata


"Svegliate il mondo!"





Carissime consacrate e carissimi consacrati!

Scrivo a voi come Successore di Pietro, a cui il Signore Gesù affidò il compito di confermare nella fede i fratelli (cfr Lc 22,32), e scrivo a voi come fratello vostro, consacrato a Dio come voi.

Ringraziamo insieme il Padre, che ci ha chiamati a seguire Gesù nell’adesione piena al suo Vangelo e nel servizio della Chiesa, e ha riversato nei nostri cuori lo Spirito Santo che ci dà gioia e ci fa rendere testimonianza al mondo intero del suo amore e della sua misericordia.

Facendomi eco del sentire di molti di voi e della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in occasione del 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, che nel cap. VI tratta dei religiosi, come pure del Decreto Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa, ho deciso di indire un Anno della Vita Consacrata. Avrà inizio il 30 novembre corrente, I Domenica di Avvento, e terminerà con la festa della Presentazione di Gesù al tempio il 2 febbraio 2016.

Dopo aver ascoltato la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ho indicato come obiettivi per questo Anno gli stessi che san Giovanni Paolo II aveva proposto alla Chiesa all'inizio del terzo millennio, riprendendo, in certo modo, quanto aveva già indicato nell’Esortazione post-sinodale Vita consecrata: «Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi» (n. 110).


I – Gli obiettivi per l’Anno della Vita Consacrata

1. Il primo obiettivo è guardare il passato con gratitudine. Ogni nostro Istituto viene da una ricca storia carismatica. Alle sue origini è presente l’azione di Dio che, nel suo Spirito, chiama alcune persone alla sequela ravvicinata di Cristo, a tradurre il Vangelo in una particolare forma di vita, a leggere con gli occhi della fede i segni dei tempi, a rispondere con creatività alle necessità della Chiesa. L’esperienza degli inizi è poi cresciuta e si è sviluppata, coinvolgendo altri membri in nuovi contesti geografici e culturali, dando vita a modi nuovi di attuare il carisma, a nuove iniziative ed espressioni di carità apostolica. È come il seme che diventa albero espandendo i suoi rami.

In questo Anno sarà opportuno che ogni famiglia carismatica ricordi i suoi inizi e il suo sviluppo storico, per ringraziare Dio che ha offerto alla Chiesa così tanti doni che la rendono bella e attrezzata per ogni opera buona (cfr Lumen gentium, 12).

Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse, a iniziare dai Fondatori, dalle Fondatrici e dalle prime comunità. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni.

Lo ringraziamo in modo particolare per questi ultimi 50 anni seguiti al Concilio Vaticano II, che ha rappresentato una "ventata" di Spirito Santo per tutta la Chiesa. Grazie ad esso la vita consacrata ha attuato un fecondo cammino di rinnovamento che, con le sue luci e le sue ombre, è stato un tempo di grazia, segnato dalla presenza dello Spirito.

Sia quest’Anno della Vita Consacrata un’occasione anche per confessare con umiltà, e insieme con grande confidenza in Dio Amore (cfr 1 Gv 4,8), la propria fragilità e per viverla come esperienza dell’amore misericordioso del Signore; un’occasione per gridare al mondo con forza e per testimoniare con gioia la santità e la vitalità presenti nella gran parte di coloro che sono stati chiamati a seguire Cristo nella vita consacrata.

2. Quest’Anno ci chiama inoltre a vivere il presente con passione. La grata memoria del passato ci spinge, in ascolto attento di ciò che oggi lo Spirito dice alla Chiesa, ad attuare in maniera sempre più profonda gli aspetti costitutivi della nostra vita consacrata.

Dagli inizi del primo monachesimo, fino alle odierne "nuove comunità", ogni forma di vita consacrata è nata dalla chiamata dello Spirito a seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo (cfr Perfectae caritatis, 2). Per i Fondatori e le Fondatrici la regola in assoluto è stata il Vangelo, ogni altra regola voleva essere soltanto espressione del Vangelo e strumento per viverlo in pienezza. Il loro ideale era Cristo, aderire a lui interamente, fino a poter dire con Paolo: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21); i voti avevano senso soltanto per attuare questo loro appassionato amore.

La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; se esso è davvero il "vademecum" per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e domanda di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo (eppure lettura e studio rimangono di estrema importanza), non basta meditarlo (e lo facciamo con gioia ogni giorno). Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole.

Gesù, dobbiamo domandarci ancora, è davvero il primo e l’unico amore, come ci siamo prefissi quando abbiamo professato i nostri voti? Soltanto se è tale, possiamo e dobbiamo amare nella verità e nella misericordia ogni persona che incontriamo sul nostro cammino, perché avremo appreso da Lui che cos’è l’amore e come amare: sapremo amare perché avremo il suo stesso cuore.

I nostri Fondatori e Fondatrici hanno sentito in sé la compassione che prendeva Gesù quando vedeva le folle come pecore sbandate senza pastore. Come Gesù, mosso da questa compassione, ha donato la sua parola, ha sanato gli ammalati, ha dato il pane da mangiare, ha offerto la sua stessa vita, così anche i Fondatori si sono posti al servizio dell’umanità a cui lo Spirito li mandava, nei modi più diversi: l’intercessione, la predicazione del Vangelo, la catechesi, l’istruzione, il servizio ai poveri, agli ammalati… La fantasia della carità non ha conosciuto limiti e ha saputo aprire innumerevoli strade per portare il soffio del Vangelo nelle culture e nei più diversi ambiti sociali.

L’Anno della Vita Consacrata ci interroga sulla fedeltà alla missione che ci è stata affidata. I nostri ministeri, le nostre opere, le nostre presenze, rispondono a quanto lo Spirito ha chiesto ai nostri Fondatori, sono adeguati a perseguirne le finalità nella società e nella Chiesa di oggi? C’è qualcosa che dobbiamo cambiare? Abbiamo la stessa passione per la nostra gente, siamo ad essa vicini fino a condividerne le gioie e i dolori, così da comprendere veramente le necessità e poter offrire il nostro contributo per rispondervi? «La stessa generosità e abnegazione che spinsero i Fondatori – chiedeva già san Giovanni Paolo II – devono muovere voi, loro figli spirituali, a mantenere vivi i carismi che, con la stessa forza dello Spirito che li ha suscitati, continuano ad arricchirsi e ad adattarsi, senza perdere il loro carattere genuino, per porsi al servizio della Chiesa e portare a pienezza l’instaurazione del suo Regno»1.

Nel fare memoria delle origini viene in luce una ulteriore componente del progetto di vita consacrata. Fondatori e fondatrici erano affascinati dall’unità dei Dodici attorno a Gesù, dalla comunione che contraddistingueva la prima comunità di Gerusalemme. Dando vita alla propria comunità ognuno di loro ha inteso riprodurre quei modelli evangelici, essere con un cuore solo e un’anima sola, godere della presenza del Signore (cfr Perfectae caritatis,15).

Vivere il presente con passione significa diventare "esperti di comunione", «testimoni e artefici di quel "progetto di comunione" che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio»2. In una società dello scontro, della difficile convivenza tra culture diverse, della sopraffazione sui più deboli, delle disuguaglianze, siamo chiamati ad offrire un modello concreto di comunità che, attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e della condivisione del dono di cui ognuno è portatore, permetta di vivere rapporti fraterni.

Siate dunque donne e uomini di comunione, rendetevi presenti con coraggio là dove vi sono differenze e tensioni, e siate segno credibile della presenza dello Spirito che infonde nei cuori la passione perché tutti siano una sola cosa (cfr Gv 17,21). Vivete la mistica dell’incontro: «la capacità di sentire, di ascolto delle altre persone. La capacità di cercare insieme la strada, il metodo»3, lasciandovi illuminare dalla relazione di amore che passa fra le tre Divine Persone (cfr 1 Gv 4,8) quale modello di ogni rapporto interpersonale.

3. Abbracciare il futuro con speranza vuol essere il terzo obiettivo di questo Anno. Conosciamo le difficoltà cui va incontro la vita consacrata nelle sue varie forme: la diminuzione delle vocazioni e l’invecchiamento, soprattutto nel mondo occidentale, i problemi economici a seguito della grave crisi finanziaria mondiale, le sfide dell’internazionalità e della globalizzazione, le insidie del relativismo, l’emarginazione e l’irrilevanza sociale... Proprio in queste incertezze, che condividiamo con tanti nostri contemporanei, si attua la nostra speranza, frutto della fede nel Signore della storia che continua a ripeterci: «Non aver paura ... perché io sono con te» (Ger 1,8).

La speranza di cui parliamo non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12) e per il quale «nulla è impossibile» (Lc 1,37). È questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose.

Non cedete alla tentazione dei numeri e dell’efficienza, meno ancora a quella di confidare nelle proprie forze. Scrutate gli orizzonti della vostra vita e del momento attuale «in vigile veglia». Con Benedetto XVI vi ripeto: «Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cfr Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti»4. Continuiamo e riprendiamo sempre il nostro cammino con la fiducia nel Signore.

Mi rivolgo soprattutto a voi giovani. Siete il presente perché già vivete attivamente in seno ai vostri Istituti, offrendo un contributo determinante con la freschezza e la generosità della vostra scelta. Nello stesso tempo ne siete il futuro perché presto sarete chiamati a prendere nelle vostre mani la guida dell’animazione, della formazione, del servizio, della missione. Questo Anno vi vedrà protagonisti nel dialogo con la generazione che è davanti a voi. In fraterna comunione potrete arricchirvi della sua esperienza e sapienza, e nello stesso tempo potrete riproporre ad essa l’idealità che ha conosciuto al suo inizio, offrire lo slancio e la freschezza del vostro entusiasmo, così da elaborare insieme modi nuovi di vivere il Vangelo e risposte sempre più adeguate alle esigenze di testimonianza e di annuncio.

Sono contento di sapere che avrete occasioni per radunarvi insieme tra voi giovani di differenti Istituti. Che l’incontro diventi abituale via di comunione, di mutuo sostegno, di unità.


II – Le attese per l’Anno della Vita Consacrata

Che cosa mi attendo in particolare da questo Anno di grazia della vita consacrata?

1. Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita.

Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché "una sequela triste è una triste sequela". Anche noi, come tutti gli altri uomini e donne, proviamo difficoltà, notti dello spirito, delusioni, malattie, declino delle forze dovuto alla vecchiaia. Proprio in questo dovremmo trovare la "perfetta letizia", imparare a riconoscere il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce.

In una società che ostenta il culto dell’efficienza, del salutismo, del successo e che marginalizza i poveri ed esclude i "perdenti", possiamo testimoniare, attraverso la nostra vita, la verità delle parole della Scrittura: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10).

Possiamo ben applicare alla vita consacrata quanto ho scritto nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, citando un’omelia di Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (n. 14). Sì, la vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono uomini e donne felici! Ugualmente la sua efficacia apostolica non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi. È la vostra vita che deve parlare, una vita dalla quale traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Cristo.

Ripeto anche a voi quanto ho detto nella scorsa Veglia di Pentecoste ai Movimenti ecclesiali: «Il valore della Chiesa, fondamentalmente, è vivere il Vangelo e dare testimonianza della nostra fede. La Chiesa è sale della terra, è luce del mondo, è chiamata a rendere presente nella società il lievito del Regno di Dio e lo fa prima di tutto con la sua testimonianza, la testimonianza dell’amore fraterno, della solidarietà, della condivisione» (18 maggio 2013).

2. Mi attendo che "svegliate il mondo", perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia» (29 novembre 2013).

Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cfr Is 21,11-12). Conosce Dio e conosce gli uomini e le donne suoi fratelli e sorelle. È capace di discernimento e anche di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte.

Mi attendo dunque non che teniate vive delle "utopie", ma che sappiate creare "altri luoghi", dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Monasteri, comunità, centri di spiritualità, cittadelle, scuole, ospedali, case-famiglia e tutti quei luoghi che la carità e la creatività carismatica hanno fatto nascere, e che ancora faranno nascere con ulteriore creatività, devono diventare sempre più il lievito per una società ispirata al Vangelo, la "città sul monte" che dice la verità e la potenza delle parole di Gesù.

A volte, come accadde a Elia e a Giona, può venire la tentazione di fuggire, di sottrarsi al compito di profeta, perché troppo esigente, perché si è stanchi, delusi dai risultati. Ma il profeta sa di non essere mai solo. Anche a noi, come a Geremia, Dio assicura: «Non aver paura … perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

3. I religiosi e le religiose, al pari di tutte le altre persone consacrate, sono stati definiti, come ho appena ricordato, "esperti di comunione". Mi aspetto pertanto che la "spiritualità della comunione", indicata da san Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere «la grande sfida che ci sta davanti» in questo nuovo millennio: «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione»5. Sono certo che in questo Anno lavorerete con serietà perché l’ideale di fraternità perseguito dai Fondatori e dalle fondatrici cresca ai più diversi livelli, come a cerchi concentrici.

La comunione si esercita innanzitutto all’interno delle rispettive comunità dell’Istituto. Al riguardo vi invito a rileggere i miei frequenti interventi nei quali non mi stanco di ripetere che critiche, pettegolezzi, invidie, gelosie, antagonismi sono atteggiamenti che non hanno diritto di abitare nelle nostre case. Ma, posta questa premessa, il cammino della carità che si apre davanti a noi è pressoché infinito, perché si tratta di perseguire l’accoglienza e l’attenzione reciproche, di praticare la comunione dei beni materiali e spirituali, la correzione fraterna, il rispetto per le persone più deboli… È «la "mistica" di vivere insieme», che fa della nostra vita «un santo pellegrinaggio»6. Dobbiamo interrogarci anche sul rapporto tra le persone di culture diverse, considerando che le nostre comunità diventano sempre più internazionali. Come consentire ad ognuno di esprimersi, di essere accolto con i suoi doni specifici, di diventare pienamente corresponsabile?

Mi aspetto inoltre che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti. Non potrebbe essere quest’Anno l’occasione per uscire con maggior coraggio dai confini del proprio Istituto per elaborare insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali? In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità.

Nello stesso tempo la vita consacrata è chiamata a perseguire una sincera sinergia tra tutte le vocazioni nella Chiesa, a partire dai presbiteri e dai laici, così da «far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale e oltre i suoi confini»7.

4. Attendo ancora da voi quello che chiedo a tutti i membri della Chiesa: uscire da sé stessi per andare nelle periferie esistenziali. «Andate in tutto il mondo» fu l’ultima parola che Gesù rivolse ai suoi e che continua a rivolgere oggi a tutti noi (cfr Mc 16,15). C’è un’umanità intera che aspetta: persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino…

Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno se andrete fuori ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando.

Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni.

5. Mi aspetto che ogni forma di vita consacrata si interroghi su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano.

I monasteri e i gruppi di orientamento contemplativo potrebbero incontrarsi tra di loro, oppure collegarsi nei modi più differenti per scambiarsi le esperienze sulla vita di preghiera, su come crescere nella comunione con tutta la Chiesa, su come sostenere i cristiani perseguitati, su come accogliere e accompagnare quanti sono in ricerca di una vita spirituale più intensa o hanno bisogno di un sostegno morale o materiale.

Lo stesso potranno fare gli Istituti caritativi, dediti all’insegnamento, alla promozione della cultura, quelli che si lanciano nell’annuncio del Vangelo o che svolgono particolari ministeri pastorali, gli Istituti secolari nella loro capillare presenza nelle strutture sociali. La fantasia dello Spirito ha generato modi di vita e opere così diversi che non possiamo facilmente catalogarli o inserirli in schemi prefabbricati. Non mi è quindi possibile riferirmi ad ogni singola forma carismatica. Nessuno tuttavia in questo Anno dovrebbe sottrarsi ad una seria verifica sulla sua presenza nella vita della Chiesa e sul suo modo di rispondere alle continue e nuove domande che si levano attorno a noi, al grido dei poveri.

Soltanto in questa attenzione ai bisogni del mondo e nella docilità agli impulsi dello Spirito, quest’Anno della Vita Consacrata si trasformerà in un autentico kairòs, un tempo di Dio ricco di grazie e di trasformazione.


III – Gli orizzonti dell’Anno della Vita Consacrata

1. Con questa mia lettera, oltre che alle persone consacrate, mi rivolgo ai laici che, con esse, condividono ideali, spirito, missione. Alcuni Istituti religiosi hanno un’antica tradizione al riguardo, altri un’esperienza più recente. Di fatto attorno ad ogni famiglia religiosa, come anche alle Società di vita apostolica e agli stessi Istituti secolari, è presente una famiglia più grande, la "famiglia carismatica", che comprende più Istituti che si riconoscono nel medesimo carisma, e soprattutto cristiani laici che si sentono chiamati, proprio nella loro condizione laicale, a partecipare della stessa realtà carismatica.

Incoraggio anche voi, laici, a vivere quest’Anno della Vita Consacrata come una grazia che può rendervi più consapevoli del dono ricevuto. Celebratelo con tutta la "famiglia", per crescere e rispondere insieme alle chiamate dello Spirito nella società odierna. In alcune occasioni, quando i consacrati di diversi Istituti quest’Anno si incontreranno tra loro, fate in modo di essere presenti anche voi come espressione dell’unico dono di Dio, così da conoscere le esperienze delle altre famiglie carismatiche, degli altri gruppi laicali e di arricchirvi e sostenervi reciprocamente.

2. L’Anno della Vita Consacrata non riguarda soltanto le persone consacrate, ma la Chiesa intera. Mi rivolgo così a tutto il popolo cristiano perché prenda sempre più consapevolezza del dono che è la presenza di tante consacrate e consacrati, eredi di grandi santi che hanno fatto la storia del cristianesimo. Cosa sarebbe la Chiesa senza san Benedetto e san Basilio, senza sant’Agostino e san Bernardo, senza san Francesco e san Domenico, senza sant’Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, senza sant’Angela Merici e san Vincenzo de Paoli? L’elenco si farebbe quasi infinito, fino a san Giovanni Bosco, alla beata Teresa di Calcutta. Il beato Paolo VI affermava: «Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il "sale" della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione» (Evangelica testificatio, 3).

Invito dunque tutte le comunità cristiane a vivere questo Anno anzitutto per ringraziare il Signore e fare memoria grata dei doni ricevuti e che tuttora riceviamo per mezzo della santità dei Fondatori e delle Fondatrici e della fedeltà di tanti consacrati al proprio carisma. Vi invito tutti a stringervi attorno alle persone consacrate, a gioire con loro, a condividere le loro difficoltà, a collaborare con esse, nella misura del possibile, per il perseguimento del loro ministero e della loro opera, che sono poi quelli dell’intera Chiesa. Fate sentire loro l’affetto e il calore di tutto il popolo cristiano.

Benedico il Signore per la felice coincidenza dell'Anno della Vita Consacrata con il Sinodo sulla famiglia. Famiglia e vita consacrata sono vocazioni portatrici di ricchezza e grazia per tutti, spazi di umanizzazione nella costruzione di relazioni vitali, luoghi di evangelizzazione. Ci si può aiutare gli uni gli altri.

3. Con questa mia lettera oso rivolgermi anche alle persone consacrate e ai membri di fraternità e comunità appartenenti a Chiese di tradizione diversa da quella cattolica. Il monachesimo è un patrimonio della Chiesa indivisa, tuttora vivissimo sia nelle Chiese ortodosse che nella Chiesa cattolica. Ad esso, come ad altre successive esperienze del tempo nel quale la Chiesa d’occidente era ancora unita, si ispirano analoghe iniziative sorte nell’ambito delle Comunità ecclesiali della Riforma, le quali hanno poi continuato a generare nel loro seno ulteriori espressioni di comunità fraterne e di servizio.

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha programmato delle iniziative per fare incontrare i membri appartenenti a esperienze di vita consacrata e fraterna delle diverse Chiese. Incoraggio caldamente questi incontri perché cresca la mutua conoscenza, la stima, la collaborazione reciproca, in modo che l’ecumenismo della vita consacrata sia di aiuto al più ampio cammino verso l’unità tra tutte le Chiese.

4. Non possiamo poi dimenticare che il fenomeno del monachesimo e di altre espressioni di fraternità religiose è presente in tutte le grandi religioni. Non mancano esperienze, anche consolidate, di dialogo inter-monastico tra la Chiesa cattolica e alcune delle grandi tradizioni religiose. Auspico che l’Anno della Vita Consacrata sia l’occasione per valutare il cammino percorso, per sensibilizzare le persone consacrate in questo campo, per chiederci quali ulteriori passi compiere verso una reciproca conoscenza sempre più profonda e per una collaborazione in tanti ambiti comuni del servizio alla vita umana.

Camminare insieme è sempre un arricchimento e può aprire vie nuove a rapporti tra popoli e culture che in questo periodo appaiono irti di difficoltà.

5. Mi rivolgo infine in modo particolare ai miei fratelli nell’episcopato. Sia questo Anno un’opportunità per accogliere cordialmente e con gioia la vita consacrata come un capitale spirituale che contribuisce al bene di tutto il corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 43) e non solo delle famiglie religiose. «La vita consacrata è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa»8. Per questo, in quanto dono alla Chiesa, non è una realtà isolata o marginale, ma appartiene intimamente ad essa, sta al cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo della sua missione, in quanto esprime l'intima natura della vocazione cristiana e la tensione di tutta la Chiesa Sposa verso l'unione con l'unico Sposo; dunque «appartiene ... irremovibilmente alla sua vita e alla sua santità» (ibid., 44).

In tale contesto, invito voi, Pastori delle Chiese particolari, a una speciale sollecitudine nel promuovere nelle vostre comunità i distinti carismi, sia quelli storici sia i nuovi carismi, sostenendo, animando, aiutando nel discernimento, facendovi vicini con tenerezza e amore alle situazioni di sofferenza e di debolezza nelle quali possano trovarsi alcuni consacrati, e soprattutto illuminando con il vostro insegnamento il popolo di Dio sul valore della vita consacrata così da farne risplendere la bellezza e la santità nella Chiesa.

Affido a Maria, la Vergine dell’ascolto e della contemplazione, prima discepola del suo amato Figlio, questo Anno della Vita Consacrata. A Lei, figlia prediletta del Padre e rivestita di tutti i doni di grazia, guardiamo come modello insuperabile di sequela nell'amore a Dio e nel servizio al prossimo.

Grato fin d’ora con tutti voi per i doni di grazia e di luce con i quali il Signore vorrà arricchirci, tutti vi accompagno con la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 novembre 2014, Festa della Presentazione della Beata Vergine Maria.

FRANCISCUS


1. Lett. ap. Los caminos del Evangelio, ai religiosi e alle religiose dell’America Latina in occasione del V centenario dell’evangelizzazione del nuovo mondo, 29 giugno 1990, 26.

2. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, Religiosi e promozione umana, 12 agosto 1980, 24.

3. Discorso ai rettori e agli alunni dei Pontifici Collegi e Convitti di Roma, 12 maggio 2014.

4. Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio 2013.

5. Lett. ap. Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, 43.

6. Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 87.

7 Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Vita consecrata, 25 marzo 1996, 51.

8. S.E. Mons. J. M. Bergoglio, Intervento al Sinodo sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo, XVI Congregazione generale, 13 ottobre 1994.


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