Testi fondamentali

Costituzione Apostolica

Provida Mater Ecclesia

Pio XII




1. Con quanta cura e materno affetto la Chiesa Madre provida,[1]
si sia sforzata di rendere sempre più degni del loro celeste proposito ed
angelica vocazione[2] e di ordinare
sapientemente la vita dei figli della sua predilezione che, consacrando tutta la
loro vita a Cristo Signore, liberamente lo seguono per l'ardua via dei consigli
evangelici, lo attestano i frequentissimi documenti e monumenti dei Sommi
Pontefici, dei Concili e dei Padri, e lo dimostra abbondantemente tutto il corso
della storia della disciplina canonica fino ai nostri giorni.

LA CHIESA PER I FEDELI

2. E' certo che fin dai primordi del Cristianesimo, la Chiesa si preoccupò di
illustrare col suo magistero, la dottrina e gli esempi di Cristo[3]
e degli Apostoli[4] che incitavano
alla perfezione, insegnando con sicurezza come si debba condurre e rettamente
ordinare la vita dedicata alla perfezione. Con la sua opera poi e col suo
ministero favorì e propagò così in­tensamente la piena dedizione e
consacrazione a Cristo, che nei primi tempi, le comunità cristiane offrivano
per il seme dei consigli evangelici un terreno buono e ben preparato, che
permetteva con sicurezza ottimi frutti;[5]
e poco più tardi, come è facile provarlo dai Padri Apostolici e dagli antichi
Scrittori ecclesiastici,[6] la
professione della vita di perfezione in diverse Chiese fiorì così
rigogliosamente, che coloro che vi si dedicavano, cominciarono già a costituire
in seno alla società ecclesiastica, come un ordine e una classe sociale
propria, chiaramente riconosciuta con nomi diversi (asceti, continenti, vergini
ecc.), e da molti approvata ed onorata.[7]

3. Nel corso dei secoli la Chiesa, sempre fedele al suo Sposo, Cristo, e
coerente con se stessa, sotto la guida dello Spirito Santo, con passo
ininterrotto e deciso, fino all'odierno Codice di Diritto Canonico, adattò ai
tempi la dottrina dello "stato di perfezione". Sempre maternamente
premurosa verso coloro i quali con animo volenteroso, esternamente e
pubblicamente, in diverse maniere professavano la perfezione della vita, non
cessò mai di favorirli nel loro santo proposito; e ciò specialmente in due
modi. Anzitutto la Chiesa non solo accettò e riconobbe una singolare
professione di perfezione, fatta sempre davanti alla Chiesa pubblicamente, come
la primitiva e veneranda "benedizione e consacrazione delle vergini"[8]
che si faceva con apposita funzione liturgica, ma la confermò pure con speciale
sanzione, la difese fortemente, attribuendole inoltre diversi effetti canonici
propri. Ma la maggior benevolenza della Chiesa ed una cura singolare, venne con
ragione rivolta ed esercitata verso quella piena professione di perfezione più
strettamente pubblica che, fin dai primi tempi, dopo la pace di Costantino,
veniva emessa in società e collegi con l'autorizzazione, con l'approvazione e
per ordine della Chiesa stessa.

LO STATO CANONICO DI PERFEZIONE

4. Tutti sanno bene quanto strettamente ed intimamente la storia della santità
della Chiesa e dell'apostolato cattolico, sia connessa con la storia dei fasti
della vita religiosa canonica, la quale con la grazia dello Spirito Santo, che
incessantemente la vivifica, andava crescendo in una mirabile varietà, sempre
più irrobustita da una unità ognor più stretta. Non vi è quindi da
meravigliarsi se anche nel campo del diritto, seguendo fedelmente la condotta
che la sapienza di Dio chiaramente indicava, la Chiesa organizzò e ordinò lo
stato canonico di perfezione, cosicché su di esso edificò, come su una delle
pietre miliari, l'edificio della disciplina ecclesiastica. Fu così che lo stato
pubblico di perfezione venne riconosciuto come uno dei principali stati
ecclesiastici, e di esso unicamente la Chiesa ne ha fatto il secondo ordine e
grado delle persone canoniche (can. 107). E va attentamente considerato il fatto
che mentre negli altri due ordini di persone canoniche, all'istituzione divina
si aggiunge anche l'istituzione ecclesiastica, in quanto cioè la Chiesa è
società gerarchicamente costituita e ordinata; questa classe dei religiosi, che
costituisce un ordine intermedio tra i chierici ed i laici (can. 107), deriva
totalmente dalla stretta e totale relazione che ha col fine della Chiesa, cioè
la stessa santificazione, che con mezzi adeguati deve essere efficacemente
conseguita.

5. Né l'azione della Chiesa si fermò a questo. Ad evitare che la professione
pubblica e solenne di santità fosse una cosa vana e non ottenesse il suo scopo,
la Chiesa con sempre maggior rigore, non riconobbe mai questo stato di
perfezione, se non nelle società da Lei erette ed ordinate, cioè nelle
Religioni (can. 488, l ), la cui forma generale e modo di vivere fossero stati
da Lei approvati dopo un lungo e maturo esame; e le cui regole fossero state più
volte non solo esaminate e vagliate sotto l'aspetto dottrinale ed in astratto,
ma anche realmente e di fatto sperimentate. Nel Codice attuale poi tutto questo
è stato definito in maniera così severa e assoluta che mai, neppure per
eccezione, può sussistere lo stato canonico di perfezione, se la professione
dello stesso non è emessa in una Religione approvata dalla Chiesa. Infine la
disciplina canonica dello stato di perfezione, in quanto stato pubblico, fu
dalla Chiesa così sapientemente ordinata, che per le Religioni clericali, in ciò
che in genere si riferisce alla vita clericale dei religiosi, le Religioni
tengono le veci delle diocesi e l'iscrizione ad una religione tiene il luogo
della incardinazione clericale alla diocesi (can. 111, § l; 115; 585).

6. Dopo che il Codice Piano-Benedettino, nella parte seconda, libro II, dedicata
ai religiosi, aveva diligentemente raccolta, riveduta e perfezionata la
legislazione dei religiosi ed in molti modi confermato lo stato canonico di
perfezione anche sotto l'aspetto pubblico; e, sapientemente portando a termine
l'opera incominciata da Leone XIII di f.m. con la immortale costituzione Conditae
a Christo
[9] aveva ammesso le
Congregazioni di voti semplici fra le Religioni strettamente dette, sembrava che
null'altro vi fosse da aggiungere nella disciplina dello stato canonico di
perfezione. Tuttavia la Chiesa nella sua grande larghezza d'animo e di vedute,
con tratto veramente materno, credette bene di aggiungere alla legislazione
religiosa come complemento molto opportuno, un breve titolo. In esso (tit. XVII,
lib. II) la Chiesa, allo stato canonico di perfezione, volle equiparare in modo
abbastanza completo le Società. di essa e spesso anche della società civile
molto benemerite, le quali sebbene siano prive di alcuni elementi giuridici
necessari per lo stato canonico completo di perfezione, quali per es. i voti
pubblici (can. 488, 1 e 7; 487), tuttavia, negli altri elementi che vengono
ritenuti essenziali per la vita di perfezione, si avvicinano con somiglianza e
relazione molto stretta alle vere Religioni.

GLI ISTITUTI SECOLARI

7. Ordinate così le cose con tanta sapienza, prudenza ed amore, era
abbondantemente provveduto a quella moltitudine di anime che, lasciato il mondo,
desideravano un nuovo stato canonico strettamente detto, unicamente ed
interamente consacrato all'acquisto della perfezione. Ma il Signore
infinitamente buono, il Quale, senza accettazione di persone,[10]
aveva ripetutamente invitato tutti i fedeli a seguire e praticare dappertutto la
perfezione,[11] per mirabile
consiglio della sua Divina Provvidenza dispose che anche nel mondo depravato da
tanti vizi, specialmente ai nostri giorni, fiorisse ed anche attualmente
fioriscano gruppi di anime elette, le quali, accese dal desiderio non solo della
perfezione individuale, ma anche per una speciale vocazione, rimanendo nel
mondo, potessero trovare ottime forme nuove di associazioni, rispondenti alle
necessità dei tempi, nelle quali potessero condurre una vita molto consona
all'acquisto della perfezione.

8. Raccomandando caldamente alla prudenza ed alla cura dei Direttori spirituali
i nobili sforzi dei singoli nell'acquisto della perfezione per quanto riguarda
il loro interno, Ci rivolgiamo ora a quelle Associazioni le quali intendono e si
sforzano di guidare i loro soci nella via di una solida perfezione anche di
fronte alla Chiesa, nel foro così detto esterno. Non intendiamo trattare ora di
tutte le Associazioni che sinceramente tendono alla perfezione cristiana nel
mondo; ma soltanto di quelle che, sia per la loro interna costituzione, sia per
la loro ordinazione gerarchica, e per la totale dedizione che esigono dai loro
membri propriamente detti e per la professione dei consigli evangelici, e nel
modo di esercitare il ministero e l'apostolato, maggiormente si avvicinano,
quanto alla sostanza, agli stati canonici di perfezione e specialmente alle
Società senza voti pubblici (tit. XVII), pur senza la vita comune religiosa, ma
usando altre forme esterne.

9. Queste Associazioni, che d'ora in poi saranno chiamate "Istituti
Secolari", cominciarono a sorgere nella prima metà del secolo
scorso non senza una speciale ispirazione della Divina Provvidenza, con lo scopo
di osservare fedelmente nel mondo i consigli evangelici, e attendere con maggior
libertà a quelle opere di carità che per la nequizia dei tempi le famiglie
religiose erano del tutto o in parte impedite di compiere".[12]

E poiché i più antichi di questi Istituti diedero buona prova di sé e coi
fatti e con le opere comprovarono che con una severa e prudente selezione dei
membri, con una accurata e sufficientemente lunga formazione, con un adeguato,
austero ed insieme agile regime di vita anche nel mondo, se vi è una speciale
vocazione divina, con l'aiuto della grazia, si può con certezza conseguire una
intima ed efficace consacrazione di se stesso al Signore, non solo interna, ma
anche esterna e quasi come quella dei religiosi, e che si ha così un mezzo
molto adatto di penetrazione e di apostolato, ne venne "che queste
Associazioni di fedeli furono dalla Santa Sede più volte lodate, non altrimenti
che le Congregazioni Religiose".[13]

FECONDITÁ DEGLI ISTITUTI SECOLARI

10. Man mano che questi Istituti fiorirono, apparve sempre più chiaramente come
in parecchi modi essi potessero portare alla Chiesa ed alle anime un aiuto
efficace. Questi Istituti possono con facilità essere utili per una pratica
seria della vita di perfezione in ogni tempo ed ogni luogo; in più casi,
gioveranno per abbracciare tale vita di perfezione, quando la vita religiosa
canonica non è possibile o conveniente; per rinnovare cristianamente le
famiglie, le professioni e la società civile, con il contatto intimo e
quotidiano di una vita perfettamente e totalmente consacrata alla perfezione;
per l'esercizio di un apostolato multiforme e per svolgere altri ministeri in
luoghi, tempi e circostanze in cui i Sacerdoti e i Religiosi o non potrebbero
esercitarli affatto o molto difficilmente. D'altra parte l'esperienza non
nasconde le difficoltà e i pericoli di questa vita di perfezione liberamente
condotta, senza il presidio esterno della veste religiosa e della vita comune,
senza la vigilanza degli Ordinari, dai quali poteva essere facilmente ignorata,
e senza la vigilanza dei superiori stessi, i quali spesso erano lontani. Si
cominciò a disputare anche della natura giuridica di questi Istituti e della
mente della Santa Sede nell'approvarli. Al riguardo crediamo opportuno ricordare
il decreto Ecclesia Catholica della Sacra Congregazione dei Vescovi e
Regolari, confermato dal Nostro Predecessore di f. m. Leone XIII, in data 11
agosto 1889.[14] In
essa non era proibita la lode e l'approvazione di questi Istituti; si stabiliva
però che quando la Sacra Congregazione lodava o approvava questi Istituti,
intendeva lodarli e approvarli "non come Religioni di voti solenni, o vere
Congregazioni di voti semplici, ma soltanto come pie Associazioni nelle quali,
oltre alla mancanza degli altri requisiti richiesti dalla disciplina
ecclesiastica vigente, non si emette una professione religiosa propriamente
detta: ed i voti che eventualmente vi si facciano, sono privati, non pubblici,
accettati cioè dal legittimo Superiore a nome della Chiesa". Inoltre
questi sodalizi - aggiungeva la Sacra Congregazione - vengono lodati ed
approvati con questa essenziale condizione, che siano pienamente e perfettamente
noti ai propri Ordinari, e totalmente soggetti alla loro giurisdizione. Queste
prescrizioni e dichiarazioni della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari
contribuirono molto a determinare la natura giuridica di questi Istituti, e
servirono ad ordinare l'evoluzione e il progresso, senza però ostacolarlo.

11. In questo nostro secolo gli Istituti Secolari si sono silenziosamente
moltiplicati, ed hanno assunto molteplici forme sia autonome, sia in diverso
modo aggregati ad altre Religioni o Società. Di esse non si occupa affatto la
Costituzione Apostolica Conditae a Christo, la quale tratta solamente
delle Congregazioni religiose. Anche il Codice di Diritto Canonico, di proposito
nulla stabilì riguardo a questi Istituti, e ciò che avrebbe potuto essere
stabilito al riguardo, non essendo ancora sufficientemente maturo, lo rimandò
alla legislazione futura.

APPROVAZIONE DELLO STATUTO GENERALE DEGLI ISTITUTI SECOLARI

12. Tutte queste cose Noi ripetutamente siamo andati meditando, spinti dalla
coscienza del Nostro ufficio e dal paterno affetto che Ci porta a quelle anime,
che stando nel mondo tendono alla perfezione con tanta generosità. Spesso Ci
siamo soffermati su queste cose con l'intento di dare una oculata e severa
discriminazione di queste società, affinché fossero riconosciute come veri
Istituti, quelle che professano una vita di autentica perfezione; affinché
fossero evitati i pericoli di sempre nuovi Istituti, che spesso vengono fondati
imprudentemente e sconsigliatamente; mentre, invece, conseguissero quella
particolare costituzione giuridica che rispondesse pienamente alla loro natura,
al loro scopo e al loro ambiente, quegli Istituti che meritassero
l'approvazione. E' così che abbiamo pensato e decretato di fare per gli
Istituti Secolari quello che il Nostro antecessore di f. m. Leone XIII fece,
tanto prudentemente e sapientemente, per le Congregazioni di voti semplici con
la Costituzione Apostolica Conditae a Christo.[15]
Pertanto con la presente Lettera Noi approviamo lo Statuto generale degli
Istituti Secolari; Statuto che fu esaminato, per quello che ad essa compete,
dalla suprema Sacra Congregazione del S. Officio, e che per Nostro comando e
sotto la Nostra guida, fu accuratamente ordinato e completato dalla Sacra
Congregazione dei Religiosi; e tutto quello che qui segue, noi lo dichiariamo,
lo decretiamo e costituiamo con la Nostra Autorità Apostolica.

Ciò stabilito, per l'esecuzione di quanto è stato sopra costituito, deputiamo
la Sacra Congregazione dei Religiosi con tutte le facoltà necessarie ed
opportune.

LEGGE PECULIARE DEGLI ISTITUTI SECOLARI

Art. I - Le società, clericali o laicali, i cui membri, vivendo nel mondo,
professano i consigli evangelici per acquistare la perfezione cristiana e per
esercitare pienamente l'apostolato, affinché si possano adeguatamente
distinguere dalle altre comuni Associazioni di fedeli (C. I. C., p. III, I. II)
si chiamano, con nome loro proprio "Istituti" o "Istituti
Secolari", e sono soggetti alle norme della presente Costituzione
Apostolica.

Art. II - § 1. Gli Istituti Secolari, poiché non ammettono i tre voti
pubblici di Religione (cann. 1308, § 1; 488, 1°), e non esigono la vita
comune, cioè la dimora sotto il medesimo tetto per tutti i membri a norma dei
canoni (cann. 487ss., 673ss.):

1° - Giuridicamente, per regola, non sono né si possono dire Religioni
(cann. 487 e 488, 1°) o Società di vita comune (can. 673 § 1).

2° - Non sono tenuti al diritto proprio e particolare delle Religioni e delle
Società di vita comune e neppure possono usarne, se non in quanto qualche
prescritto di tale diritto, specialmente di quello che usano le Società senza
voti pubblici, per eccezione sia stato loro legittimamente adattato ed
applicato.

§ 2. Gli Istituti, salve le norme comuni di diritto canonico che li riguardano,
sono retti, come da legislazione propria maggiormente rispondente alla loro
natura e condizione, dai seguenti prescritti:

1° - Dalle norme generali della presente Costituzione Apostolica, che
costituiscono come lo Statuto proprio di tutti gli Istituti Secolari.

2° - Dalle norme che la Sacra Congregazione dei Religiosi, secondo la
necessità lo richieda o l'esperienza suggerisca, crederà bene di pubblicare
per tutti o solamente per alcuni di questi Istituti, sia interpretando la
Costituzione Apostolica, sia perfezionandola o applicandola.

3° - Dalle Costituzioni particolari approvate a norma degli articoli seguenti
(art. V-VIII), che adattino prudentemente le norme generali e particolari di
diritto sopra descritte (ai nn. 1° e 2°), agli scopi dei singoli Istituti,
alle loro necessità, e alle circostanze tra loro tanto diverse.

Art. III - § 1. Perché una pia Associazione di fedeli possa ottenere la
erezione in Istituto Secolare a norma degli articoli seguenti, oltre gli altri
requisiti comuni, deve avere anche questi (§§ 2 e 4):

§ 2. Circa la consacrazione della vita e la professione di perfezione
cristiana, i
soci che desiderano ascriversi agli Istituti come membri in
senso stretto, oltre che praticare quegli esercizi di pietà e di abnegazione
che sono necessari a tutti coloro che aspirano alla perfezione della vita
cristiana, devono inoltre ad essa efficacemente tendere nel modo particolare che
qui viene indicato:

1° - Con la professione del celibato e perfetta castità, fatta davanti a
Dio, e confermata con voto, giuramento o consacrazione che obblighi in coscienza
a norma delle costituzioni.

2° - Col voto o promessa di obbedienza, cosicché legati da un vincolo
stabile, si dedichino totalmente a Dio ed alle opere di carità o di apostolato,
e in tutto siano sempre moralmente sotto la mano e la guida dei Superiori, a
norma delle Costituzioni.

3° - Col voto o promessa di povertà, in forza della quale l'uso dei beni
temporali non sia libero, ma sia definito e limitato a norma delle Costituzioni.

§ 3. Circa l'incorporazione dei soci al proprio Istituto ed il vincolo che
da essa nasce
, occorre che il vincolo che unisce l'Istituto Secolare
coi suoi membri propriamente detti, sia:

1° - Stabile, a norma delle Costituzioni, perpetuo o temporaneo, da
rinnovarsi scaduto il tempo (can. 488, 1°);

2° - Mutuo e pieno, di modo che, a norma delle Costituzioni, il socio si dia
interamente all'Istituto e l'Istituto abbia cura del socio e ne risponda.

§ 4. Circa le sedi e le case comuni degli Istituti. Sebbene gli
Istituti Secolari non impongano a tutti i loro membri la vita comune e cioè l'abitazione
sotto il medesimo tetto a norma del diritto (art. II, § 1), tuttavia, secondo
la necessità o utilità, è necessario abbiano una o più case comuni, nelle
quali:

1° - Possano risiedere coloro che hanno il governo dell'Istituto,
specialmente quello generale o regionale.

2° - Possano abitare o radunarsi i soci, per ricevere o completare la
formazione, per fare gli Esercizi spirituali ed altre pratiche del genere.

3° - Si possano ricoverare i soci che per malattia o per altre circostanze
non possono provvedere a se stessi, o per i quali non è conveniente restare in
privato a casa propria o presso gli altri.

Art. IV - § 1. Gli Istituti Secolari (art. I) dipendono dalla Sacra
Congregazione dei Religiosi, salvi i diritti della Sacra Congregazione di
Propaganda Fide, a norma del can. 252, § 3, circa le Società e Seminari
destinati alle Missioni.

§ 2. Le Associazioni che non hanno la natura o non perseguono un fine come
descritto nell'art. I, come anche quelle che mancano di qualche elemento
stabilito nella presente Costituzione Apostolica agli art. I e III, sono rette
dal diritto delle Associazioni dei fedeli di cui al can. 684 e seguenti, e
dipendono dalla Sacra Congregazione del Concilio, salvo il prescritto del can.
252, § 3, circa i territori di missione.

Art. V - § 1. I Vescovi, e non i Vicari Capitolari o Generali, possono
fondare o erigere in persona morale, a norma del can.100, §§ 1 e 2, gli
lstituti Secolari.

§ 2. Però i Vescovi non fondino né permettano che siano fondati questi
Istituti, senza consultare la Sacra Congregazione dei Religiosi a norma del
canone 492, § 1, e articoli che seguono.

Art. VI - § 1. Affinché la Sacra Congregazione dei Religiosi conceda ai
Vescovi che ne avranno fatto domanda a norma dell'art. V, § 2, la licenza di
erigere questi Istituti, essa deve essere informata circa quanto si richiede
secondo le Norme date dalla stessa Sacra Congregazione (nn. 3-5) per la
erezione delle Congregazioni e delle Società di vita comune di diritto
diocesano - facendo però le dovute applicazioni del caso - e circa tutti
gli altri elementi che sono stati stabiliti dallo stile e dalla prassi della
stessa Sacra Congregazione, o che saranno in seguito stabiliti.

§ 2. Una volta ottenuta la licenza della Sacra Congregazione dei Religiosi,
nulla impedisce che i Vescovi usino liberamente del loro diritto e facciano
l'erezione. Non omettano poi di mandare alla medesima Sacra Congregazione
notizia ufficiale dell'avvenuta erezione.

Art. VII - § 1. Gli Istituti Secolari che hanno ottenuto dalla Santa Sede
l'approvazione, o il decreto di lode, sono di diritto pontificio (can. 488, 3;
673, § 2).

§ 2. Perché gli Istituti di diritto diocesano possano ottenere il decreto di
lode o di approvazione, in generale si richiede - fatte le dovute applicazioni
del caso a giudizio della Sacra Congregazione dei Religiosi - ciò che le
Norme (n. 6s.), lo stile e la prassi della Sacra Congregazione prescrivono per
le Congregazioni e le Società di vita comune, o che in seguito sarà ancora
stabilito.

§ 3. Per la prima approvazione di questi Istituti e delle loro Costituzioni, e
se il caso lo richieda, per una ulteriore e definitiva approvazione, si procederà
in questo modo:

1° - Si farà una prima discussione della causa, preparata al modo solito ed
illustrata dallo studio e dal voto di almeno un consultore, nella Commissione
dei consultori, sotto la guida dell'eccellentissimo Segretario della Sacra
Congregazione o di altro che ne faccia le veci.

2° - Poi tutta la questione sarà sottoposta all'esame e alla decisione del
Congresso plenario della Sacra Congregazione, presieduto dall'eminentissimo
Cardinale Prefetto, invitando per un esame più diligente della causa, secondo
che la necessità od utilità suggerisce, Consultori maggiormente periti.

3° - La risoluzione del Congresso sarà riferita in udienza al Santo Padre
dall'eminentissimo Cardinale Prefetto, e dall'eccellentissimo Segretario, e
sottomessa al suo supremo giudizio.

Art. VIII - Gli Istituti Secolari, oltre che alle proprie leggi se ce ne sono
o che verranno in seguito date, sono soggetti agli Ordinari a norma del diritto
vigente per le Congregazioni e Società di vita comune non esenti.

Art. IX- Il governo interno degli Istituti Secolari, può essere ordinato
gerarchicamente a guisa del governo delle Religioni e delle Società di vita
comune con le dovute applicazioni del caso a giudizio della Sacra Congregazione
dei Religiosi, secondo richiedano la natura, i fini e le circostanze degli
Istituti medesimi.

Art. X - Riguardo ai diritti e agli obblighi degli Istituti che già sono
stati fondati dai Vescovi, col permesso della Santa Sede, oppure dalla Santa
Sede stessa furono approvati, la presente Costituzione Apostolica nulla cambia.

Queste cose decretiamo, dichiariamo, sanzioniamo; decretando inoltre che questa
Costituzione Apostolica è e deve sempre rimanere ferma, valida ed efficace,
avere e conseguire pienamente tutti i suoi effetti, nonostante qualunque cosa
contraria, anche degna di specialissima menzione. A nessuno sia lecito violare o
temerariamente contravvenire a questa Costituzione da Noi promulgata.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 febbraio, festa della Purificazione della
beata Vergine Maria, nell'anno 1947, ottavo del Nostro Pontificato.

PIO XII

[1] Pio XI, Messaggio radiofonico, 12 Febbraio 1931, R.C.R., 1931, p. 89

[2] Cfr. Tertullianus, Ad uxorem, lib. 1, c. IV (PL, 1, 1281): Ambrosius, De
Virginibus, I,
3, 11 (PL. XVI, 202): Eucherius Lugdun., Exhortatio ad
Monachos I
(PL, L, 865); Bernardus, Epistola CDXLIX (PL,
CLXXXII,
641); Id.. Apologia ad Guillelmum, c. X (PL, CLXXXII, 912

[3] Mt l6, 24; 19,10-12,16-21; Mc 10,
17-21, 23-30; Lc 18, 18-22, 24-29; 20, 34-36

[4] I Cor 7,
25-35, 37-38, 40; Mt 19,27; Mc 10,28; Lc 18, 28; At 21,8-9; Ap 14, 4-5

[5] Lc 8, 15; At 4, 32, 34-35; 1 Cor 7, 25-35, 37-38, 40; Eusebius, Historia ecclesiastica,
III 39 (PG, XX, 297

[6] Ignatius. Ad
Polycarp
., V (PG, V, 724); Polycarpus, Ad
Philippen.
, V,
3 (PG. V, 1009). Iustinus Philosophus. Apologia I Pro christianis (PG.
VI, 349); Clemens Alexandrinus, Stromata (PG, VIII, 24); Hypopolitus. In
Proverb.
(PG, X, 628); Id. De Virgine Corinthiaca (PG, X, 871-874);
Origenes, In Num hom., II, 1 (PG, XII. 590); Methodius, Convivium
decem virginum (PG,
XVIII, 27-220); Tertullianus, Ad uxorem lib., I,
c. VII-VIII (PL, I, 1286-1287); Id., De resurrectione carnis, c. VIII (PL
II, 806); Cyprianus, Epistola XXXVI (PL. IV. 327); Id., Epist. LXIII, 11
(PL, IV, 366), Id., Testimon. Adv. Iudeos., lib. III, c. LXXIV (PL, IV,
771); Ambrosius, De Viduis, II, 9 et sqq. (PL, XVI, 250-251); Cassianus, De
tribus generibus monachorum, V (PL,
XLIX. 1094); Athenagoras, Legatio pro
christianis
(PG, VI, 965)

[7] At 21,8-10; cfr: Ignatius Antioch., Ad Smyrn. XIII (PG, V, 717); Id.. Ad
Polyc.
V (PG, V, 723); Tertullianus, De Virginibus velandis (PL, II,
935 sqq.); Cyprianus, De habitu virginum, II (PL, IV, 443); Hieronymus,
Epistola LVIII, 4-6 (PL, XXII, 582-583); Augustinùs, Sermo CCXIV (PL, XXXVIII,
1070); Id., Contra Faustum Manichaeum, lib. V, c. IX (PL, XLII. 226)

[8] Cfr. Optatus, De schismate donatistarum lib. VI (PL, XI, 1071 sqq.);
Pontificale Romanum; II: De benedictione et consacratione Virginum

[9] Cost."Conditae a Christo Ecclesiae", 8 dic. 1900
cfr. Leonis XIII, Acta,
vol. XX, p. 317-327

[10] 2 Par
19,7; Rm 2,11; Ef 6,9; Col 3,25;

[11] Mt 5,48;
19,12; Col. 4,12; Gc 1,4

[12] S.C. Episcoporum et Regularium dec."Ecclesia Catholica", d. 11 augusti
1889; cfr. A.S.S., XXIII. 634

[13] S.C. Episcoporum et Regularium dec. "Ecclesia Catholica".

[14] Cfr. A.S.S. XXIII, 634

[15] Cfr. Leonis XIII, Acta, vol. XX, p.
317-327.

Motu Proprio
Primo Feliciter
Pio XII




1. Trascorso felicemente il primo anno dalla
promulgazione della Nostra Costituzione Apostolica, avendo
davanti agli occhi la moltitudine di tante anime nascoste "con Cristo in
Dio",[1]
le quali nel mondo aspirano alla santità e "con grande cuore ed animo
volenteroso",[2] consacrano lietamente
tutta la vita a Dio, non possiamo fare a meno di rendere grazie alla Divina Bontà,
per questa nuova schiera che ha accresciuto nel mondo l'esercito di coloro che
professano i consigli evangelici; e per il valido aiuto che in maniera veramente
provvidenziale ha rinforzato l'apostolato cattolico in questi nostri tempi così
turbolenti e luttuosi.

2. Lo Spirito Santo che incessantemente ricrea e
rinnova la faccia[3] della terra ognor più
desolata e deturpata per tanti e così grandi mali, con grazia grande e speciale
ha richiamato a sé molti dilettissimi figli e figlie, che di gran cuore
benediciamo nel Signore, affinché riuniti e disciplinati negl'Istituti
Secolari, siano il sale che non vien meno[4]
di questo mondo insulso e tenebroso, a cui non appartengono,[5]
ma nel quale tuttavia devono rimanere per divina disposizione; siano la luce che
risplende e non si estingue fra le tenebre di questo mondo,[6]
siano il poco ma efficace fermento che, operando sempre e dappertutto, mescolato
ad ogni classe di cittadini, dalle più umili alle più alte, si sforza di
raggiungere e di permeare tutti e ciascuno colla parola, coll'esempio e con ogni
altro mezzo, fino a che la massa ne sia impregnata in modo che tutta fermenti in
Cristo.[7]

3. Affinché
tanti Istituti, sorti in tutte le parti del mondo per la consolante effusione
dello Spirito di Gesù Cristo,[8]
si possano dirigere efficacemente secondo le norme della Costituzione Apostolica
Provida Mater
Ecclesia,
e possano produrre con abbondanza quegli ottimi
frutti di santità che se ne sperano, e affinché saldamente e sapientemente
schierati in campo,[9]
possano combattere valorosamente le battaglie del Signore, nelle opere di
apostolato sia proprie sia comuni, Noi confermando con grande letizia la su
ricordata Costituzione Apostolica, dopo matura deliberazione, Motu proprio, e
con sicura conoscenza, e con la pienezza della potestà apostolica, dichiariamo,
decretiamo e stabiliamo quanto segue:

4. I. Le Associazioni di chierici o di laici che,
nel mondo professano la perfezione cristiana, e che possiedono in modo certo
tutti gli elementi e i requisiti prescritti nella Costituzione Apostolica Provida
Mater Ecclesia
non devono e non possono essere lasciate arbitrariamente, per
qualsiasi pretesto tra le comuni Associazioni di fedeli (cc. 684-725), ma
necessariamente devono essere portate ed elevate alla natura e alla forma
propria degli Istituti Secolari, che meglio risponde al loro carattere e alle
loro necessità.

5. II. Nell'elevare le dette Associazioni di
fedeli alla superiore forma di Istituti Secolari (cfr. n. l ), e nel dare un
ordinamento sia generale che particolare a questi Istituti, si deve tener
presente che ciò che forma il carattere proprio e specifico di questi Istituti
cioè la secolarità, in cui risiede tutta la loro ragione d'essere, sia
sempre e in tutto messa in evidenza. Nulla si deve togliere dalla piena
professione della perfezione cristiana, saldamente fondata sui consigli
evangelici, e veramente religiosa nella sostanza, ma la perfezione si deve
esercitare e professare nel mondo, e perciò si deve accomodare alla vita
secolare in tutto ciò che è lecito e che si può accordare coi doveri e le
pratiche della stessa perfezione.

6. Tutta la vita dei soci degl'Istituti Secolari,
consacrata a Dio con la professione della perfezione, deve convertirsi in
apostolato, il quale si deve esercitare sempre e santamente con tale purità
d'intenzione, intima unione con Dio, generosa dimenticanza e forte abnegazione
di se stesso e amore delle anime, che non manifesti solamente lo spirito
interiore che lo informa, ma che anche lo alimenti e lo rinnovi continuamente.
Questo apostolato, che abbraccia tutta la vita, suol essere sentito sempre così
profondamente e così sinceramente in questi Istituti, che coll'aiuto e la
disposizione della Divina Provvidenza sembra che la sete e l'ardore delle anime
non abbia dato soltanto la felice occasione alla consacrazione della vita, ma
che in gran parte abbia imposto il suo ordinamento e la sua fisionomia
particolare; e che in modo meraviglioso il così detto fine specifico abbia
richiesto e creato anche quello generico. Questo apostolato degl'Istituti
Secolari, non solo si deve esercitare fedelmente nel mondo, ma per così
dire con i mezzi del mondo, e perciò deve avvalersi delle professioni,
gli esercizi, le forme, i luoghi e le circostanze rispondenti a questa
condizione di secolari.

7. III. A norma della Costituzione Apostolica Provida
Mater Ecclesia
(art. II, § l) non compete agli Istituti Secolari ciò che
si riferisce alla disciplina canonica dello stato religioso, e in generale non
vale né si può applicare ad essi la legislazione religiosa. Invece si può
conservare tutto ciò che negli Istituti si trova armonicamente congiunto con il
loro carattere secolare, purché non impedisca minimamente la piena
consacrazione di tutta la vita e si accordi con la Costituzione Provida Mater
Ecclesia.

8. IV. Agli Istituti Secolari si può applicare la
costituzione gerarchica interdiocesana ed universale a modo di corpo organico
(ib. art. IX), e senza dubbio questa applicazione deve dare ad essi interno
vigore, influsso più ampio ed efficace e stabilità. Tuttavia nell'adattare
questo ordinamento agli Istituti Secolari, si deve tener conto della natura del
fine che persegue l'Istituto, la maggiore o minore espansione, il grado della
sua evoluzione e maturità, le circostanze in cui si trova, ed altre cose
simili. Né si devono rigettare o disprezzare quelle forme di Istituti che si
uniranno in confederazione e che vogliono conservare e moderatamente favorire il
carattere locale nelle singole nazioni, regioni, diocesi, purché sia retto ed
informato dal senso di cattolicità della Chiesa.

9. V. Gli Istituti Secolari, benché i loro membri
vivano nel mondo, tuttavia per la piena consacrazione a Dio ed alle anime che
essi professano con la approvazione della Chiesa, e per l'interno ordinamento
gerarchico ed universale che possono avere in diversi gradi, in virtù della
Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia con ragione sono
annoverati tra gli stati di perfezione che dalla Chiesa stessa sono stati
ordinati e riconosciuti giuridicamente. Consapevolmente perciò furono affidati
alla competenza ed alla sollecitudine di questa S. Congregazione che regola e si
prende cura degli stati pubblici di perfezione. Perciò, salvi
sempre, a tenore dei canoni e della espressa prescrizione della Costituzione
Apostolica Provida Mater Ecclesia (art. IV §§ l e 2), i diritti della
S. Congregazione del Consiglio inerenti ai comuni pii sodalizi e alle pie unioni
di fedeli (c. 250 § 2), e della S. Congregazione di Propaganda Fide riguardo
alle Associazioni di ecclesiastici per i seminari a favore delle missioni
straniere (c. 252 § 3), tutte le associazioni di qualsiasi parte del mondo - anche se godano dell'approvazione dell'Ordinario o di quella pontificia
- non appena si riconosca che hanno gli elementi e i requisiti propri
degli Istituti Secolari, si devono ridurre necessariamente e subito a questa
nuova forma, secondo le norme predette (cfr. n. l ); e affinché si conservi
l'unità di direzione, abbiamo decretato che siano demandate di diritto alla
sola Congregazione dei Religiosi, nel cui seno è stato costituito un Ufficio
speciale per gli Istituti Secolari.

10. VI. Ai dirigenti poi e agli assistenti
dell'Azione Cattolica e delle altre Associazioni di fedeli nel cui seno si
educano contemporaneamente a vivere una vita tutta cristiana e si iniziano
all'esercizio dell'apostolato un così gran numero di giovani eletti i quali si
sentono chiamati da una vocazione soprannaturale a raggiungere una perfezione più
alta, sia nelle Religioni, sia nelle Società di vita comune, sia anche negli
Istituti Secolari, con animo paterno raccomandiamo di favorire generosamente
queste sante vocazioni, di offrire la loro collaborazione non solamente alle
Religioni e alle Società, ma anche a questi Istituti veramente provvidenziali,
e di servirsi volentieri della loro attiva collaborazione, salva però sempre la
disciplina interna dei medesimi.

11. Di quanto abbiamo stabilito Motu Proprio, con
la Nostra autorità ne affidiamo la fedele esecuzione alla S. Congregazione dei
Religiosi e alle altre Congregazioni menzionate più sopra, agli Ordinari locali
e ai Dirigenti delle Associazioni interessate, nella parte che compete a
ciascuno.

12. Quanto abbiamo stabilito con questa lettera,
data Motu Proprio, vogliamo che sia sempre valido e fermo, nonostante
qualsiasi cosa in contrario.

Roma, presso S. Pietro, 12 marzo 1948, all'inizio
del decimo anno del Nostro Pontificato.

PIO XII

[1] Col 3,3

[2] 2 Macc 1-3

[3] Sal 103,30

[4] Gv 15,19

[5] Mt 5,13; Mc 9,49; Lc 14,34

[6] Gv 9,5; 1,5; 8,12; Ef 5,8

[7] Mt 13,33; I Cor
5,6, Gal 5,9

[8] Rm 8,9

[9] Ct 6,3

Cum Sanctissimus
Istruzione della Sacra Congregazione dei Religiosi




l. La Santità di N. Signore avendo promulgato la Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, si è poi degnata di lasciare alla Sacra Congregazione dei Religiosi, alla cui competenza sono affidati gli lstituti Secolari (Legge Propria, art. IV, § l e 2), 1'esecuzione, nella maniera efficace, di quanto è sapientemente stabilito nella Costituzione. Pertanto ha concesso a tale scopo tutte le necessarie e opportune facoltà.

2. Tra gli oneri e i doveri che, per delegazione pontificia, secondo l'espressione della medesima Costituzione, pesano sulla Sacra Congregazione, è da notare la facoltà di poter dare norme ritenute necessarie e utili agli Istituti Secolari in genere, o a qualcuno in particolare, quando lo esiga la necessità o lo consiglia l'esperienza, sia interpretando la Costituzione Apostolica, sia perfezionandola e applicandola (Art. II, § 2, 2°).

3. Le norme complete e definitive che riguardano gli Istituti Secolari è conveniente rimandarle a tempo opportuno, per non rischiare di coartare lo sviluppo attuale dei medesimi Istituti. Ma è necessario dichiarare quanto prima con più evidenza e porre in salvo alcune cose non da tutti comprese chiaramente e rettamente interpretate nella Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia; osservando integralmente le prescrizioni stabilite con Motu Proprio dalla Santità di N. Signore, nella Lettera Primo feliciter del 12 c.m. Per ciò la Sacra Congregazione ha stabilito di raccogliere e dopo averle chiaramente ordinate, di pubblicare le norme più importanti; le quali, con ragione, si possono considerale basilari per costruire e ordinare, solidamente, dall'inizio, gli Istituti Secolari.

4. I. Affinché un'Associazione, per quanto totalmente dedita alla professione della perfezione cristiana e all'esercizio dell'apostolato nel mondo, possa assumere con pieno diritto il nome di Istituto Secolare è necessario che abbia non solo tutti e singoli gli elementi che, a norma della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, sono considerati e definiti necessari e integranti per gli Istituti Secolari (Art. I e III); ma che inoltre sia approvata ed eretta da un Vescovo dopo di aver consultata questa Sacra Congregazione (Art. V, 2; Art. VI).

5. II. Tutte le Associazioni di fedeli, in qualsiasi parte si trovino, tan¬to in territorio di diritto comune come in quello di Missione, e che abbiano le forme e le caratteristiche descritte nella medesima Costituzione Apostolica (Art. IV. § l e 2), dipendono da questa Sacra Congregazione dei Religiosi, e sono soggetti alla Legge Propria della medesima; ad esse non è poi lecito per nessuna ragione o titolo, secondo la Lettera Primo feliciter (n. V.) rimanere fra le comuni associazioni di fedeli (C.I.C., L. II, P. III), salvo il n. V di questa Istruzione.

6. III. Il Vescovo del luogo, e non un altro, deve rivolgersi a questa Sacra Congregazione per ottenere il permesso di erezione di un nuovo Istituto Secolare. Deve inoltre notificare particolareggiatamente tutto quanto è definito nelle Norme date dalla medesima S.C. dei Religiosi, per l'erezione e l'approvazione delle Congregazioni (6 marzo 1921, nn. 3 8), facendo le applicazioni del caso. Si devono presentare almeno sei esemplari dello schema delle Costituzioni, in lingua latina o in altra ricevuta nella Curia. Inoltre si devono presentare i Direttori e gli altri documenti che servono a chiarire la forma e lo spirito dell'Associazione. Le Costituzioni devono contenere quanto riguarda la natura dell'Istituto, la classe dei membri, il regime, la forma di consacrazione (Art. III, § 2), il vincolo che unisce i membri all'Istituto (Art. III, § 3), le case comuni (Art. III, § 4), la formazione dei membri e gli esercizi di pietà.

7. IV. Le associazioni legittimamente erette e approvate dai Vescovi, a norma del precedente diritto e prima della Cost. Provida Mater Ecclesia, oppure che abbiano ottenuta un'approvazione pontificia come Associazioni laicali, se vogliono essere riconosciute da questa Sacra Congregazione come Istituti Secolari sia di diritto diocesano o pontificio, devono inviare alla stessa: i documenti di erezione e di approvazione, una breve relazione sulla storia, la vita disciplinare, e il loro apostolato, e soprattutto le lettere testimoniali degli Ordinari nelle cui diocesi hanno delle case. Dopo aver esaminato attentamente tutte queste cose, a norma degli Art. VI e VII della Cost. Provida Mater Ecclesia, potrà essere concesso, secondo i casi, il permesso di erezione o il decreto di lode.

8. V. Per le Associazioni di recente fondazione, o non sufficientemente sviluppate, e per quelle che vanno sorgendo, anche se fanno sperare che, qualora le cose si svolgano favorevolmente, possano divenire fiorenti e genuini Istituti Secolari, sarà più opportuno che non vengano proposte subito alla Sacra Congregazione per averne il permesso di erezione. Per regola generale, dalla quale non ci si deve scostare se non per cause gravi e rigorosamente vagliate, queste nuove Associazioni, finché non abbiano dato sufficiente prova di sé, si conserveranno e si eserciteranno sotto la paterna direzione e tutela dell'autorità diocesana, come semplici Associazioni che esistono di fatto, piuttosto che di diritto. In seguito, a poco a poco e per gradi successivi, si svilupperanno sotto qualcuna delle forme di Associazione di fedeli, come ad esempio Pie Unioni, Sodalizi o Confraternite, a seconda dei casi.

9. VI. Mentre perdurano questi stadi previ (n. V), da cui deve apparire chiaramente trattarsi di Associazioni che si propongono la totale consacrazione alla vita di perfezione e all'apostolato, aventi tutte le caratteristiche che si addicono ad un vero Istituto Secolare, si deve vigilare attentamente perché in queste Associazioni non si permetta, internamente o esternamente, nulla che ecceda dalla loro presente condizione e non corrisponda alla specifica forma e natura degli Istituti Secolari. Sono da evitare soprattutto quelle cose che, a non ottenere poi il permesso di erezione in Istituto Secolare, non si potrebbero togliere o eliminare con facilità, ovvero sembrino costringere i Superiori a concedere l'approvazione o a largirla con troppa facilità.

10. VII. Per essere in grado di dare un giudizio sicuro e pratico circa la vera natura d'Istituto Secolare di qualche Associazione, cioè se essa nello stato secolare conduce con efficacia i propri membri a quella piena consacrazione e dedizione che dia l'immagine di un completo stato di perfezione veramente religioso nella sostanza, anche nel foro esterno, si devono considerare attentamente le cose seguenti:

11. a) Se i membri ascritti all'Associazione, quali soci in senso stretto, professino praticamente e con impegno "oltre agli esercizi di pietà e di abnegazione" senza dei quali la vita di perfezione deve ritenersi vana illusione, i tre consigli evangelici sotto una delle diverse forme previste dalla Costituzione Apostolica (Art. III, 2). Ciononostante si possono ammettere, quali membri in un senso largo, e con maggiore o minore forza o intenzione ascritti all'Associazione, quei Soci che aspirino alla perfezione evangelica e che si sforzino di esercitare nella propria condizione, quantunque non abbraccino o non possano abbracciare in un grado più elevato ognuno dei consigli evangelici.

12. b) Se il vincolo con cui i membri in senso stretto sono uniti all'Associazione è stabile, mutuo, totale; in modo tale che a norma della Costituzione, il Socio si dia totalmente all'Istituto e questo sia in grado, o si prevede che lo sarà, di volere e di poter prendersi cura del socio, e di rispondere di esso secondo il diritto (Art. III, § 3, 2°).

13. c) Se al presente abbia o procuri di avere, e con che forma e sotto qual titolo, le case comuni prescritte dalla Costituzione Apostolica (Art. III, 3), affinché si raggiunga il fine per cui sono state ordinate.

14. d) Se siano evitate quelle cose che non riguardano la natura e la forma degli Istituti Secolari, ad esempio: l'abito che non sia confacente alla condizione di secolare; la vita comune esternamente ordinata (Art. II, § l; Art. III, § 4) alla guisa della vita comune religiosa o ad essa pareggiata (Tit. XVII, L. II, C.I.C.).

15. VIII. Gli Istituti Secolari, a norma dell'articolo II, § l, 2° della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, salvo gli Articoli IX e II § l, l ° della medesima, non sono tenuti al diritto proprio e peculiare delle Religioni o Società di vita comune, né possono usare di esso.

16. Tuttavia la Sacra Congregazione potrà, per eccezione, accomodare e applicare agli Istituti Secolari, secondo la Costituzione (Art. II, § l, 2°), qualche particolare prescrizione del Diritto religioso; anzi, potrà desumere da quel diritto anche alcuni criteri, più o meno generali, comprovati dall'esperienza e corrispondenti alla loro intima natura.

17. IX. In particolare: a) benché le prescrizioni del can. 500, § 3 non riguardino strettamente gli Istituti Secolari, né vi sia necessità di applicarle come giacciono, pur tuttavia da essi si può dedurre un solido criterio e una chiara direzione nell'approvare e ordinare gli Istituti .

18. b) Niente impedisce che, a norma del diritto (can. 492, § l ), gli Istituti Secolari, per speciale concessione, possano essere aggregati agli Ordini o ad altre religioni e in diverse maniere essere da loro aiutati o anche moralmente diretti. Ma non si concederanno, se non difficilmente, altre forme di dipendenza più stretta, le quali sembrino diminuire l'autonomia degli Istituti Secolari, ovvero sottometterli ad una tutela più o meno rigida, anche qualora questa dipendenza venga richiesta dagli stessi Istituti, specialmente femminili; e in ogni caso, con le opportune cautele, dopo aver attentamente considerato il bene degl'Istituti, nonché lo spirito e la natura e la forma dell'apostolato al quale debbono dedicarsi.

19. X Gli Istituti Secolari,
a) per lo stato di piena perfezione che professano, per la totale consacrazione all'apostolato che si impongono in questo stesso genere di perfezione di apostolato, sembrano evidentemente chiamati a cose maggiori che non i semplici fedeli anche i migliori, i quali lavorano in Associazioni veramente laicali o nell'Azione Cattolica o in altre opere pie;

20. b) in tal maniera devono esercitare i ministeri e le opere dell'apostolato, che sono il fine speciale degli stessi Istituti, che i loro soci evitata accuratamente ogni confusione diano ai fedeli che li osservano, salva sempre la loro disciplina interna, un chiaro esempio di abnegata, umile e costante collaborazione con la Gerarchia (cfr. Motu Proprio Primo feliciter, n. VI).

21. XI. a) L'Ordinario, ottenuto il permesso dalla Santa Sede, allorché effettua l'erezione di un Istituto Secolare, già prima esistente come Associazione, Pia Unione o Sodalizio, potrà decidere se è conveniente tener conto delle cose già fatte prima, come ad esempio il probandato o noviziato, la consacrazione ecc., in ordine a determinare la condizione delle persone e i requisiti che si devono computare nelle Costituzioni dell'Istituto.

22. b) Nei primi dieci anni di fondazione dell'Istituto Secolare computati dalla sua erezione, il Vescovo del luogo può dispensare dai requisiti della età, del tempo di prova, degli anni di consacrazione e altre cose somiglianti, prescritte per tutti gli Istituti in generale o per alcuno in particolare, in ordine agli uffici, alle cariche, ai gradi e ad altri effetti giuridici.

23. c) Le case o centri fondati prima dell'erezione canonica dell'lstituto, se furono fondati con la licenza di entrambi i Vescovi, a norma del can. 495, § l, diventano ipso facto parti dell'Istituto.

Data a Roma, presso il Palazzo della Sacra Congregazione dei Religiosi il 19 marzo, festa di S. Giuseppe, Sposo della B.V. Maria, 1948.

LUIGI CARD. LAVITRANO, PREFETTO

FR. LUCA ERMENEGILDO PASETTO, SEGRETARIO

Codice di Diritto Canonico

Norme comuni a tutti gli Istituti di vita consacrata




Can. 573.

§ l. La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici è una forma stabile di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino per l'azione dello Spirito Santo, si danno totalmente a Dio amato sopra ogni cosa. In tal modo, dedicandosi con nuovo e speciale titolo al suo onore, alla edificazione della Chiesa e alla salvezza del mondo, sono in grado di tendere alla perfezione della carità nel servizio del Regno di Dio e, divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannunciano la gloria celeste.

§ 2. Negli Istituti di vita consacrata, eretti canonicamente dalla competente autorità della Chiesa, una tale forma di vita viene liberamente assunta dai fedeli che mediante i voti, o altri vincoli sacri a seconda delle leggi proprie degli Istituti, professano di volere osservare i consigli evangelici di castità, di povertà e di obbedienza e per mezzo della carità, alla quale i consigli stessi conducono, si congiungono in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero.

Can. 574.

§ l. Lo stato di coloro che professano i consigli evangelici in tali Istituti appartiene alla vita e alla santità della Chiesa e deve perciò nella Chiesa essere sostenuto e promosso da tutti.

§ 2. A questo stato alcuni fedeli sono da Dio chiamati con speciale vocazione, per usufruire di un dono peculiare nella vita della Chiesa e, secondo il fine e lo spirito del proprio Istituto, giovare alla sua missione.

Can. 575. I consigli evangelici, fondati sull'insegnamento e sugli esempi di Cristo Maestro, sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal Signore e con la sua grazia sempre conserva.

Can. 576. Spetta alla competente autorità della Chiesa interpretare i consigli evangelici, regolarne la prassi con leggi, costituirne forme stabili di vita mediante l'approvazione canonica e parimenti, per quanto le compete, curare che gli Istituti crescano e si sviluppino secondo lo spirito dei fondatori e le sane tradizioni.

Can. 577. Nella Chiesa sono moltissimi gli Istituti di vita consacrata, che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro concessa: essi infatti seguono più da vicino Cristo che prega, che annuncia il Re¬gno di Dio, che fa del bene agli uomini o ne condivide la vita nel mondo, ma sempre compie la volontà del Padre.

Can. 578. L'intendimento e i progetti dei fondatori, sanciti dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all'indole dell'Istituto, così come le sane tradizioni, cose che costituiscono il patrimonio dell'Istituto, devono essere da tutti fedelmente custoditi.

Can. 579. I Vescovi diocesani possono, ciascuno nel proprio territorio, erigere con formale decreto, Istituti di vita consacrata, purché sia stata consultata la Sede Apostolica.

Can. 580. L'aggregazione di un Istituto di vita consacrata ad un altro è riservata all'autorità competente dell'lstituto aggregante, salva sempre l'autonomia canonica dell'Istituto aggregato.

Can. 581. Spetta all'autorità competente dell'Istituto a norma delle costituzioni dividere l'Istituto stesso in parti, con qualunque nome designate, erigerne di nuove, fondere quelle già costituite o circoscriverle in modo diverso.

Can. 582. Sono riservate unicamente alla Sede Apostolica le fusioni e le unioni di Istituti di vita consacrata, come anche le confederazioni e federazioni.

Can. 583. Le modifiche negli Istituti di vita consacrata, che riguardino elementi già approvati dalla Sede Apostolica, non si possono effettuare senza il suo benestare.

Can. 584. Sopprimere un Istituto spetta unicamente alla Sede Apostolica, alla quale compete pure disporre dei beni temporali relativi.

Can. 585. Spetta invece all'autorità competente dell'Istituto la soppressione di parti dell'Istituto stesso.

Can. 586.

§ l. E' riconosciuta ai singoli Istituti una giusta autonomia di vita, specialmente di governo, mediante la quale abbiano nella Chiesa una propria disciplina e possano conservare integro il proprio patrimonio, di cui al can. 578.

§ 2. E' compito degli Ordinari dei luoghi conservare e tutelare tale autonomia.

Can. 587.

§ l. Per custodire più fedelmente la vocazione e l'identità dei singoli Istituti il codice fondamentale, o costituzioni, di ciascuno deve contenere, oltre a ciò che è stabilito da osservarsi nel can. 578, le norme fondamentali relative al governo dell'Istituto e alla disciplina dei membri, alla loro incorporazione e formazione, e anche l'oggetto proprio dei sacri vincoli.

§ 2. Tale codice è approvato dalla competente autorità della Chiesa e soltanto con il suo consenso può essere modificato.

§ 3. In tale codice siano adeguatamente armonizzati gli elementi spirituali e quelli giuridici; tuttavia non si moltiplichino le norme senza necessità.

§ 4. Tutte le altre norme, stabilite dall'autorità competente dell'Istituto, siano opportunamente raccolte in altri codici e potranno essere rivedute e adattate convenientemente secondo le esigenze dei luoghi e dei tempi

Can. 588.

§ l. Lo stato di vita consacrata, per natura sua, non è né clericale né laicale.

§ 2. Si dice Istituto clericale quello che, secondo il fine o il progetto inteso dal fondatore, oppure in forza di una legittima tradizione, è governato da chierici, assume l'esercizio dell'ordine sacro e come tale viene riconosciuto dall'autorità della Chiesa.

§ 3. Si chiama Istituto laicale quello che, riconosciuto come tale dalla Chiesa stessa, in forza della sua natura, dell'indole e del fine, ha un compito specifico, determinato dal fondatore o in base ad una legittima tradizione, che non comporta l'esercizio dell'ordine sacro.

Can. 589. Un Istituto di vita consacrata si dice di diritto pontificio se è stato eretto oppure approvato con decreto formale dalla Sede Apostolica; di diritto diocesano invece se, eretto dal Vescovo diocesano, non ha ottenuto dalla Sede Apostolica il decreto di approvazione.

Can. 590.

§ l. Gli Istituti di vita consacrata, in quanto dediti in modo speciale al servizio di Dio e di tutta la Chiesa, sono per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa stessa.

§ 2. I singoli membri sono tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo Superiore, anche a motivo del vincolo sacro di obbedienza.

Can. 591. Per meglio provvedere al bene degli Istituti e alle necessità dell'apostolato il Sommo Pontefice, in ragione del suo primato sulla Chiesa universale, può esimere gli Istituti di vita consacrata dal governo degli Ordinari del luogo e sottoporli soltanto alla propria autorità, o ad altra autorità ecclesiastica, in vista di un vantaggio comune.

Can. 592.

§ l. Perché sia più efficacemente favorita la comunione degli Istituti con la Sede Apostolica, ogni Moderatore supremo trasmetta alla medesima, nel modo e nel tempo da questa fissati, una breve rela¬zione sullo stato e sulla vita del proprio Istituto.

§ 2. I Moderatori di ogni Istituto provvedano a far conoscere i documenti della Santa Sede riguardanti i membri loro affidati, e ne curino l'osservanza.

Can. 593. Fermo restando il disposto del can. 586, gli Istituti di diritto pontificio sono soggetti in modo immediato ed esclusivo alla potestà della Sede Apostolica in quanto al regime interno e alla disciplina.

Can. 594. L'Istituto di diritto diocesano, fermo restando il can. 586, rimane sotto la speciale cura del Vescovo diocesano.

Can. 595.

§ l. Spetta al Vescovo della sede principale approvare le costituzioni e confermare le modifiche in esse legittimamente apportate, salvo ciò su cui fosse intervenuta la Sede Apostolica, e inoltre trattare gli affari di maggiore rilievo riguardanti l'intero Istituto, quando superano l'àmbito di potestà dell'autorità interna, non senza però avere consultato gli altri Vescovi diocesani, qualora l'Istituto fosse esteso in più diocesi.

§ 2. Il Vescovo diocesano può concedere dispense dalle costituzioni in casi particolari.

Can. 596.

§ l. I Superiori e i capitoli degli Istituti hanno sui membri quella potestà che è definita dal diritto universale e dalle costituzioni.

§ 2. Invece negli Istituti religiosi clericali di diritto pontificio essi godono inoltre della potestà ecclesiastica di governo, tanto per il loro esterno quanto per quello interno.

§ 3. Alla potestà di cui al § l si applicano le disposizioni dei cann. 131, l 33 e 137-144.

Can. 597.

§ l. In un Istituto di vita consacrata può essere ammesso ogni cattolico che abbia retta intenzione, che possegga le qualità richieste dal diritto universale e da quello proprio, e non sia vincolato da impedimento alcuno.

§ 2. Nessuno può essere ammesso senza adeguata preparazione.

Can. 598.

§ l. Ogni Istituto, attese l'indole e le finalità proprie, deve stabilire nelle costituzioni il modo in cui, secondo il suo programma di vita, sono da osservarsi i consigli evangelici di castità, di povertà e di obbedienza.

§ 2. Tutti i membri devono non solo osservare integralmente e con fedeltà i consigli evangelici, ma anche vivere secondo il diritto proprio dell'Istituto, e in tal modo tendere alla perfezione del proprio stato.

Can. 599. Il consiglio evangelico di castità assunto per il Regno dei cieli, che è segno della vita futura e fonte di una più ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta l'obbligo della perfetta continenza nel celibato.

Can. 600. II consiglio evangelico della povertà, ad imitazione di Cristo che essendo ricco si è fatto povero per noi, oltre ad una vita povera di fatto e di spirito da condursi in operosa sobrietà che non indulga alle ricchezze terrene, comporta la limitazione e la dipendenza nell'usare e nel disporre dei beni, secondo il diritto proprio dei singoli Istituti.

Can. 601. Il consiglio evangelico dell'obbedienza, accolto con spirito di fede e di amore per seguire Cristo obbediente fino alla morte, obbliga a sottomettere la volontà ai Superiori legittimi, quali rappresentanti di Dio, quando comandano secondo le proprie costituzioni.

Can. 602. La vita fraterna propria di ogni Istituto, per la quale tutti i membri sono radunati in Cristo come una sola peculiare famiglia, sia definita in modo da riuscire per tutti un aiuto reciproco nel realizzare la vocazione propria di ciascuno. I membri poi, con la comunione fraterna radicata e fondata nella carità, siano esempio di riconciliazione universale in Cristo.

Can. 603.

§ l. Oltre agli Istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella continua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo.

§ 2. L'eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata se con voto, o con altro vincolo sacro, professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è propria.

Can. 604.

§ l. A queste forme di vita consacrata è assimilato l'ordine delle vergini le quali, emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa.

§ 2. Le vergini possono riunirsi in associazioni per osservare più fedelmente il loro proposito e aiutarsi reciprocamente nello svolgere quel servizio alla Chiesa che è confacente al loro stato.

Can. 605. L'approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata unicamente alla Sede Apostolica. I Vescovi diocesani però si adoperino per discernere i nuovi doni di vita consacrata che lo Spirito Santo affida alla Chiesa e aiutino coloro che li promuovono, perché ne esprimano le finalità nel modo migliore e le tutelino con statuti adatti, utilizzando soprattutto le norme generali contenute in questa parte.

Can. 606. Quanto si stabilisce per gli Istituti di vita consacrata e per i loro membri vale a pari diritto per l'uno e per l'altro sesso, a meno che non risulti altrimenti dal contesto o dalla natura delle cose.

Gli Istituti Secolari

Can. 710. L'Istituto Secolare è un Istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo, soprattutto operando all'interno di esso.

Can. 711. Un membro di Istituto Secolare, in forza della consacrazione, non cambia la propria condizione canonica, laicale o clericale, in mezzo al popolo di Dio, salve le disposizioni del diritto a proposito degli Istituti di vita consacrata.

Can. 712. Ferme restando le disposizioni dei cann. 598 601, le costituzioni stabiliscano i vincoli sacri con cui vengono assunti nell'Istituto i consigli evangelici e definiscano gli obblighi che essi comportano, salva sempre però, nello stile di vita, la secolarità propria dell'Istituto.

Can. 713.

§ l. I membri di tali Istituti esprimono e realizzano la propria consacrazione nell'attività apostolica e come un fermento si sforzano di permeare ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo.

§ 2. I membri laici, nel mondo e dal di dentro del mondo, partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa sia mediante la testimonianza di vita cristiana e di fedeltà alla propria consacrazione, sia attraverso l'aiuto che danno perché le realtà temporali siano ordinate secondo Dio e il mondo sia vivificato dalla forza del Vangelo. Essi offrono inoltre la propria collaborazione per il servizio della comunità ecclesiale, secondo lo stile di vita secolare loro proprio.

§ 3. I membri chierici sono di aiuto ai confratelli con una peculiare carità apostolica, attraverso la testimonianza della vita consacrata, soprattutto nel presbiterio, e in mezzo al popolo di Dio lavorano alla santificazione del mondo con il proprio ministero sacro.

Can. 714. I membri degli Istituti Secolari conducano la propria vita nelle situazioni ordinarie del mondo, soli, o ciascuno nella propria famiglia, o in gruppi di vita fraterna a norma delle costituzioni.

Can. 715.

§ l. I membri chierici incardinati in una diocesi dipendono dal Vescovo diocesano, salvo quanto riguarda la vita consacrata nel proprio Istituto.

§ 2. Quelli invece che a norma del can. 266, § 3 vengono incardinati nell'Istituto, se sono destinati alle opere proprie dell'Istituto o a funzioni di governo all'interno di esso, dipendono dal Vescovo allo stesso modo dei religiosi.

Can. 716.

§ l. Tutti i membri partecipino attivamente alla vita dell'Istituto secondo il diritto proprio.

§ 2. I membri di uno stesso Istituto conservino la comunione tra loro curando con sollecitudine l'unità dello spirito e la vera fraternità.

Can. 717.

§ l. Le costituzioni definiscano la forma di governo propria dell'Istituto, la durata in carica dei Moderatori e il modo della loro designazione.

§ 2. Nessuno sia designato come Moderatore supremo se non è stato incorporato nell'Istituto in modo definitivo.

§ 3. Coloro che nell'Istituto hanno incarichi di governo abbiano cura che sia conservata l'unità dello Spirito e che sia promossa l'attiva partecipazione dei membri.

Can. 718. L'amministrazione dei beni dell'Istituto, che deve esprimere e favorire la povertà evangelica, è regolata dalle norme del Libro V, I beni temporali della Chiesa, e dal diritto proprio dell'Istituto. Il diritto proprio deve parimenti definire gli obblighi, specialmente di carattere economico, dell'Istituto verso i membri che ad esso dedicano la propria attività.

Can. 719.

§ l. Per rispondere fedelmente alla propria vocazione e perché la loro azione apostolica scaturisca dall'unione con Cristo, i membri siano assidui all'orazione, attendano convenientemente alla let¬tura delle sacre Scritture, osservino i tempi di ritiro annuale e compiano le altre pratiche spirituali secondo il diritto proprio.

§ 2. La celebrazione dell'Eucaristia, in quanto possibile quotidiana, sia la sorgente e la forza di tutta la loro vita consacrata.

§ 3. Si accostino liberamente e con frequenza al sacramento della penitenza.

§ 4. Siano liberi di ricevere la necessaria direzione della coscienza e di richiedere consigli in materia, se lo desiderano, anche ai propri Moderatori .

Can. 720. Il diritto di ammettere nell'Istituto per il periodo di prova oppure per assumere i vincoli sacri, sia temporanei sia perpetui o definitivi, compete ai Moderatori maggiori con il loro consiglio, a norma delle costituzioni .

Can. 721.

§ l. E' ammesso invalidamente al periodo di prova iniziale:

l ° chi non ha ancora raggiunto la maggiore età;
2° chi è legato attualmente con un vincolo sacro ad un Istituto di vita consacrata o è stato incorporato in una società di vita apostolica;
3° chi è sposato, durante il matrimonio.

§ 2. Le costituzioni possono stabilire altri impedimenti, anche per la validità dell'ammissione, o apporre altre condizioni.

§ 3. Per essere accettati si richiede inoltre la maturità necessaria per condurle in modo conveniente la vita propria dell'Istituto.

Can. 722.

§ l. La prova iniziale sia ordinata allo scopo che i candidati prendano più chiara coscienza della loro vocazione divina e di quella specifica dell'Istituto, ne vivano lo spirito e sperimentino il genere di vita ad esso proprio.

§ 2. I candidati siano opportunamente formati a condurre una vita secondo i consigli evangelici e istruiti a trasformare integralmente la propria esistenza in apostolato, adottando quelle forme di evangelizzazione che meglio rispondano al fine, allo spirito e all'indole dell'Istituto.

§ 3. Le costituzioni devono definire il metodo e la durata di tale prova, non inferiore a due anni, che precede il primo impegno con vincoli sacri nell'Istituto.

Can. 723.

§ l. Compiuto il tempo della prova iniziale il candidato che viene giudicato idoneo assuma i tre consigli evangelici, confermati dal vincolo sacro, oppure lasci l'Istituto.

§ 2. Questa prima incorporazione, non inferiore a cinque anni, sia temporanea a norma delle costituzioni.

§ 3. Trascorso tale periodo di tempo, il membro giudicato idoneo sia ammesso all'incorporazione perpetua oppure a quella definitiva, cioè con vincoli temporanei da rinnovarsi sempre ad ogni scadenza.

§ 4. L'incorporazione definitiva è equiparata a quella perpetua, in ordine a determinati effetti giuridici, che devono essere stabiliti nelle costituzioni .

Can. 724.

§ l. Dopo il primo impegno con vincoli sacri, la formazione deve essere continuata costantemente a norma delle costituzioni.

§ 2. I membri devono essere preparati di pari passo tanto nelle scienze umane quanto in quelle divine; i Moderatori dell'Istituto sentano seriamente la responsabilità della loro continua formazione spirituale.

Can. 725. L'Istituto può associare a sé, con qualche vincolo determinato dalle costituzioni, altri fedeli che si impegnino a tendere alla perfezione evangelica secondo lo spirito dell'Istituto e a partecipare della sua stessa missione.

Can. 726.

§ l. Trascorso il periodo dell'incorporazione temporanea il membro può liberamente lasciare l'Istituto, o per giusta causa può essere escluso dalla rinnovazione dei vincoli sacri da parte del Moderatore maggiore, udito il suo consiglio.

§ 2. Il membro di incorporazione temporanea che lo richieda spontaneamente, per grave causa può ottenere dal Moderatore supremo, col consenso del suo consiglio, l'indulto di lasciare l'Istituto.

Can. 727.

§ l . Se un membro incorporato con vincolo perpetuo vuole lasciare l'Istituto, dopo avere seriamente ponderato la cosa davanti al Signore deve chiederne l'indulto, per mezzo del Moderatore supremo, alla Sede Apostolica se l'Istituto è di diritto pontificio; altrimenti anche al Vescovo diocesano, secondo quanto è definito dalle costituzioni.

§ 2. Trattandosi di sacerdote incardinato nell'Istituto si osservi il disposto del can. 693.

Can. 728. Con la legittima concessione dell'indulto di lasciare l'Istituto cessano tutti i vincoli, e insieme i diritti e gli obblighi derivanti dall'incorporazione.

Can. 729. La dimissione di un membro dall'Istituto avviene a norma dei cann. 694 e 695. Le costituzioni definiscano altre cause di dimissione, purché siano proporzionatamente gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente, e inoltre si osservi la procedura stabilita ai cann. 697 700. Al membro dimesso si applica il disposto del can. 701.

Can. 730. Per il passaggio di un membro di Istituto Secolare ad un altro Istituto Secolare si osservino le disposizioni dei cann. 684, §§ l, 2, 4 e 685; per il passaggio invece a un Istituto religioso o ad una società di vita apostolica, o da questi ad un Istituto Secolare, si richiede la licenza della Sede Apostolica, alle cui disposizioni ci si deve attenere.

Concilio Vaticano II





Decreto Perfectae caritatis, 11

l. Gli Istituti Secolari, pur non essendo Istituti religiosi, tuttavia comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel secolo, riconosciuta dalla Chiesa. Tale professione agli uomini e alle donne, ai laici e ai chierici che vivono nel secolo, conferisce una consacrazione. Perciò essi anzitutto intendano darsi totalmente a Dio nella perfetta carità, e gli Istituti stessi conservino la loro propria particolare fisionomia, cioè quella secolare, per essere in grado di esercitare efficacemente e dovunque il loro apostolato nella vita secolare e a partire dalla vita secolare che è il fine specifico per il quale sono sorti.

2. Tuttavia sappiano che non potranno assolvere un compito così importante, se i loro membri non riceveranno una tale formazione nelle cose divine e umane da diventare realmente fermento nel mondo destinato a dare vigore e incremento al Corpo di Cristo. I superiori perciò seriamente procurino di dare ai loro sudditi una istruzione specialmente spirituale e di sviluppare ulteriormente la loro formazione.


Decreto Ad gentes, 40

3. Poiché, infine, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, si sviluppano sempre più nella Chiesa gli Istituti Secolari, è chiaro che la loro opera, guidata dall'autorità del Vescovo, può riuscire sotto diversi aspetti utilissima nelle missioni, come segno di dedizione totale alla evangelizzazione del mondo.

Prolusione al I° Congresso Internazionale degli Istituti Secolari

Card. Ildebrando Antoniutti

(20 settembre 1970)




1. Desidero anzitutto ringraziare sentitamente i benemeriti organizzatori di questo Congresso, i quali accogliendo le indicazioni del Sacro Dicastero che ha la alta direzione degli Istituti Secolari, lo hanno preparato con tenace pazienza e lo vedono oggi realizzato con legittima soddisfazione.

2. Al ch.mo Prof. Giuseppe Lazzati che ne ha la presidenza e che ci ha accolti con tanta grazia e con fiduciosa speranza, la nostra sincera gratitudine.

3. E la nostra viva riconoscenza al caro dottor Oberti, il quale in qualità di Segretario del Comitato Organizzatore, ha dedicato tempo, energie e abilità per la celebrazione di questo raduno che corona oggi la sua diuturna fatica.

4. Sono lieto e onorato di accogliervi a Roma assieme alle distinte personalità che vi accompagnano e di rivolgervi un saluto particolarmente cordiale.

5. Questo saluto si rivolge non solo a voi, qui presenti, ma a tutti i membri degli Istituti Secolari, agli associati alle vostre opere e a tutti gli amici che vi sostengono e vi ammirano. Voi infatti rappresentate un grande numero di uomini e di donne di diverse nazioni, che, affratellati dall'ideale di santificare il mondo, nell'esercizio esemplare del loro apostolato, sono oggi un fattore importante nella missione di rendere più cristiana, più umana e più giusta la società.

6. Saluto inoltre i sacerdoti membri degli Istituti Secolari che portano nelle loro rispettive diocesi un contributo prezioso al lavoro pastorale che si compie per l'elevazione del popolo di Dio, grazie alla loro consacrazione personale e alla loro generosa dedizione, in pieno accordo con i propri vescovi dei quali sono fedeli e devoti collaboratori.

Primavera della Chiesa

7. Prima di trattare l'argomento degli Istituti Secolari, credo opportuno di premettere qualche considerazione di carattere generale.

8. Gli Istituti Secolari sono riconosciuti nella Chiesa attuale come una bella primavera ricca di promesse e di speranze.

9. Senza voler ricordare una serie di edificanti Associazioni che hanno sempre caratterizzato lo svolgersi e l'espandersi della Chiesa, ricordiamo quest'ultima sua fioritura negli Istituti Secolari come sono concepiti, formati e strutturati dalla legislazione contemporanea della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, dal Motu proprio Primo feliciter e dalla Istruzione Cum Sanctissimus. Dobbiamo riconoscere subito che si tratta di tre documenti i quali si integrano a vicenda e offrono un sicuro orientamento per la santificazione degli individui e per l'esercizio dell'apostolato.

10. Quanto ai documenti del Concilio Vaticano II è stato detto che sono piuttosto parchi nei riguardi degli Istituti Secolari. Dobbiamo però riconoscere che quanto su di essi è stato affermato nei testi conciliari, condensa le precedenti disposizioni pontificie e costituisce un chiaro, positivo e solenne riconoscimento non solo della loro esistenza e personalità giuridica ma anche degli scopi apostolici che li animano e li orientano.

11. Un pioniere degli Istituti Secolari, il compianto Padre Agostino Gemelli, dopo aver esposto in una sintesi stupenda l'opera degli stati di perfezione attraverso i secoli, sottolinea che i tempi attuali hanno un'esigenza propria intellettuale e morale e che bisogna portare la buona novella in ogni strato sociale.

12. La Provida Mater che è opera soprattutto dell'anima apostolica e dell'intelligente previsione del P. Larraona, oggi Cardinale, espone chiaramente come dalla storia risulti che la Chiesa ha dato origine a organismi comprovanti "...che anche nel secolo con l'aiuto della chiamata di Dio e della grazia divina, si può ottenere una consacrazione abbastanza stretta ed efficace, non solo interna, ma anche esterna... avendo così un istrumento molto opportuno di penetrazione e di apostolato" (Provida Mater).

13. Si può dunque affermare che la storia degli Istituti Secolari è antica quanto la Chiesa. Se oggi sono canonicamente riconosciuti e hanno una forma giuridica, ciò non ha fatto che consacrare la loro esistenza.

14. Qualcuno infatti si compiace a riscontrare negli Istituti Secolari gli autentici eredi delle ferventi comunità dei fedeli che sbocciarono fin dal periodo apostolico e fiorirono in tutti i tempi e in forme diverse, sotto l'impulso della stessa grazia invisibile e operante, formando una inesauribile fraternità nella Famiglia cristiana.

15. Né si può dimenticare che la storia della Chiesa ci parla di cristiani viventi nel secolo i quali fin dai primi tempi si consacravano a Dio, riconoscendo nella consacrazione il mezzo per vivere più intensamente il battesimo. La vita di molti Santi è la prova di questo netto riconoscimento che anche nel mondo si può e si deve dare testimonianza del Vangelo. I Terzi Ordini del Medio Evo documentano la santità vissuta e praticata fuori della vita religiosa.

16. Purtroppo col tempo si è introdotta qualche confusione in questo campo. E per questo sant'Angela Merici ha voluto provvedere alla necessità di assicurare nel mondo la presenza attiva di anime consacrate dedite all'apostolato.

Consacrazione nel mondo

17. Tutti conosciamo la classica definizione che degli Istituti Secolari ha dato la Provida Mater: Le associazioni di chierici e di laici i cui membri, in vista di conseguire la perfezione cristiana e di esercitare pienamente l'apostolato, praticano nel mondo i consigli evangelici, sono designate sotto il nome di Istituti Secolari…".

18. La Chiesa dunque riconosce quali membri di Istituti Secolari coloro che vivono la loro consacrazione nel mondo, per far irradiare Cristo e i suoi insegnamenti nella società.

19. Lo Spirito Santo, come ha proclamato Pio XII nel Motu proprio Primo feliciter, per grande e particolare grazia, ha chiamato a Sé molti dilettissimi figli e figlie affinché, radunati e ordinati negli Istituti Secolari fossero sale, luce ed efficace fermento nel mondo nel quale, per divina disposizione, devono restare.

20. Le parole di Pio XII trovano riscontro anche nei documenti conciliari i quali hanno riaffermato la natura, hanno precisato le esigenze e hanno ribadito il carattere proprio e specifico degli Istituti Secolari, cioè la secolarità. Questa infatti è la nota distintiva e la ragion d'essere degli Istituti Secolari.

21. Mentre i chierici e i laici che si fanno religiosi cambiano la loro natura giuridica e le loro relazioni pubbliche e sociali nella Chiesa, e si assoggettano alle leggi proprie dello stato religioso con i corrispondenti diritti e doveri, i chierici e i laici che si incorporano in un Istituto Secolare restano come prima; il laico resta laico nel mondo e il chierico che prima era soggetto al suo Ordinario diocesano rimane doppiamente a lui soggetto, stretto da un nuovo vincolo di soggezione, mentre in nessun caso potranno essere chiamati o considerati religiosi.

22. La vita spirituale dei membri di un Istituto Secolare si svolge nel mondo e col mondo e perciò con una certa agilità e indipendenza da forme e schemi propri dei religiosi. La loro vita esteriore non si differenzia da quella degli altri secolari celibi perché i loro uffici e le loro opere sono nel mondo dov'essi possono occupare impieghi e cariche che i religiosi non possono esercitare. A loro volontà e secondo gli statuti possono vivere in famiglia (e la maggior parte infatti vive in famiglia) o anche in comune (art. III, § 4 Provida Mater) ed esercitare qualsiasi attività professionale lecita. Essi devono santificare il profano e il temporale, santificarsi nel profano e portare Cristo nel mondo. Sono collaboratori di Dio nel mondo della scienza, dell'arte, del pensiero, del progresso, delle strutture sociali e tecniche, economiche e culturali, negli impegni civili di ogni ordine: nella casa, nelle scuole, nelle fabbriche, nei campi, negli ospedali, nelle caserme, negli uffici pubblici, nelle opere assistenziali, in tutto l'immenso e impegnativo panorama del mondo. Sono insomma chiamati a vedere e a riconoscere in sé e in quanto li circonda qualcosa di misterioso e di divino che li conduce a Dio attraverso gli elementi della natura, com'è detto nella Gaudium et.spes (n. 38). Sono molti gli aspetti del mondo che ricevono luce da questo principio.

23. I membri degli Istituti Secolari sentono che Cristo vergine, povero e obbediente ha annunciato il suo messaggio di castità, di povertà e di obbedienza a uomini come loro viventi nel mondo. Questo messaggio è ancora pieno di attualità e viene ripetuto agli uomini del mondo presente nella semplicità e nel candore della parola divina come essa è sgorgata dal cuore del Redentore. Se esso viene raccolto solo da una piccola porzione, questa costituisce il fermento provvidenziale che conserva e moltiplica il dono di Dio.

24. L'apparizione degli Istituti Secolari è dunque un fenomeno che denota la forza e la vitalità della Chiesa la quale si rinnova nella sua perpetua giovinezza e si irrobustisce con nuove forze. La Chiesa ha accolto con favore questa nuova manifestazione di anime desiderose di santificarsi nel secolo professando in modo stabile i consigli evangelici e l'ha sanzionata, con forza di legge, dando valore giuridico all'ansia di assicurarsi la perfezione cristiana e di esercitare l'apostolato. Così ai due stati di perfezione già riconosciuti - Religiosi e Società di vita comune - si unisce la terza forma degli Istituti Secolari.

Lex Peculiaris

25. L'intento che il nuovo stato di perfezione fosse ben definito e precisato si manifesta in tutta la legislazione della Santa Sede.

26. Nella Lex Peculiaris (Provida Mater) viene chiaramente determinata la differenza con le Religioni e le Società di vita comune, mentre si espongono una serie di elementi, come la consacrazione, il carattere del vincolo, ecc., che specificano e illustrano il tipo di società nuova creata dalla Provida Mater. E queste norme basilari per costituire e ordinare solidamente gli Istituti Secolari fin dai loro inizi, sono chiaramente riassunte nella Istruzione Cum Sanctissimus.

27. L'intervento normativo ed esecutivo con cui il magistero della Chiesa approva una determinata società come Istituto di perfezione comporta anche un giudizio circa la concordanza della stessa società col diritto che ne deve regolare la vita e le funzioni. La Chiesa infatti vuole nell'organizzare una nuova forma di stato di perfezione che tutte le Associazioni in possesso dei caratteri essenziali del nuovo stato vengano strutturate in conformità con le norme date. E quando tali Associazioni risultano dotate dei requisiti richiesti, allora soltanto vengono riconosciute come Istituti Secolari.

28. La competente Sacra Congregazione ha sempre voluto evitare una possibile adulterazione di questi Istituti insistendo sulla essenziale importanza del loro carattere specifico: stato di piena consacrazione a Dio "nel secolo", mentre esige che tutti gli elementi richiesti negli Istituti Secolari vengano osservati scrupolosamente, cominciando appunto dalla secolarità che specifica questo stato di perfezione. Secolarità, desidero ribadire, che si identifica con il contenuto positivo e sostanziale di chi vive "uomo tra gli uomini", "cristiano tra i cristiani nel mondo" che ha "la coscienza di essere uno tra gli altri" e insieme "ha la certezza d'una chiamata a una consacrazione totale e stabile a Dio e alle anime" sanzionata dalla Chiesa.

29. Mentre l'Istituto Secolare consacra i suoi membri alla sequela di Cristo, li mette anche nella condizione che le personali attività da loro esercitate nel mondo siano orientate verso Dio e vengano esse stesse in certo modo consacrate, facendo parte della completa oblazione a Dio. In questo modo si compie per i membri degli Istituti Secolari quella caratteristica forma di apostolato "ex saeculo" di cui parla il Primo feliciter.

30. Il Decreto Perfectae caritatis bellamente riassume questa dottrina quando afferma che "...la professione degli Istituti Secolari comporta una vera e completa professione dei consigli evangelici nel secolo", aggiungendo subito dopo: "Gli Istituti stessi conservino la propria fisionomia, cioè quella secolare".

31. Questa consacrazione arricchisce la vita dei fedeli, la personalità ecclesiale e la consistenza stessa degli Istituti con la sostanza teologica propria dei consigli evangelici.

Elementi sostanziali

32. Riconoscendo negli Istituti Secolari gli elementi sostanziali degli Istituti di vita consacrata, il Concilio Vaticano II ricorda, alla stregua del Primo feliciter, le specifiche caratteristiche di questi Istituti che risaltano da tre elementi costitutivi:

a) la professione dei consigli evangelici di povertà, castità, obbedienza;
b) l'assunzione dei detti consigli in obblighi, mediante uno stabile vincolo (voto promessa giuramento) riconosciuto e regolato nel diritto della Chiesa;
c) la secolarità, che si esprime in tutta la vita dell'associato e ne permea tutte le sue attività apostoliche.

33. Questi tre elementi sono complementari ed egualmente necessari ed imprescindibili. Se mancasse l'uno o l'altro in qualche Istituto, questo non potrebbe essere secolare. Infatti il carisma fondazionale sarebbe diverso e perciò dovrebbe trovare nell'ordinamento canonico una configurazione giuridica adeguata. I tre citati elementi possono quindi riassumersi nella formula: "stabile impegno (o vincolo) della professione dei consigli evangelici, nell'àmbito della secolarità, riconosciuto dalla Chiesa" .

34. I tre elementi essenziali, di natura teologico giuridica, mentre delimitano e precisano la fisionomia propria di questi Istituti, servono anche a distinguerli bene sia dagli Istituti religiosi sia dalle numerose e varie forme associative che esistono nella Chiesa, nella quale è ben noto e provvidenziale il crescente e progressivo sviluppo delle stesse.

35. E' stata conseguente pertanto la Costituzione Apostolica Regimini Ecclesiae Universae (15 agosto 1967) che dette al Sacro Dicastero preposto agli Istituti di perfezione la denominazione di "Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari" per marcare in modo inequivocabile l'intrinseca diversità esistente tra le Religioni (e assimilate Società) e le nuove forme di vita consacrata nel secolo.

Rinnovamento

36. Gli Istituti Secolari sono ancora nella loro prima età e non sembrerebbero soggetti a quell'aggiornamento o rinnovamento decretato dal Concilio, al quale sono chiamate tutte le comunità per ritornare alle fonti e far rivivere lo spirito dei Fondatori.

37. Per quanto riguarda gli Istituti Secolari dobbiamo riaffermare che soltanto quelli che rispondono ai requisiti fissati nei documenti pontifici possono essere riconosciuti come tali. Se pertanto qualcuno degli Istituti Secolari, influenzato forse dall'ambiente talora impregnato dalla tradizionale struttura della vita religiosa, si fosse scostato dalle chiare indicazioni della Provida Mater, del Primo feliciter e della Cum Sanctissimus dovrebbe rivedere le sue posizioni e ritornare alle fonti della legislazione dei tre documenti pontifici.

38. Naturalmente l'eventuale esame di chiarificazione dovrà essere fatto di concerto con l'autorità che sola può essere giudice in materia così importante.

39. Comunque è chiaro che gli Istituti Secolari non potendo essere religiosi (cfr. Decreto Perfectae caritatis, n. 11) la loro legislazione deve essere formulata in modo da escludere qualsiasi confusione con quella dei religiosi e dev'essere precisata in una terminologia che non dia adito a erronee interpretazioni.

40. La diversità tra gli Istituti Religiosi e gli Istituti Secolari è talmente netta e precisa e, come si è detto sopra, intrinseca, che difficilmente si può comprendere come l'aggiornamento degli Istituti religiosi possa consistere nel passaggio, chiamiamolo così, di un Istituto religioso a un Istituto Secolare. Infatti gli Istituti religiosi, secondo il Decreto Perfectae caritatis si rinnovano nel ritorno allo spirito dei Fondatori nell'equilibrio meditato di una vita che dev'essere modificata, cioè migliorata, ma non cambiata. Quando un Istituto religioso dimostra di non saper vivere secondo il carisma della sua fondazione, difficilmente può ritenersi capace di assimilare lo spirito d'un Istituto Secolare, perché non si tratta di semplici strutture canoniche, ma piuttosto di una vocazione che è data da Dio e confermata dalla Chiesa.

41. Un falso aggiornamento degli Istituti religiosi che ne portasse qualcuno a voler assumere le modalità della vita consacrata "in saeculo" oscurerebbe la figura ecclesiale propria degli Istituti Secolari, ma sarebbe soprattutto assai dannoso per gli stessi Istituti religiosi. Infatti, tale modo di procedere originerebbe quel livellamento e impoverimento della vita religiosa di cui parlava il Santo Padre Paolo VI nel suo discorso alle Superiore Generali nel novembre 1969 e, in ultima analisi, provocherebbe la secolarizzazione globale dello stato religioso, togliendogli cioè quello che lo caratterizza e lo specifica in seno agli Istituti di perfezione della Chiesa. Un Istituto religioso che si secolarizza perde il proprio essere, la propria fisionomia, per dar vita a un organismo di dubbia consistenza. Sia permesso di aggiungere che in qualche Istituto c'è uno stato di difficoltà e di disagio che dev'essere superato con una migliore condizione degli aspetti essenziali della vita religiosa.

42. A loro volta gli Istituti Secolari sappiano che il loro avvenire è assicurato dalla loro fedeltà alla vocazione che li costituisce fermento di attività apostoliche nel mondo con un carisma proprio e distinto.

Incomprensioni e speranze

43. A questo punto conviene aggiungere che gli Istituti Secolari non sono sempre stati debitamente compresi e valutati.

44. Ogni novità nella Chiesa, se da un lato genera speranza ed entusiasmo, dall'altro suscita qualche riserva e diffidenza. Ciò è avvenuto con gli stessi Istituti religiosi, molti dei quali sono passati attraverso il crogiolo della critica e dell'opposizione per essere poi riconosciuti e ammessi come fattori di autentica spiritualità e di vigoroso apostolato.

45. Non c'è quindi da meravigliarsi se gli Istituti Secolari, i quali portano un soffio di vita nuova nella Chiesa, incontrino talora dell'incomprensione, dei contrasti e forse anche dell'opposizione.

46. Sono incompresi gli Istituti Secolari da coloro che vorrebbero inquadrarli nella vecchia disciplina e rivestirli delle forme consacrate dalla vita religiosa. Non comprendono gli Istituti Secolari nemmeno coloro che vacillano dinanzi a movimenti i quali aprono il cammino a una più larga comprensione dell'esigenza dei tempi e a una pratica più agile del Vangelo.

47. Uomini e donne che vogliono consacrarsi a Cristo senza uscire dal mondo, oggi possono scegliere gli Istituti Secolari come mezzo sicuro di santificazione e come strumento efficace di apostolato fecondo e operoso. Essi non solo hanno diritto, ma sentono il bisogno di essere compresi ed essere appoggiati.

48. A questo punto qualcuno potrebbe forse pensare che essendomi dilungato sul carattere peculiare della secolarità degli Istituti Secolari, avessi messo in secondo piano la consacrazione, cioè la professione dei consigli evangelici.

49. Se dopo aver ribadito, a più riprese, la forza intrinseca della consacrazione, ho insistito sulla secolarità, l'ho fatto proprio perché, specialmente in certi settori, dev'essere precisato il valore di questa caratteristica degli Istituti Secolari per evitare la confusione e le sterili polemiche che ne potrebbero derivare.

50. Per alcuni non appartenenti certo a Istituti Secolari la secolarità sarebbe infatti una parvenza, un aspetto puramente fenomenico che nasconderebbe una ben diversa realtà: il che non è affatto vero. La secolarità la si deve intendere nel suo aspetto o contenuto logico che è il più semplice, il più normale, il più completo, il più comunemente inteso. Come il Battesimo, la Cresima, l'Ordine, lasciano intatta la specifica secolarità del fedele così la consacrazione degli Istituti Secolari lascia intatta la secolarità di chi ne è membro.

51. Ma è altrettanto vero, e perciò importante sapere, che la necessaria distinzione tra gli Istituti Secolari e gli Istituti religiosi, data dalla secolarità dei primi, non deve in nessun modo far sottovalutare la consacrazione, patrimonio degli uni e degli altri, perché questa è l'anima della nuova realtà associativa degli Istituti Secolari promossa dalla Chiesa.

52. E con la consacrazione non bisogna dimenticare l'aspetto formativo dei membri dei diversi Istituti Secolari nonché le distinte colorazioni o i vari tipi di Istituti Secolari i quali hanno tutti uguale diritto di cittadinanza entro i limiti definiti dai documenti pontifici e conciliari.

53. Sono argomenti questi (consacrazione formazione tipi diversi) ai quali mi permetto di accennare solamente, ma sono certo che come non si mancherà di trattarne in questo Congresso così si presenteranno occasioni di parlarne con la dovuta ampiezza e il necessario approfondimento.

Sacerdoti degli Istituti Secolari

54. Prima di terminare non posso però non esprimere alcuni pensieri circa gli Istituti Secolari sacerdotali e, più propriamente, circa i sacerdoti i quali per meglio rispondere alla vocazione di consacrazione a Dio e di servizio alle anime, entrano negli Istituti Secolari per arricchirsi di una spiritualità che li stringe sempre più a Cristo e li vincola più intimamente al loro vescovo per essere suoi fedeli ed efficaci cooperatori.

55. Nel Presbyterorum Ordinis (n. 8), il Concilio afferma che vanno "diligentemente incoraggiate le Associazioni le quali, in base a statuti riconosciuti dall'autorità competente, fomentano, grazie a un modo di vita convenientemente ordinato e approvato e all'aiuto fraterno, la santità dei sacerdoti nell'esercizio del loro ministero e mirano in tal modo al servizio di tutto l'Ordine dei Presbiteri".

56. Si noti che il Concilio ha fondato questo principio in favore di Associazioni dei sacerdoti, anche sul diritto naturale di associazione, che spetta, servatis servandis, a tutti i fedeli e a tutti gli uomini. Quando nel Concilio si discusse del diritto di associazione dei sacerdoti, la competente Commissione conciliare dette la seguente risposta, approvata dalla Congregazione Generale del 2 dicembre 1965: "non si può negare ai presbiteri ciò che il Concilio, tenendo conto della dignità della natura umana, dichiarò proprio dei laici, poiché risponde al diritto naturale".

57. Anche i sacerdoti quindi godono del diritto di formare Associazioni rispondenti ai bisogni del clero, per vivere più intensamente la loro vita spirituale, per lavorare più efficacemente nel campo apostolico, per conservare una più intima comunione con i loro confratelli, per servire il loro vescovo con una sempre più fedele e disinteressata dedizione.

58. Uno dei punti su cui s'impernia la vita dei sacerdoti iscritti a Istituti Secolari è il diritto a servirsi dei mezzi spirituali a loro meglio rispondenti per vivere gli impegni di sacerdoti diocesani, e così soddisfare nel modo migliore alle esigenze della diocesanità.

59. La Gerarchia deve vigilare, assistere e orientare il sacerdote ma non può negargli né rendere difficile lo svolgimento della sua elevazione spirituale quando questa naturalmente si compie nell'àmbito di dottrine approvate dalla Chiesa.

60. Né si possono confondere i sacerdoti diocesani iscritti agli Istituti Secolari con quelli che formano parte di altre Associazioni, poiché i primi sono impegnati a vivere in modo stabile i consigli evangelici in una società riconosciuta dalla Chiesa a questo scopo, mentre ciò non si verifica per i secondi. Per questo gli Istituti Secolari sacerdotali sono stati posti sotto la vigilanza della Sacra Congregazione che tutela la santità dei vincoli di perfezione e ne favorisce l'incremento.

61. I sacerdoti diocesani degli Istituti Secolari che sono sparsi in quasi tutti i Paesi del mondo, devono distinguersi per l'integrità e la povertà della vita, per l'obbedienza al loro vescovo e la dedizione al lavoro, portando nella Chiesa il contributo di un autentico apostolato evangelico per la diffusione del Regno di Dio. La presenza di questi sacerdoti per la loro fedeltà alla Chiesa è un baluardo sicuro in mezzo al clero diocesano contro i crescenti pericoli che contrastano il loro ministero.

62. Conviene inoltre notare che le Costituzioni degli Istituti Secolari sacerdotali sono esplicite ed eloquenti a questo riguardo. I sacerdoti che ne fanno parte non solo restano vincolati al loro vescovo in virtù della promessa fatta nell'ordinazione, ma gli sono sottomessi altresì proprio perché membri degli Istituti. Gli Statuti infatti pongono l'esplicita clausola che, per quanto riguarda l'attività pastorale, i detti sacerdoti diocesani dipendono esclusivamente e totalmente dal vescovo il quale può nominarli dove meglio crede e affidar loro qualsiasi ufficio, impegnandosi essi a esser pronti e disponibili per i posti più ingrati e per l'apostolato più impegnativo.

63. Una delle esigenze più forti richiesta negli Istituti Secolari sacerdotali è lo spirito di povertà e di distacco dai beni della terra. Mentre tanto si parla della Chiesa dei poveri, dobbiamo riconoscere che nessun apostolato è veramente efficace sulle anime se il sacerdote non è povero, generoso e amante dei più diseredati. Ora gli Istituti Secolari per i sacerdoti facilitano loro la pratica della povertà, per la cui osservanza si obbligano con voto, con giuramento o con promessa speciale. Le Costituzioni degli Istituti Secolari sacerdotali, ispirati alle norme della Provida Mater, stabiliscono ciò che rende un sacerdote povero nel senso più bello, più pratico ed espressivo.

64. E' provato che gli Istituti Secolari assicurano ai sacerdoti una vita spirituale intensa in mezzo ai pericoli che assalgono in modo particolare il sacerdozio. Il Vescovo francese di Nantes così scriveva alla Sacra Congregazione dei Religiosi: "Se vogliamo mantenere nel nostro clero una profonda vita interiore, il mezzo più sicuro è di farlo appartenere a una società che diriga i suoi membri alla perfezione con la pratica dei voti".

65. Gli Istituti Secolari infine provvedono alla formazione dei sacerdoti che ne fanno parte, con speciali pratiche di pietà, con riunioni, con circoli di studio ove si insegna un'ascetica sicura, si spiegano le encicliche papali, si illustrano i Decreti conciliari, si preparano le istruzioni per i fedeli, ecc.

66. Da quanto detto si può dedurre come sia provvidenziale per un vescovo avere dei sacerdoti sulla cui pietà e scienza teologica, sulla cui fedeltà e valida cooperazione può contare sempre senza riserve. Sarebbe da augurarsi quindi che i sacerdoti diocesani fossero anche membri di qualche Istituto Secolare di perfezione, o almeno di qualche Associazione, perché possano vivere intensamente il sacerdozio di Cristo e imitarne le virtù.

67. Mi piace ricordare a questo proposito le parole che Sua Santità Paolo VI rivolgeva, ancora nel 1965, ai sacerdoti della F.A.C.I. (AAS 1965, p. 648): "E' cosa riconosciuta, purtroppo, che uno dei pericoli più gravi, a cui è esposto il clero in generale, e specialmente quello in cura d'anime, può essere l'isolamento, la solitudine, la perdita dei contatti con i confratelli e talora anche con la stessa popolazione. Di fronte a questa dolorosa eventualità, la F.A.C.I. alimenta nel clero il programma, il bisogno, diremmo la coscienza dell'unione, non certo di carattere sindacale e organizzativo, ma fraterna e operante di tutti i sacerdoti tra di loro...".

68. Queste parole rispecchiano lo spirito fraterno dei sacerdoti iscritti agli Istituti Secolari, che altro non vogliono se non la più stretta collaborazione col vescovo che venerano e amano, l'intesa reciproca tra i membri del Presbiterio diocesano e il bene del popolo a essi affidato.

Conclusione

69. Aprendo il Congresso ho desiderato esporre alcuni postulati che ritengo fondamentali ai fini del vostro incontro e ai quali si riallaccia, in definitiva, tutto quanto vi esporranno gli esimi oratori che parleranno sui diversi temi proposti.

70. Nello svolgimento del programma di questa settimana e nelle discussioni che ne seguiranno, i rappresentanti degli Istituti qui presenti daranno l'apporto della propria esperienza e potranno manifestare il proprio pensiero, esponendo la propria opinione in perfetta libertà. E' necessario che ciascuno dica ciò che sente di essere, ciò che stima di fare, ciò che desidera si faccia nel quadro della dottrina e dei citati documenti emanati dal Sommo Pontefice e, ultimamente, dal Concilio.

Discorso al I Convegno Internazionale

degli Istituti Secolari

Paolo VI, 26 settembre 1970




1. Siate i benvenuti! Noi accogliamo la vostra visita con particolare considerazione pensando alla qualifica, che vi distingue nella Chiesa di Dio, senza che il mondo ne scorga i segni esteriori, quella di rappresentanti, riuniti a Congresso, degli Istituti Secolari, e avvertendo le intenzioni ispiratrici di cotesta visita: voi vi presentate a noi in un duplice atteggiamento: di confidenza, che si apre manifestando l'essere vostro di persone consacrate a Cristo, nella secolarità della vostra vita; di offerta, che si dichiara fedele e generosa alla Chiesa, interpretandone le finalità primarie, quella di celebrare l'unione misteriosa e soprannaturale degli uomini con Dio, il Padre celeste, instaurata da Cristo Maestro e Salvatore, mediante l'effusione dello Spirito Santo, e quella di instaurare l'unione fra gli uomini servendoli in ogni maniera, in ordine al loro benessere naturale e al loro fine superiore, la salvezza eterna.

2. Quanto ci interessa e quanto ci commuove questo incontro! Esso ci fa pensare ai prodigi della grazia, alle ricchezze nascoste del Regno di Dio, alle risorse incalcolabili di virtù e di santità, di cui ancor oggi dispone la Chiesa, immersa, come sapete, in una umanità profana e talora profanatrice, esaltata dalle sue conquiste temporali e altrettanto schiva quanto bisognosa d'incontrarsi con Cristo; la Chiesa, diciamo, attraversata da tante correnti, non tutte positive per il suo incremento nell'unità e nella verità, delle quali Cristo vorrebbe che i suoi figli fossero sempre avidi e gelosi; la Chiesa, questo secolare olivo, dal tronco storico martoriato e contorto, il quale potrebbe sembrare immagine di vecchiaia e di sofferenza, piuttosto che di primaverile vitalità; la Chiesa di questo tempo, capace, invece, voi lo dimostrate, di verdeggiare vigorosa e fresca in nuove fronde e in nuove promesse di frutti impensati e copiosi. Voi rappresentate un fenomeno caratteristico e consolantissimo nella Chiesa contemporanea; e come tale noi vi salutiamo e vi incoraggiamo.

3. Ci sarebbe facile e caro esporre a voi la descrizione di voi stessi, quali la Chiesa vi vede e, in questi ultimi anni, vi riconosce: la vostra realtà teologica, secondo la linea definita dal Concilio Ecumenico Vaticano II (Lumen gentium, n. 44 e Perfectae caritatis, n. 11), la descrizione cioè canonica delle forme istituzionali, che cotesti organismi di cristiani consacrati al Signore e secolari vengono assumendo, l'identificazione del posto e della funzione che essi vanno prendendo nella compagine del Popolo di Dio, i caratteri distintivi che li qualificano, le dimensioni e le forme, con cui essi si attestano. Ma tutto questo voi conoscete benissimo. Noi abbiamo notizie delle sollecitudini che il Dicastero della Curia Romana, incaricato di guidarvi e di assistervi, spende per voi, e conosciamo abbastanza le relazioni, molto accurate e approfondite. che sono state svolte durante il vostro Congresso; non vorremmo ripetere ciò che con tanta competenza è già stato trattato. Piuttosto che delineare ancora una volta cotesto quadro canonico, se una parola dobbiamo dirvi in questa circostanza, preferiamo osservare, con discrezione e sobrietà, l'aspetto psicologico e spirituale della vostra peculiare dedizione alla sequela di Cristo.

4. Fermiamo per un istante lo sguardo su l'origine di cotesto fenomeno, l'origine interiore, l'origine personale e spirituale, su la vostra vocazione, la quale, se presenta molti caratteri comuni con le altre vocazioni che fioriscono nella Chiesa di Dio, alcuni caratteri propri la distinguono e le meritano specifica considerazione.

5. Noi vogliamo innanzi tutto notare l'importanza degli atti riflessi nella vita dell'uomo; atti riflessi molto apprezzati nella vita cristiana, e assai interessanti, specialmente in certi periodi dell'età giovanile, perché determinanti. Chiamiamo coscienza questi atti riflessi; e che cosa significhi e valga la coscienza ciascuno ben sa. Su la coscienza il discorso è lungo nella conversazione moderna, a cominciare dal continuo richiamo al suo lontano albeggiare socratico, poi dal suo risveglio, dovuto principalmente al cristianesimo, sotto l'influsso del quale, dice uno storico, "il fondo dell'anima è cambiato"(cfr. Taine, III, 125). Noi qui fermiamo l'attenzione a quel momento peculiare noto a tutti voi, nel quale la coscienza psicologica, cioè la percezione interiore che l'uomo ha di se stesso, diventa coscienza morale (cfr. S. Th. 1,79,13), nell'atto in cui la coscienza psicologica avverte l'esigenza d'agire secondo una legge pronunciata dentro l'uomo, scritta nel suo cuore, ma obbligante di fuori, nella vita vissuta, con responsabilità trascendente, e, al vertice, in rapporto con Dio, per cui si fa coscienza religiosa. Ne parla il Concilio: Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge, che non è lui a darsi, ma alla quale l'uomo deve obbedire, e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare del bene agli altri e a fuggire il male... L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore, obbedire alla quale costituisce la dignità stessa dell'uomo e secondo la quale egli sarà giudicato (cfr. Rm 2,14-16). La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio". (Qui il Concilio si riferisce ad un mirabile discorso di Papa Pio XII, del 23 marzo 1952, Discorsi ... 14, pp. 19 ss.).

6. In questa prima fase dell'atto riflesso, che chiamiamo coscienza, sorge nell'uomo il senso di responsabilità e di personalità, l'avvertenza dei principi esistenziali e il loro sviluppo logico. Questo sviluppo logico nel cristiano, che ripensa al proprio carattere battesimale, genera i concetti fondamentali della teologia sull'uomo, che si sa e si sente figlio di Dio, membro di Cristo, incorporato nella Chiesa, insignito di quel sacerdozio comune dei fedeli, di cui il Concilio ha richiamato la feconda dottrina (cfr. Lumen gentium, nn. 10-11), e da cui nasce l'impegno d'ogni cristiano alla santità (cfr. ib., nn. 39-40), alla pienezza della vita cristiana, alla perfezione della carità.

7. Questa coscienza, questo impegno, in un dato momento, non senza un raggio folgorante di grazia, si illumina interiormente, e si fa vocazione. Vocazione ad una risposta totale. Vocazione ad una vera e completa professione dei consigli evangelici per alcuni, vocazione sacerdotale per altri. Vocazione alla perfezione per chiunque ne avverta il fascino interiore; vocazione ad una consacrazione, mediante la quale l'anima si concede a Dio, con un atto supremo di volontà e di abbandono insieme, di dono di sé. La coscienza si erige in altare di immolazione: "sit ara tua conscientia mea" prega S. Agostino (En. in Ps. 49; PL 36,578); è come il "fiat" della Madonna all'annuncio dell'Angelo.

8. Siamo ancora nell'àmbito degli atti riflessi, quest'àmbito che ora chiamiamo vita interiore, la quale, a questo punto, ormai si svolge a dialogo: il Signore è presente: "sedes est (Dei) conscientia piorum", dice ancora S. Agostino (En. in Ps. 45; PL 36,520). La conversazione si rivolge al Signore, ma in cerca di determinazioni pratiche. Come san Paolo a Damasco: "Signore, che cosa vuoi ch'io faccia?"(At 9,5). Allora la consacrazione battesimale della grazia si fa cosciente e si esprime in consacrazione morale, voluta, allargata ai consigli evangelici, tesa alla perfezione cristiana; e questa è la prima decisione, quella capitale, quella che qualificherà tutta la vita.

9. La seconda? Qui è la novità, qui è la vostra originalità. Quale sarà in pratica la seconda decisione? Quale la scelta del modo di vivere cotesta consacrazione? Lasceremo o potremo conservare la nostra forma secolare di vita? Questa è stata la vostra domanda; la Chiesa ha risposto: siete liberi di scegliere; potete rimanere secolari. Voi avete scelto, guidati da tanti motivi, certamente bene ponderati, e avete deciso: rimaniamo secolari, cioè nella forma a tutti comune nella vita temporale; e con scelta successiva nell'àmbito del pluralismo consentito agli Istituti Secolari, ciascuno si è determinato secondo la preferenza sua propria. I vostri Istituti si chiamano perciò secolari per distinguerli da quelli religiosi.

10. E non è detto che la vostra scelta, in rapporto al fine di perfezione cristiana che anch'essa si propone, sia facile, perché non vi separa dal mondo, da quella profanità di vita, in cui i valori preferiti sono quelli temporali, ed in cui tanto spesso la norma morale è esposta a continue e formidabili tentazioni. La vostra disciplina morale dovrà essere perciò sempre in stato di vigilanza e d'iniziativa personale, e dovrà attingere ad ogni ora dal senso della vostra consacrazione la rettitudine del vostro operare: l'"abstine et sustine" dei moralisti dovrà giocare un continuo esercizio nella vostra spiritualità. Ecco un nuovo e abituale atto riflesso, uno stato perciò di interiorità personale, che accompagna lo svolgersi della vita esteriore.

11. E avrete così un campo vostro ed immenso, nel quale svolgere la duplice opera vostra: la vostra santificazione personale, la vostra anima, e quella "consecratio mundi", di cui conoscete il delicato e attraente impegno, e cioè il campo del mondo; del mondo umano, qual è, nella sua inquieta e abbagliante attualità, nelle sue virtù e nelle sue passioni, nelle sue possibilità di bene e nella sua gravitazione verso il male, nelle sue magnifiche realizzazioni moderne e nelle sue segrete deficienze e immancabili sofferenze: il mondo. Voi camminate sul fianco d'un piano inclinato, che tenta il passo alla facilità della discesa e che lo stimola alla fatica della ascesa.

12. E' un camminare difficile, da alpinisti dello spirito.

13. Ma in questo vostro ardito programma di vita ricordate tre cose: la consacrazione vostra non sarà soltanto un impegno, sarà un aiuto, sarà un sostegno, sarà un amore, sarà una beatitudine, a cui potrete sempre ricorrere; una pienezza, che compenserà ogni rinuncia e che vi abiliterà a quel meraviglioso paradosso della carità: dare, dare agli altri, dare al prossimo per avere in Cristo. Ed ecco la seconda cosa da ricordare: siete nel mondo e non del mondo, ma per il mondo. Il Signore ci ha insegnato a scoprire sotto questa formula, che sembra un gioco di parole, la sua e la nostra missione di salvezza. Ricordate che voi, proprio come appartenenti ad Istituti Secolari, avete una missione di salvezza da compiere per gli uomini del nostro tempo; oggi il mondo ha bisogno di voi, viventi nel mondo, per aprire al mondo i sentieri della salvezza cristiana.

14. E vi diremo allora la terza cosa da ricordare: la Chiesa. Anch'essa viene a far parte di quella riflessione, a cui abbiamo accennato; diventa il tema d'una continua abituale meditazione, che possiamo chiamare il "sensus Ecclesiae", in voi presente come un'atmosfera di respiro interiore. Voi certamente avete già provato l'ebbrezza di questo respiro, la sua inesauribile ispirazione, nella quale i motivi della teologia e della spiritualità, dopo il Concilio specialmente, infondono il loro soffio tonificante. Uno di questi motivi sempre vi sia presente: voi appartenete alla Chiesa a titolo speciale, il vostro titolo di consacrati secolari; ebbene sappiate che la Chiesa ha fiducia in voi. La Chiesa vi segue, vi sostiene, vi considera suoi, quali figli di elezione, quali membra attive e consapevoli, fermamente aderenti per un verso, agilmente allenate all'apostolato per un altro, disposte alla silenziosa testimonianza, al servizio e, se occorre, al sacrificio. Siete laici, che della professione cristiana fanno un'energia costruttrice, disposta a sostenere la missione e le strutture della Chiesa, le diocesi, le parrocchie, le istituzioni cattoliche specialmente, ed ad animarne la spiritualità e la carità. Siete laici, che per diretta esperienza potete meglio conoscere i bisogni della Chiesa terrena, e forse anche siete in condizione di scoprirne i difetti: voi non ne fate argomento di critica corrosiva e ingenerosa; voi non ne traete pretesto per separarvi e per stare egoisticamente e sdegnosamente appartati; ma ne traete stimolo a più umile e filiale soccorso, a più grande amore. Voi, Istituti Secolari della Chiesa d'oggi! Ebbene, portate il nostro incoraggiante saluto ai vostri Fratelli e alle vostre Sorelle, e abbiate tutti la nostra Benedizione Apostolica.

S. S. PAOLO VI, 26 SETTEMBRE 1970

Discorso ai Rappresentanti

degli Istituti Secolari Sacerdotali e Laicali

Paolo VI, 2 febbraio 1972




Carissimi Figli, membri degli Istituti Secolari!

In questo giorno, dedicato al ricordo liturgico della presentazione di Gesù al Tempio, noi ci incontriamo volentieri con voi per ricordare insieme il XXV anniversario di promulgazione della Costituzione Apostolica Provida Mater, avvenuta appunto il 2 febbraio del 1947 (Cfr. AAS 39, 1947, pp. 114-124). Quel documento fu un evento importantissimo per la vita della Chiesa di oggi, perché il nostro Predecessore Pio XII di v. m. con esso accoglieva, sanciva e approvava gli Istituti Secolari, precisandone la fisionomia spirituale e giuridica. Giorno caro per voi, giorno significativo, in cui, a imitazione del Cristo che, venuto nel mondo, si offerse al Padre per fare la sua volontà (Cfr. Ps. 39, 9; Hebr. 10, 9), anche voi foste presentati a Dio, per brillare davanti a tutta la Chiesa, e per consacrare le vostre vite alla gloria del Padre e alla elevazione del mondo.

MAGNIFICA FIORITURA

Siamo tanto lieti anche noi di questo incontro, perché ben ricordiamo le circostanze in cui maturò lo storico documento, vera magna charta degli Istituti Secolari, i quali, già lentamente preparati in antecedenza dallo Spirito che suscita i segreti impulsi nelle anime, videro in esso il loro accoglimento ufficiale da parte della Suprema Autorità, per opera specialmente del venerato Card. Larraona, il loro atto di nascita, e l’inizio di un nuovo slancio verso il futuro.

Venticinque anni sono un tempo relativamente breve; essi tuttavia sono stati anni di particolare intensità, paragonabili a quelli della giovinezza. È stata una fioritura magnifica, di cui sono conferma la vostra presenza qui, oggi, e la riunione dei Responsabili Generali di tutti gli Istituti Secolari, in programma per il prossimo settembre a Roma. Desideriamo pertanto rivolgervi la nostra parola di incoraggiamento, di fiducia, di esortazione, affinché l’odierna ricorrenza giubilare sia veramente feconda di risultati, per voi e per l’intero Popolo di Dio.

PIENA CONSACRAZIONE E RESPONSABILITÀ

A) Gli Istituti Secolari vanno inquadrati nella prospettiva, in cui il Concilio Vaticano II ha presentato la Chiesa, come una realtà viva, visibile e spirituale insieme (Cfr. Const. Lumen Gentium, 8), che vive e si sviluppa nella storia (Cfr. ibid. 3, 5, 6, 8), composta da molti ,membri e da organi diversi, ma intimamente uniti e comunicanti fra sé (Cfr. ibid. 7), partecipi della stessa fede, della stessa vita, della stessa missione, della stessa responsabilità della Chiesa, e pur distinti da un dono, da un carisma particolare dello Spirito vivificante (Cfr. Const. Lumen Gentium, 7, 12), dato non solo a beneficio personale, ma altresì di tutta la comunità. La ricorrenza della Provida Mater, che volle esprimere e approvare il vostro particolare carisma, vi invita dunque, secondo l’indicazione del Concilio a «ritornare alle sorgenti di ogni vita cristiana e al primigenio spirito degli istituti» (Decr. Perfectae caritatis, 2), a verificare la vostra fedeltà al carisma originario e proprio di ciascuno.

Se ci chiediamo quale sia stata l’anima di ogni Istituto Secolare, che ha ispirato la sua nascita e il suo sviluppo, dobbiamo rispondere: è stata l’ansia profonda di una sintesi; è stato l’anelito alla affermazione simultanea di due caratteristiche: 1) la piena consacrazione della vita secondo i consigli evangelici e 2) la piena responsabilità di una presenza e di una azione trasformatrice al di dentro del mondo, per plasmarlo, perfezionarlo e santificarlo. Da una parte, la professione dei consigli evangelici - forma speciale di vita che serve ad alimentare e a testimoniare quella santità, a cui tutti i fedeli sono chiamati - è segno della perfetta identificazione con la Chiesa, anzi, col suo stesso Signore e Maestro, e con le finalità che Egli le ha affidate. Dall’altra parte, rimanere nel mondo è segno della responsabilità cristiana dell’uomo salvato da Cristo e perciò impegnato a «illuminare e ordinare tutte le realtà temporali . . . . affinché sempre si realizzino e prosperino secondo Cristo, e siano a lode del Creatore e Redentore» (Const. Lumen Gentium, 31).

In tal quadro, non si può non vedere la profonda e provvidenziale coincidenza tra il carisma degli Istituti Secolari e quella che è stata una delle linee più importanti e più chiare del Concilio: la presenza della Chiesa nel mondo. In effetti, la Chiesa ha fortemente accentuato i diversi aspetti della sua relazione al mondo: ha chiaramente ribadito che fa parte del mondo, che è destinata a servirlo, che di esso dev’essere anima e fermento, perché chiamata a santificarlo e a consacrarlo, e a riflettere su di esso i valori supremi della giustizia, dell’amore e della pace.

La Chiesa ha coscienza del fatto che essa esiste nel mondo, che «cammina insieme con tutta l’umanità, e sperimenta insieme col mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana» (Const. Gaudium et Spes, 40); essa perciò ha una autentica dimensione secolare, inerente alla sua intima natura e missione, la cui radice affonda nel mistero del Verbo Incarnato, e che si è realizzata in forme diverse per i suoi membri - sacerdoti e laici - secondo il proprio carisma.

&
Il Magistero pontificio non si è stancato di chiamare i cristiani, specie negli ultimi anni, ad assumere validamente e lealmente le proprie responsabilità davanti al mondo. Ciò è tanto più necessario oggi quando l’umanità si trova a una svolta cruciale della propria storia. Sta sorgendo un mondo nuovo; gli uomini cercano nuove forme di pensiero e di azione, che determineranno la loro vita nei secoli venturi. Il mondo pensa di bastare a se stesso, e di non aver bisogno della grazia divina né della Chiesa per costruirsi e per espandersi: si è formato un tragico divorzio tra fede e vita vissuta, tra progresso tecnico-scientifico e crescita della fede nel Dio vivente. Non senza ragione si afferma che il problema più grave dello sviluppo presente è quello del rapporto tra ordine naturale e ordine soprannaturale. La Chiesa del Vaticano II ha ascoltato questa «vox temporis», e vi ha risposto con la chiara coscienza della sua missione davanti al mondo e alla società; essa sa di essere «sacramento universale di salvezza», sa che non si può dare- pienezza umana senza la grazia, cioè senza il Verbo di Dio, che «è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (Ibid. 45).

In un momento come questo gli Istituti Secolari, in virtù del loro carisma di secolarità consacrata (Cfr. Decr. Perfectae caritatis, 11), appaiono come provvidi strumenti per incarnare questo spirito e trasmetterlo alla Chiesa intera. Se essi, già prima del Concilio, in certo modo hanno anticipato esistenzialmente questo aspetto, con maggior ragione debbono oggi essere testimoni specializzati, esemplari, della disposizione e della missione della Chiesa nel mondo. Per l’aggiornamento della Chiesa oggi non bastano chiare direttive o frequenti documenti: sono richieste personalità e comunità, responsabilmente consapevoli di incarnare e di trasmettere lo spirito voluto dal Concilio. A voi è affidata questa esaltante missione: essere modello di instancabile impulso alla nuova relazione, che la Chiesa cerca di incarnare davanti al mondo e al servizio del mondo.

AMORE E MISSIONE DI CRISTO NEL MONDO

B) In che modo? Con la duplice realtà della vostra configurazione.

Anzitutto, la vostra vita consacrata, nello spirito dei consigli evangelici, è espressione della vostra indivisa appartenenza a Cristo e alla Chiesa, della tensione permanente e radicale verso la santità, e della coscienza che, in ultima analisi, è soltanto Cristo che con la sua grazia realizza l’opera di redenzione e di trasformazione del mondo. È nell’intimo dei vostri cuori che il mondo viene consacrato a Dio (Cfr. Const. Lumen Gentium, 34). La vostra vita garantisce così che l’intenso e diretto rapporto col ,mondo non diventi mondanità o naturalismo, ma sia espressione dell’amore e della missione di Cristo. La vostra consacrazione è la radice della speranza, che sempre vi deve sorreggere, anche quando i frutti esteriori siano scarsi, o manchino del tutto. La vostra vita, più che per le opere esterne, è feconda per il mondo soprattutto per l’amore a Cristo, che vi ha spinti al dono totale di voi stessi, da testimoniare nelle condizioni ordinarie della vita.

In tale luce, i consigli evangelici - pur comuni ad altre forme di vita consacrata - acquistano un significato nuovo, di speciale attualità nel tempo presente: la castità si converte in esercizio ed in esempio vivo di dominio di sé e di vita nello spirito, tesa alle realtà celesti, in un mondo che si ripiega su se stesso e libera incontrollatamente i propri istinti: la povertà diventa modello della relazione che si deve avere con i beni creati e col loro retto uso, con un atteggiamento che è valido sia nei paesi sviluppati, ove l’ansia di possedere minaccia seriamente i valori evangelici, sia nei paesi meno dotati, ove la vostra povertà è segno di solidarietà e di presenza con i fratelli provati; l’obbedienza diventa testimonianza dell’umile accettazione della mediazione della Chiesa e, più in generale, della sapienza di Dio che governa il mondo attraverso le cause seconde; e in questo momento di crisi di autorità, la vostra obbedienza si converte in testimonianza di ciò che è l’ordine cristiano dell’universo.

In secondo luogo, la vostra secolarità vi spinge ad accentuare specialmente - a differenza dei religiosi - la relazione col mondo. Essa non rappresenta solo una condizione sociologica, un fatto esterno, sì bene un atteggiamento: essere presenti nel mondo, sapersi responsabili per servirlo, per configurarlo secondo Dio in un ordine più giusto e più umano, per santificarlo dal di dentro. Il primo atteggiamento da tenere davanti al mondo è quello del rispetto verso la sua legittima autonomia, verso i suoi valori e le sue leggi (Cfr. Const. Gaudium et Spes, 36). Tale autonomia, come sappiamo, non significa indipendenza assoluta da Dio, Creatore e fine ultimo dell’universo. Prendere sul serio l’ordine naturale, lavorando per il suo perfezionamento e per la sua santificazione, affinché le sue esigenze siano integrate nella spiritualità, nella pedagogia, nell’ascetica, nella struttura, nelle forme esterne e nell’attività dei vostri Istituti, è una delle dimensioni importanti di questa speciale caratteristica della vostra secolarità. Così sarà possibile, com’è richiesto dalla Primo feliciter che «il vostro carattere proprio e peculiare, quello secolare, si rifletta in tutte le cose» (II).

LE ATTRIBUZIONI SPECIALI DEL SACERDOTE

Essendo molto variate le necessità del mondo e le possibilità di azione nel mondo e con gli strumenti del mondo, è naturale che sorgano diverse forme di attuazione di questo ideale, individuali e associate, nascoste e pubbliche, secondo le indicazioni del Concilio (Cfr. Decr. Apostolicam actuositatem, 15-22). Tutte queste forme sono parimente possibili agli Istituti Secolari e ai loro membri. La pluralità delle vostre forme di vita (Cfr. Voto sul Pluralismo, Congresso mondiale degli Istituti Secolari, Roma 1970) vi permette di costituire diversi tipi di comunità e di dar vita al vostro ideale in diversi ambienti e con diversi mezzi, anche là dove si può dare testimonianza alla Chiesa soltanto in forma individuale, nascosta e silenziosa.

Una parola ancora per i sacerdoti, che si uniscono negli Istituti Secolari. Il fatto è espressamente previsto dall’insegnamento della Chiesa, a partire dal Motu Proprio Primo feliciter e dal Decreto conciliare Perfectae caritatis. Di per sé, il sacerdote in quanto tale ha anch’egli, come il laico cristiano, una essenziale relazione al mondo, che egli deve esemplarmente realizzare nella propria vita, per rispondere alla propria vocazione, per cui è mandato nel mondo come Cristo è stato inviato dal Padre (Cfr. Io. 20, 21). Ma, come sacerdote, egli assume una responsabilità specificatamente sacerdotale per la retta conformazione dell’ordine temporale. A differenza del laico, - salvo in casi eccezionali, come ha previsto un voto del recente Sinodo Episcopale - egli non esercita questa responsabilità con un’azione diretta e immediata nell’ordine temporale, ma con la sua azione ministeriale e mediante il suo ruolo di educatore alla fede (Cfr. Decr. Presbyterorum ordinis, 6): ed è il mezzo più alto per contribuire a far sì che il mondo si perfezioni costantemente, secondo l’ordine e il significato della creazione.

Aggregandosi a Istituti Secolari, il sacerdote, proprio in quanto secolare, rimane collegato in intima unione di obbedienza e di collaborazione col Vescovo; e, insieme con gli altri membri del presbiterio, è di aiuto ai confratelli nella grande missione di essere «cooperatori della verità», curando i «particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (Ibid. 8) che debbono distinguere tale organismo diocesano. In forza della sua appartenenza agli Istituti Secolari, il sacerdote trova inoltre un aiuto per coltivare i consigli evangelici. Sappiamo bene che questo, dell’appartenenza di sacerdoti agli Istituti Secolari, è un problema sentito, profondo; esso deve essere risolto nel pieno rispetto del «sensus Ecclesiae». Sappiamo che, a tale proposito, voi siete alla ricerca di soluzioni adeguate; e incoraggiamo tale sforzo, che deve ritenersi valido, in un settore che è molto delicato.

Effettivamente, esiste un problema, che si pone nei termini di una triplice esigenza, ciascuna importantissima: vi è l’esigenza rappresentata dalla «secolarità» del sacerdote membro di un Istituto Secolare; l’esigenza, inoltre, che tale sacerdote mantenga un intimo contatto col proprio Istituto, dal quale egli si attende un alimento spirituale, un ristoro e un sostegno alla propria vita interiore; infine, l’esigenza di tenersi in stretta dipendenza dal Vescovo diocesano.

DUE PUNTI FONDAMENTALI

Sappiamo, come abbiamo detto, che state compiendo studi in merito, allo scopo di conciliare queste esigenze apparentemente contrastanti. Cercate liberamente, in questa linea, ponendo a servizio di tale approfondimento i talenti della vostra preparazione, della vostra sensibilità, della vostra esperienza. Ci permettiamo soltanto di richiamare la vostra attenzione su questi punti, che ci sembrano degni di particolare considerazione:

a) Qualsiasi soluzione non deve intaccare minimamente l’autorità del Vescovo, il quale, per diritto divino, è l’unico e diretto responsabile del gregge, della porzione della Chiesa di Dio (Cfr. Act. 20, 28).

b) Nelle vostre ricerche tenete presente inoltre, a tale riguardo, una realtà: che l’uomo è una unità personale, psicologica, attiva. Solo concettualmente si distinguono in lui la dimensione spirituale e quella pastorale.

Con questo non vogliamo - e ci permettiamo di sottolinearlo - condizionare né tanto meno porre termine alla ricerca, che state effettuando, indicandovi già una soluzione. Abbiamo voluto soltanto invitarvi a tenere particolarmente presenti, nella vostra ricerca, due punti che ci sembrano, in essa, d’importanza capitale.

Siamo così giunti al termine delle nostre considerazioni, anche se molte cose resterebbero ancora da dire, e molti sviluppi rimangono aperti. Ma con profonda letizia vi esprimiamo il nostro desiderio e la nostra speranza: che i vostri Istituti siano sempre più modelli ed esempi dello spirito che il Concilio ha voluto infondere nella Chiesa, affinché sia superata la minaccia devastatrice del secolarismo, che esalta unicamente i valori umani, distaccandoli da Colui che è la loro origine e dal Quale ricevono il loro significato e la loro finalità definitiva; e affinché la Chiesa sia veramente il fermento e l’anima del mondo.

La Chiesa ha bisogno della vostra testimonianza! L’umanità aspetta che la Chiesa incarni sempre più questo nuovo atteggiamento davanti al mondo, che in voi, in virtù della vostra secolarità consacrata, deve brillare in modo specialissimo. A tanto vi incoraggia la nostra Apostolica Benedizione, che di cuore impartiamo a voi qui presenti, e a tutti i membri dei cari e benemeriti Istituti Secolari.

S. S. PAOLO VI, 2 FEBBRAIO 1972

Discorso ai partecipanti al
Congresso Internazionale dei
Dirigenti degli Istituti Secolari - 1972
Paolo VI, 20 settembre 1972




Diletti Figli e Figlie nel Signore,

Ancora una volta ci è data l’occasione di incontrarci con voi, Dirigenti degli Istituti Secolari, che siete e rappresentate una porzione fiorente e rigogliosa della Chiesa, in questo momento della storia. La circostanza che vi ha ricondotto davanti a noi è questa volta il Congresso Internazionale che avete svolto e state per concludere qui a Nemi, presso la nostra residenza estiva di Castel Gandolfo, e nel quale avete esaminato gli statuti della erigenda «Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari» (C.M.I.S.).

Noi non vogliamo entrare nel merito dei vostri lavori, certamente condotti con profondità e impegno, sotto la vigile cura e con la partecipazione del Sacro Dicastero competente, ed ai quali auspichiamo frutti copiosi in ordine all’incremento delle vostre Istituzioni. Desideriamo piuttosto indugiare in alcune riflessioni circa quella che potrebbe essere la funzione degli Istituti Secolari nel mistero di Cristo e nel mistero della Chiesa.

Quando guardiamo a voi, e pensiamo alle migliaia e migliaia di uomini e di donne di cui fate parte, non possiamo non sentirci consolati, mentre ci invade nell’intimo un vivo senso di gioia e di riconoscenza al Signore. Come forte e fiorente appare in voi la Chiesa di Cristo! Questa Madre nostra veneranda, che oggi taluni, anche tra i suoi figli, fanno bersaglio di critiche aspre e impietose; di cui qualcuno si diletta a descrivere fantasiosi sintomi di decrepitezza e a predire rovine; eccola, invece, divenire un gettito ininterrotto di gemme nuove, un fiorire insospettato di iniziative di santità. Noi sappiamo che dev’essere così, e non potrebbe essere altrimenti che così, perché Cristo è la divina inesauribile fonte della vitalità della Chiesa; e la vostra presenza ce ne offre una ulteriore testimonianza, ed è per tutti noi occasione di rinnovata consapevolezza.

Ma vogliamo guardare più da vicino il vostro volto, nella famiglia del Popolo di Dio. Anche voi riflettete un «modo proprio» in cui si può rivivere il mistero di Cristo nel mondo: e un «modo proprio» in cui si può manifestare il mistero della Chiesa.

Cristo Redentore è una tale pienezza, che noi non potremo mai comprendere né esprimere al completo. Egli è tutto per la sua Chiesa e, in essa, quello che noi siamo lo siamo proprio per Lui, con Lui ed in Lui. Anche per gli Istituti Secolari Egli resta dunque l’esemplare ultimo, l’ispiratore, la sorgente da cui attingere.

Basati su Cristo Salvatore e a suo esempio svolgete, in modo a voi proprio e caratteristico, un’importante missione della Chiesa. Ma anche la Chiesa, a suo modo, come Cristo, è una pienezza tale, è tale una ricchezza che nessuno da solo, nessuna istituzione da sola, potranno mai comprendere ed esprimere adeguatamente. Né sarebbe a noi possibile scoprirne le dimensioni, perché la sua vita è Cristo, che è Dio. Dunque anche la realtà della Chiesa, e la missione della Chiesa, possono essere espresse completamente solo nella pluralità dei membri. È la dottrina del Corpo Mistico di Cristo, la dottrina dei doni e dei carismi dello Spirito Santo.

Il discorso ci conduce qui, voi l’avete compreso, ad interrogarci sul modo a voi proprio di compiere la missione della Chiesa. Qual è il vostro dono specifico, il vostro ruolo caratteristico, il «quid novum» da voi apportato alla Chiesa di oggi? Oppure: in che modo siete voi Chiesa oggi ? Voi lo sapete; l’avete ormai chiarito a voi stessi e alla comunità cristiana. Noi lo supponiamo.

Voi siete ad una misteriosa confluenza tra le due poderose correnti della vita cristiana, accogliendo ricchezze dall’una e dall’altra. Siete laici, consacrati come tali dai sacramenti del battesimo e della cresima, ma avete scelto di accentuare la vostra consacrazione a Dio con la professione dei consigli evangelici, assunti come obblighi con un vincolo stabile e riconosciuto. Restate laici, impegnati nei valori secolari propri e peculiari del laicato (Lumen Gentium, 31), ma la vostra è una «secolarità consacrata» (PAOLO VI, Discorso ai Dirigenti e Membri degli Istituti Secolari nel XXV della «Provida Mater», AAS 64, 1972, p. 208), voi siete «consacrati secolari» (PAOLO VI, Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale degli Istituti Secolari, 26 settembre 1970, AAS 62, 1970, p. 623).

Pur essendo «secolare», la vostra posizione in certo modo differisce da quella dei semplici laici, in quanto siete impegnati negli stessi valori del mondo, ma come consacrati: cioè non tanto per affermare l’intrinseca validità delle cose umane in se stesse, ma per orientarle esplicitamente secondo le beatitudini evangeliche; d’altra parte non siete religiosi, ma in certo modo la vostra scelta conviene con quella dei religiosi, perché la consacrazione che avete fatto vi pone nel mondo come testimoni della supremazia dei valori spirituali ed escatologici, cioè del carattere assoluto della vostra carità cristiana, la quale quanto più è grande tanto più fa apparire relativi i valori del mondo, mentre al tempo stesso ne aiuta la retta attuazione da parte vostra e degli altri fratelli.

Nessuno dei due aspetti della vostra fisionomia spirituale può essere sopravvalutato a scapito dell’altro. Ambedue sono coessenziali. «Secolarità» indica la vostra inserzione nel mondo. Essa però non significa soltanto una posizione, una funzione, che coincide col vivere nel mondo esercitando un mestiere, una professione «secolare». Deve significare innanzitutto presa di coscienza di essere nel mondo come «luogo a voi proprio di responsabilità cristiana». Essere nel mondo, cioè essere impegnati nei valori secolari, è il vostro modo di essere Chiesa e di renderla presente, di salvarvi e di annunziare la salvezza. La vostra condizione esistenziale e sociologica diventa vostra realtà teologica, è la vostra via per realizzare e testimoniare la salvezza. Voi siete così un’ala avanzata della Chiesa «nel mondo»; esprimete la volontà della Chiesa di essere nel mondo per plasmarlo e santificarlo «quasi dall’interno a modo di fermento» (Lumen Gentium, 31), compito, anch’esso, affidato precipuamente al laicato. Siete una manifestazione particolarmente concreta ed efficace di quello che la Chiesa vuol fare per costruire il mondo descritto ed auspicato dalla Gaudium et spes.

«Consacrazione» indica invece l’intima e segreta struttura portante del vostro essere e del vostro agire. Qui è la vostra ricchezza profonda e nascosta, che gli uomini in mezzo ai quali vivete non si sanno spiegare e spesso non possono neppure sospettare. La consacrazione battesimale è stata ulteriormente radicalizzata in seguito ad una accresciuta esigenza di amore, suscitata in voi dallo Spirito Santo; non nella stessa forma della consacrazione propria dei religiosi, ma purtuttavia tale da spingervi ad una opzione fondamentale per la vita secondo le beatitudini evangeliche. Così che siete realmente consacrati e realmente nel mondo. «Siete nel mondo e non del mondo, ma per il mondo», come altra volta noi stessi vi abbiamo descritti (PAOLO VI, Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale degli Istituti Secolari, 26 settembre 1970, AAS 62, 1970, p. 623). Vivete una vera e propria consacrazione secondo i consigli evangelici, ma senza la pienezza di «visibilità» propria della consacrazione religiosa; visibilità che è costituita, oltre che dai voti pubblici, da una più stretta vita comunitaria e dal «segno» dell’abito religioso. La vostra è una forma di consacrazione nuova e originale, suggerita dallo Spirito Santo per essere vissuta in mezzo alle realtà temporali, e per immettere la forza dei consigli evangelici - cioè dei valori divini ed eterni - in mezzo ai valori umani e temporali.

Le vostre scelte di povertà, castità e ubbidienza sono modi di partecipazione alla croce di Cristo, perché a Lui vi associano nella privazione di beni altrove pur leciti e legittimi; ma sono anche modi di partecipazione alla vittoria di Cristo risorto, in quanto vi liberano dal facile sopravvento che tali valori potrebbero avere sulla piena disponibilità del vostro spirito. La vostra povertà dice al mondo che si può vivere tra i beni temporali e si può usare dei mezzi della civiltà e del progresso, senza farsi schiavi di nessuno di essi; la vostra castità dice al mondo che si può amare con il disinteresse e l’inesauribilità che attinge al cuore di Dio, e ci si può dedicare gioiosamente a tutti senza legarsi a nessuno, avendo cura soprattutto dei più abbandonati; la vostra ubbidienza dice al mondo che si può essere felici pur senza fermarsi in una comoda scelta personale, ma restando pienamente disponibili alla volontà di Dio, come appare dalla vita quotidiana, dai segni dei tempi e dalle esigenze di salvezza del mondo di oggi.

Così, dalla vostra vita consacrata, anche la vostra attività nel mondo - sia personale che collettiva, nei settori professionali in cui siete singolarmente o comunitariamente impegnati - riceve un più spiccato orientamento verso Dio, restando in certo qual modo anch’essa come coinvolta e trasportata nella stessa vostra consacrazione. E in questa singolare e provvidenziale configurazione, voi arricchite la Chiesa di oggi di una particolare esemplarità nella sua vita «secolare», vivendola come consacrati; e di una particolare esemplarità nella sua vita «consacrata», vivendola come secolari.

A questo punto vorremmo soffermarci su un particolare aspetto di fecondità delle vostre Istituzioni. Vogliamo alludere al folto gruppo di coloro che, consacrati a Cristo nel sacerdozio ministeriale e desiderando di unirsi a Lui con ulteriore vincolo di donazione, abbracciano la professione dei consigli evangelici, confluendo a loro volta negli Istituti Secolari. Noi pensiamo a questi nostri fratelli nel sacerdozio di Cristo, e li vogliamo incoraggiare, mentre ammiriamo in loro, ancora una volta, l’azione dello Spirito, instancabile nel suscitare l’ansia di sempre maggiore perfezione. Quanto fin qui detto, vale certamente anche per loro, ma abbisognerebbe di altri approfondimenti e precisazioni. Essi infatti pervengono alla consacrazione nei consigli evangelici e all’impegno dei valori «secolari» non già come laici, bensì come chierici, cioè portatori di una mediazione sacra nel Popolo di Dio. Oltre al Battesimo e alla Cresima, che costituiscono la consacrazione di base del laicato nella Chiesa, essi hanno ricevuto una susseguente specificazione sacramentale nell’Ordine Sacro, che li ha costituiti titolari di determinate funzioni ministeriali nei confronti dell’Eucaristia e del Corpo Mistico di Cristo. Ciò ha lasciato intatta l’indole «secolare» della vocazione cristiana, ed essi possono quindi arricchirla, vivendola come «consacrati» negli Istituti Secolari, ma ben diverse sono le esigenze della loro spiritualità, nonché certe implicanze esteriori nella loro pratica dei consigli evangelici e nel loro impegno secolare.

Vogliamo ora concludere rivolgendo a tutti un pressante e paterno invito: quello di coltivare e incrementare, di avere a cuore sempre e soprattutto, la comunione ecclesiale. Voi siete articolazioni vitali di questa comunione, perché anche voi siete la Chiesa; non vogliate giammai attentare alla loro efficienza. Non si potrebbe concepire né comprendere un fenomeno ecclesiale al di fuori della Chiesa. Non vi lasciate mai sorprendere, neppure sfiorare dalla tentazione oggi troppo facile, che sia possibile un’autentica comunione con Cristo senza una reale armonia con la comunità ecclesiale retta dai legittimi pastori. Sarebbe ingannevole e illusorio. Che cosa potrebbe contare un singolo o un gruppo, pur nelle intenzioni soggettivamente più alte e perfette, senza questa comunione? Cristo ce l’ha chiesta come garanzia per ammetterci alla comunione con Lui, allo stesso modo che ci ha chiesto di amare il prossimo come documentazione del nostro amore per Lui.

Voi siete dunque di Cristo e per Cristo, nella sua Chiesa; Chiesa è la vostra comunità locale, il vostro Istituto, la vostra parrocchia, ma sempre nella comunione di fede, di Eucaristia, di disciplina e di fedele e leale collaborazione con il vostro Vescovo e con la Gerarchia. Le vostre strutture e le vostre attività non dovranno mai condurvi - siate sacerdoti o laici - ad una «bipolarità» di posizioni, né ad un «alibi» di atteggiamento interiore ed esteriore, né tanto meno a posizioni antitetiche con i vostri pastori.

A questo vi invitiamo; questo vi auguriamo, perché possiate essere in mezzo al mondo operatori autentici dell’unica missione salvifica della Chiesa, nel modo a voi proprio, a cui siete stati chiamati e inviati. Così il Signore vi aiuti a prosperare e fruttificare ancora, con la nostra Benedizione Apostolica.

S. S. PAOLO VI, 20 SETTEMBRE 1972

Discorso di introduzione all'assemblea dei Responsabili Generali

Card. Eduardo Pironio

(23 agosto 1976)




1. Fratelli e amici carissimi, vorrei salutarvi con le stesse parole dell'apostolo Paolo ai Romani: "Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo".

2. E un augurio sincero, all'inizio del vostro incontro nel Signore (cfr. Mc 6,30), che riguarda tre atteggiamenti che il mondo contemporaneo nel quale siete pienamente inseriti per una speciale vocazione si attende da voi: una pace profonda e serena, una gioia contagiosa, una speranza irresistibile e creatrice.

3. Che la preghiera, che è il tema della vostra Assemblea, vi faccia artefici di pace, messaggeri di gioia e profeti di speranza. Ne abbiamo bisogno. Ne hanno bisogno gli uomini nostri fratelli ai quali Cristo ci invia in quest'ora della storia, per annunciare loro la Buona Notizia della Salvezza (cfr. Rm 1,16).

4. Iniziando i lavori di questa Assemblea desidero offrirvi alcune semplici riflessioni. Non si tratta di un discorso di apertura, ma di alcune riflessioni che un fratello ed amico vi vuole comunicare. Voglio dirvi, con tutta semplicità, quello che secondo me dovrebbe essere la vostra Assemblea.

5. Innanzi tutto, un avvenimento, un fatto ecclesiale. E' tutta la Chiesa che attende una vostra risposta. E' tutta la Chiesa che vi invia al mondo per trasformarlo dal di dentro "come fermento" (LG 31). Rappresentate per la Chiesa un modo nuovo di essere nel mondo "sacramento universale di salvezza": siete laici consacrati, incorporati pienamente nella storia degli uomini per mezzo della vostra professione e del vostro stile di vita uguale agli altri, radicalmente dedicati a Cristo, attraverso i consigli evangelici, come testimoni del Regno.

6. La vostra esistenza e la vostra missione, come laici consacrati, non hanno senso se non partendo da dentro una Chiesa che ci si presenta come presenza quotidianamente rinnovata del Cristo della Pasqua, come segno e strumento di comunione (LG 1), come sacramento universale di salvezza. La Chiesa, in definitiva, è questo: "Cristo in voi, Speranza della gloria" (Col 1, 27). Essere segno e comunicazione di Cristo per la salvezza integrale di tutti gli uomini: di qui il senso della vostra missione nella Chiesa.

7. Vivere questa Assemblea come avvenimento ecclesiale significa, perciò, due cose: vivere gioiosamente la profondità del mistero della presenza di Cristo in essa e sentire serenamente la responsabilità di rispondere alle attese degli uomini di oggi. E per questo bisogna essere aperti alla Parola di Dio e al tempo stesso attenti alle esigenze della storia. Dobbiamo vivere con fedeltà e gioia il momento concreto della Chiesa: nella sua attualità di oggi e nella sua fisionomia specifica di Chiesa locale, indissolubilmente legata alla Chiesa universale.

8. Ma questa Assemblea è anche, proprio perché avvenimento ecclesiale, un avvenimento familiare: ossia è l'incontro della famiglia degli Istituti Secolari, con la loro diversità di carismi, ma con la stessa identità di secolarità consacrata. Si tratta di un incontro profondo e fraterno in Cristo di tutti coloro che sono stati scelti in modo speciale dal Cristo per realizzare la loro totale consacrazione a Dio, per mezzo dei consigli evangelici, nel mondo, a partire dal mondo, per la trasformazione del mondo, ordinando secondo il piano di Dio le cose temporali.

9. E poiché è un incontro di famiglia riuniti dallo Spirito Santo dalle diverse parti del mondo deve realizzarsi in un clima di straordinaria semplicità, di profonda preghiera e di sincera fraternità evangelica.

10. Clima di semplicità e povertà: aperti tutti alla Parola di Dio, poiché abbiamo grandemente bisogno di essa, e aperti anche alla feconda e svariata ricchezza dei fratelli, disposti tutti quanti a condividere con umiltà e generosità i differenti doni e carismi dei quali ci ha arricchito lo Spirito per la comune edificazione (cfr. 1 Col 12,4 7). Colui che si sente sicuro di se stesso e in possesso esclusivo della verità completa non è capace di aprirsi con docilità alla Parola di Dio ed è perciò incapace di un dialogo costruttivo di Chiesa. La Parola di Dio, come in Maria Santissima, esige molta povertà, molto silenzio, molta disponibilità.

11. Poi è necessario un clima di preghiera. E più ancora: è essenziale, nel vostro incontro. Non vi siete riuniti per riflettere tecnicamente sulla preghiera, ma per pensare insieme, alla luce della Parola di Dio e partendo dalla vostra esperienza quotidiana, come deve essere la preghiera di un laico consacrato oggi. Non si tratta, per voi, di discutere le diverse forme di preghiera, ma di vedere nella pratica, vivendo a fondo la vostra professione e il vostro impegno temporale, come possiate entrare in una immediata e costante comunione con Dio.

12. Per questo codesta Assemblea che tratta della preghiera come espressione della consacrazione, come sorgente della missione e come chiave della formazione deve essere essenzialmente un'Assemblea di preghiera. Ossia lo scopo principale del nostro riunirci è quello di pregare. E Gesù è in mezzo a noi e ci assicura l'efficacia infallibile della nostra preghiera poiché ci siamo riuniti nel suo Nome (cfr. Mt 18,20).

13. E infine è necessario un clima di fraternità evangelica: si tratta di un incontro veramente profondo di fratelli, riuniti in Gesù dallo Spirito; ognuno conserva la propria identità specifica, fedele specialmente al carisma del proprio Istituto, però vivendo a fondo una stessa esperienza di Chiesa, e tutti ci sentiamo appartenenti a uno stesso Popolo di Dio (cfr. Ef 2,19), membri di uno stesso Corpo di Cristo (1 Co 12,27) e pietre vive di un medesimo Tempio dello Spirito (cfr. Pt 2,5; Ef 2,20 22). Questa è la Chiesa: la convocazione di tutti in Cristo da parte dello Spirito per la gloria del Padre e la salvezza degli uomini.

14. Questa fraternità evangelica si esprime meravigliosamente nella semplicità e nella gioia di ogni giorno. Sono state le caratteristiche della comunità cristiana primitiva: "Spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore" (At 2,46). Quando si complicano troppo le cose e i volti si fanno dolorosamente tristi, vuol dire che manca un'autentica e costruttiva fraternità evangelica.

15. Sono le tre condizioni o esigenze di questa Assemblea di laici consacrati: semplicità di poveri, profondità di preghiera, sincera fraternità in Cristo.

16. Vorrei adesso segnalare soltanto segnalare, perché non desidero che questa introduzione diventi troppo lunga tre punti che mi sembrano essenziali per questo congresso che inizia oggi: la Chiesa, la Secolarità consacrata e la Preghiera.

17. Permettetemi di farlo visto che l'Assemblea tratta della preghiera alla luce della Preghiera Sacerdotale o apostolica di Gesù: ascoltiamo insieme alcuni versetti della bellissima orazione del Signore: "Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te… Padre, che siano una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato… Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo… Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità: la tua parola è verità... Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17).

18. Avendo come punto di partenza questa preghiera di Gesù, che illumina sempre la vostra attività fondamentale di uomini che vivono nel mondo e che pregano, vorrei sottolineare i tre punti prima accennati: senso ecclesiale, esigenze della secolarità consacrata, modo di pregare.

19. 1° Senso ecclesiale. La nostra preghiera si realizza dall'interno della Chiesa concepita come comunione fraterna degli uomini con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. "Io in loro e tu in me, affinché siano perfettamente una cosa sola": questa è la Chiesa. Perciò la nostra preghiera anche se stiamo pregando da soli o in piccoli gruppi ha sempre una dimensione ecclesiale. E' tutta quanta la Chiesa che prega in noi. Insomma è lo stesso Cristo misteriosamente presente nella Chiesa (SC 7) colui che in noi e con noi prega il Padre. Per mezzo dello Spirito, che abita in noi (Rm 8,9 e 11), grida "con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26): "Abba", ossia "Padre" (Rom 8,15).

20. Questo senso ecclesiale fa sì che la nostra preghiera abbia una dimensione profondamente umana e cosmica, ossia diretta verso gli uomini e la storia. E' una preghiera che illumina ed assume il dolore e la gioia degli uomini per offrirli, dall'interno della storia, al Padre. E' una preghiera che tende a trasformare il mondo "salvato nella speranza" (cfr. Rm 8,24) e ad accelerare la venuta definitiva del Regno (cfr. 1 Co 15,24 28). Lo chiediamo ogni giorno nel Padre nostro: "Venga il tuo Regno".

21. Senso ecclesiale! E' essenziale per il nostro essere cristiani. E' essenziale per il nostro essere consacrati. E' essenziale per la nostra preghiera. Quando ci si sente pienamente Chiesa ossia, presenza salvatrice del Cristo della Pasqua nel mondo si prova allo stesso tempo l'urgenza di pregare, così come fece Gesù e partendo dal Cuore di Figlio e redentore di Cristo, adoratore del Padre e servitore degli uomini.

22. Questa Assemblea dovrà riflettere costantemente questo senso ecclesiale. In una forma palpabile si dovrà qui sentire la Chiesa: come presenza del Cristo pasquale, come sacramento di unità, come segno e strumento universale di salvezza. Vivete la Chiesa, esprimete la Chiesa, comunicate la Chiesa, per pregare con Cristo dall'interno della Chiesa.

23. Ma per questo è necessario il dono dello Spirito Santo, che nella Chiesa è "il principio di unità e comunione" (LG 13). Lo Spirito Santo è all'inizio della nostra preghiera: grida in noi con "gemiti inesprimibili"(Rm 8,26) e "nessuno può dire: 'Gesù è il Signore', se non sotto l'azione dello Spirito Santo"(1 Co 12,3). Ma è anche il frutto della nostra preghiera, il contenuto centrale di quello che nella preghiera chiediamo: "Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!"(Lc 11,13).

24. E' lo Spirito che fa l'unità nella Chiesa. Per questo l'unità ecclesiale, la vera comunione di tutti in Cristo, è frutto della nostra preghiera fatta con autenticità nello Spirito. E questa unità è urgente, oggi, nella nostra Chiesa, così dolorosamente scossa e sotto tensione, così come è urgente anche nel cuore della storia dell'umanità che avanza verso l'incontro definitivo, attraverso una serie di contrasti, equivoci profondi, insensibilità e odio.

25. Ma questa Chiesa comunione popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (S. Cipriano; LG 4) è inviata al mondo per essere "sacramento universale di salvezza"(AG 1). E' una Chiesa essenzialmente missionaria ed evangelizzatrice, inserita nel mondo come luce, sale e lievito di Dio per la salvezza di tutti gli uomini. "La Chiesa - dice il Concilio - cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio" (GS 40).

26. Questa esigenza della Chiesa essenzialmente Chiesa della testimonianza e della profezia, dell'incarnazione e della presenza, della missione e del servizio presuppone in tutti i membri della Chiesa una insostituibile profondità contemplativa. Davanti alle urgenze della Chiesa di oggi e dinanzi alle attese degli uomini di oggi, non è più possibile che questo atteggiamento semplice ed essenziale: "Signore, insegnaci a pregare"(Lc 11,1).

Proprio per questo ci siamo riuniti qui.

27. 2° Secolarità consacrata. In questo fondamentale rapporto Chiesa Mondo, in questo inserimento missionario della Chiesa nella storia dell'umanità, si colloca precisamente, cari amici, la vostra vocazione specifica. Perché tutta la Chiesa è missionaria, ma non nella stessa maniera; tutta la Chiesa è profetica, ma non allo stesso livello; tutta la Chiesa si incarna nel mondo, ma non nello stesso modo. La vostra maniera è insostituibile, originale e unica, vissuta con generosità e gioia come dono speciale dello Spirito.

28. Si tratta, infatti, della vostra secolarità consacrata. Siete pienamente consacrati, radicalmente dedicati a "seguire Cristo" mediante i consigli evangelici, però continuate ad essere pienamente laici, a vivere in Cristo la vostra professione, il vostro impegno temporale, i vostri "doveri del mondo nelle condizioni ordinarie della vita"(AA 4).

29. La consacrazione a Dio non vi toglie dal mondo: vi ci incorpora in un modo nuovo. Date interiormente pienezza alla vostra consacrazione battesimale, ma continuate a vivere nel mondo, in tutte e ciascuna delle attività e professioni, così come nelle condizioni ordinarie della vita familiare e sociale. Vi appartiene pienamente, è di vostra pertinenza, per vocazione propria, cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio (LG 31). Assume in voi un significato speciale la preghiera di Gesù: "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno.

Per loro io consacro me stesso (= mi immolo e sacrifico), perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17).

30. E' un nuovo modo di presenza della Chiesa nel mondo. Nessuno nella Chiesa (neppure il contemplativo) lascia di essere presente nel mondo ed è estraneo alla storia. E nessuno se ha ricevuto "l'unzione dal Santo" nel Battesimo (1 Gv 2,20), lascia di essere radicalmente dedicato al Vangelo come testimone nel mondo della Pasqua di Gesù. Ma la vostra speciale consacrazione a Dio mediante i consigli evangelici vi impegna ad essere nel mondo testimoni del Regno e vi incorpora al mistero pasquale di Gesù alla sua morte e resurrezione in una maniera più profonda e radicale, senza per questo togliervi dalle responsabilità normali della vostra attività familiare, sociale e politica, che costituiscono l'àmbito proprio della vostra vocazione e della vostra missione.

31. Sono questi, cari amici, i due aspetti della vostra ricchissima, meravigliosa e provvidenziale vocazione nella Chiesa: la secolarità e la consacrazione. Dovete viverli con la stessa intensità e pienezza, inseparabilmente uniti, come due elementi essenziali di una stessa realtà: la secolarità consacrata. L'unico modo, per voi, di vivere la vostra consacrazione è quello di dedicarvi alla radicalità del Vangelo dall'interno del mondo, a partire dal mondo, rimanendo indissolubilmente fedeli ai vostri compiti temporali e alle esigenze interiori dello Spirito come testimoni privilegiati del Regno (cfr. GS 43). E' l'unica maniera per realizzare in pienezza, adesso, la vostra vocazione secolare poiché il Signore è entrato misteriosamente nella vostra vita e vi ha chiamati in modo speciale a seguirlo radicalmente è vivere con gioia quotidianamente rinnovata la vostra fedeltà a Dio nella fecondità della contemplazione, nella serenità della croce, nella pratica generosa dei consigli evangelici .

32. E' necessario trasformare il mondo, santificarlo dal di dentro, vivendo a fondo lo spirito delle beatitudini evangeliche e preparando così "i nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2 Pt 3,13).

33. La secolarità consacrata esprime e realizza, in maniera privilegiata l'unione armoniosa dell'edificazione del Regno di Dio e della costruzione della città temporale, l'annuncio esplicito di Gesù nella evangelizzazione e le esigenze cristiane della promozione umana integrale.

34. Vivete la gioia di questa consacrazione secolare, che nel mondo di oggi è più che mai attuale. C'è bisogno di coraggiosi testimoni del Regno. Siate fedeli alle esigenze del Vangelo e preparate dal di dentro un mondo nuovo. Vivete con responsabilità e forza d'animo il rischio della vostra secolarità impegnata in una speciale consacrazione a Cristo per mezzo dello Spirito. Siate fedeli all'ora vostra, alla vostra professione, al vostro impegno temporale, alle attese degli uomini di Dio, alla fame di Gesù e del suo Regno.

35. Vivete pienamente la vostra consacrazione a partire da una secolarità pienamente realizzata con il cuore aperto al Regno, al Vangelo, a Gesù, e impegnatevi a trasformare il mondo a partire dalla gioia della vostra consacrazione e con lo spirito delle Beatitudini generosamente fatte proprie ed espresse. Siate fortemente contemplativi per distinguere il Signore che passa nelle attuali circostanze della storia, per collaborare al piano della salvezza di Dio che volle "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,10).

36. 3° Modo di pregare. Questo ci introduce nell'ultimo punto della nostra semplice riflessione: la preghiera. Questa vostra Assemblea è dedicata non soltanto a pensare, a riflettere sulla preghiera, ma anche e soprattutto a celebrarla. Nel cuore inquieto di ciascuno di noi esiste un desiderio ardente e semplice: "Signore insegnaci a pregare" (Lc 11,1). E' l'invocazione piena di speranza dei poveri che cercano in Gesù il maestro della preghiera. E' in Lui che anche noi impareremo a pregare, come uomini concreti di un tempo nuovo. "Signore, in questo momento tormentato della storia, in questo periodo difficile della Chiesa, io che vivo nel mondo, come consacrato radicalmente al Vangelo, per trasformare il mondo secondo il tuo disegno, Signore, io che soffro e spero con la sofferenza e la speranza degli uomini di oggi, come devo pregare? Come devo pregare per non perdere la profondità contemplativa, né la permanente capacità di servire i miei fratelli? Come devo pregare senza sfuggire il problema degli uomini né abbandonare le esigenze della mia vita quotidiana, ma senza perdere neppure di vista che Tu sei l'unico Dio, che è necessaria una sola cosa (Lc 10,42) e che è urgente cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,33)? Come devo pregare nel mondo e a partire dal mondo? Come posso incontrare un momento di silenzio e uno spazio di deserto per ascoltare Te in forma esclusiva e dedicarmi con gioia alla tua Parola in mezzo a una città così assordata dalle parole degli uomini e così piena di attività e problemi che mi incalzano? Signore, insegnaci a pregare".

37. E' questo, miei cari amici, il vostro desiderio. E' questa la vostra dolorosa preoccupazione e la vostra serena speranza. In questa Assemblea celebrazione comunitaria della preghiera il Signore vi insegnerà a pregare. Soprattutto vi dirà che non è difficile e molto meno impossibile. Perché Egli ci ordina di pregare sempre e senza stancarsi (Lc 18,1) e Dio non comanda cose impossibili (S. Agostino: De Natura et Gratia 43,50)

38. Non voglio entrare nei dettagli del tema della vostra Assemblea. Permettetemi soltanto, come fratello e amico, che vi indichi alcune tracce per i vostri lavori.

39. Innanzi tutto, la persona stessa di Cristo. Bisogna cercare nel Vangelo la figura di Cristo che prega: nel deserto, sulla montagna, nel cenacolo, nell'agonia dell'orto, sulla croce. Quando, come e perché pregò Cristo? Vorrei solamente ricordarvi che la preghiera di Gesù così profondamente filiale e redentrice era sempre mista a una forte esperienza del Padre nella solitudine, a una coscienza molto chiara che tutti lo cercavano e a una instancabile attività missionaria come profeta della Buona Notizia del Regno agli umili e come medico spirituale per la cura integrale dei malati. San Luca lo riassume così in un testo che meriterebbe di essere analizzato dettagliatamente: "La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare"(Lc 5,15 l6).

40. In secondo luogo, vorrei ricordarvi che il principio della vostra preghiera è sempre lo Spirito Santo, ma che la maniera specifica l'unica per voi è pregare a partire dalla vostra secolarità consacrata. La qual cosa vi obbliga a cercare, in modo del tutto speciale, l'unità fra contemplazione e azione, e ad evitare "il distacco tra fede e vita quotidiana" che deve essere "annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo"(GS 43).

41. Non soltanto la vostra preghiera deve precedere e rendere fecondo il vostro compito, ma deve penetrarlo integralmente e darle un senso particolare di offerta e redenzione. Non solo la vostra professione non può impedire o sospendere la vostra preghiera, ma anzi deve servire da sorgente d'ispirazione, di vita e di realismo contemplativo. Ciò non è certamente facile; voi cercherete le strade; io ve ne indico semplicemente due: siate veramente poveri e chiedetelo insistentemente allo Spirito Santo e a Nostra Signora del Silenzio e della Contemplazione.

42. Infine vorrei sottolineare tre condizioni evangeliche necessarie per ogni tipo di preghiera: la povertà, l'autenticità del silenzio e la vera carità.

43. La povertà: aver coscienza dei nostri limiti, della nostra incapacità di pregare come si dovrebbe (cfr. Rom 8,26), della necessità del dialogo con gli altri, soprattutto della nostra fame profonda di Dio. Solamente ai poveri saranno rivelati i segreti del Regno di Dio (cfr. Lc 10,21). I poveri hanno una maniera di pregare semplice e serena, infallibilmente efficace: "Signore se vuoi, tu puoi sanarmi" "Lo voglio, sii sanato" (Mt 8,2 3).

44.Il silenzio: non è facile nel mondo, ma non è facile neppure nel convento. Tutto dipende dall'interiorità pacificata e centrata in Dio. Quello che si oppone al vero silenzio non è il rumore esterno, l'attività o la parola; quello che si oppone è il proprio io costituito come centro. Per questo la condizione prima per pregare bene è dimenticarsi. A volte prega meglio un laico impegnato che un monaco esclusivamente concentrato nel suo problema. Perciò parliamo della "autenticità del silenzio". E', almeno in parte, il senso delle parole di Gesù: "Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6). L'essenziale non è entrare nella stanza; quello che è veramente importante è che il Padre è lì e ci aspetta.

45. La vera carità: mi sembra che questo è il segreto di una preghiera feconda. Dobbiamo entrare in preghiera con cuore di "fratello universale". Nessuno può aprire il cuore a Dio senza una fondamentale apertura ai fratelli. La conseguenza o il frutto di una preghiera vera sarà un'apertura più profonda e gioiosa agli altri. Non si può provare la presenza di Gesù negli uomini se non c'è una forte e profonda esperienza di Dio nella solitudine feconda del deserto. Ma questo incontro con il Signore, nell'intimità privilegiata della contemplazione, deve condurci alla scoperta continua della sua presenza nei bisognosi (cfr. Mt 25).

46. Quello che voglio dire è questo: che per pregare bene bisogna vivere almeno in forma elementare la carità, ma se si prega bene entrando con sincerità in comunione con il Padre per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo usciamo dalla preghiera con instancabile capacità di donazione e di servizio ai fratelli. La carità autentica come immolazione a Dio e donazione ai fratelli è perciò all'inizio, in mezzo e alla fine di una preghiera vera.

47. La preghiera di un laico consacrato affinché sia veramente espressione della sua gioiosa donazione a Gesù Cristo, sorgente feconda della sua missione e chiave essenziale della sua formazione deve essere fatta "nel nome di Gesù" (Gv 16,23 27), ossia sotto l'azione infallibilmente efficace dello Spirito Santo. E' lo Spirito di Verità che ci guida alla verità tutta intera (Gv 16,13) e ci aiuta a dare simultaneamente testimonianza di Cristo (cfr. Gv 15,26 27) nella realtà concreta e quotidiana della nostra vita. Da una parte ci aiuta ad entrare in Cristo più profondamente e a gustare la sua Parola; dall'altra ci rivela il suo passaggio nella storia e ci fa ascoltare con responsabilità le chiamate e le attese degli uomini.

48. In altre parole: lo Spirito di Verità dimora in noi (Gv 14,17) e ci fa comprendere, dentro, nella unità profonda della vita consacrata nel mondo, che "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,16 17).

49. La consacrazione secolare è una testimonianza di questo amore intimo e universale del Padre. La vita di un laico consacrato si converte così, attraverso l'azione continuamente ricreatrice della preghiera, in una semplice manifestazione e comunicazione della instancabile bontà del Padre. Poiché lo Spirito Santo lo fa una nuova presenza di Cristo: "Voi siete una lettera di Cristo,… scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori" (2 Co 3,3).

50. Che Maria Santissima, esempio e maestra di preghiera vi accompagni e vi illumini in questi giorni; che vi introduca nel suo cuore contemplativo (cfr. Lc 2,19) e vi insegni ad essere poveri. Che vi prepari all'azione profonda dello Spirito e vi renda fedeli alla Parola. Che vi ripeta dentro queste due semplici frasi del Vangelo, una sua e l'altra di suo Figlio: "Fate quello che vi dirà" (Gv 2,5) e: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"(Lc 11,27).

Discorso al I Congresso Mondiale
degli Istituti Secolari - 1976
Paolo VI, 25 agosto 1976

Una presenza viva al servizio del mondo e della Chiesa




Cari figli e figlie nel Signore,

1. Ben volentieri abbiamo accolto la domanda del Consiglio esecutivo della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari quando, in tempo opportuno, ci fece conoscere il desiderio di avere questo incontro. Esso ci offre infatti l'occasione di esprimervi, insieme alla nostra stima, le speranze che la Chiesa ripone nella testimonianza speciale che gli Istituti Secolari sono chiamati a dare in mezzo agli uomini di oggi.

2. Non c'è bisogno di soffermarci a mettere in luce le caratteristiche peculiari che definiscono la vostra vocazione, poiché, nei loro tratti fondamentali che sono "la piena consacrazione della vita secondo i consigli evangelici e la piena responsabilità di una presenza e di un'azione trasformatrice dal di dentro del mondo, per plasmarlo, perfezionarlo e santificarlo", queste caratteristiche possono essere ora considerate come una acquisizione sicura della vostra coscienza istituzionale. Tutto ciò ve lo abbiamo ricordato in occasione del venticinquesimo anniversario della Costituzione Apostolica Provida Mater (discorso del 2 febbraio 1972).

3.Per quanto ci spetta in questa occasione, il nostro desiderio è piuttosto di sottolineare il dovere fondamentale che deriva dalla fisionomia or ora evocata, e cioè il dovere di essere fedeli. Questa fedeltà, che non è immobilismo, significa anzitutto attenzione allo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose (cfr. Ap. 21,5). Gli Istituti Secolari infatti sono vivi nella misura in cui partecipano alla storia dell'uomo, e agli uomini d'oggi testimoniano l'amore paterno di Dio rivelato da Gesù Cristo nello Spirito Santo (cfr. Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 26).

4. Se rimangono fedeli alla loro vocazione propria gli Istituti Secolari diverranno quasi "il laboratorio sperimentale" nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo. E perciò essi devono ascoltare, come rivolto soprattutto a loro, l'appello della Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: "il loro compito primario… è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell'economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale" (n. 70).

5. Ciò non significa evidentemente che gli Istituti Secolari in quanto tali debbano assumere questi compiti. Ciò spetta normalmente a ciascuno dei loro membri. Dovere degli Istituti stessi è quindi di formare la coscienza dei loro membri ad una maturità e ad una apertura che li spingano a prepararsi con molto zelo alla professione scelta, per affrontare poi con competenza e in spirito di distacco evangelico, il peso e la gioia delle responsabilità sociali verso cui la Provvidenza li orienterà.

6. Questa fedeltà degli Istituti Secolari alla loro vocazione specifica deve esprimersi anzitutto nella fedeltà alla preghiera che è il fondamento della solidità e della fecondità. E' quindi molto bello che voi abbiate scelto come tema centrale della vostra Assemblea la preghiera come espressione di una consacrazione secolare, sorgente della missione e chiave della formazione. Ciò significa che voi siete in ricerca di una preghiera che sia espressiva della vostra situazione concreta di persone "consacrate nel mondo".

7. Vi esortiamo quindi a proseguire questa ricerca sforzandovi di fare in modo che la vostra esperienza spirituale possa servire di esempio ad ogni laico. Infatti, per colui che si consacra in un Istituto Secolare la vita spirituale consiste nel saper assumere la professione, le relazioni sociali, l'ambiente di vita, come forme particolari di collaborazione all'avvento del regno dei cieli e a sapere imporsi dei momenti di pausa per entrare in contatto più diretto con Dio, per rendergli grazie e per chiedergli perdono, luce, energie e carità instancabile per gli altri.

8. Ciascuno di voi beneficia certamente del sostegno del suo Istituto attraverso gli orientamenti spirituali che esso dà, ma soprattutto attraverso la comunione tra coloro che condividono lo stesso ideale sotto la guida dei loro responsabili. E, sapendo che Dio ci ha dato la sua parola, colui che si è consacrato si metterà con grande regolarità all'ascolto della Sacra Scrittura, studiata con amore e accolta con animo purificato e disponibile, per cercare in essa così come nell'insegnamento del Magistero della Chiesa, una interpretazione esatta della propria esperienza quotidiana vissuta nel mondo. In modo speciale, appoggiandosi sul fatto stesso della propria consacrazione a Dio, egli si sentirà impegnato a favorire gli sforzi del Concilio per una partecipazione sempre più intima alla santa liturgia, cosciente che la vita liturgica ben ordinata, ben integrata nelle coscienze e nelle abitudini dei fedeli, contribuirà a mantenere vigile e permanente il senso religioso, alla nostra epoca, e a procurare alla Chiesa una nuova primavera di vita spirituale.

9. La preghiera diventerà allora l'espressione di una realtà misteriosa e sublime, condivisa da tutti i cristiani, cioè l'espressione della nostra realtà di figli di Dio. Sarà un'espressione che lo Spirito Santo purifica e assume come preghiera propria, spingendoci a gridare con Lui: "Abba", cioè Padre! (cfr. Rm 8,14ss.; Gal 4,4ss.).

10. Una siffatta preghiera, se riesce ad essere cosciente nel contesto stesso delle attività secolari, è allora una vera espressione della consacrazione secolare.

11. Questi sono i pensieri cari figli e figlie, che vogliamo affidare alla vostra riflessione per aiutarvi nella vostra ricerca di una risposta sempre più fedele alla volontà di Dio che vi chiama a essere nel mondo, non per assumerne lo spirito, ma per portare in mezzo ad esso una testimonianza capace di aiutare i vostri fratelli ad accogliere la novità dello Spirito in Cristo. Con la nostra benedizione apostolica.

S. S. PAOLO VI, 25 AGOSTO 1976

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari (CRIS)

Le persone sposate e gli istituti secolari (10 maggio 1976)




1. La vocazione propria degli Istituti Secolari, vocazione di presenza ai valori delle realtà terrestri, ha condotto molti di questi a portare la loro attenzione sulla famiglia e sul "valore sacro dello stato matrimoniale" (GS 49).

2. Questa attenzione si può tradurre in realizzazioni diverse. Si tratta, per esempio, di operare direttamente per la famiglia cristiana, e degli Istituti nascono con questa finalità specifica. Si vuole permettere a persone sposate di partecipare alla spiritualità e alla vita di un Istituto ed ecco che viene loro offerta questa possibilità: alcuni Istituti danno a queste persone direttive e sostegno per vivere un impegno evangelico nello stato matrimoniale e li considerano loro membri in senso largo.

3. I documenti fondamentali relativi agli Istituti Secolari specialmente l'Istruzione Cum Sanctissimus (art. VII, a) prevedono infatti l'ammissione di questi membri; ma il principio generale comporta appli¬cazioni differenti, ed ecco sorgere i problemi.

4. Per avere una visione completa della realtà quale si presenta, la Sezione per gli Istituti Secolari ha effettuato un'inchiesta nel 1973, interrogando gli Istituti le cui Costituzioni prevedono l'esistenza di membri in senso largo. Il risultato dell'inchiesta ha messo in luce una varietà di quesiti relativi a tali membri: impegni, partecipazione alla vita dell'Istituto secondo modi e in gradi diversi, ecc. Qualche Istituto ha anche voluto prendere in considerazione la possibilità di accogliere le persone sposate come membri in senso pieno.

5. La Sezione per gli Istituti Secolari della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari non ha ritenuto necessario di ritornare in maniera ufficiale su una disposizione già chiara, definita e conosciuta. come quella della castità nel celibato per i membri in senso stretto degli Istituti Secolari. Tuttavia soprattutto per valutare se conviene dare direttive in rapporto ai membri in senso largo , ha deciso di interessare a questo problema i suoi nove consultori. Attraverso un breve questionario, essa ha presentato alla loro riflessione da una parte la presenza di persone sposate come membri in senso largo; d'altra parte l'eventualità di una integrazione completa di queste persone negli Istituti Secolari.

6. L'insieme delle risposte ha mostrato la necessità di sottomettere la questione al Congresso, in vista di eventuali decisioni. Come è noto, il Congresso è l'organo collegiale della Congregazione ed è composto dal Cardinal Prefetto, dal Segretario, dal Sottosegretario e dagli ufficiali della Sezione. Si giova inoltre del contributo di esperti, che vengono appositamente nominati per il tema in studio. Possiede quindi le funzioni di studio, di esame e di decisione (cfr. Informationes, anno I, n. 1, p. 52).

7. Per il detto Congresso, la Sezione ha chiesto a due esperti (teologi e canonisti) di esaminare la questione che ci interessa e di esprimere il loro parere motivato tenendo conto delle risposte dei consultori.

8. Presentiamo quindi in una prima parte una sintesi delle risposte dei consultori e, in una seconda parte, le conclusioni e le decisioni del Congresso.

I. LA CONSULTAZIONE

9. La sintesi delle risposte a questa consultazione mette in risalto le tre affermazioni seguenti:

- la castità nel celibato deve essere assolutamente affermata per i membri degli Istituti Secolari

- le persone sposate possono essere membri in senso largo di tali Istituti tenendo conto di certe misure prudenziali

- sarebbe auspicabile il sorgere di associazioni di persone sposate...

A) LA CASTITA' NEL CELIBATO PER I MEMBRI DI I.S.

10. L'affermazione si appoggia su:

a) motivi dottrinali e canonici

La carta degli Istituti Secolari è abbastanza chiara in materia: "I soci che desiderano ascriversi agli Istituti come membri in senso stretto, oltre che praticare quegli esercizi di pietà e di abnegazione che sono necessari a tutti coloro che aspirano alla perfezione della vita cristiana, devono inoltre ad essa efficacemente tendere nel modo particolare che qui viene indicato:

11. 1° Con la professione del celibato e perfetta castità, fatta davanti a Dio, e confermata con voto, giuramento o consacrazione che obblighi in coscienza..." (P.M. art. III).

12. Ora gli sviluppi ulteriori della dottrina non hanno fatto che confermare questa condizione essenziale e cioè la professione fatta davanti a Dio del celibato e della castità perfetta. Per convincersene è sufficiente riferirsi ai testi conciliari e postconciliari, in particolare a Lumen gentium, 42 44, Perfectae caritatis, 11, Discorsi di Paolo VI. E' quel che esprime uno dei consultori in questi termini:

"Anche se dal 1947 ad oggi si sono verificati importanti sviluppi nella dottrina cattolica del laicato, con particolare riferimento al matrimonio, la distinzione evangelica tra la vita del coniugato e quella del 'celibe per il Regno' non ha subito (ne lo poteva) alcuna sensibile variazione. Anzi, la vasta crisi manifestatasi a proposito del celibato sacerdotale, ha portato a vedere più chiaro e più profondo in questo valore che 'eccelle' tra i Consigli evangelici ed 'è sempre stato tenuto in singolare onore dalla Chiesa' (Lumen gentium 42)".

b) una scelta precisa per rispondere a un appello del Signore

13. Attraverso una libera risposta alla scelta del Signore, il "chiamato" sceglie di rinunciare a certi beni, anche legittimi, in vista del Regno. La rinuncia a un bene legittimo, quale è il matrimonio, si impone ai membri di Istituti Secolari che scelgono una vita di consacrazione totale a Dio.

14. E' quel che risulta anche dalle risposte date dai consultori:

".. Decidersi per la vita secondo i consigli evangelici significa orientarsi a valori determinati e simultaneamente limitarsi e rinunciare ad altri valori..."

".. il particolare significato della scelta del celibato fatta dai membri degli Istituti Secolari, non in ossequio a norme canoniche o a ragioni estrinseche, ma esclusivamente come risposta gratuita e spontanea ad una particolare chiamata del Signore".

15. Dal canto suo, Paolo VI dichiarava nel 1972 ai Responsabili generali degli Istituti Secolari: "Le vostre scelte di povertà, castità e obbedienza sono modi di partecipazione alla Croce di Cristo, perché a Lui vi associano nella privazione di beni altrove pur leciti e legittimi" (Paolo VI, 20.9. 1972) .

16. Questa rinuncia a beni legittimi, il Signore non la richiede a tutti; non la chiede normalmente a coloro che vivono nello stato di matrimonio, i quali devono ricevendo e dando partecipare alle gioie umane di un focolare cristiano. Questa rinuncia totale è peculiare di coloro che Dio chiama in modo speciale a testimoniarGli una preferenza assoluta e che rispondono consacrandosi totalmente a Lui.

c) la necessità di evitare confusioni

17. Queste scelte differenti fanno sì che le persone sposate e quelle consacrate in modo speciale a Dio, devono raggiungere la perfezione della vita cristiana la santità a cui tutti noi siamo chiamati attraverso modi adatti alle loro situazioni particolari: gli uni si rifanno al sacramento del matrimonio nel senso che devono permettere ai coniugi di raggiungere la più alta santità nello stato matrimoniale; gli altri si rifanno alla sostanza di una "consacrazione speciale" al Signore. Il sacramento del matrimonio offre agli sposi cristiani i mezzi di santificarsi e di render gloria a Dio nella loro condizione di sposi, nella loro missione sublime di padre e di madre (cfr. Gaudium et spes, 48); e nulla impedisce a coloro che lo vogliono di ricorrere a impegni evangelici secondo il loro stato se questo può aiutarli a compiere perfettamente i loro obblighi e la loro missione. Per quanto riguarda i fedeli che scelgono di seguire Cristo in un modo più intimo, essi trovano nella loro consacrazione attraverso la professione dei consigli evangelici soccorso e grazia tali da realizzare il loro dono totale al Signore. Questa distinzione appare nettamente nei testi conciliari ed è sottolineata anche dalle risposte dei consultori:

"Si tratta di realtà assolutamente distinte, pur nella linea di un'unica santità, e sarebbe pericoloso confonderle. Sarebbe pericoloso per gli Istituti Secolari che finirebbero per perdere il senso vero del loro carisma, ma sarebbe pericoloso anche per i coniugati portati su un terreno che finirebbe per sottoporli a regole non confacenti al loro stato di vita".

18. Paolo VI nel suo messaggio del 20 aprile 1975 per la Giornata Mondiale delle Vocazioni mette bene in risalto la testimonianza specifica data dalle anime consacrate a Dio. Egli sottolinea anzitutto in questo periodo segnato dalla mancanza di vocazioni, il ruolo insostituibile dei laici dalla fede e dalla testimonianza ammirevoli nel momento in cui assumono responsabilità, esercitano ministeri... Egli stesso se ne rallegra, incoraggia questa promozione del laicato. Ma aggiunge immediatamente:

"Ma tutto questo - bisogna pur dirlo - non supplisce il ministero indispensabile del sacerdote, ne la testimonianza specifica delle anime consacrate. Anzi li esige. Senza di loro, la vitalità rischia di staccarsi dalle sue sorgenti, la comunità di disgregarsi, la Chiesa di secolarizzarsi".

19. Senza minimizzare la testimonianza data da laici autenticamente cristiani, il Santo Padre riconosce che la Chiesa attende dalle anime consacrate una testimonianza specifica, essenziale per la stessa vitalità di tutta la comunità ecclesiale. Conviene quindi evitare ogni confusione tra lo stato delle persone sposate che s'impegnano nella pratica della castità coniugale e quello di persone che hanno scelto la castità nel celibato per rispondere a una chiamata speciale del Signore. Se è vero che le une e le altre devono tendere alla perfezione della carità cristiana e testimoniare l'Amore di Cristo, rimane pure che esse lo fanno necessariamente secondo due vie distinte, secondo due stati di vita talmente differenti che non si può abbracciare nello stesso tempo l'uno e l'altro.

20. Ne deriva che le persone sposate non possono fare pienamente parte di Istituti Secolari i cui membri sono essenzialmente chiamati alla castità nel celibato.

B) LE PERSONE SPOSATE MEMBRI IN SENSO LARGO DEGLI I.S.

21. I membri in senso largo di un Istituto Secolare hanno la possibilità di rimanere nella loro condizione propria eventualmente quella di persone sposate e di esercitarsi nello stesso tempo alla perfezione evangelica partecipando ai vantaggi spirituali di un Istituto, al suo apostolato proprio, come anche a un certo numero delle sue esigenze. E' in questo senso preciso che si può parlare di ammissione di persone sposate in un Istituto Secolare. Ciò suppone il rispetto di certe misure di prudenza al fine di salvaguardare il valore del matrimonio. Queste misure, stando alle risposte dei consultori, concernono i punti seguenti.

a) i motivi della domanda di ammissione e le condizioni di accettazione.

22. Un consultore fa cenno ai motivi che, nel passato, hanno condotto ad ammettere persone sposate come membri in senso largo: da una parte un certo primato accordato ai "celibi in vista del Regno", e pertanto la necessità per i coniugi di mettersi alla loro scuola; d'altra parte, il bisogno confuso negli Istituti Secolari di crearsi una prima zona di irraggiamento, non senza riferimento al risveglio di vocazioni per gli Istituti stessi.

23. Una sola risposta evoca in modo preciso e attuale i motivi della domanda di ammissione e le condizioni di accettazione:

"Si dovrebbero esaminare con esattezza particolare i motivi di coniugati che vogliono entrare in un Istituto Secolare. Se si verificasse una fuga dal matrimonio o una concezione che svalutasse il matrimonio, si dovrebbe respingere la persona… Se l'Istituto non desse la possibilità di vivere il matrimonio cristianamente ossia perfettamente, lo scopo dell'appartenenza sarebbe sbagliato".

b) il consenso dell'altro coniuge all'ammissione di uno di essi.

24. Stando alla quasi totalità delle risposte su questo punto, l'ammissione di una persona sposata come membro in senso largo di un Istituto Secolare richiede il consenso del coniuge. Così come lo fa notare una di queste, "l'ipotesi opposta contrasta con la natura stessa del matrimonio inteso anzitutto come comunità spirituale". Un solo consultore è del parere di non imporre un tale consenso ma suppone una intesa previa tra i due coniugi:

"Come auspico che i due coniugi si informino reciprocamente, cerchino insieme e si mettano d'accordo, così non imporrei all'uno di avere il consenso dell'altro".

25. Questo porta a dire che, normalmente, l'ammissione di una persona sposata in un Istituto Secolare non deve avvenire all'insaputa dell'altro coniuge.

c) la partecipazione di un membro sposato al governo dell'Istituto.

26. A questo proposito, le risposte dei consultori sono un po' più complesse. Ne vien fuori tuttavia che la partecipazione attiva dei membri sposati al governo dell'Istituto non sembra opportuna. Uno solo dei consultori prende in considerazione francamente una tale partecipazione, ma ne lascia intravedere i rischi seri:

"Se di fatto esistono Istituti Secolari che ammettono membri sposati in senso largo: appoggerei l'entrata nel governo di una rappresentanza loro… però in modo proporzionale… E' giusto infatti che se un Istituto ammette membri sposati, li assuma con tutte le conseguenze. Ci sono dei rischi: le inevitabili mutue implicazioni dell'Istituto nella vita familiare e della famiglia nella vita dell'Istituto. E poi, in un momento storico nel quale si fa particolarmente difficile vivere la verginità, nel caso che i membri sposati fossero la maggioranza i celibi sarebbero poco rappresentati nel governo, con il pericolo di non valorizzare sufficientemente la verginità..." .

27. Dall'insieme delle risposte, la partecipazione dei membri sposati al governo dell'Istituto è così considerata:

- in tre risposte, è un'eventualità da scartare;

- per altri consultori, una rappresentanza dei membri sposati nel governo dell'Istituto può essere ammessa, ma soltanto per deliberare di questioni che li riguardano;

- secondo uno di essi, è da augurarsi un governo proprio a questo tipo di membri.

28. Quest'ultima risposta, parlando di un gruppo a parte con un governo proprio, ci collega al terzo aspetto della nostra questione.

C) E' DA AUSPICARSI LA NASCITA DI ASSOCIAZIONI DI PERSONE SPOSATE...

29. Questo auspicio ci viene presentato più o meno esplicitamente da tutte le risposte dei consultori. Ecco gli estratti di due proposte:

30. 1) "Invece di porre il problema: dato che delle persone sposate sono interessate per gli Istituti Secolari, che posto si può far loro?, preferirei porlo così: dato che delle persone sposate sono attirate dalla perfezione evangelica, come aiutarle? Questo permetterebbe una ricerca più libera e condurrebbe senza dubbio alla vera soluzione. E' la possibilità di un certo radicalismo di vita evangelica nel matrimonio".

31. 2) "Pare auspicabile il sorgere di associazioni per coniugati che intendano impegnarsi comunitariamente alla sequela di Cristo nello spirito delle Beatitudini e dei consigli evangelici… Si soddisferebbe il desiderio di tanti coniugati di veder pienamente riconosciuti dalla Chiesa il valore santificante del matrimonio e la parità sostanziale di tutti i membri del Popolo di Dio circa il precetto di tendere alla perfezione della carità... la definizione del contenuto concreto degli impegni di obbedienza e povertà presi da coniugati non può che essere frutto di una sperimentazione e riflessione svolte dagli stessi. Perché ciò avvenga in modo adeguato, pare assolutamente indispensabile che la sperimentazione e la riflessione siano svolte tra coniugati, senza confusione con altre forme di vita...".

32. Dall'insieme delle risposte espresse, si è potuto tirar fuori due idee:

Conviene promuovere Associazioni di persone sposate. I motivi allegati si riassumono così: rispondere al bisogno sentito da queste persone di unirsi per meglio vivere la loro fede; rispondere al loro desiderio di vedere pienamente riconosciuti dalla Chiesa e il valore santificante del matrimonio e sostanzialmente la possibilità per tutti i membri del Popolo di Dio di tendere alla perfezione della carità; offrire a queste stesse persone la possibilità effettiva di un certo radicalismo di vita evangelica nel matrimonio.

Queste Associazioni di persone sposate sarebbero distinte dagli I.S.

33. In margine a questa seconda affermazione, viene suggerito da un solo consultore che il periodo di sperimentazione potrebbe essere affidato alle cure della Sezione per gli Istituti Secolari.

II. LE CONCLUSIONI E DECISIONI DEL CONGRESSO

34. Come abbiamo sopra segnalato, due esperti sono stati chiamati a dare il loro parere motivato nel corso di un Congresso che si è tenuto nella sede di questa Congregazione. I loro argomenti si affiancano a quelli dei consultori e devono raggrupparsi attorno agli stessi punti sui quali si è pronunciato l'organo collegiale del Dicastero.

1. la "consacrazione speciale" dei membri di I.S. non può essere rimessa in causa.

35. Gli esperti fondano le loro affermazioni specialmente sui principi dottrinali, menzionando nello stesso tempo gli aspetti metafisici e spirituali della questione. Essi ricordano che gli Istituti Secolari costituiscono essenzialmente uno stato di perfezione o di consacrazione riconosciuto dalla Chiesa, e si appoggiano per questo sull'insegnamento del Magistero e la prassi seguita in questi ultimi decenni.

36. Per gli Istituti Secolari, come per gli Istituti religiosi, "la natura stessa esige l'impegno alla castità perfetta nel celibato - ciò esclude necessariamente le persone sposate (formaliter ut sic) -, alla povertà e
all 'obbedienza".

37. "L'insegnamento e la prassi della Santa Chiesa fino al Concilio e ai più recenti discorsi del Santo Padre hanno chiarissimamente determinato la necessità della professione effettiva dei tre consigli evangelici… professione che le persone sposate non possono emettere".

38. E per scartare qualunque equivoco su questi consigli, viene aggiunta una precisazione:

"Non si tratta di qualsiasi consiglio del Vangelo, ma dei consigli evangelici 'tipici', cioè della castità nel celibato, della povertà e dell'obbedienza, assunti come forma stabile di vita per mezzo del voto o di altro legame sacro riconosciuto dalla Chiesa in un Istituto. E' ciò che nel mondo specifica il membro di un Istituto Secolare, distinguendolo dal semplice battezzato. I testi costituzionali degli Istituti Secolari, cioè la Provida Mater (I, § 1-3), il Primo feliciter (II), la Cum Sanctissimus (VII, a b), e i discorsi pontifici non lasciano dubbio su questa "consacrazione" che qualificano nel mondo il secolare".

39. E' necessario quindi riaffermare questo principio fondamentale che la professione dei tre consigli evangelici conferisce una "consacrazione speciale" radicata in quella del battesimo e che la completa. Ora, "la castità perfetta è elemento essenziale e costitutivo della realtà che consacra a Dio nella vocazione di un Istituto di perfezione… Mentre povertà e obbedienza possono - e in maniera del tutto speciale negli Istituti Secolari - sfumarsi…, la castità perfetta s'impone come elemento indispensabile di appartenenza totale al Signore”.

40. E l'esperto continua: "Si è qui al centro della vocazione specifica… caratterizzando essenzialmente un Istituto Secolare e i suoi membri propri. Se, sia pur inconsciamente, si venisse ad escludere tale realtà che è al cuore della 'novitas' della primavera di grazia nel mondo che sono gli Istituti Secolari, non avrebbe ragione di esistere nella Chiesa la 'vocazione specifica' che ne è alla base".

41. Così quindi i consultori, gli esperti e il Congresso sono d'accordo nel confermare la stessa conclusione: il dono di Dio che è la "consacrazione speciale" impone ai membri propriamente detti degli Istituti Secolari la professione dei consigli evangelici, e pertanto la castità perfetta nel celibato.

2. Le persone sposate negli I.S. sono dei membri in senso largo.

42. La possibilità per delle persone sposate di appartenere a un Istituto Secolare non può essere messa in dubbio. Così come lo notava un esperto al Congresso: già la Provida Mater l'ammetteva indirettamente parlando di "soci che desiderano ascriversi agli Istituti come membri in senso stretto"(P.M. III, § 2). Ciò stava a dire che altri avrebbero potuto appartenere all'Istituto come membri in senso largo. Di fatto, una tale eventualità è stata esplicitamente affermata dall'Istruzione Cum Sanctissimus (VII, a).

43. Risulta tuttavia da questi documenti costituzionali che c'è una diversità di appartenenza, una diversità giustamente ed essenzialmente specificata, nel fatto di abbracciare a un grado più o meno elevato ciascuno dei consigli evangelici. Senza alcun dubbio, ciò si riferisce in maniera tutta speciale al consiglio di castità: se la castità nel celibato "per il Regno" è assolutamente indispensabile per i membri in senso stretto, questo impegno non è richiesto per membri in senso largo, i quali possono essere di conseguenza persone sposate. Se il modo di appartenenza a un Istituto Secolare si basa soprattutto sulla professione effettiva del consiglio di castità, ne deriva che non si potrà mai sopprimere qualunque distinzione, né assimilare totalmente i membri sposati e i membri celibi. Che è poi dire che le persone sposate sono necessariamente dei membri in senso largo negli Istituti Secolari. E' questa una conclusione normale, ammessa immediatamente sia dai consultori sia dall'organo collegiale di questa Congregazione.

44. Bisogna dedurne che una tale distinzione nell'appartenenza dei membri a un Istituto Secolare suppone misure rigide tali che non si possa prendere in considerazione una stretta partecipazione degli uni alla vita degli altri? A questo proposito, le esperienze sono diverse e i pareri sono abbastanza sfumati. Le conclusioni dei consultori riflettono differenti tendenze, in ciò che riguarda per esempio le condizioni di ammissione, o anche la partecipazione al governo dell'Istituto. Tenendo conto di questa varietà, gli esperti e il Congresso invitano a proseguire prudentemente questa esperienza di vita.

45. Ma, data l'impossibilità di introdurre dei membri sposati in un Istituto "a parità di diritti e di doveri" con i membri in senso stretto, ci si è potuto chiedere se non fosse più conveniente considerare una formula nuova per i coniugi. Si è allora esaminata l'eventualità di Associazioni di persone sposate.

3. Verso Associazioni con persone sposate?

46. Così come l'hanno mostrato le risposte dei consultori, le Associazioni di persone sposate o con persone sposate, corrispondono a un movimento di attualità, nel contesto della chiamata universale alla santità di cui parla il Concilio (Lumen gentium, cap. 5). Dal canto loro gli esperti hanno mostrato l'opportunità "di affrontare concretamente questa realtà perché anche lì vi è il soffio dello Spirito che spinge o chiama alla perfezione della carità scegliendo mezzi che Egli giudica adatti ai nostri tempi".

47. Il Congresso ha quindi considerato il problema con la più grande attenzione al fine di tener conto delle aspirazioni profonde e legittime che vorrebbero permettere la nascita di tali gruppi. Esso ha riconosciuto la necessità di aiutare, sostenere, eventualmente guidare questo nuovo genere di Associazioni. Ma, in questo campo come in molti altri, è l'esperienza di vita che suggerisce, precisa e perfeziona... E' quindi prematuro intravedere modalità pratiche che potrebbero permettere lo sbocciare di questi nuovi "germogli" nella Chiesa. La conclusione del Congresso, nell'affermare l'opportunità di prendere eventualmente in considerazione le Associazioni con persone sposate, conserva nondimeno il suo valore e suscita speranze per l'avvenire, mentre richiama chiaramente l'eccellenza della consacrazione del celibato (cfr. Lumen gentium, 42)

Nel XXX° anniversario della
Provida Mater Ecclesia

Paolo VI
2 febbraio 1977




1."Proprio oggi, trent'anni or sono, un avvenimento è stato celebrato nella Chiesa cattolica che ha comunicato a molti suoi figli il carisma di questa festività della Presentazione di Gesù al Tempio, cioè dell'oblazione di Cristo alla volontà del Padre.

2. Vogliamo infatti ricordare un anniversario che ricorre oggi: trent'anni fa, il 2 febbraio 1947, la Chiesa riconobbe una forma nuova di vita consacrata, quando il Nostro Predecessore Pio XII promulgò la Costituzione Apostolica Provida Mater.

3. Una forma nuova, diversa da quella della vita religiosa non solo per una diversità di attuazione della "sequela Christi", ma anche per un diverso modo di assumere il rapporto Chiesa - mondo, che pure è essenziale ad ogni vocazione cristiana (cfr. Gaudium et Spes, 1).

4. Trent'anni non sono molti, ma la presenza degli I. S. è già significativa nella Chiesa e noi vi chiediamo di unirvi a noi nel ringraziare il Padre dei cieli per questo Suo dono.

5. E vogliamo mandare a tutti ed a ciascuno, uomo o donna che sia, il nostro benedicente saluto" .

Terza Conferenza Generale
dell'Episcopato Latino Americano

(Puebla, 1979)




Istituti Secolari

774. "Per quanto riguarda propriamente gli Istituti Secolari, è importante ricordare che il loro specifico carisma cerca di rispondere in modo diretto alla grande sfida che gli attuali cambiamenti culturali pongono alla Chiesa: recepire le forme di vita secolarizzata, che il mondo urbano-industriale esige, evitando però che la secolarità si converta in secolarismo".

775. "Lo Spirito ha suscitato nel nostro tempo questo nuovo modo di vita consacrata rappresentato dagli Istituti Secolari, per aiutare in qualche modo a risolvere, tramite loro, la tensione tra apertura reale ai valori del mondo moderno (autentica secolarità cristiana) e la piena e profonda donazione del cuore a Dio (spirito della consacrazione). Mettendosi esattamente al centro del conflitto, questi Istituti possono costituire un valido apporto pastorale per il futuro, e aiutare ad aprire nuove vie, valide per tutti, per il Popolo di Dio".

776. "Per altra parte, a motivo della stessa problematica che intendono affrontare e per la mancanza di radici in una provata tradizione, essi sono più esposti delle altre forme di vita consacrata alle crisi del nostro tempo e al contagio del secolarismo. La speranza e i rischi che il loro modo di vivere comporta, dovranno spingere l'Episcopato latino-americano a promuovere e ad appoggiare con particolare sollecitudine il loro sviluppo".

Messaggio al IIº Congresso Latino Americano degli Istituti Secolari

Card. Eduardo Pironio

(12 luglio l979)




Cari fratelli e amici,

1. Benvenuti a questo incontro di grazia! Il Signore è presente poiché siete stati convocati come Chiesa in suo Nome (Mt 18 20). Lo Spirito di Dio che rinnova tutte le cose agirà in profondità nel cuore di ciascuno di voi, all'interno di ciascuno degli Istituti Secolari qui rappresentati. Ne uscirete nuovi e rigenerati: "confermati nella Fede, animati dalla Speranza e rafforzati dall'Amore, per compiere la loro missione evangelizzatrice nel nostro continente latino-americano". Permettetemi di salutarvi con l'augurio di Paolo ai Romani: "Il Dio della speranza vi ricolmi di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per virtù dello Spirito Santo" (Rom 15,13).

2. Il Dio vivente della speranza! E' di Lui che ha bisogno oggi l'America Latina. Ed è Lui che voi annuncerete con la forza di una testimonianza che nasce dalla contemplazione e dalla croce, si realizza "nelle condizioni ordinarie della vita familiare e sociale" (L.G. 31) e si concretizza nella manifestazione e comunicazione del Cristo della Pasqua. Voi non siete testimoni di un Dio lontano, bensì di un Dio che è risuscitato e vive e sta percorrendo la strada degli uomini. E non siete neppure testimoni disincarnati che mostrano agli altri la via della salvezza dalla riva, bensì testimoni che affrontano le difficoltà e i rischi della storia, immersi in maniera radicale in Cristo morto e risuscitato, evangelicamente inseriti nel mondo per trasformarlo, santificarlo, offrirlo a Dio, costruendo così la nuova civiltà dell'amore. Come tutti i laici ma assai di più, per la forza della consacrazione che vi anima "dovete essere testimoni della resurrezione e della vita del Signore Gesù e segni del Dio vivo al cospetto del mondo" (L. G. 38).

3. Voi vi riunite per riflettere alla luce del Magistero e posti di fronte alle esigenze di un Continente in piena ebollizione, segnato dalla povertà e dalla croce ma impregnato di speranze sull'identità degli Istituti Secolari in quest'ora provvidenziale in America Latina in vista di una evangelizzazione piena, di una promozione umana integrale, di una trasformazione della cultura verso la civiltà dell'amore.

4. Io vorrei, con semplicità, ricordarvi tre cose: la vostra identità, la vostra attualità come "modo specifico" di essere Chiesa, le vostre esigenze profonde e radicali.

5. 1. La vostra identità: essa si esprime con una frase molto semplice: "secolarità consacrata". Sono due aspetti di una stessa realtà, di una stessa vocazione divina. Entrambi questi aspetti sono essenziali. Lo dice chiaramente Paolo VI: "Nessuno dei due aspetti della vostra fisionomia spirituale può essere sopravvalutato a scapito dell'altro. Ambedue sono 'coessenziali'"(20.IX.72).

6. Il Signore chiama in quest'ora privilegiata della storia e della Chiesa a vivere la consacrazione nel mondo, dal mondo e per il mondo. Il mondo non può macchiare o impoverire la ricchezza e la fecondità della consacrazione, così come la consacrazione non può strapparvi agli impegni e alle responsabilità dei vostri compiti quotidiani. Radicalmente impegnati con Cristo, aperti a ciò che è eterno, testimoni dell'Assoluto, ma nell'àmbito della vita temporale. E' necessario sottolineare bene e unire indissolubilmente entrambi questi termini: "consacrati secolari".

7. "Consacrati": cioè santificati dall'unico Santo in modo più profondo in Cristo, per opera dello Spirito, in vista di una appartenenza totale ed esclusiva all'Amore. "Ora voi avete l'unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza" (1 Gv 2,20). Questa consacrazione che approfondisce e porta alla sua pienezza la consacrazione del battesimo e la cresima penetra tutta la vita e le attività quotidiane, creando una disponibilità totale al Piano del Padre che vi vuole nel mondo e per il mondo. Essa vi caratterizza come uomini e donne dell'Assoluto e della speranza, esclusivamente aperti all'unico Amore, poveri e disinteressati, capaci di comprendere coloro che soffrono e di dedicarsi evangelicamente a redimerli e a trasformare il mondo dal suo interno. Con bella espressione, Paolo VI ha detto: "La vostra vita consacrata, nello spirito dei consigli evangelici, è espressione della vostra indivisa appartenenza a Cristo e alla Chiesa, della tensione permanente e radicale verso la santità e della coscienza che, in ultima analisi, è soltanto Cristo che con la sua grazia realizza l'opera di redenzione e di trasformazione del mondo. E' nell'intimo dei vostri cuori che il mondo viene consacrato a Dio" (Paolo VI, 2.2. 1972).

8. "Secolari". Ma questa consacrazione speciale questa particolare appartenenza a Gesù Cristo nella verginità, nella povertà, nell'obbedienza non sradica i membri di un Istituto Secolare dal mondo né paralizza la loro attività temporale, ma la vivifica e dinamizza, le conferisce maggior realismo ed efficacia liberandola da soddisfazioni, interessi e ricerche che abbiano qualche rapporto con l'egoismo. La "consacrazione secolare" apre l'uomo o la donna al radicalismo assoluto dell'amore di Dio, disponendoli così a una incarnazione più profonda nel mondo, per una secolarità pura e libera, purificatrice e liberatrice.

9. Non siete del mondo, ma siete nel mondo e per il mondo. Lo specifico di questo "modo nuovo" di essere Chiesa è vivere precisamente il radicalismo delle Beatitudini dall'interno del mondo, come luce, sale e lievito di Dio. Questa secolarità che è ben lontana da un superficiale naturalismo o secolarismo indica il "luogo proprio della vostra responsabilità cristiana", il modo unico di santificazione e apostolato, l'àmbito privilegiato di una vocazione specifica per la gloria di Dio e il servizio dei fratelli. Essa esige una vita nel mondo, in contatto con i fratelli del mondo, inseriti come loro nelle vicissitudini umane, responsabili come loro delle possibilità e dei rischi della città terrestre, gravati come loro del peso di una vita quotidiana impegnata nella costruzione della società, coinvolti come loro nelle più diverse professioni al servizio dell'uomo, della famiglia e dell'organizzazione dei popoli. Impegnati, soprattutto, a costruire un mondo nuovo secondo il piano di Dio, nella giustizia, nell'amore e nella pace, come espressione di un'autentica "civiltà dell'amore".

10. Non è un compito facile; richiede discernimento, generosità, coraggio. Paolo VI vi ha chiamati gli "alpinisti dello spirito" (26.9.1970).

11. 2. La vostra attualità. Paolo VI, di indimenticabile memoria e di intuizione profetica, parlava degli Istituti Secolari come di "un fenomeno caratteristico e consolantissimo nella Chiesa contemporanea" (26.9.1970). Voi esprimete e realizzate, in modo originale a voi proprio, la presenza della Chiesa nel mondo. Siete un segno coraggioso dei nuovi rapporti della Chiesa con il mondo: di fiducia e amore, di incarnazione e presenza, di dialogo e di trasformazione. Il Concilio ci ha aperto una via evangelica per ciò che ha poi illuminato il successivo magistero dei Papi, da Paolo VI fino a Giovanni Paolo II. La Chiesa è stata ripetutamente definita come "sacramento universale di salvezza". Per l'America Latina, lo Spirito di Dio ha ispirato due avvenimenti ecclesiali che hanno fortemente caratterizzato la presenza salvifica della Chiesa nel Continente: Medellin e Puebla. Attraverso questi due eventi comprendiamo meglio la responsabilità dei cristiani nella evangelizzazione e trasformazione del mondo. E' un'esigenza dei tempi e un invito pressante dello Spirito. E' una sfida della storia all'impegno della Chiesa, e più specificamente ancora dei laici, a inserirsi nel mondo per trasformarlo dal suo interno. In un momento come questo diceva Paolo VI gli Istituti Secolari, in virtù del loro carisma di secolarità consacrata, appaiono come provvidi strumenti per incarnare questo spirito e trasmetterlo alla Chiesa intera. Se essi, già prima del Concilio, in certo modo hanno anticipato esistenzialmente questo aspetto, con maggior ragione debbono oggi essere testimoni specializzati, esemplari, della disposizione e della missione della Chiesa nel mondo" (2.II. 1972).

12. E immediatamente aggiunge, come un'esortazione e una sfida: "Per l'aggiornamento della Chiesa oggi non bastano chiare direttive e frequenti documenti: sono richieste personalità e comunità responsabilmente consapevoli di incarnare e di trasmettere lo spirito voluto dal Concilio. A voi è affidata questa esaltante missione: essere modello di instancabile impulso alla nuova relazione che la Chiesa cerca di incarnare davanti al mondo e al servizio del mondo".

13. Gli Istituti Secolari se sono veramente fedeli al loro carisma di secolarità consacrata hanno una parola molto importante da dire oggi nella Chiesa. La loro missione è oggi più che mai provvidenziale. Saranno un modo privilegiato di evangelizzazione, di annuncio esplicito dell'Amore del Padre manifestato in Cristo, di un'autentica e profonda promozione umana e di una vera liberazione evangelica operata secondo lo spirito delle beatitudini. Saranno un modo concreto di superare il tragico dualismo tra la fede e la vita, la Chiesa e il mondo, Dio e l'uomo.

14. 3. Le vostre esigenze. Bisogna essere fedeli al Signore che oggi ci chiama di nuovo e ci chiede tutto. Non dubito che questo sia un momento di grazia per gli Istituti Secolari dell'America Latina. Di conseguenza, è un momento di rinnovamento e di speranza. E' necessario "ricreare" nello Spirito i nostri Istituti Secolari, ascoltando la Parola di Dio e leggendo costantemente i segni dei tempi.

15. Vorrei indicare soltanto tre esigenze che mi sembrano fondamentali: il senso della Chiesa, l'esistenza teologale, la dimensione contemplativa.

16. Senso della Chiesa: vivere la gioia di essere Chiesa oggi, in questo momento privilegiato della storia, in questo Continente di possibilità e di speranza, con un modo originale e specifico di rispondere alla chiamata divina. Essere pienamente Chiesa in modo nuovo (come "consacrati secolari"), in profonda comunione con i Pastori e partecipando fraternamente alla missione evangelizzatrice di tutto il Popolo di Dio. Radicalmente concentrati in Dio ed evangelicamente inseriti nel mondo. Essere Chiesa in una linea di autentica comunione e partecipazione.

17. Esistenza teologale: è necessario vivere nel mondo una chiara e salda esistenza teologale. Vivere normalmente il soprannaturale: respirare nella fede, camminare costruendo nella speranza, cambiare il mondo vivendo nella follìa dell'amore. Voi lo dite nella bellissima preghiera del Congresso: "Confermati nella fede, animati dalla speranza e rafforzati dall'amore" .

18. La visione di fede vi aiuterà a scoprire in ogni istante il piano del Padre, il passaggio di Cristo nella storia, il forte invito dello Spirito dell'Amore. La speranza vi impedirà di essere paralizzati dallo scoramento o dalla tristezza, vi appoggerà nel Cristo della Pasqua, vi impegnerà attivamente nella costruzione del mondo. La carità vi porterà a vivere con gioia le esigenze radicali della consacrazione, a incentrare la vostra vita in Gesù Cristo e ad abbracciare la sua croce, a inserirvi serenamente nel mondo senza superficialità e senza paura e a servire generosamente i fratelli .

19. Dimensione contemplativa: Per leggere in Dio le cose che avvengono nel mondo, per scoprire le inquietudini degli uomini e le esigenze di Dio è necessario essere contemplativi. Essere, in altri termini, uomini e donne di preghiera che si soffermano, nel ritmo delle loro attività, per ascoltare Dio, che si spingono di tanto in tanto fino nel deserto per incontrarsi da soli con Lui, che sanno, soprattutto, instaurare nel proprio intimo una zona profonda e inalterabile di silenzio attivo. Persone che sperimentano Dio nel lavoro e nel riposo, nella croce e nella gioia, nella preghiera e nell'attività temporale. Non è facile, la "preghiera secolare", ma è imprescindibile. E' l'unico modo di vivere, per un membro di un Istituto Secolare: respirare ininterrottamente in Dio mentre si segue il ritmo dell'attività professionale e il dolore speranzoso dell'umanità. E' difficile, ma si deve avere il coraggio di interrompere tutto, a volte (per poi tornare al mondo), e cercare un momento e uno spazio di preghiera. E soprattutto, bisogna chiederlo a Dio con la semplicità dei poveri.

20. Questo Messaggio è risultato eccessivamente lungo. Questo si spiega in parte con l'amore ecclesiale che sento per gli Istituti Secolari; la loro esistenza provvidenziale, la loro efficacia attuale come segno di una Chiesa nella speranza, la loro responsabilità speciale in quest'ora di evangelizzazione del nostro Continente latino americano. In parte si spiega anche perché vorrebbe sostituire la mia presenza fisica e ciò che avrei voluto dirvi personalmente se avessi potuto partecipare al vostro Congresso. Dio ha disposto diversamente: che sia benedetto!

21. Ma saranno presenti più delle mie parole scritte due cari amici e testimoni degli Istituti Secolari: Dott. Don Mario Albertini e Mons. José Dorronsoro. Essi sono "la mia lettera" personale, come direbbe San Paolo. Parlate con loro, consultateli con fiducia, ascoltateli. Vi diranno forse la stessa cosa che io vi dico, ma meglio, più succintamente e con maggior autorità. La mia è l'autorità del servizio in Cristo e dell'affetto.

22. Non potrei concludere senza rivolgere uno sguardo a "Maria, modello di secolarità consacrata, che evangelizzò con la sua presenza e la sua parola" come dice con bellissima espressione la preghiera del II° Congresso.

23. Totalmente consacrata al Signore per la sua povertà, verginità e obbedienza al Padre , Maria visse nel mondo: pienamente inserita nella storia del suo popolo, condividendo la sua attesa e la sua speranza, vivendo la sua povertà e anelando la sua liberazione. Essa credette nella Parola che le fu detta da parte del Signore e fu felice. Fu una donna contemplativa: visse sempre "in ascolto" della Parola del Signore. Fu la Vergine fedele, la madre della santa speranza e dell'amore bello: la Vergine che generò Cristo e lo donò nel silenzio della contemplazione e della croce. Fu la figura e il principio della Chiesa: fatta presenza di Cristo, segno di comunione e di salvezza.

24. A Lei, la "stella dell'evangelizzazione", affidiamo ora i lavori di questo II° Congresso latino americano degli Istituti Secolari. In Lei confidiamo e da Lei speriamo. Lasciamo ogni cosa nel cuore silenzioso e fedele di "Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato il Cristo" (Mt 1,16).

25. Con tutto il mio affetto e la mia speranza vi benedico in Cristo e in Maria Santissima.

Prolusione al IIº Congresso Monsiale degli Istituti Secolari

Card. Eduardo Pironio

(25 agosto 1980)




1. Sia questa una semplice parola di speranza detta da chi conosce gli Istituti Secolari e li ama; detta anche da chi, nel nome del Papa Giovanni Paolo II, ha il privilegio e la responsabilità di servirli.

2. Mi sia permesso di salutarvi con le parole di San Paolo ai Filippesi: "Vi giunga la grazia e la pace che provengono da Dio, nostro Padre, e dal Signor nostro Gesù Cristo. Io rendo grazie a Dio ogni qualvolta vi ricordo. Sempre e in tutte le mie preghiere prego con gioia per tutti voi, pensando alla collaborazione che avete prestato per la diffusione del Vangelo dall'inizio fino ad ora" (Fil. 1,2 5).

3. Il vostro Congresso si apre nel segno dello Spirito Santo e con la protezione di Maria, modello di consacrazione secolare in un momento privilegiato per la missione della Chiesa: un mondo che è desideroso della parola di Dio, che sente l'esigenza della presenza trasformatrice della Chiesa, che chiede ragione della sua speranza, che interroga la Chiesa sui temi della verità, dell'amore, della giustizia e della pace, della libertà e della comunione. Il mondo sfida la Chiesa sul terreno che le è proprio e peculiare: la trasmissione della Buona Novella di Gesù per la conversione dei cuori e la costruzione di una nuova società.

4. E' proprio qui che si inserisce, nel mistero di una Chiesa comunione, il provvidenziale ministero laicale degli Istituti Secolari: nella relazione essenziale di una Chiesa fatta per salvare l'uomo (tutto l'uomo e tutti gli uomini) e per trasformare il mondo dal di dentro per la gloria del Padre. "La Chiesa non è mossa da alcuna ambizione terrena. Desidera soltanto una cosa: continuare sotto la guida dello Spirito, l'opera stessa di Cristo, che venne nel mondo per dare testimonianza della verità, per salvare e non per giudicare, per servire e non per essere servito" (GS 3).

5. Mi sia permesso, all'inizio di questo Congresso che giudico di fondamentale importanza per il futuro degli Istituti Secolari (per la loro vitalità interiore, l'efficacia della loro missione e l'imprescindibile risveglio delle nuove vocazioni) di ricordarvi tre cose: la fedeltà alla vostra identità di laici consacrati, il significato ecclesiale della vostra vita e della vostra missione evangelizzatrice, la necessità di una profonda vita in Cristo, l'inviato dal Padre e salvatore degli uomini.

Fedeltà alla propria identità

6. Siate pienamente voi stessi. Non temete di perdere la vostra irrinunciabile identità di laici vivendo radicalmente nel mondo la libertà interiore e la pienezza dell'amore che danno i consigli evangelici.

7. La consacrazione non vi allontana dal mondo: piuttosto vi inserisce più profondamente, in modo nuovo, nel Cristo Pasquale portando a maggior maturità e pienezza la consacrazione essenziale del Battesimo. Vivere a fondo il Battesimo, per un laico consacrato, vuol dire impegnarsi in modo nuovo ad essere nel mondo una "lettera di Cristo", "scritta non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulla carne, cioè nei cuori" (2 Co 3,3).

8. Siate fedeli alla vostra "secolarità consacrata", cioè: vivete l'inseparabile unità di questa vocazione unica e originale nella Chiesa. Non sentitevi laici declassati, laici di seconda categoria, laici clericalizzati, strano miscuglio di laico e religioso: sentitevi pienamente laici impegnati direttamente nella costruzione del mondo avendo scelto di seguire radicalmente Gesù Cristo.

9. Per la stessa opera di evangelizzazione tanto intimamente connessa con la promozione umana integrale e con la piena liberazione in Gesù Cristo è necessario che voi viviate, con tutta generosità e spontaneità quotidiana, i due termini di una indivisibile vocazione: la "consacrazione secolare". Per questo siete stati amati ed eletti, consacrati ed inviati.

Senso ecclesiale della vostra vita e missione evangelizzatrice

10. E' tutta la Chiesa che ha accolto, in questi ultimi anni, il dono degli Istituti Secolari. Da Pio XII fino a Giovanni Paolo II. Ricordiamo specialmente i messaggi di Paolo VI, così pieni di luce, di calore umano, di senso ecclesiale.

11. La "consacrazione secolare" è un modo privilegiato di essere Chiesa, specialmente Chiesa "sacramento universale di salvezza". Appartenete, pertanto, alla santità della Chiesa. Non alla sua struttura gerarchica, bensì alla sua vita.

12. E' necessario che i membri degli Istituti Secolari vivano con intensità il mistero della Chiesa: tanto a livello universale come a livello particolare. Scoprire, amare ed assumere tutti i problemi e le speranze, le istanze missionarie delle diverse Chiese locali. La vitalità evangelizzatrice di un Istituto Secolare dipende dal suo profondo e concreto senso della Chiesa.

13. Da qui la necessità di camminare nella trasmissione diretta della Buona Novella ai poveri con i Pastori, in autentica comunione con i loro orientamenti e con le esigenze e le aspettative di tutto il Popolo di Dio.

14. Gli Istituti Secolari costituiscono un modo originale di essere Chiesa; ciò suppone due cose: che si riconosca e si rispetti la loro identità specifica e che la loro missione si realizzi dall'interno di una Chiesa essenzialmente comunione e partecipazione inviata da Gesù Cristo al mondo per annunziare la Buona Novella ai poveri.

Profonda vita in Cristo, inviato dal Padre

"Sono crocifisso con Cristo e non vivo più io ma è Cristo che vive in me" (Gal 2,19 20).

15. La vita e la crescita di un Istituto Secolare dipendono essenzialmente da due cose: dal suo realismo storico (impegno reale con la vita della città: famiglia e lavoro, cultura, società e politica) e dalla sua intima inserzione in Cristo. E ciò - per un membro di Istituto Secolare - presuppone quanto segue: la sequela radicale di Cristo attraverso i consigli evangelici (senza, per questo, allontanarlo dal contesto storico del mondo) e la sua progressiva assimilazione a Cristo tramite la preghiera, la croce, la realizzazione quotidiana della volontà del Padre.

16. La preghiera si realizza sempre in un contesto "secolare", non religioso né monacale. E ciò non significa che non sia autentica. E' sempre una concreta e perfetta comunione con la volontà del Padre. Essa viene dall'interno del mondo, nelle normali condizioni di vita. Esige, però momenti difficili e austeri di separazione e di deserto. Non può essere vissuta in clima permanente di contemplazione, salvo determinati tempi forti ed esclusivi di meditazione.

17. Vivere in Cristo per la trasformazione del mondo. Vivere di Cristo per la chiara e forte profezia dell'uomo: è nato Gesù, nostra "felice speranza".

Conclusione

18. Cari amici, state per iniziare i vostri lavori. Guardate il mondo in cui siete immersi come luce, come sale, come fermento e che vi interroga; guardate il mondo con realismo e speranza.

19. Ascoltate e ricevete Cristo che vi sceglie, vi consacra e vi invia. Ascoltate Cristo con umiltà e disponibilità. Amate la Chiesa e testimoniate nel mondo la sua presenza.

20. Siate sinceri nell'amore, allegri nella speranza, forti nella tribolazione e perseveranti nella preghiera (Rm 12,9,12).

21. "Che il Dio della pace vi consacri pienamente" (1 Ts. 5,23) e che vi accompagni sempre Maria, la Vergine della speranza, della fedeltà e del servizio, della radicale dedizione al Padre per mezzo di Cristo nel cuore della storia.

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

La formazione negli Istituti Secolari (6 aprile 1980)




PRESENTAZIONE

1 . Nel presentare queste pagine sulla formazione, è doveroso precisare che esse vogliono semplicemente offrire un sussidio agli Istituti Secolari. Non intendono invece presentare un direttorio normativo.

2. Nel dicembre 1978, la Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ha inviato a tutti gli Istituti Secolari il risultato di uno "studio sulla formazione" compiuto su diversi testi costituzionali, ac¬compagnandolo con un questionario. Le risposte giunte sono state a loro volta studiate; la maggioranza accettava come valido lo "studio" sottoposto: per questo il sussidio ora presentato ne conserva sostanzialmente la struttura, ed è stato corretto, ampliato e precisato accogliendo molti contributi. Dalle risposte che si discostano da questa impostazione è stato preso quanto poteva essere integrato, non invece quello che avrebbe richiesto una radicale rifusione: sia perché anch'esse riconoscono la validità dello "studio" precedente, sia perché altrimenti si sarebbe dovuto pubblicare un materiale troppo voluminoso.

3. Così pure alcune sottolineature che questo o quell'Istituto ha fatto in base al suo carisma e alla sua esperienza, e che addirittura può ritenere come essenziali, ma che in realtà variano da Istituto a Istituto, non sono state riprese.

4. Da quanto detto, già si intravedono i limiti delle pagine qui raccolte. In particolare si può notare che la trattazione è ancora soprattutto sui princìpi: tuttavia questo sussidio li ripropone nella convinzione che si tratta di princìpi ricavati da esperienze ed esigenze concrete, e che meritano un impegno di traduzione concreta. Contengono quindi la speranza, queste pagine, che gli Istituti si sentano stimolati a curare debitamente la formazione e anche a raccogliere e comunicare le loro esperienze positive così che diventino lezione pratica e patrimonio comune.

I. VITA CRISTIANA E VOCAZIONI SPECIFICHE

5. La vita cristiana, che è vita teologale, esige da tutti i battezzati un impegno verso la perfezione della carità, secondo la vocazione personale, nella comunità ecclesiale.

6. Fondamento e meta di questa crescita è Gesù Cristo: ".. finché il Cristo non sia formato in voi" (Gal 4,19) perché quel "grande amore (che) ci ha dato il Padre" raggiunga "in noi la sua perfezione" (1 Gv 3,1 e 4,17); agente principale e guida è lo Spirito Santo: ".. Egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,13); l'ambiente è la Chiesa, Corpo del Cristo; nutrimento e sostegno essenziali sono i sacramenti e la Parola di Dio.

7. All'interno di questa visione, universalmente valida e sempre molto impegnativa, occorre parlare di una crescita secondo le varie vocazioni, cioè con specificazioni proprie.

8. La vocazione a una consacrazione nella secolarità esige appunto che si tenga conto del suo contenuto teologico, della situazione nel Popolo di Dio e nella società civile delle persone chiamate su questa via, e anche della organizzazione degli Istituti.

II. PRINCIPALI PROBLEMI

9. Nella esperienza degli Istituti Secolari l'attività formativa presenta una serie di problemi, che si possono così indicare in sintesi:

A) Problemi di carattere generale

Essi risultano:

10. 1) dal ritmo accelerato dei cambiamenti nella società a tutti i livelli, dal ritmo di vita che ne consegue, e dal clima di superficialità predominante: con la difficoltà per captare i segni dei tempi e per discernere la priorità nella scala dei valori;

11. 2) dalla crisi di identità che ha scosso il mondo cattolico in questi ultimi anni: i fenomeni di secolarizzazione e di orizzontalismo; l'affacciarsi di una molteplicità di culture e di modelli di vita; una certa confusione in campo teologico; la diminuzione del "sensus Ecclesiae" e l'influsso di correnti contrastanti all'interno stesso della Chiesa; la carenza di una formazione cristiana e dottrinale sufficientemente solida nei giovani, derivante anche dalla crisi delle forme educative tradizionali.

B) Problemi più specifici agli Istituti secolari

Essi riguardano:

12. 1) la natura stessa della vocazione di quegli Istituti, che esige uno sforzo costante di sintesi tra fede, consacrazione e vita secolare: sintesi che permetta di attuare una missione tipicamente secolare, accogliendo in totalità le esigenze evangeliche della consacrazione a Dio;

13. 2) la situazione delle persone, che sono normalmente impegnate in compiti e attività secolari: con problemi di tempo, di equilibrio tra le attività, di spostamenti di luogo... Difficoltà queste che si raddoppiano, se si tien conto che riguardano gli stessi "formatori", i quali pure sono impegnati, spesso, in una professione;

14. 3) l'ambiente ecclesiale in cui vivono gli Istituti Secolari: questa vocazione generalmente non è compresa dalla comunità e dagli stessi sacerdoti (così che spesso viene a mancare una direzione spirituale confacente); e sul piano operativo, così importante anche per la formazione, il carisma specifico di questi Istituti di frequente non è valorizzato nella complementarità e corresponsabilità con gli altri doni della Chiesa.

15. Questa indicazione di problemi potrebbe essere più particolareggiata, e di certo in alcuni Istituti essi assumono aspetti anche più accentuati, per motivi propri. Ad esempio negli Istituti a diffusione internazionale essi si presentano con le difficoltà che comporta il dovere di rispettare e assumere i valori propri delle culture, nelle quali il carisma dell'Istituto ha da incarnarsi.

16. Tuttavia la sintesi fatta è sufficiente a ricordare, se ce ne fosse bisogno, quanta attenzione meriti il compito formativo negli Istituti Secolari.

III. PRINCIPI DI BASE

A) Obiettivo ultimo

17. Per aiutare veramente la persona a rispondere alla propria vocazione e missione nel mondo, in conformità al progetto di Dio, la formazione in un Istituto Secolare deve favorire lo sviluppo integrale e unitario della persona stessa, secondo la sua capacità e le sue condizioni.

18. Questa formazione non è facile, a causa della propensione a separare le realtà naturali da quelle soprannaturali, mentre le une e le altre vanno parimenti considerate. Richiede quindi una conoscenza sufficientemente vera della persona in formazione da parte del soggetto stesso e da parte del formatore non soltanto per quanto riguarda i suoi doni spirituali e il suo cammino di fede, ma pure sotto gli aspetti umani di intelligenza, apertura, sensibilità, equilibrio, maturità affettiva e morale, capacità di autonomia e di impegno, eccetera.

19. Sta di fatto però che i valori soprannaturali, proprio quelli che devono assicurare l'unità desiderata, sfuggono in gran parte alla nostra azione. Di conseguenza, la formazione esige prima di tutto una educazione fondamentale alla fede e alla preghiera, cioè a quel rapporto personalissimo con Dio, che sa tradursi in fedele adesione a Lui in tutti i momenti della giornata, e che nello stesso tempo è ricca della presenza dei fratelli e del creato. Questo rapporto vivo e costante presuppone la formazione alla fedeltà ai "tempi forti" di preghiera, e all'attenzione a vivere la comunione con Dio nello sforzo stesso di unione con gli uomini. Allora la preghiera aiuta l'accettazione paziente di se stessi e delle proprie condizioni di vita; aiuta quindi a trovare l'equilibrio e a crescere solidamente.

20. Così la formazione diventa effettivamente quello che deve essere: un contributo umano al lavoro invisibile della grazia, per portare la persona alla indispensabile collaborazione con l'Agente principale che è lo Spirito Santo.

21. La Vergine Maria è, anche a questo proposito, esemplare, e si fa "modello ispiratore" (Paolo VI): lei che costantemente consentì alla parola e alla volontà divina e "consacrò totalmente se stessa alla persona e all'opera del Figlio suo", lei che "avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce" (LG 56 e 58).

B) Caratteristica fondamentale

22. La vocazione comune di quanti aderiscono allo stesso Istituto richiede elementi di contenuto e di metodo, nella formazione, comuni a tutti. Ma Dio chiama per nome: la vocazione, pur nella comunione, è personale. Anche la formazione è necessariamente personale sotto questi aspetti:

23. 1) deve essere voluta e assunta attivamente dalla persona in formazione, che ha da sentirsene responsabile cercando continuamente di realizzare se stessa alla luce di Dio. Una formazione in cui uno si limitasse a ricevere sarebbe senza effetto.

24. 2) deve tener conto della personalità del singolo, cioè del complesso delle sue doti e dei suoi limiti, nonché dello stadio di sviluppo a cui, per la formazione già ricevuta o non ricevuta anteriormente, è giunto.

25. 3) infine deve tener conto del "luogo" di formazione, cioè della situazione concreta della persona da formare: infatti è importante che questa sia aiutata a realizzare la vocazione personale, espressione della vocazione specifica dell'Istituto, nel suo contesto di vita e quindi nelle sue relazioni con gli altri.

26. Pertanto la formazione sarà personale in una integrazione comunitaria: la crescita della persona dipende anche dalla capacità di stare, nei vari settori della vita, in profondo rapporto con gli altri, e dallo sviluppo del senso di fraternità e di reale comunione dentro l'Istituto, comunità riunita da Cristo.

C) Ambito

27. La formazione deve abbracciare tutti i campi della vita, anche se l'Istituto non deve dare un eguale contributo a ciascuno di questi campi. Infatti: da una parte, alcuni di essi sfuggono, tecnicamente parlando, alla sua competenza diretta (campo professionale, politico, sindacale, ecc.); d'altra parte, occorre considerare che i secolari hanno all'esterno dell'Istituto diverse possibilità di formazione anche su aspetti meno tecnici.

28. Ci si può chiedere se l'ambito di competenza dell'Istituto non si restringa, per la formazione, alla trasmissione della conoscenza della vocazione propria e a quanto consegue dal carisma specifico. O se suo dovere non sia soprattutto quello di assicurare una solida formazione di base, per supplire alle carenze troppo spesso deplorate nei candidati.

29. Ma, pur privilegiando questi due aspetti, occorre aiutare i singoli, direttamente o indirettamente, ad acquisire tutta la formazione di cui hanno personalmente bisogno per rispondere alla chiamata nell'Istituto e per realizzare la propria missione. Uno dei compiti del formatore sarà di discernere in quali campi una formazione resta necessaria, quali lacune sono da colmare, dove l'aggiornamento è urgente e vitale. Intanto, partire dalla realtà concreta di ciascuno: la sua personale formazione di base, i suoi doveri professionali e sociali, le possibilità offerte dal suo ambiente di vita; poi, aiutarlo, offrendo anzitutto quello che è specifico dell'Istituto, indicando i mezzi di formazione all'esterno, ma anche supplendo a livello di Istituto, per quanto possibile, a quello che all'esterno non può trovare, e vigilando sulla coordinazione dei diversi elementi per favorire in ogni soggetto l'auspicata unità.

D) Aspetti particolari

30. Gli aspetti e i campi di formazione possono essere esaminati con una distinzione che però non significa separazione, perché essi si intersecano e talvolta si sovrappongono. Trattare di ciascuno uno per volta significa solo illustrarne i contenuti essenziali.

I ) Formazione spirituale

31. In questo aspetto vanno comprese le esigenze fondamentali della vita di grazia e della vita di fede, per persone consacrate a Dio nel mondo. Esigenze che ciascuno deve far proprie per rinnovarsi dall'interno, per vivere concretamente secondo i consigli del Vangelo, per darsi totalmente a Dio e agli uomini, nella fedeltà alla vocazione di consacrazione secolare in seno al proprio Istituto.

32. A causa della diffusa mancanza di formazione spirituale nei giovani che chiedono di entrare nell'Istituto, la loro formazione ha da essere molto concreta: insegnando a vivere i consigli evangelici attraverso gesti e atteggiamenti di dono a Dio nel servizio degli uomini, aiutandoli a cogliere la presenza di Dio nella storia del nostro tempo e nella storia di ciascuno, educandoli a vivere nell'accettazione della croce.

33. Avviene così che la formazione spirituale generale rientra e si specifica nella formazione spirituale secondo il carisma dell'Istituto e la sua spiritualità. Gli elementi che ricorrono, anche se la sottolineatura dell'uno o dell'altro può variare, sono:

- formazione alla preghiera e a vivere alla presenza di Dio;

- approfondimento della vita battesimale nella consacrazione specifica, esercizio delle virtù teologali e di una fede adulta perché tutto l'essere appartenga al Signore;

- ascolto della parola di Dio, individuale o comunitario, in obbediente meditazione;

- approfondimento del "sensus Ecclesiae" con la presa di coscienza che, per la consacrazione, tutta la vita personale è donata alla Chiesa e partecipa della sua missione;

- formazione per rendere capace la persona di portare i valori spirituali all'interno di ogni situazione umana.

2) Formazione dottrinale: biblica e teologica

34. La formazione spirituale esige un sostegno dottrinale, cioè di studio sia della Bibbia che dell'insegnamento della Chiesa.

35. Certo, la Sacra Scrittura non è un libro solo per dotti; tuttavia non è possibile leggerla come Parola di Dio se non la si prende tanto sul serio da studiarla per comprenderla, secondo le capacità. L'opera dello Spirito in noi è valorizzata, non impedita, da uno sforzo diligente di studio, compiuto per aprire il più possibile intelligenza e cuore all'ascolto. Questa formazione dottrinale biblica dovrebbe estendersi a tutta la Sacra Scrittura, ma senz'altro deve riguardare almeno il Nuovo Testamento, soprattutto il Vangelo.

36. E lo stesso vale per l'insegnamento della Chiesa; conoscere e capire il Concilio, il magistero del Papa, il magistero dell'Episcopato... per vivere più consapevolmente la fede ed essere più inseriti nella comunità ecclesiale.

37. Oggi è più facile che in passato trovare occasioni di studio biblico e teologico nelle varie diocesi. L'Istituto deve interessarsi perché queste occasioni siano messe a frutto, permanendo il dovere di completare eventualmente con lo studio di quella parte del magistero della Chiesa che riguarda proprio gli Istituti Secolari.

3) Formazione psicologica, morale e ascetica

38. Questo aspetto formativo non è tanto per una conoscenza teorica della psicologia e della morale, quanto piuttosto in ordine alla necessità che la persona in formazione comprenda se stessa, comprenda l'ambiente nel quale vive, e preveda i contraccolpi che ne può ricevere. La ricerca di fattori d'equilibrio, di padronanza di sé, di apertura agli altri, è necessaria per formare una personalità matura, responsabile, ricca di qualità umane: tutto questo, per corrispondere meglio al dono della grazia mediante uno sforzo costante di conversione personale e mediante una revisione permanente della propria testimonianza di vita.

39. All'aspetto di conoscenza deve quindi corrispondere un lavoro di autoformazione, nel quale si inseriscono le virtù di abnegazione e di mortificazione per seguire Cristo portando la propria croce.

4) Formazione all'apostolato secolare

40. Il lavoro e l'attività professionale, e ogni tipo di presenza nella società, hanno da diventare mezzi di santificazione personale e mezzi per santificare il mondo dall'interno, sapendo inserire in esso i valori cristiani, in primo luogo la carità.

41. Va perciò sottolineata l'importanza di mettere i membri dell'Istituto al passo con il cammino del mondo e della Chiesa, di aprirli a orizzonti vasti, di portarli ad assumere coraggiosamente le proprie responsabilità; l'importanza di formarli a cogliere "il cambiamento di mentalità e di strutture" in atto, e a "penetrare il modo di pensare e di sentire" degli uomini di oggi per poter "giudicare e interpretare tutte le cose con senso integralmente cristiano" (GS 7 e 62).

42. L'Istituto ha quindi il compito di favorire una formazione alla secolarità (all'indole secolare) compresa non solo come condizione sociale, ma anche come valore che entra nello stile di vita, nel seguire i consigli evangelici, nell'attuare l'impegno apostolico. E di favorire una formazione alla missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa nel mondo: per un apostolato di presenza e di testimonianza nel proprio ambiente e nella vita professionale; per una testimonianza anche quando, per ragioni diverse (malattia, età, ecc.) non si ha che la propria vita ordinaria per partecipare alla edificazione del Regno; e pure per un apostolato in forma visibile e diretta, come è richiesto a un cristiano cosciente e impegnato, che per vocazione speciale sente l'urgenza di annunciare Cristo e l'amore del Padre, e sa porsi a disposizione della comunità ecclesiale per raggiungere questo scopo.

43. In breve: formazione alla secolarità come modo di vivere la vocazione specifica nel mondo e per il mondo; ma anche formazione al coraggio, all'audacia apostolica, alla volontà di una migliore preparazione, a non cedere al rispetto umano.

5) Formazione professionale

44. E' già stato ricordato che l'Istituto non è per sé competente a intervenire in modo diretto sul piano professionale. Tuttavia ha da porre attenzione a che sia assicurata la formazione in questo campo, perché il valore della testimonianza dipende anche da essa.

45. E' quindi importante sensibilizzare i membri al dovere che incombe loro di acquisire la migliore competenza possibile per la loro professione, di avere dei rapporti corretti con il proprio ambiente di lavoro, di prepararsi a scelte valide nei settori culturale, sociale, politico, sindacale. Sono, queste, condizioni indispensabili per avere un impatto con un mondo in cui la cultura e la tecnica sono preponderanti e dove troppo spesso la coscienza professionale fa difetto.

46. L'esigenza della formazione professionale deve essere accolta come un servizio autentico al mondo, in adesione alla vocazione specifica degli Istituti Secolari.

E) Linea unificante

47. Questi vari aspetti della formazione, e in particolare quello spirituale e quello apostolico, trovano un loro indirizzo unitario nelle Costituzioni di ciascun Istituto, in quanto esse sono la proposta concreta della vocazione e contengono le linee radicali della fisionomia spirituale di chi è chiamato secondo tale vocazione.

48. Le Costituzioni rinnovate dopo il Concilio Vaticano II sono ricche di ispirazione teologica, sia biblica che dottrinale, e di esortazioni e stimoli ascetici. Se un membro di un Istituto Secolare è formato sulla loro base, la sua formazione sarà essenzialmente completa, oltreché garantita nella sua validità dall'approvazione della Chiesa.

49. E' fondamentale che si crei una relazione adulta, libera della libertà dei figli di Dio, tra la persona e le Costituzioni: occorre conoscere e comprendere quello che esse dicono; occorre mettersi in atteggiamento disponibile per leggervi la verità che interpella all'impegno generoso.

50. Questo rapporto, evidentemente, non è esclusivo del periodo di prima formazione, quando è necessario conoscere bene quello che l'Istituto chiede e offre. Le Costituzioni lette alla luce del Vangelo e dei documenti ecclesiali offrono una materia di studio, di riflessione e di revisione sempre valida per proseguire verso la maturità cristiana.

F) Tempi di formazione

51. La formazione dovrà avere un carattere sistematico nel primo periodo di vita nell'Istituto, ma non può limitarsi a questo; anzi, essa prende la sua perfetta configurazione man mano che le scelte si precisano: e quindi, durante tutta la vita.

52. Tutti gli elementi descritti valgono sia per la prima formazione che per la permanente, ma le accentuazioni saranno diverse. Anche la formazione alla spiritualità e al carisma specifico dell'Istituto, così importante nel periodo iniziale, dovrà continuare perché, nel modo concreto di viverli, il carisma e la spiritualità hanno una loro evoluzione, dipendente dal tempo, dai luoghi, dalle direttive della Chiesa, dai bisogni del mondo. Evoluzione intelligente, e per questo, bisognosa di continua formazione.

53. I compiti propri della formazione permanente sono molteplici: essa supplisce alle inevitabili lacune delle prime fasi; costituisce un aiuto indispensabile per un continuo aggiornamento, nel discernimento dei veri valori e in una lettura illuminata dei segni dei tempi; permette di superare i momenti di fatica, dovuti a una vita intensa o all'isolamento o all'età o ad altra circostanza; sostiene lo sforzo costante di rinnovamento spirituale per non venir meno alla fedeltà totale e crescente anche quando venisse a mancare lo slancio e l'entusiasmo degli inizi; rende attenti alle nuove esigenze di presenza apostolica.

54. Tra il periodo della prima formazione e quello che segue si può presentare il pericolo di una frattura, suscettibile di provocare una crisi. Infatti nel periodo iniziale normalmente la persona è guidata con assiduità da un responsabile che dedica del tempo ai rapporti interpersonali e agli incontri di formazione; in seguito invece questo manca o è molto ridotto, e non è che sia sostituito da una comunità fisica. E' opportuno preparare a questa solitudine attraverso un'esperienza di autonomia e di responsabilità personale.

G) I formatori

55. Risulta pertanto basilare l'oculatezza nella scelta del formatore, che abbia le qualità necessarie. Si deve far attenzione ai suoi doni spirituali, alla sua solidità in quanto membro dell'Istituto, al suo equilibrio, al suo discernimento, alla sua capacità di ascolto, di rispetto, di comprensione delle persone.

56. Si presenta anche la necessità della formazione dei formatori, una formazione specifica che da una parte è la stessa di quella data a tutti i membri dell'lstituto e dall'altra se ne distingue. Per esempio, il formatore non solo deve conoscere il Vangelo, ma deve anche conoscere la chiave pedagogica che gli permetta di farsene trasmettitore. Deve conoscere e vivere le Costituzioni dell'Istituto in modo da poterne comunicare tutta la ricchezza, e deve conoscere e anche saper inventare i vari modi possibili di viverle e di farle vivere. E ancora, oltre a quegli elementi di psicologia indispensabili per saper reagire di fronte alle realtà della vita, il responsabile di formazione deve acquisire la capacità di giudicare le situazioni e di dare le controindicazioni che la consacrazione secolare e la vocazione nell'Istituto esigono in quella particolare situazione, da quella particolare persona.

IV. MEZZI DI FORMAZIONE

A) Piano di formazione

57. Un programma di formazione si rende necessario, anche se deve essere abbastanza elastico da potersi adattare alle reali esigenze delle persone e alle circostanze di tempo e di luogo. Un programma che sia fondato sulla Parola di Dio, sul magistero della Chiesa e sulle Costituzioni dell'Istituto, e che nella sua proposta si avvalga del contributo di molte persone e sia frutto di riflessione e di esperienze.

58. Graduato secondo i tempi di formazione, questo piano deve essere chiaro nelle sue finalità, ma molto aperto per quanto riguarda le modalità di applicazione, perché sia in funzione delle persone. Negli Istituti di grande diffusione è desiderabile che ci siano più programmi formativi, che tengano conto delle diverse culture ambientali, purché però le grandi linee della formazione siano tali da assicurare l'unità di spirito e di specifica vocazione in tutto l'Istituto. Risulta evidente ancora una volta l'essenzialità che occupa, in un programma formativo, l'utilizzazione e l'approfondimento delle Costituzioni.

B) Mezzi di formazione spirituale

59 Data l'importanza primaria della formazione spirituale, i mezzi in ordine ad essa hanno da essere studiati e presentati esplicitamente.

60. Una elencazione potrebbe comprendere: gli esercizi spirituali, i ritiri periodici, la liturgia e i sacramenti, l'ascolto personale e comunitario della parola di Dio, la meditazione quotidiana, lo scambio di esperienze di fede, la riflessione, individuale e collettiva, sulle Costituzioni...

61. Di fronte ai diversi mezzi di formazione spirituale, siano essi direttamente utilizzati dall'Istituto o vengano dall'ambiente in cui si vive, va di nuovo sottolineato che ognuno deve sentirsi personalmente e attivamente responsabile del modo di farli propri.

C) Contatti con l'Istituto

62. Molteplici possono essere i contatti con l'Istituto orientati alla formazione integrale e unitaria: vanno dallo scambio tra persona e persona, allo scambio tra persona e gruppo, alla comunicazione "a distanza".

63 Tra i contatti da persona a persona, un posto prioritario hanno i rapporti regolari che i candidati devono tenere con il formatore: in questi rapporti essi sono aiutati ad assumere i diversi elementi della vo¬cazione con responsabilità e secondo il dono proprio, e a farne una sintesi armoniosa nella loro vita.

64. Potranno essere colloqui periodici, relazioni scritte, corrispondenza regolare. E' molto utile però che il formatore non si limiti a questi rapporti, ma cerchi di incontrare la persona in formazione nei momenti ordinari della sua vita; che ne conosca l'ambiente di provenienza, per meglio cogliere aspetti della sua personalità e il modo di rapportarsi con la realtà e con gli altri. Sono occasioni che aiutano a individuare meglio le linee pedagogiche adatte per aiutare l'interessato a scoprire, sviluppare, rinforzare il senso dell'impegno e della responsabilità personale.

65. Oltre ai contatti con il responsabile di formazione, ha notevole importanza il contatto fraterno con ogni altro membro dell'Istituto.

66. 2) Ma non basta il contatto individuale; occorre completarlo con momenti di vita comunitaria, cioè con quegli incontri fraterni, indispensabili per la formazione specifica nell'Istituto e per la verifica e il sostegno vicendevoli.

67. Questi tempi di vita fraterna possono variare notevolmente da un Istituto all'altro, ma la loro efficacia sulla formazione non è discutibile. Non c'è in tali incontri soltanto un aspetto di amicizia umana, perché essi devono anzitutto costituire momenti di conforto con la Parola di Dio per incarnarla nelle situazioni concrete, diverse per ciascuno ma compartecipate nella comunione. Infatti il valore del dialogo, sia a livello bilaterale che a livello di gruppo, è nella ricerca comune della volontà di Dio, attraverso la comunicazione reciproca.

68. Nel quadro di questi incontri si pone egualmente la trasmissione della storia dell'Istituto (carisma, fondazione, primi passi, sviluppi...), la cui conoscenza è fondamentale per comprendere anche la propria vocazione e l'inserzione nella missione della Chiesa.

69. 3) La possibilità di incontri fraterni è ostacolata, molte volte, da grosse difficoltà: ecco allora la necessità di prendere in considerazione i mezzi scritti, anche se la formazione orale è più efficace.

70. Tra questi strumenti di formazione, vanno ricordati tutti gli scritti elaborati a cura dell'Istituto: lettere, circolari, bollettini, questionari, riviste, eccetera, che vanno utilizzati secondo le tradizioni di ogni Istituto, ma ai quali tutti i membri, secondo la loro capacità, dovrebbero dare un contributo, e che soprattutto devono essere accolti come sostegno al vincolo fraterno.

D) Complementarità dei mezzi di formazione

71. Si può stabilire una gerarchia di efficacia dei mezzi di formazione utilizzabili dagli Istituti?

72. In pratica gli Istituti sono chiamati a impiegare l'uno o l'altro mezzo in maniera complementare, secondo le persone da formare e secondo le possibilità reali. In questo senso si può affermare che tutti i mezzi sono necessari e si completano a vicenda, in rapporto all'esigenza essenziale e permanente che è sempre quella di assicurare lo sviluppo della persona.

73. Alcuni suggerimenti possono esser tenuti presenti per superare particolari difficoltà:

- il rimedio all'isolamento è la costituzione di gruppi: l'aiuto vicendevole è la garanzia che ci sarà sempre uno stimolo per progredire anche nell'autoformazione;

- occasioni di formazione tra Istituti, sugli elementi e le esigenze comuni, possono essere ricercate con molta utilità;

- si può anche pensare a un aiuto fraterno da parte di Istituti più capaci o per il loro numero o per la qualificazione dei loro membri, verso altri Istituti.

CONCLUSIONE

74. Le riflessioni esposte e i suggerimenti dati nelle pagine precedenti vogliono essere come già si è detto un aiuto per gli Istituti Secolari. Può darsi che in qualche responsabile di Istituto e di formazione infondano un certo timore: il compito è troppo grosso!

75. In realtà è un compito grosso, ma deve sorreggere tutti la certezza che quando, pur riconoscendo di essere "poveri servi"(Lc 17,10), si è fatto tutto il possibile, il Signore interviene e giunge anche là dove i formatori non sanno o non possono giungere: "porti lui a compimento, con la sua potenza, ogni volontà di bene" (2 Ts 1,11).

Discorso alla Conferenza Mondiale
degli Istituti Secolari
S. S. Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980




Cari fratelli e sorelle nel Signore.

1.“A voi, grazia e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo”. Queste parole familiari all’apostolo san Paolo (cf. Rm 1,7; 1Cor 1,3; 2Cor 1,2; ecc), salgano spontaneamente alle mie labbra per augurarvi il benvenuto, e per esprimervi la mia riconoscenza per la visita che mi rendete in occasione del vostro congresso, che riunisce i rappresentanti degli istituti secolari del mondo intero.

Questo incontro mi procura una gioia profonda. Infatti, il vostro stato di vita consacrata costituisce un dono particolare dello Spirito Santo fatto al nostro tempo per aiutarlo, come hanno detto i miei confratelli latino-americani riuniti a Puebla, “a risolvere la tensione tra l’apertura oggettiva ai valori del mondo moderno (stato secolare cristiano autentico) e il dono plenario del cuore a Dio (spirito della consacrazione)” (cf. Puebla, 775). Infatti, voi vi trovate per così dire al centro del conflitto che turba e divide l’anima moderna, perché potete offrire “un apporto pastorale efficace per l’avvenire e aprire strade nuove e di valore universale per il Popolo di Dio” (Ivi).

Ho dunque grande interesse per il vostro congresso e prego il Signore di darvi la sua luce e la sua grazia affinché i lavori della vostra assemblea vi permettano di analizzare lucidamente le possibilità e i rischi che il vostro modo di vivere comporta, di prendere subito le decisioni in grado di assicurare alla vostra scelta di vita, da cui la Chiesa oggi si attende molto, gli sviluppi opportuni.

2. Nello scegliere i temi del vostro congresso: “L’evangelizzazione e gli istituti secolari alla luce dell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi””, avete seguito una suggestione contenuta in una allocuzione del mio venerato predecessore, il Papa Paolo VI al quale va certamente la vostra gratitudine per l’attenzione che vi ha sempre riservato e per l’efficacia con la quale seppe fare accogliere dalla Chiesa la consacrazione nella vita secolare. Indirizzandosi il 25 agosto 1976 ai responsabili generali dei vostri istituti, egli rilevava: “Se essi rimarranno fedeli alla loro vocazione particolare, gli istituti secolari diventeranno come “il laboratorio di esperienza” nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo. È perciò che essi devono ascoltare, come rivolto soprattutto a loro, l’appello dell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”: “Il loro compito... è la messa in opera di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e attive nelle cose del mondo. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, del sociale, dell’economia, ma ugualmente della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, dei mass media”(Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 70)” (cf. Doc. Cath., 1976, p. 807).

In queste parole, l’accento messo sulla realtà ecclesiale degli istituti secolari nella loro essenza e nel loro agire non sarà certamente sfuggito a nessuno. È d’altronde sviluppato anche in altri discorsi. C’è lì un elemento che desidero sottolineare. Infatti, come non rendersi conto di quanto è importante che la vostra esperienza di vita, caratterizzata ed unificata dalla consacrazione, l’apostolato e la vita secolare, si svolge, certo, attraverso un sano pluralismo, in una comunione autentica: con i pastori della Chiesa e nella partecipazione alla missione evangelizzatrice di tutto il Popolo di Dio?

Questo non pregiudica, d’altra parte, ciò che distingue essenzialmente il modo di consacrazione a Cristo che ci è proprio. Il mio predecessore lo precisava nell’allocuzione che ho già citato, e ricordava in questa occasione una distinzione di grande importanza metodologica: “Questo non significa, evidentemente - diceva - che gli istituti secolari, in quanto tali, debbano caricarsi di questi compiti. Questo spetta a ciascuno dei loro membri. È dunque il dovere degli istituti stessi di formare la coscienza dei loro membri a una maturità e a una apertura che li spingano a prepararsi con molto zelo alla professione scelta, allo scopo di affrontare in seguito con competenza, e in spirito di distacco evangelico, i pesi e la gioia delle responsabilità sociali verso le quali la provvidenza li orienterà” (cf. Doc. Cath., 1976, p. 807).

3. Conformemente a queste indicazioni di Papa Paolo VI, i vostri istituti hanno approfondito in modi diversi, in questi ultimi anni, a livello nazionale o continentale, il tema dell’evangelizzazione. Il vostro attuale congresso vuole fare il punto sui risultati acquisiti e verificarne il valore, al fine d’orientare sempre meglio gli sforzi di ciascuno in accordo con la vita della Chiesa, che cerca con tutti i mezzi “di studiare come fare arrivare all’uomo moderno il messaggio cristiano nel quale può trovare la risposta ai suoi interrogativi e la forza per il suo impegno di solidarietà umana” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 3).

Sono felice di prendere atto del buon lavoro compiuto e esorto tutti i membri, preti e laici, a perseverare nella ricerca di una miglior comprensione delle realtà e dei valori temporali in rapporto all’evangelizzazione stessa: il prete, per rendersi sempre più attento alla situazione dei laici e per portare al presbiterio diocesano non solamente una esperienza di vita secondo i consigli evangelici e con un aiuto comunitario, ma anche una sensibilità esatta del rapporto della Chiesa al mondo; il laico, per accogliere il ruolo particolare affidato a colui che è consacrato nella vita laica al servizio dell’evangelizzazione.

Che i laici abbiano, in questo campo, un incarico specifico, ho avuto l’occasione di sottolinearlo in molte riprese, in stretto accordo d’altronde con le indicazioni date dal Concilio. In quanto Popolo santo di Dio, dicevo per esempio a Limerick, nel corso del mio pellegrinaggio in Irlanda, voi siete chiamati a occupare il vostro ruolo nella evangelizzazione del mondo. Sì, i laici sono “una gente scelta, un sacerdozio santo”. Essi sono chiamati a essere “il sale della terra” e “la luce del mondo”.È loro vocazione e loro missione specifica di manifestare il Vangelo nella loro vita e di inserirlo anche come un lievito nella realtà del mondo in cui vivono e lavorano. Le grandi forze che reggono il mondo - politica, mass media, scienza, tecnologia, cultura, educazione, industria e lavoro - sono precisamente i campi in cui i laici hanno specificamente competenza per esercitarvi la loro missione. Se queste forze sono dirette da persone che sono veri discepoli di Cristo e che, allo stesso tempo, per le loro conoscenze e i loro talenti, sono competenti nel loro campo specifico, allora il mondo sarà veramente cambiato dal di dentro dalla potenza redentrice di Cristo” (Giovanni Paolo II, Homilia in urbe Limerico habita, die 1 oct 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 497. Cf. Doc. Cath., 1979, p. 867).

4. Riprendendo ora questo discorso e approfondendolo, provo il bisogno di attirare la vostra attenzione sulle tre condizioni di importanza fondamentale per l’efficacia della vostra missione:

a) Voi dovete essere, prima di tutto, veri discepoli di Cristo. In quanto membri di un istituto secolare, voi volete essere tali con la radicalità del vostro impegno di seguire i consigli evangelici in una maniera tale che, non solamente essa non cambia la vostra condizione - voi siete e rimanete laici! - ma essa la rafforza, in questo senso che il vostro stato secolare sia consacrato, che sia più esigente e che l’impegno nel mondo e per il mondo, implicato da questo stato secolare, sia permanente e fedele.
Rendetevi ben conto di ciò che questo significa: la consacrazione speciale, che porta alla sua pienezza la consacrazione del battesimo e della cresima, deve impegnare tutta la vostra vita e tutte le vostre attività quotidiane, creando in voi una disponibilità totale alla volontà del Padre che vi ha posti nel mondo e per il mondo. In questo modo, la consacrazione verrà a costituire come l’elemento di discernimento dello stato secolare, e voi non correte il rischio di accettare questo stato semplicemente come tale, con un facile ottimismo, ma l’assumerete coscienti dell’ambiguità permanente che l’accompagna, e vi sentirete logicamente impegnati a discernere gli elementi positivi e quelli che sono negativi allo scopo di privilegiare gli uni, precisamente con l’esercizio del discernimento, e per eliminare al contrario progressivamente gli altri.

b) La seconda condizione è che voi siate, al livello del sapere e dell’esperienza, veramente competenti nel vostro campo specifico per esercitare, grazie alla vostra presenza, questo apostolato di testimonianza e di impegno verso gli altri che la vostra consacrazione e la vostra vita nella Chiesa vi impongono. Infatti, è solamente grazie a questa competenza che voi potete mettere in pratica la raccomandazione rivolta dal Concilio ai membri degli istituti secolari: “Bisogna che essi tendano prima di tutto a donarsi interamente a Dio nella carità perfetta e che i loro istituti conservino il carattere secolare che è loro proprio e specifico al fine di potere esercitare ovunque e efficacemente l’apostolato per il quale essi sono stati creati” (Perfectae Caritatis, 11).
Questo vuol dire che voi dovete prendere sul serio l’ordine naturale e il suo “spessore ontologico”, cercando di leggere in esso il disegno liberamente perseguito da Dio, e offrendo la vostra collaborazione affinché si renda attuale progressivamente nella storia. La fede vi dà indicazioni sul destino superiore al quale questa storia è aperta grazie all’iniziativa salvifica di Cristo; nella rivelazione divina, tuttavia, non trovate risposte belle e fatte a numerose questioni che l’impegno concreto vi pone. È vostro dovere cercare, alla luce della fede, le soluzioni adeguate ai problemi pratici che emergono di volta in volta, e che non potrete spesso ottenere se non correndo il rischio di soluzioni solamente probabili.
C’è dunque un impegno a promuovere le realtà dell’ordine naturale e un impegno a far intervenire i valori della fede, che devono unirsi e integrarsi armoniosamente alla vostra vita, costituendo il suo orientamento di fondo e la sua costante ispirazione. In questo modo, voi potrete contribuire a cambiare il mondo “dal di dentro”, divenendo il suo fermento vivificante e obbedendo alla consegna che vi è stata data nel motu proprio “Primo Feliciter”: essere “il fermento, modesto ma efficace, che agendo ovunque e sempre, è mescolato ad ogni classe di cittadini, dalle più modeste alle più elevate, si sforza di raggiungerle e di riempirle tutte e ciascuna dell’esempio e in ogni modo fino ad informare la massa tutta intera in modo tale che essa sia tutta germogliata e trasformata in Cristo” (Primo Feliciter, Introd.).

5. La messa in evidenza dell’apporto specifico del vostro stile di vita non deve, tuttavia, condurre a sottovalutare le altre forme di consacrazione alla causa del regno alla quale voi potete così essere chiamati. Voglio alludere a ciò che è detto nel n. 73 dell’esortazione “Evangelii Nuntiandi,”che ricorda che: “I laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i pastori al servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vita di essa, esercitando ministeri molto diversificati, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà ben mettere in loro”.

Questo aspetto non è certamente nuovo ma corrisponde al contrario nella Chiesa a tradizioni molto antiche; concerne anche un certo numero di membri degli istituti secolari e principalmente, ma non esclusivamente, coloro che vivono nelle comunità dell’America latina o di altri paesi del terzo mondo.

6. Cari figli e figlie, il vostro campo d’azione, come vedete, è molto vasto. La Chiesa aspetta molto da voi. Essa ha bisogno della vostra testimonianza per portare al mondo, affamato della parola di Dio anche se non ne ha coscienza, il “gioioso annuncio” che ogni aspirazione autenticamente umana può trovare in Cristo il suo compimento. Sappiate essere all’altezza delle grandi possibilità che la provvidenza divina vi offre in questa fine del secondo millennio cristiano.

Da parte mia, rinnovo la mia preghiera al Signore, per la materna intercessione della Vergine Maria, affinché vi accordi in abbondanza i suoi doni di luce, di saggezza, di determinazione nella ricerca delle vie migliori per essere, tra i vostri fratelli e le vostre sorelle che sono nel mondo, una testimonianza vivente resa a Cristo e un richiamo discreto ma convincente ad accogliere la sua novità nella vita personale e nelle strutture sociali.

Che la carità del Signore guidi le vostre riflessioni e i vostri scambi durante questo congresso. Voi potrete allora camminare con fiducia. Vi incoraggio a questo donandovi la benedizione apostolica, per voi e per coloro che voi rappresentate oggi.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1980

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

Istituti Secolari e Consigli Evangelici
(Riflessioni sui dati del magistero ecclesiale)
(15 maggio 1981)




L'attività più impegnativa per la Sezione "Istituti Secolari" consiste nell'esame di Costituzioni o Statuti, che essa compie con la collaborazione di Consultori e di Commissari, sotto la responsabilità ultima del Cardinale Prefetto e del Prelato Segretario.

Non è un lavoro puramente tecnico, per il quale sia sufficiente applicare uno schema già pronto secondo cui approvare o correggere le varie norme.

Né la Sezione è un gruppo anonimo: i membri che la compongono, come pure i Consultori e i Commissari, sono chiamati personalmente ad un servizio ecclesiale, che essi intendono svolgere nell'amore a Cristo, alla Chiesa, alle persone. Questo comporta, da parte loro, uno sforzo di comprensione e un impegno di fedeltà continuamente rinnovati.

Dalla documentazione che riceve, e per quanto possibile con un dialogo diretto, la Sezione cerca di cogliere, almeno nell'essenza se non nelle sfumature, la spiritualità, la storia, gli elementi caratterizzanti di ogni Istituto. Nello stesso tempo, nel suo compito di organo esecutivo, segue come norma la dottrina ecclesiale sugli Istituti Secolari, che deve interpretare, perfezionare e applicare, senza tradirla (cfr. Provida Mater, art. II, § 2,2°).

E' in questo spirito che, di fronte all'accentuarsi di alcune difficoltà relative all'assunzione dei consigli evangelici, la Sezione ha svolto una sua riflessione per una maggiore chiarezza sul piano operativo, cioè per l'esame di cui sopra. Dopo un confronto iniziale con i suoi Consultori, ha messo per iscritto questa riflessione, convinta di una sua utilità: non per novità di contenuto, ma perché può servire di verifica nella stesura o nel rifacimento delle Costituzioni, e può offrire al proseguimento del dialogo tra Istituti e Sezione la base di un linguaggio comune.

1. La novità e la peculiarità che gli Istituti Secolari costituiscono nella Chiesa fu ed è: il riconoscimento ecclesiale di vera consacrazione nella secolarità.

Il magistero ecclesiale con la sua autorità riconosce come Istituti di vera vita consacrata, oltre agli Istituti religiosi, anche quelle associazioni, che, chiamate ad un apostolato "in saeculo et ex saeculo", propongono ai loro soci, come via verso la pienezza della carità (o con espressioni equivalenti verso la perfezione della vita cristiana, verso una piena e autentica vita evangelica), l'impegno esplicito, con vincolo sacro, di osservare i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, nel mondo, nella vita secolare. Queste associazioni le ha denominate "Istituti Secolari".
Si vedano: la Costituzione apostolica Provida Mater, 1947, la lettera Motu proprio Primo feliciter, 1948, e la conferma contenuta nel n. 11 del decreto conciliare Perfectae caritatis, 1965. Questi testi vanno oggi letti alla luce dell'insegnamento dato da Paolo VI e Giovanni Paolo II nei loro discorsi agli Istituti Secolari.

Il riconoscimento di vera consacrazione nella secolarità è ripreso, con gli stessi termini sostanziali, nello schema del futuro codice di diritto canonico.

2. Nella realtà di questa peculiare consacrazione concorrono tre componenti: l'azione di Dio che chiama ad un impegno e ad una missione specifici, la risposta della persona con una donazione totale, il riconoscimento della Chiesa.

Essa non si identifica con la consacrazione del battesimo, ma da questa prende origine e valore, e ne è uno sviluppo in profondità secondo la specifica vocazione: "in baptismatis consecratione intime radicatur eamque plenius exprimit" (PC 5; cfr. LG 44 "intimius consecratur").

3. In forza del riconoscimento da parte del magistero, la comunità dell'Istituto viene ad appartenere alla Chiesa per un titolo speciale.

Alle singole persone, il riconoscimento ecclesiale offre la garanzia che la via proposta dall'Istituto è una via evangelica che porta, se percorsa con fedeltà e generosità, alla pienezza della carità. Il fatto che in virtù di questo riconoscimento la donazione totale e definitiva delle persone a Cristo viene accolta dal responsabile dell'Istituto in nome della Chiesa, dà garanzia anche del nuovo dono di grazia che è la peculiare consacrazione.

Si tratta di un riconoscimento positivo. Esso cioè, evidentemente, non esclude che ci siano altre vie verso la pienezza della carità nella vita secolare: "Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità" (LG 40). Il sacramento del matrimonio, ad esempio, è dato a questo scopo. Ma il magistero riconosce come Istituti Secolari quelli che propongono, sempre nella secolarità, la via dell'impegno esplicito di osservare i tre consigli evangelici .

4. La via proposta dagli Istituti Secolari è una via propria caratteristica .

E' una via laicale (per gli Istituti Secolari laicali), specificata da una particolare consacrazione. Infatti l'indole secolare "propria e peculiare dei laici" (LG 31) è anche "il carattere proprio e specifico di questi Istituti, nel quale risiede tutta la loro ragione d'essere"(PF II).

La consacrazione che specifica questa via laicale comporta l'impegno esplicito a osservare i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, con contenuti e stile propri. I molteplici consigli evangelici sono dati a tutti i cristiani; la via proposta dagli Istituti Secolari richiede che essi siano accolti mediante l'impegno esplicito a osservare questi tre, secondo particolari determinazioni.

Infatti ogni via alla pienezza della carità richiede che si abbracci il Vangelo nella sua integralità espressa dalle Beatitudini. I tre tipici consigli evangelici nella dottrina della Chiesa sono la conseguenza ultima e la sintesi programmatica di tutti i consigli evangelici e delle Beatitudini, e sono espressivi di quella radicalità con cui si deve vivere il Vangelo per "seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino (= pressius)" (PC 1). E' per il valore di tale radicalità che il magistero richiede agli Istituti Secolari l'impegno esplicito nei consigli evangelici, "dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva" (LG 43).

Anche per gli Istituti Secolari sacerdotali si deve parlare di una peculiare consacrazione, che specifica a sua volta la vita sacerdotale, e comporta lo stesso impegno esplicito all'osservanza dei consigli evangelici.

5. Espressione eminente della donazione totale a Dio è il voto di castità perfetta nel celibato per il Regno: "prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni" (LG 42).

Talvolta la Chiesa si limita a richiedere questo voto per dare il suo riconoscimento di consacrazione: è quanto avviene per la consecratio virginum. Ma nelle forme istituzionali della vita consacrata, e in concreto negli Istituti Secolari, richiede che la donazione si esprima anche con l'impegno esplicito di povertà e di obbedienza con modi determinati.

6. Il magistero ecclesiale, al quale spetta "di regolare sapientemente con le sue leggi la pratica dei consigli evangelici, dai quali la perfezione della carità verso Dio e verso il prossimo è in modo singolare aiutata" (LG 45), rinvia alle Costituzioni dei singoli Istituti per le opportune precisazioni.

Quanto esso richiede è:

a) che accanto al richiamo e all'esortazione a vivere integralmente lo spirito dei consigli evangelici, ci siano delle determinazioni concrete e precise di attuazione, nello stile della secolarità e secondo le caratteristiche dell'Istituto; esse diventano in qualche modo mezzo e garanzia per vivere le virtù evangeliche corrispondenti;

b) che queste determinazioni siano assunte con un vincolo sacro, un vincolo cioè che esprima l'impegno davanti a Dio e alla Chiesa (cfr. PM art. III § 2);

c) che le Costituzioni con questi contenuti siano presentate alla verifica e all'approvazione dell'Autorità ecclesiastica.

Per questa riflessione, la Sezione ha considerato quanto oggi il magistero ecclesiale dice per gli Istituti Secolari sull'argomento in esame. Non ha inteso né definire nella sua completezza la natura degli Istituti Secolari, né fare una riflessione sulla vita di consacrazione in generale, né contemplare la eventualità futura di altre forme di consacrazione in pieno mondo, che non siano quella degli Istituti Secolari.

La Sezione si rende conto che rimane aperto un punto importante: quello di esemplificare le determinazioni concrete circa i consigli evangelici nei modi rispondenti alle esigenze della secolarità. Si propone di fare anche su questo una riflessione, ma spetta agli Istituti Secolari, con la loro esperienza, dare a tale riflessione un apporto decisivo: la Sezione è grata fin d'ora a quegli Istituti che vorranno inviare un contributo.

Discorso ai partecipanti alla plenaria
della Sacra Congregazione per
i Religiosi e gli Istituti Secolari
S. S. Giovanni Paolo II, 6 maggio 1983




Venerabili fratelli e carissimi Figli!

1. Vi ringrazio della vostra presenza, e vi esprimo la mia gioia per questo incontro, e la mia riconoscenza per il lavoro che svolgete nell’animazione e promozione della vita consacrata. I consigli evangelici, infatti, sono un “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva” (Lumen Gentium, 34), ed è pertanto estremamente valido e prezioso quanto si compie nel Dicastero in favore della loro professione.

In questa linea di animazione e promozione si è posta anche l’assemblea plenaria che oggi concludete, nella quale avete preso in particolare considerazione l’identità e la missione di quegli Istituti, che a motivo della loro peculiare missione “in saeculo et ex saeculo” (Codex Iuris Canonici, can. 713 § 2), sono denominati “Istituti secolari”.

È la prima volta che una vostra assemblea plenaria tratta direttamente di questi: è stata quindi una scelta opportuna, che la promulgazione del nuovo Codice ha favorito. In esso gli Istituti secolari - che nel 1947 ebbero il riconoscimento ecclesiale con la costituzione apostolica emanata dal mio predecessore Pio XII, Provida Mater - trovano ora la loro giusta collocazione in base alla dottrina del Concilio Vaticano II. Tali Istituti, infatti, vogliono essere fedele espressione di quella ecclesiologia, che il Concilio riconferma, quando mette in evidenza la vocazione universale alla santità (cf. Lumen Gentium, cap. V), i compiti nativi dei battezzati (cf. Ivi IV; Apostolicam Actuositatem), la presenza della Chiesa nel mondo in cui deve agire come fermento ed essere “sacramento universale di salvezza” (Lumen Gentium, 48; cf. Gaudium et Spes), la varietà e la dignità delle diverse vocazioni, e il “singolare onore”, che la Chiesa ha verso la “perfetta continenza per il Regno dei cieli” (Lumen Gentium, 42) e verso la testimonianza della povertà e dell’obbedienza evangeliche (Ivi).

2. Molto giustamente la vostra riflessione si è soffermata sugli elementi costitutivi, teologici e giuridici, degli Istituti secolari, tenendo presente la formulazione dei canoni ad essi dedicati nel Codice recentemente promulgato, ed esaminandoli alla luce dell’insegnamento che il Papa Paolo VI, e io stesso con l’allocuzione del 28 agosto 1980, abbiamo ribadito nelle Udienze loro concesse.

Dobbiamo esprimere un profondo ringraziamento al Padre di infinita misericordia, che ha preso a cuore le necessità dell’umanità e, con la forza vivificante dello Spirito, ha intrapreso in questo secolo iniziative nuove per la sua redenzione. Al Dio trino sia onore e gloria per questa irruzione di grazia, che sono gli Istituti secolari, con i quali egli manifesta l’inesauribile benevolenza, con cui la Chiesa stessa ama il mondo in nome del suo Dio e Signore.

La novità del dono, che lo Spirito ha fatto alla fecondità perenne della Chiesa, in risposta alle esigenze del nostro tempo, si coglie soltanto se si comprendono bene i suoi elementi costitutivi nella loro inseparabilità: la consacrazione e la secolarità; il conseguente apostolato di testimonianza, di impegno cristiano nella vita sociale e di evangelizzazione; la fraternità che, senza essere determinata da una comunità di vita, è veramente comunione; la stessa forma esterna di vita, che non distingue dall’ambiente in cui si è presenti.

3. Ora, è doveroso conoscere e far conoscere questa vocazione, così attuale e vorrei dire così urgente, di persone che si consacrano a Dio praticando i consigli evangelici, e in tale consacrazione speciale si sforzano di immergere tutta la loro vita e tutte le loro attività, creando in se stesse una disponibilità totale alla volontà del Padre e operando per cambiare il mondo dal di dentro (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio iis qui coetui Conferentiae Mundialis Institutorum Saecularium Romae habito affuere in Arce Gandulfi coram admissis habita, 28 agosto 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 468 ss.).

La promulgazione del nuovo Codice permetterà certamente questa migliore conoscenza, ma deve pure spingere i Pastori a favorire tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta e rispettosa delle caratteristiche qualificanti.

In tal modo si susciteranno risposte generose a questa difficile ma bella vocazione di “piena consacrazione a Dio e alle anime” (Primo feliciter, V): vocazione esigente, perché vi si risponde portando gli impegni battesimali alle più perfette conseguenze di radicalità evangelica, e anche perché questa vita evangelica deve essere incarnata nelle più diverse situazioni.

Infatti, la varietà dei doni affidati agli Istituti secolari esprime le varie finalità apostoliche, che abbracciano tutti i campi della vita umana e cristiana. Questa ricchezza pluralistica si manifesta anche nelle numerose spiritualità che animano gli Istituti secolari, con la diversità dei sacri vincoli, che caratterizzano diverse modalità nella pratica dei consigli evangelici e nelle grandi possibilità di inserimento in tutti gli ambienti della vita sociale. Giustamente il mio predecessore, il Papa Paolo VI, che tanto affetto dimostrò per gli Istituti secolari, diceva che, se essi “rimangono fedeli alla propria vocazione, saranno come il laboratorio sperimentale, nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo” (Paolo VI, Allocutio iis qui coetui internationali Institutorum Saecularium interfuerunt habita, 25 agosto 1976: Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 676). Prestate, dunque, il vostro appoggio a tali Istituti, perché siano fedeli alla originalità dei loro carismi di fondazione riconosciuti dalla Gerarchia, e siate vigilanti per scoprire nei loro frutti l’insegnamento, che Dio vuole darci per la vita e l’azione di tutta la Chiesa.

4. Se ci sarà uno sviluppo e un rafforzamento degli Istituti secolari, anche le Chiese locali ne trarranno vantaggio.

Nella vostra assemblea plenaria questo aspetto è stato tenuto presente, anche perché vari Episcopati, con i suggerimenti dati in ordine alla vostra riunione, hanno indicato il rapporto tra Istituti secolari e Chiese locali come meritevole di approfondimento.

Pur nel rispetto delle loro caratteristiche, gli Istituti secolari devono comprendere e assumere le urgenze pastorali delle Chiese particolari, e confermare i loro membri a vivere con attenta partecipazione le speranze e le fatiche, i progetti e le inquietudini, le ricchezze spirituali e i limiti, in una parola: la comunione della loro Chiesa concreta. Deve essere un punto di maggiore riflessione per gli Istituti secolari, questo, così come deve essere una sollecitudine dei Pastori riconoscere e richiedere il loro apporto secondo la natura loro propria.

In particolare, incombe ai Pastori un’altra responsabilità: quella di offrire agli Istituti secolari tutta la ricchezza dottrinale, di cui hanno bisogno. Essi vogliono far parte del mondo e nobilitare le realtà temporali, ordinandole ed elevandole, perché tutto tenda a Cristo come a un capo (cf. Ef 1, 10). Perciò, si dia a questi Istituti tutta la ricchezza della dottrina cattolica sulla creazione, l’incarnazione e la redenzione, affinché possano fare propri i disegni sapienti e misteriosi di Dio sull’uomo, sulla storia e sul mondo.

5. Fratelli e figli carissimi! È con sentimento di vera stima e anche di vivo incoraggiamento per gli Istituti secolari che oggi ho colto l’occasione offertami da questo incontro per sottolineare alcuni aspetti da voi trattati nei giorni scorsi.

Auspico che la vostra assemblea plenaria raggiunga pienamente la finalità di offrire alla Chiesa una migliore informazione sugli Istituti secolari e di aiutare questi a vivere la loro vocazione in consapevolezza e fedeltà.

Quest’Anno Giubilare della Redenzione, che tutti chiama “a una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona” (Giovanni Paolo II, Aperite portas Redemptori, 8), a un rinnovato incontro con la bontà misericordiosa di Dio, sia in particolare per le persone consacrate anche un rinnovato e pressante invito a seguire “con maggior libertà” e “più da vicino” (Perfectae Caritatis, 1) il Maestro che le chiama per le vie del Vangelo.

E la vergine Maria sia per loro costante e sublime modello, e le guidi sempre con la sua materna protezione.

Con questi sentimenti, volentieri imparto a voi qui presenti, e agli iscritti negli Istituti secolari di tutto il mondo, la propiziatrice benedizione apostolica.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 6 MAGGIO 1983

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari (CRIS)

Messaggio agli Istituti Secolari dell'Assemblea Plenaria(6 maggio 1983)




Carissimi fratelli e sorelle,

con le parole dell'Apostolo Paolo, auguriamo "grazia e pace a voi da parte di Dio Padre nostro e del Signore Gesù Cristo" (Gal 1, 3).

Nella qualità di membri della Sacra Congregazione che ha competenza sugli Istituti di vita consacrata, riuniti a Roma in Assemblea Plenaria nei giorni 3 6 maggio, scriviamo a voi, consacrati degli Istituti Secolari.

La Plenaria, come certo sapete, è l'assemblea più importante del Dicastero per collaborare in modo immediato al ministero spirituale e pastorale del Santo Padre, in privilegiato servizio alla vita consacrata nella Chiesa universale.

Il tema centrale di questa riunione è stato: "Gli Istituti Secolari.: loro identità e loro missione", tema scelto da noi stessi e approvato dal Santo Padre. Il nostro intendimento è stato quello di prendere conoscenza maggiore della consolante realtà che voi costituite nella Chiesa, in modo da favorire simile maggiore conoscenza in tutto il Popolo di Dio.

Al termine della nostra riunione desideriamo rivolgerci con semplicità e con responsabilità a voi per "confortare i vostri cuori" (Ef 6,22) e per render grazie a Dio "per le notizie ricevute della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete, in vista della speranza che vi attende nei cieli"(Col 1,4-5).

Nella riflessione fatta tra di noi e nell'ascoltare anche la testimonianza di alcuni rappresentanti dei vostri Istituti, appositamente invitati, ci siamo confermati nella convinzione che gli Istituti Secolari sono un grande dono dello Spirito Santo alla Chiesa e al mondo del nostro tempo.

Nel Popolo di Dio, essi sono fortemente in sintonia con quella preoccupazione pastorale che nel Concilio Vaticano II si è espressa soprattutto nella Costituzione "Gaudium et Spes", dove si afferma che la Chiesa "cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e trasformarsi in famiglia di Dio" (GS 40).

Il vostro carisma si trova in "profonda e provvidenziale coincidenza" come si esprimeva Paolo VI (2 febbraio 1972) con questa esigenza di presenza della Chiesa nel mondo, così che voi costituite un modo specifico di essere Chiesa: siete chiamati ad assumere e promuovere cristianamente nel secolo gli impegni e i dinamismi della storia dell'uomo.

Convinti di tutto questo, riteniamo doveroso aggiungere anche una esortazione. Siate gelosamente fedeli alla vostra vocazione, crescete nella santità, quella santità a cui tutti i fedeli sono chiamati (cfr. LG, cap. V) e di cui dovete essere privilegiati testimoni.

L'insegnamento che avete ricevuto sin dai primi documenti emanati per voi da Pio XII, e poi in particolare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, sia il costante punto di riferimento per rispondere a quello che il Signore vi domanda: in esso trovate una grande ricchezza di spiritualità. Anche la nuova legislazione canonica vi aiuterà e vi illuminerà, non solo perché recepisce la vostra realtà, ma anche perché assume a suo fondamento la dottrina del Concilio Vaticano II e l'insegnamento dei Sommi Pontefici. Sia vostra attenzione applicarla fedelmente: e per quanto riguarda le vostre caratteristiche irrinunciabili, e per gli impegni di consacrazione nella vostra vita secolare, e per l'apostolato a voi proprio, e anche per gli aspetti strutturali.

Continuate il vostro cammino con gioia grande e grande fiducia: la Chiesa si aspetta molto da voi. E molto si aspetta il mondo che deve essere salvato in Cristo. E' infatti Gesù Cristo che vi ha chiamati e che vi manda all'uomo d'oggi, perché tutti sappiano aprire le porte a Lui, il Redentore (cfr. Bolla di indizione dell'Anno Santo della Redenzione).

Voi troverete il modo di farvi conoscere, pur senza venir meno, secondo le caratteristiche di ciascun Istituto, alla discrezione e al riserbo. La possibilità di diffusione e di crescita dei vostri Istituti, perché molti altri sentano la vocazione della speciale consacrazione nella secolarità, e vi rispondano, dipende molto anche da voi. Cercate di avere un rapporto assiduo e filiale con i Vescovi delle vostre Chiese particolari, sia per dare un contributo alla vita pastorale secondo l'indole a voi propria, sia per farvi aiutare. Una conclusione della riunione plenaria è stata infatti quella di raccomandare alle Conferenze Episcopali di incoraggiare nei fedeli, e in particolare nei sacerdoti, un approfondimento di conoscenza e un sollecito appoggio alla crescita degli Istituti Secolari .

Un'ultima parola vogliamo aggiungere: curate molto la vostra formazione. In collaborazione e risposta alla grazia di Dio, il quale può "portare a compimento, con la sua potenza ogni volontà di bene" (2 Ts 1, 11), l'impegno formativo "nelle cose divine e umane" (PC 11) deve essere veramente la prima preoccupazione: sono le esigenze della vostra vocazione che impongono tale priorità.

La Vergine Maria, che "consacrò totalmente se stessa alla persona e all'opera del Figlio suo"(LG 56), sia vostro "modello ispiratore (Paolo VI) e Madre sempre vicina.

Con affetto fraterno, in unione al Santo Padre Giovanni Paolo II, invochiamo su voi tutti la divina benedizione.

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

Gli Istituti Secolari: La loro identitá e la loro missione

Documento per l'Assemblea plenaria dei giorni 3-6 maggio 1983




Nella Chiesa, dal 1947, hanno un loro posto quegli Istituti di vita consacrata che, per la loro nota distintiva, sono stati detti Secolari: la Chiesa li ha riconosciuti e approvati, ed essi partecipano attivamente, secondo la vocazione propria, alla sua missione di sacramento universale di salvezza.

Paolo VI ha detto, tenendo presente la dottrina conciliare, che la Chiesa "ha una autentica dimensione secolare", inerente alla sua intima natura e missione, la cui radice affonda nel mistero del Verbo incarnato" (2 febbraio 1972).

Ebbene: dentro questa Chiesa, immersa e dispersa tra i popoli, presente nel mondo e al mondo, gli Istituti Secolari "appaiono come provvidi strumenti per incarnare questo spirito e trasmetterlo alla Chiesa intera"(ib).

Nella radicalità della sequela Christi, vivendo e professando i consigli evangelici, "la secolarità consacrata esprime e realizza in maniera privilegiata riunione armoniosa dell'edificazione del Regno di Dio e della costruzione della città temporale, l'annuncio esplicito di Gesù nella evangelizzazione e le esigenze cristiane della promozione umana integrale" (E. Pironio, 23 agosto 1976).

Attraverso la fisionomia propria di ogni Istituto, è da questa comune caratteristica unione di consacrazione e di secolarità che sono definiti, nella Chiesa, gli Istituti Secolari.

Per offrire una sufficiente informazione su di essi, nelle pagine che seguono vengono esposti alcuni dati storici, una riflessione teologica, e gli elementi giuridici essenziali.


Parte I

PRESENTAZIONE STORICA

Gli Istituti Secolari rispondono a una visione ecclesiale messa in evidenza dal Concilio Vaticano II. Lo dice autorevolmente il Papa Paolo VI: "Gli Istituti Secolari vanno inquadrati nella prospettiva in cui il Concilio Vaticano II ha presentato la Chiesa, come una realtà viva, visibile e spirituale insieme (cfr. LG 8), che vive e si sviluppa nella storia (cfr. ibid.)".

"Non si può non vedere la profonda e provvidenziale coincidenza tra il carisma degli Istituti Secolari e quella che è stata una delle linee più importanti e più chiare del Concilio: la presenza della Chiesa nel mondo. In effetti, la Chiesa ha fortemente accentuato i diversi aspetti della sua relazione al mondo: ha chiaramente ribadito che fa parte del mondo, che è destinata a servirlo, che di esso dev'essere anima e fermento, perché chiamata a santificarlo e a consacrarlo e a riflettere su di esso i valori supremi della giustizia, dell'amore e della pace" (2 febbraio 1972).

Queste parole non solo costituiscono un autorevole riconoscimento programmatico degli Istituti Secolari, ma offrono anche una chiave di lettura della loro storia, presentata qui di seguito in forma sintetica.


1. Prima della "Provida Mater" (1947)

Esiste una preistoria degli Istituti Secolari, in quanto ci furono già in passato dei tentativi di costituire associazioni simili agli attuali Istituti Secolari; una certa approvazione a queste associazioni la diede il decreto Ecclesia Catholica (11 agosto 1889), il quale tuttavia ammetteva per esse soltanto una consacrazione privata.

Fu soprattutto nel periodo dal 1920 al 1940 che, nelle varie parti del mondo, l'azione dello Spirito suscitò diversi gruppi di persone, che sentivano l'ideale di donarsi incondizionatamente a Dio rimanendo nel mondo ad operare all'interno di esso per l'avvento del Regno di Cristo.

Il Magistero della Chiesa si rese sensibile al diffondersi di questo ideale, che verso il 1940 trovò modo di precisarsi anche in incontri di alcuni di quei gruppi.

Il Papa Pio XII fece approfondire l'intero problema e, a conclusione di un ampio studio, promulgò la Costituzione apostolica Provida Mater.


2. Dalla "Provida Mater" al Concilio Vaticano II

I documenti che diedero riconoscimento alle associazioni che nel 1947 furono denominate "Istituti Secolari" sono:

- Provida Mater: Costituzione apostolica che contiene una "lex peculiaris", febbraio 1947;

- Primo feliciter: Lettera "Motu proprio", 12 marzo 1948;

- Cum sanctissimus: istruzione della Sacra Congregazione dei religiosi, 19 marzo 1948.

Complementari tra di loro, questi documenti contengono sia riflessioni dottrinali sia norme giuridiche, con elementi già chiari e sufficienti per una definizione dei nuovi Istituti.

Questi peraltro presentavano non poche differenze tra loro, in particolare a motivo della diversa finalità apostolica:

- per alcuni, essa era quella di una presenza nell'ambiente sociale per una testimonianza personale, per un impegno personale di orientare a Dio le realtà terrene (Istituti di "penetrazione");

- per altri, essa era quella di un apostolato più esplicito e senza escludere l'aspetto comunitario, anche con diretto impegno operativo ecclesiale o assistenziale (Istituti di"collaborazione").

La distinzione tuttavia non era sempre così netta, tanto è vero che un medesimo Istituto poteva avere ambedue le finalità.


3. L'insegnamento del Concilio Vaticano II

a) Nei documenti conciliari, gli Istituti Secolari sono esplicitamente menzionati poche volte, e l'unico testo ad essi dedicato ex professo è il n. 11 di Perfectae caritatis.

In questo testo sono, in sintesi, richiamate le caratteristiche essenziali, così da confermare con l'autorità del Concilio. Infatti vi si dice che:

- gli Istituti Secolari non sono Istituti religiosi: questa definizione in negativo impone di evitare la confusione tra i due: gli Istituti Secolari non sono una forma moderna di vita religiosa, ma sono una vocazione e una forma di vita originali;

- essi richiedono "veram et completam consiliorum evangelicorum professionem": non sono quindi riducibili ad associazioni o movimenti che, per una risposta alla grazia battesimale, pur vivendo lo spirito dei consigli evangelici, non li professano in modo ecclesialmente riconosciuto;

- in questa professione, la Chiesa segna i membri degli Istituti Secolari con la consacrazione che viene da Dio, al quale intendono dedicarsi totalmente nella perfetta carità;

- la medesima professione avviene in saeculo, nel mondo, nella vita secolare: questo elemento qualifica intimamente il contenuto dei consigli evangelici e ne determina le modalità di attuazione;

- per questo la "propria e peculiare indole" di questi Istituti è quella secolare;

- infine e di conseguenza, solo la fedeltà a questa fisionomia potrà permettere loro di esercitare quell'apostolato "ad quem exercendum orta sunt"; cioè l'apostolato che li qualifica per la sua finalità e che deve essere "in saeculo ac veluti ex saeculo": nel mondo, nella vita secolare, e a partire dal di dentro del mondo (cfr. Primo feliciter, II: avvalendosi delle professioni, attività, forme, luoghi, circostanze, rispondenti alla condizione di secolari).

Merita particolare attenzione, nel numero 11 di Perfectae caritatis, la raccomandazione di una accurata formazione "in rebus divinis et humanis", perché questa vocazione è in realtà molto impegnativa.

b) Nella dottrina del Concilio Vaticano II gli Istituti Secolari hanno trovato molte conferme della loro intuizione fondamentale e molte direttive programmatiche specifiche.

Tra le conferme: l'affermazione della vocazione universale alla santità, della dignità e responsabilità dei laici nella Chiesa, e soprattutto che "laicis indoles saecularis propria et peculiaris est" (LG 31: il secondo paragrafo di questo numero sembra riprendere non solo la dottrina ma anche alcune espressioni del Motu proprio Primo feliciter).

Tra le direttive programmatiche specifiche: l'insegnamento della Gaudium et Spes circa il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo, e il compito di essere presenti nelle realtà terrene con rispetto e sincerità, operandovi per il loro orientamento a Dio.

c) In sintesi: dal Concilio Vaticano II gli Istituti Secolari hanno avuto elementi sia per approfondire la loro realtà teologica (consacrazione nella e della secolarità), sia per chiarire la loro linea di azione (la santificazione dei loro membri e la presenza trasformatrice nel mondo).

Con la Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae (15 agosto 1967), in applicazione del Concilio, la Sacra Congregazione cambia denominazione: "pro Religiosis et Institutis saecularibus". E' un ulteriore riconoscimento della dignità degli Istituti Secolari e della loro distinzione netta da quelli religiosi. Questo ha comportato nella Sacra Congregazione la costituzione di due Sezioni (mentre precedentemente per gli Istituti Secolari operava un "ufficio"), con due Sottosegretari, con distinte e autonome competenze sotto la guida di un unico Prefetto e un unico Segretario.


4. Dopo il Concilio Vaticano II

La riflessione sugli Istituti Secolari si è arricchita per i contributi che sono venuti da due gruppi di occasioni, in un certo senso integrantisi tra loro: la prima occasione, di tipo esistenziale, è data dai periodici incontri tra gli Istituti stessi; la seconda, di tipo dottrinale, è costituita soprattutto dai discorsi che i Papi hanno loro rivolto. La Sacra Congregazione da parte sua è intervenuta con chiarimenti e riflessioni.


A) Incontri tra Istituti

Convegni di studio erano già stati promossi in precedenza, ma nel 1970 fu convocato il primo Convegno internazionale, con la partecipazione di quasi tutti gli Istituti Secolari legittimamente eretti.

Questo convegno espresse anche una commissione che doveva studiare e proporre lo statuto di una Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari (= C.M.I.S.), statuto che fu approvato dalla Sacra Congregazione, la quale riconobbe ufficialmente la Conferenza con apposito decreto (23 maggio 1974).

Dopo il 1970, i Responsabili degli Istituti Secolari si ritrovarono in assemblea nel 1972 e successivamente, con scadenza quadriennale, nel 1976 e nel 1980. E' già programmata l'assemblea del 1984.

Questi incontri hanno avuto il merito di trattare argomenti di diretto interesse per gli Istituti, come: i consigli evangelici, l'orazione secolare, l'evangelizzazione come contributo a "cambiare il mondo dal di dentro".

Ma hanno avuto anche, e soprattutto, il merito di raccogliere gli Istituti tra di loro sia per mettere in comune una esperienza sia per un aperto e sincero confronto.

Il confronto era molto opportuno perché:

- accanto a Istituti di finalità apostolica totalmente secolare (operanti "in saeculo et ex saeculo"), ce n'erano altri con attività istituzionali anche intra-ecclesiali (ad es. catechesi);

- accanto ad Istituti che prevedevano l'impegno apostolico attraverso una testimonianza personale, altri assumevano opere o compiti da portare avanti come impegno comunitario;

- accanto alla maggioranza di Istituti laicali, i quali definivano la secolarità come caratteristica propria dei laici, c'erano Istituti clericali o misti che davano rilievo alla secolarità della Chiesa nel suo insieme;

- con Istituti clericali che vedevano necessaria alla loro secolarità la presenza nel presbiterio locale e quindi l'incardinazione nella diocesi, altri avevano ottenuto l'incardinazione in proprio.

Mediante i successivi incontri, che si sono ripetuti anche a livello nazionale e, in America Latina e in Asia, a livello continentale, la conoscenza vicendevole ha portato gli Istituti ad accettare le diversità (il così detto "pluralismo"), ma con l'esigenza di chiarire i limiti di questa stessa diversità.

Gli incontri quindi hanno aiutato gli Istituti a capire meglio se stessi (come categoria, e anche come singoli Istituti), a correggere alcune incertezze, e a favorire la ricerca comune.


B) Discorsi dei Papi

Già Pio XII aveva parlato a singoli Istituti Secolari, e ne aveva trattato in discorsi sulla vita di perfezione. Ma quando gli Istituti cominciarono i loro convegni o assemblee mondiali, ad ogni incontro sentirono la parola del Papa: Paolo VI nel 1970, 1972, 1976; Giovanni Paolo II nel 1980. A queste allocuzioni, vanno aggiunte quelle pronunciate da Paolo VI nel XXV° e nel XXX° di Provida Mater (2 febbraio 1972 e 1977).

Discorsi densi di dottrina, che aiutano a definire meglio la identità degli Istituti Secolari. Tra i molti insegnamenti, sia sufficiente richiamare qui alcune affermazioni:

a) C'è coincidenza tra il carisma degli Istituti Secolari e la linea conciliare della presenza della Chiesa nel mondo: "essi debbono essere testimoni specializzati, esemplari, della disposizione e della missione della Chiesa nel mondo" (Paolo VI, 2 febbraio 1972).

Questo esige una forte tensione verso la santità, e una presenza nel mondo che prenda sul serio l'ordine naturale per poter lavorare per il suo perfezionamento e per la sua santificazione.

b) La vita di consacrazione a Dio, e in concreto la vita secondo i consigli evangelici, deve essere sì una testimonianza dell'aldilà, ma diventando proposta ed esemplarità per tutti: "I consigli evangelici acquistano un significato nuovo, di speciale attualità nel tempo presente" (Paolo VI, 2 febbraio 1972), e la loro forza viene immessa "in mezzo ai valori umani e temporali" (id., 20 settembre 1972).

c) Ne consegue che la secolarità, la quale indica l'inserzione di questi Istituti nel mondo, "non rappresenta solo una condizione sociologica, un fatto esterno, sì bene un atteggiamento" (Paolo VI, 2 febbraio 1972), una presa di coscienza: "La vostra condizione esistenziale e sociologica diventa vostra realtà teologica, è la vostra via per realizzare e testimoniare la salvezza" (id., 20 settembre 1972).

d) Nello stesso tempo la consacrazione negli Istituti Secolari deve essere tanto autentica da rendere vero che "è nell'intimo dei vostri cuori che il mondo viene consacrato a Dio" (Paolo VI, 2 febbraio 1972); da rendere possibile "orientare esplicitamente le cose umane secondo le beatitudini evangeliche"(id., 20 settembre 1972). Essa "deve impregnare tutta la vita e tutte le attività quotidiane" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Non è, quindi, una strada facile: "E' un camminare difficile, da alpinisti dello spirito" (Paolo VI, 26 settembre 1970).

e) Gli Istituti Secolari appartengono alla Chiesa "a titolo speciale di consacrati secolari" (Paolo VI, 26 settembre 1970) e "la Chiesa ha bisogno della loro testimonianza" (id., 2 febbraio 1972), e "attende molto" da essi (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980). Essi devono "coltivare e incrementare, avere a cuore sempre e soprattutto la comunione ecclesiale" (Paolo VI, 20 settembre 1972).

f) La missione a cui gli Istituti Secolari sono chiamati è quella di "cambiare il mondo dal di dentro"(Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980), diventandone il fermento vivificante.


C) Interventi della Sacra Congregazione

In questo periodo anche la Sacra Congregazione si è fatta presente all'insieme degli Istituti Secolari con i suoi interventi.

Gli Em.mi Prefetti Card. Antoniutti e Card. Pironio hanno rivolto agli Istituti, in diverse occasioni, discorsi e messaggi; e il Dicastero ha loro trasmesso dei contributi di riflessione, e in particolare i quattro seguenti:

a) Riflessioni sugli Istituti Secolari (1976). Si tratta di uno studio elaborato da una speciale Commissione, costituita da Paolo VI nel 1970. Lo si può definire un "documento di lavoro", in quanto offre molti elementi chiarificatori, ma senza l'intenzione di dire l'ultima parola.

E' suddiviso in due sezioni. La prima, più sintetica, contiene alcune affermazioni teologiche di principio, utili per capire il valore della secolarità consacrata. La seconda sezione, più estesa, descrive gli Istituti Secolari a partire dalla loro esperienza, e tocca anche aspetti giuridici.

b) Le persone sposate e gli Istituti Secolari (1976). Gli Istituti vengono informati circa una riflessione fatta all'interno della Sacra Congregazione. Si riconferma che il consiglio evangelico della castità nel celibato è un elemento essenziale della vita consacrata in un Istituto Secolare; viene esposta la possibilità dell'appartenenza di persone sposate come membri in senso largo, e si auspica il sorgere di associazioni apposite.

c) La formazione negli Istituti Secolari (1980). Per offrire un aiuto in ordine al grave impegno della formazione dei membri degli Istituti Secolari, è stato preparato questo documento. Esso contiene dei richiami di principio, ma suggerisce anche delle linee concrete, tratte dall'esperienza.

d) Gli Istituti Secolari e i consigli evangelici (1981). E' una lettera circolare, con la quale si richiama il magistero della Chiesa circa l'essenzialità dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, e circa la necessità di determinare il vincolo sacro con il quale essi vengono assunti, il loro contenuto e le modalità di attuazione, perché siano confacenti alla condizione di secolarità.


5. Il nuovo Codice di diritto canonico (1983).

Una fase nuova si apre con la promulgazione del nuovo Codice di diritto canonico, il quale contiene anche per gli Istituti Secolari una legislazione sistematica e aggiornata. Ne tratta nel libro II, nella sezione dedicata agli Istituti di vita consacrata.

Gli elementi principali della normativa giuridica data dal Codice vengono presentati più sotto, dopo un richiamo dei fondamenti teologici che si sono progressivamente delineati o precisati lungo la breve storia degli Istituti Secolari.


PARTE II

FONDAMENTI TEOLOGICI

La teologia degli Istituti Secolari trova notevoli indicazioni già nei documenti pontifici Provida Mater e Primo feliciter, poi ampliate ed approfondite dalla dottrina conciliare e dall'insegnamento dei Sommi Pontefici .

Vari contributi di studio sono venuti anche da parte di specialisti; eppure si deve dire che la ricerca teologica non è ancora esaurita.

Pertanto viene qui fatto un semplice richiamo degli aspetti fondamentali di questa teologia, riportando sostanzialmente lo studio elaborato da una speciale Commissione e reso pubblico nel 1976 con il consenso di Paolo VI.


1. Il mondo come "secolo"

Dio per amore ha creato il mondo con l'uomo a suo centro e vertice e ha pronunciato il suo giudizio sopra le realtà create: "valde bona" (Gn 1,31). All'uomo, fatto nel Verbo a immagine e somiglianza di Dio e chiamato a vivere in Cristo nella vita intima di Dio, è affidato il compito di condurre attraverso la sapienza e l'azione tutte le realtà al raggiungimento di questo suo ultimo fine. La sorte del mondo è dunque legata a quella dell'uomo, e pertanto la parola mondo viene a designare "la famiglia umana con l'universalità delle cose entro la quale essa vive" (GS 2), sulle quali essa opera.

Di conseguenza il mondo è coinvolto nella caduta iniziale dell'uomo e "sottomesso alla caducità"(Rm 8,20); ma lo è anche nella sua Redenzione compiuta da Cristo, Salvatore dell'uomo che viene da Lui reso per grazia, Figlio di Dio e nuovamente capace in quanto partecipe della Sua Passione e Risurrezione di vivere ed operare nel mondo secondo il disegno di Dio, a lode della Sua gloria (cfr. Ef 1,6 e 12 14).

E' nella luce della Rivelazione che il mondo appare come "saeculum". Il secolo è il mondo presente risultante dalla caduta iniziale dell'uomo, "questo mondo"(1 Cor 7,31), sottoposto al regno del peccato e della morte, che deve prendere fine, ed è contrapposto alla "nuova era" (aion), alla vita eterna inaugurata dalla Morte e dalla Risurrezione di Cristo. Questo mondo conserva la bontà, verità e ordine essenziale, che gli provengono dalla sua condizione di creatura (cfr. GS 36); tuttavia intaccato dal peccato, non può salvarsi da sé, ma è chiamato alla salvezza apportata da Cristo (cfr. GS 2,13,37,39), la quale si compie nella partecipazione al Mistero Pasquale degli uomini rigenerati nella fede e nel battesimo e incorporati nella Chiesa.

Tale salvezza si attua nella storia umana e la penetra della sua luce e forza; essa allarga la sua azione a tutti i valori del creato per discernerli e sottrarli all'ambiguità loro propria dopo il peccato (cfr. GS 4), in vista di riassumerli alla nuova libertà dei figli di Dio (cfr. Rm 8,21).


2. Nuovo rapporto del battezzato col mondo

La Chiesa, società degli uomini rinati in Cristo per la vita eterna, è perciò, il sacramento del rinnovamento del mondo che sarà definitivamente compiuto dalla potenza del Signore nella consumazione del "secolo" con la distruzione di ogni potenza del demonio, del peccato e della morte, e la sudditanza di ogni cosa a Lui e al Padre (cfr. I Co 15, 20 28). Per Cristo, nella Chiesa, gli uomini segnati e animati dallo Spirito Santo, sono costituiti in un "sacerdozio regale" (1 Pt 2,9) in cui offrono se stessi, la loro attività e il loro mondo alla gloria del Padre (cfr. LG 34).

Dal battesimo risulta quindi per ogni cristiano un nuovo rapporto al mondo. Con tutti gli uomini di buona volontà, lui pure è impegnato nel compito di edificare il mondo e di contribuire al bene dell'umanità, operando secondo la legittima autonomia delle realtà terrene (cfr. GS 34 e 36). Il nuovo rapporto al mondo infatti nulla toglie all'ordine naturale e, se comporta una rottura con il mondo in quanto realtà opposta alla vita della grazia e all'attesa del Regno eterno, allo stesso tempo comporta la volontà di operare nella carità di Cristo per la salvezza del mondo, cioè per condurre gli uomini alla vita della fede e per riordinare in quanto possibile le realtà temporali secondo il disegno di Dio, affinché esse ser¬vano alla crescita dell'uomo nella grazia per la vita eterna (cfr. AA 7).

E' vivendo questo rapporto nuovo al mondo che i battezzati cooperano in Cristo alla sua redenzione. Quindi la secolarità di un battezzato, vista come esistenza in questo mondo e partecipazione alle sue varie attività, può essere intesa soltanto nel quadro di questo rapporto essenziale, qualunque sia la sua forma concreta.


3. Diversità del vivere concretamente il rapporto al mondo

Tutti vivono questo essenziale rapporto al mondo e devono tendere alla santità che è partecipazione della vita divina nella carità (cfr. LG 4c). Ma Dio distribuisce i suoi doni a ciascuno "secondo la misura del dono di Cristo"(Ef 4,7).

Dio infatti è sovranamente libero nella distribuzione dei suoi doni. Lo Spirito di Dio nella sua libera iniziativa li distribuisce "a ciascuno come vuole"(1 Co 12,11), avendo in vista il bene delle singole persone ma, al tempo stesso, quello complessivo di tutta la Chiesa e dell'umanità intera.

E' proprio a motivo di tale ricchezza di doni che l'unità fondamentale del Corpo Mistico, che è la Chiesa, si manifesta nella diversità complementare dei suoi membri, viventi ed operanti sotto l'azione dello Spirito di Cristo, per l'edificazione del suo Corpo.

L'universale vocazione alla santità nella Chiesa è coltivata infatti nei vari generi di vita e nelle varie funzioni (cfr. LG 41), secondo le molteplici vocazioni specifiche. Queste diverse vocazioni il Signore le accompagna con quei doni che rendono capaci a viverle, ed esse, incontrandosi con la libera risposta delle persone, suscitano modi diversi di realizzazione. Diversi allora diventano anche i modi in cui i cristiani attuano il loro rapporto battesimale con il mondo.


4. La sequela di Cristo nella pratica dei Consigli evangelici

La sequela di Cristo importa per ogni cristiano una preferenza assoluta per Lui, se occorre fino al martirio (cfr. LG 42). Cristo però invita alcuni tra i suoi fedeli a seguirlo incondizionatamente per dedicarsi totalmente a Lui e alla venuta del Regno dei cieli. E' una chiamata ad un atto irrevocabile, il quale comporta la donazione totale di sé alla persona di Cristo per condividere la sua vita, la sua missione, la sua sorte, e, come condizione, la rinuncia di sé, alla vita coniugale e ai beni materiali.

Tale rinuncia è vissuta da parte di questi chiamati come condizione per aderire senza ostacolo all'Amore assoluto che li incontra nel Cristo, così da permettere loro di entrare più intimamente nel movimento di questo Amore verso la creazione: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito"(Gv 3,16), perché per mezzo di Lui il mondo venga salvato. Una tale decisione, a motivo della sua totalità e definitività rispondenti alle esigenze dell'amore, riveste il carattere di un voto di fedeltà assoluta a Cristo. Essa suppone evidentemente la promessa battesimale di vivere come un fedele di Cristo, ma se ne distingue perfezionandola.

Per il suo contenuto, questa decisione radicalizza il rapporto del battezzato al mondo, in quanto la rinuncia al modo comune di "usare di questo mondo" ne attesta il valore relativo e provvisorio e preannuncia l'avvento del Regno escatologico (cfr. 1 Co 8,31).

Nella Chiesa, il contenuto di questa donazione si è esplicitato nella pratica dei consigli evangelici (castità consacrata, povertà, obbedienza), vissuta in forme concrete svariate, spontanee o istituzionalizzate. La diversità di tali forme è dovuta alla diversa modalità di operare con Cristo alla salvezza del mondo, che può andare dalla separazione effettiva propria di certe forme di vita religiosa, fino a quella che è la presenza tipica dei membri degli Istituti Secolari.

La presenza di questi ultimi in mezzo al mondo significa una vocazione speciale ad una presenza salvifica, che si esercita nella testimonianza resa a Cristo e in una attività mirante a riordinare le cose temporali secondo il disegno di Dio. In ordine a questa attività, la professione dei consigli evangelici riveste uno speciale significato di liberazione dagli ostacoli (orgoglio, cupidigia) che impediscono di vedere e attuare l'ordine voluto da Dio,


5. Ecclesialità della professione dei consigli evangelici Consacrazione

Ogni chiamata alla sequela di Cristo è chiamata alla comunione di vita in Lui e nella Chiesa.

Pertanto la pratica e la professione dei consigli evangelici nella Chiesa si sono attuate non solo in modo individuale ma inserendosi in comunità suscitate dallo Spirito Santo mediante il carisma dei fondatori.

Tali comunità sono intimamente collegate alla vita della Chiesa animata dallo Spirito Santo e pertanto affidate al discernimento e al giudizio della Gerarchia che ne verifica il carisma, le ammette, le approva e le invia riconoscendo la loro missione di cooperare alla edificazione del Regno di Dio.

Il dono totale e definitivo a Cristo compiuto dai membri di questi Istituti viene quindi ricevuto a nome della Chiesa rappresentante di Cristo, e nella forma da essa approvata, dalle autorità in essa costituite, in modo da creare un vincolo sacro (cfr. LG 44). Infatti, accettando la donazione di una persona, la Chiesa la segna a nome di Dio con una speciale consacrazione come appartenente esclusivamente a Cristo e alla sua opera di salvezza.

Nel battesimo c'è la consacrazione sacramentale e fondamentale dell'uomo, ma essa può essere vissuta poi in modo più o meno "profondo e intimo". La ferma decisione di rispondere alla speciale chiamata di Cristo, consegnandogli totalmente la propria esistenza libera e rinunciando a tutto ciò che nel mondo può creare impedimento ad una tale donazione esclusiva, offre materia per la suddetta nuova consacrazione (cfr. LG 44), la quale "radicata nella consacrazione battesimale, la esprime più pienamente"(PC 5). Essa è opera di Dio che chiama la persona, la riserva a sé mediante il ministero della Chiesa, e la assiste con grazie particolari che la aiutano ad essere fedele.

La consacrazione dei membri degli Istituti Secolari non ha il carattere di una messa a parte resa visibile da segni esterni, ma possiede tuttavia il carattere essenziale di impegno totale per Cristo in una determinata comunità ecclesiale, con la quale si contrae un legame mutuo e stabile e della quale si partecipa il carisma. Ne deriva una particolare conseguenza circa il modo di concepire l'obbedienza negli Istituti Secolari: essa comporta non solo la ricerca personale o in gruppo della volontà di Dio nell'assumere gli impegni propri di una vita secolare, ma anche la libera accettazione della mediazione della Chiesa e della comunità attraverso i suoi Responsabili nell'ambito delle norme costitutive dei singoli Istituti.


6. La "secolarità" degli Istituti Secolari

La sequela Christi nella pratica dei consigli evangelici ha fatto sì che venisse a costituirsi nella Chiesa uno stato di vita caratterizzato da un certo "abbandono del secolo": la vita religiosa. Tale stato è venuto quindi a distinguersi da quello dei fedeli rimanenti nelle condizioni e attività del mondo, i quali vengono perciò chiamati secolari.

Avendo poi riconosciuto nuovi Istituti in cui i consigli evangelici vengono pienamente professati da fedeli rimanenti nel mondo e impegnati nelle sue attività per operare dal di dentro ("in saeculo ac veluti ex saeculo") alla sua salvezza, la Chiesa li ha chiamati Istituti Secolari.

Nel qualificativo di secolare attribuito a questi Istituti c'è un significato che si potrebbe dire "negativo": essi non sono religiosi (cfr. PC 11), né si deve applicare ad essi la legislazione o la procedura proprie dei religiosi.

Ma il significato che veramente importa e che li definisce nella loro vocazione specifica, è quello "positivo": la secolarità sta ad indicare sia una condizione sociologica il rimanere nel mondo, sia un atteggiamento di impegno apostolico con attenzione ai valori delle realtà terrene e a partire da essi, allo scopo di permearli di spirito evangelico.

Tale impegno viene vissuto in modalità diverse dai laici e dai sacerdoti. I primi infatti hanno come nota peculiare, caratterizzante la stessa loro evangelizzazione e testimonianza della fede in parole e opere, quella di "cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio" (LG 31). I sacerdoti, invece, salvo in casi eccezionali (cfr. LG 31, PO 8) non esercitano questa responsabilità verso il mondo con un'azione diretta e immediata nell'ordine temporale, ma con la loro azione ministeriale e mediante il loro ruolo di educatori alla fede (cfr. PO 6): è questo il mezzo più alto per contribuire a far sì che il mondo si perfezioni costantemente secondo l'ordine e il significato della creazione (cfr. Paolo VI, 2 febbraio 1972), e per dare ai laici "gli aiuti morali e spirituali affinché l'ordine temporale venga instaurato in Cristo"(AA 7).

Ora se a motivo della consacrazione gli Istituti Secolari vengono annoverati tra gli Istituti di vita consacrata, la caratteristica della secolarità li contraddistingue da ogni altra forma di Istituti.

La fusione in una medesima vocazione della consacrazione e dell'impegno secolare conferisce ad entrambi gli elementi una nota originale. La piena professione dei consigli evangelici fa sì che la più intima unione a Cristo renda particolarmente fecondo l'apostolato nel mondo. L'impegno secolare dona alla professione stessa dei consigli una modalità speciale, e la stimola verso una sempre maggiore autenticità evangelica.


PARTE III

NORMATIVA GIURIDICA

La normativa giuridica degli Istituti Secolari era contenuta nella Costituzione apostolica Provida Mater, nel Motu proprio Primo feliciter, nell'Istruzione della Sacra Congregazione dei Religiosi Cum Sanctissimus. La stessa Sacra Congregazione era autorizzata ad emanare nuove norme per gli Istituti Secolari "secondo la necessità lo richieda o l'esperienza suggerisca" (PM II, par. 2 2°).

Il nuovo Codice di diritto canonico mentre le abroga, riprende ed aggiorna le norme precedenti, ed offre un quadro legislativo sistematico, in sé completo, frutto anche dell'esperienza di questi anni e della dottrina del Concilio Vaticano II.

Questa normativa codificata viene qui esposta nei suoi elementi essenziali .


1. Istituti di vita consacrata (Liber II, Pars III, Sectio I)

La collocazione degli Istituti Secolari nel Codice è di per sé significativa e importante, perché sta a dimostrare che esso fa proprie due affermazioni del Concilio (PC 11), contenute già nei documenti precedenti:

a) gli Istituti Secolari sono veramente e pienamente Istituti di vita consacrata: e il Codice ne parla nella sezione De Institutis vitae consecratae;

b) ma essi non sono religiosi: e il Codice pone i due tipi di Istituti sotto due titoli distinti: II De institutis religiosis, III De institutis saecularibus.

Ne consegue che non si deve più fare la identificazione, purtroppo finora abbastanza generalizzata, di "vita consacrata" con "vita religiosa". Il titolo I, Normae communes, offre nei cc. 573 578 una descrizione della vita consacrata, che da una parte non è sufficiente a definire la vita religiosa, perché questa comporta altri elementi (cfr. c. 607); e d'altra parte ne è più ampia, perché il valore della consacrazione, che sigilla la dedizione totale a Dio con la sua sequela Christi e la sua dimensione ecclesiale, compete anche agli Istituti Secolari.

Così pure la definizione dei tre consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza (cfr. cc. 599 601) conviene totalmente agli Istituti Secolari, anche se le applicazioni concrete devono essere conformi alla loro natura propria (cfr. c. 598).

Quanto agli altri punti trattati nel titolo I, essi riguardano soprattutto aspetti di procedura. Si può notare, tra altre cose, che il riconoscimento diocesano anche di un Istituto Secolare richiede l'intervento della Sede Apostolica (c. 579; cfr. cc. 583 584). Questo, perché l'Istituto Secolare non costituisce uno stato transitorio ad altre forme canoniche, come potevano essere le Pie Unioni o Associazioni del Codice precedente, ma è un vero e proprio Istituto di vita consacrata, che si può erigere come tale soltanto se ne ha tutte le caratteristiche, ed offre già sufficiente garanzia di solidità spirituale, apostolica, e anche numerica.

Per tornare all'affermazione di principio: anche gli Istituti Secolari hanno dunque una vera e propria vita di consacrazione. Il fatto poi che ad essi sia dedicato un titolo a parte, con norme proprie, è significativo di una netta distinzione da ogni altro genere di Istituti.


2. Vocazione originale: indole secolare (cc. 710 711 )

La vocazione in un Istituto Secolare domanda che la santificazione o perfezione della carità sia perseguita vivendo le esigenze evangeliche "in saeculo" (c. 710), "in ordinariis mundi condicionibus" (c. 714); e che l'impegno a cooperare alla salvezza del mondo avvenga "praesertim ab intus" (c. 710), "ad instar fermenti" e, per i laici, non solo "in saeculo" ma anche "ex saeculo" (C. 713 par. 1 2).

Queste ripetute precisazioni sul modo specifico di vivere la radicalità evangelica dimostrano che la vita consacrata di questi Istituti è connotata propriamente dall'indole secolare, così che la coessenzialità e inseparabilità di secolarità e consacrazione fanno di questa vocazione una forma originale e tipica di sequela Christi. "La vostra è una forma di consacrazione nuova e originale, suggerita dallo Spirito Santo"(Paolo VI, 20 settembre 1972). "Nessuno dei due aspetti della vostra fisionomia spirituale può essere sopravvalutato a scapito dell'altro. Ambedue sono coessenziali… siete realmente consacrati e realmente nel mondo"(ibid.). "Il vostro stato secolare sia consacrato" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

In forza di questa originalità il c. 711 fa un'affermazione di grande portata giuridica: salvate le esigenze della vita consacrata, i laici degli Istituti Secolari sono laici a tutti gli effetti (così che ad essi andranno applicati i cc. 224 231 relativi ai diritti e doveri dei fedeli laici); e i preti degli Istituti Secolari a loro volta si reggono secondo le norme del diritto comune per i chierici secolari.

Anche per questo, cioè per non distinguersi formalmente dagli altri fedeli, alcuni Istituti esigono dai loro membri un certo riserbo circa la loro appartenenza all'Istituto: "Restate laici, impegnati nei valori secolari propri e peculiari del laicato" (Paolo VI, 20 settembre 1972). "Non cambia la vostra condizione: siete e rimanete laici" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980). "Aggregandosi a Istituti Secolari, il sacerdote, proprio in quanto secolare, rimane collegato in intima unione di obbedienza e di collaborazione col Vescovo"(Paolo VI, 2 febbraio 1972).

Il Codice, nei vari canoni, conferma che questa indole secolare va intesa sì come situazione ("in saeculo"), ma anche nel suo aspetto teologico e dinamico, nel senso indicato da Evangelii nuntiandi, cioè come "la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti ed operanti nelle realtà del mondo" (n. 70). Paolo VI ha detto esplicitamente (25 agosto 1976) che gli Istituti Secolari devono sentire come rivolto anche a loro questo paragrafo di Evangelii nuntiandi.


3. I Consigli evangelici (c. 712)

La Chiesa per riconoscere un Istituto di vita consacrata richiede un libero ed esplicito impegno sulla via dei tre consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, "donum divinum quod Ecclesia a Domino accepit" (c. 575 par. I ); e rivendica la propria competenza sulla loro interpretazione e normativa (cfr. c. 576).

Il Codice (cc. 599 600 601) delinea il contenuto dei tre consigli evangelici, ma rinvia al diritto proprio dei singoli Istituti per le applicazioni relative alla povertà e all'obbedienza; per la castità riafferma l'obbligo della continenza perfetta nel celibato. Le persone sposate quindi non possono essere membri in senso stretto di un Istituto Secolare; il c. 721 par. 1 3° conferma questo, dicendo invalida l'ammissione di un "coniux durante matrimonio".

Spetta alle costituzioni dei singoli Istituti definire gli obblighi derivanti dalla professione dei consigli evangelici, in modo che nello stile di vita delle persone ("in vitae ratione") sia assicurata una capacità di testimonianza secondo l'indole secolare: "I consigli evangelici, pur comuni ad altre forme di vita consacrata, acquistano un significato nuovo, di speciale attualità nel tempo presente" (Paolo VI, 2 febbraio 1972).

Le costituzioni devono definire anche con quale vincolo sacro i consigli evangelici vengono assunti. Il Codice non precisa quali vincoli siano considerati sacri, ma alla luce della Lex peculiaris annessa alla Costituzione apostolica Provida Mater (art. III, 2), essi sono: il voto, il giuramento o la consacrazione per la castità nel celibato; il voto o la promessa per l'obbedienza e per la povertà.


4. L'Apostolato (c. 713)

Tutti i fedeli sono chiamati in forza del battesimo ad essere partecipi della missione ecclesiale di testimoniare e proclamare che Dio "nel suo Figlio ha amato il mondo", che il Creatore è Padre, che tutti gli uomini sono fratelli (cfr. EN 26), e di operare in differenti modi in vista della edificazione del Regno di Cristo e di Dio.

Gli Istituti Secolari all'interno di questa missione hanno un compito specifico. Il Codice dedica i tre paragrafi del c. 713 a definire l'attività apostolica a cui essi sono chiamati.

Il primo paragrafo, dedicato a tutti i membri degli Istituti Secolari, sottolinea il rapporto tra consacrazione e missione: la consacrazione è un dono di Dio, che ha come scopo la partecipazione alla missione salvifica della Chiesa (cfr. c. 574 par. 2). Chi è chiamato è anche mandato: "La consacrazione speciale deve impregnare tutta la vostra vita e tutte le vostre attività quotidiane" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Vi si afferma poi che l'attività apostolica è un "essere dinamico", proteso verso la realizzazione generosa del disegno di salvezza del Padre; è una presenza evangelica nel proprio ambiente, è vivere le esigenze radicali del Vangelo così che la vita stessa diventi fermento. Un fermento che i membri degli Istituti Secolari sono chiamati a immettere nella trama della vicenda umana, nel lavoro, nella vita familiare e professionale, nella solidarietà con i fratelli, in collaborazione con chi opera in altre forme di evangelizzazione. Qui il Codice riprende per tutti gli Istituti Secolari quello che il Concilio dice ai laici: "suum proprium munus exercendo, spiritu evangelico ducti, fermenti instar" (LG 31): "Questa risoluzione vi è propria: cambiare il mondo dal di dentro"(Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Il paragrafo secondo è dedicato ai membri laici. Nella prima parte esso evidenzia lo specifico degli Istituti Secolari laicali: la presenza e l'azione trasformatrice all'interno del mondo, in vista del compimento del disegno divino di salvezza. Il Codice anche qui applica quello che il Concilio afferma come missione propria di tutti i laici: "Laicorum est, ex vocatione propria, res temporales gerendo et secundum Deum ordinando, regnum Dei quaerere" (LG 31; cfr. anche AA 18 19).

Questa infatti è la finalità apostolica per la quale sono sorti gli Istituti Secolari, come ricorda ancora il Concilio, a sua volta richiamando Provida Mater e Primo feliciter: "Ipsa instituta propriam ac peculiarem indolem, saecularem scilicet, servent, ut apostolatum in saeculo ac veluti ex saeculo, ad quem exercendum orta sunt, efficaciter et ubique adimplere valeant" (PC 11 ).

Nella seconda parte, il paragrafo afferma che i membri degli Istituti Secolari possono svolgere, come tutti i laici, anche un servizio all'interno alla comunità ecclesiale come potrebbe essere la catechesi, l'animazione della comunità, eccetera. Alcuni Istituti hanno assunto queste attività apostoliche come loro scopo, soprattutto in quei Paesi dove si sente più urgente un servizio di questo tipo da parte dei laici. Il Codice sanziona legislativamente questa scelta, con una precisazione importante: "iuxta propriam vitae rationem saecularem". "La sottolineatura dell'apporto specifico del vostro stile di vita non deve, tuttavia, condurre a sottovalutare le altre forme di dedizione alla causa del Regno a cui voi potete anche essere chiamati. Voglio fare accenno qui a ciò che è stato detto al n. 73 dell'esortazione Evangelii nuntiandi, che ricorda che i 'laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i Pastori al servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vita di essa, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia o i carismi che il Signore vorrà riservare loro'" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Il terzo paragrafo riguarda i membri chierici, per i quali vale però anche quanto detto nel paragrafo 1.

Viene enunciato per questi membri un particolare rapporto con il presbiterio: se gli Istituti Secolari sono chiamati a una presenza evangelica nel proprio ambiente, allora si può parlare di una missione di testimonianza pure tra gli altri sacerdoti: "...portate al presbiterio diocesano non solo una esperienza di vita secondo i consigli evangelici e con un aiuto comunitario, ma anche con una sensibilità esatta del rapporto della Chiesa col mondo" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Inoltre il paragrafo dice che il rapporto della Chiesa con il mondo, di cui gli Istituti Secolari devono essere testimoni specializzati, ha da trovare attenzione e attuazione anche nei sacerdoti membri di questi Istituti: sia per una educazione dei laici orientata a far vivere in modo giusto quel rapporto, sia per un'opera specifica in quanto sacerdoti: "Il sacerdote in quanto tale ha anch'egli una essenziale relazione al mondo" (Paolo VI, 2 febbraio 1972). "Il sacerdote: per rendersi sempre più attento alla situazione dei laici…" (Giovanni Paolo II, 28 agosto 1980).

Per gli Istituti Secolari clericali, oltre a questo paragrafo, c'è anche il c. 715 che riguarda l'incardinazione, possibile sia nella diocesi sia nell'Istituto. Per l'incardinazione nell'Istituto si rinvia al c. 266 par. 3, dove si dice che è possibile "vi concessionis Sedis Apostolicae".

Gli unici casi nei quali gli Istituti Secolari clericali hanno delle forme distinte da quelli laicali, nel titolo III, sono i due canoni citati (713 e 715), la precisazione del c. 711 già ricordato, e quella del c. 727 par. 2 relativa all'uscita dall'Istituto. Per tutti gli altri aspetti, il Codice non introduce distinzioni.


5. La vita fraterna (c. 716)

Una vocazione che trova risposta in Istituti, che cioè non sia di persone isolate, comporta una vita fraterna "qua sodales omnes in peculiarem veluti familiam in Christo coadunantur" (c. 602).

La comunione tra i membri dello stesso Istituto è essenziale, e si realizza nell'unità del medesimo spirito, nella partecipazione al medesimo carisma di vita secolare consacrata, nella identità della specifica missione, nella fraternità del rapporto vicendevole, nella collaborazione attiva alla vita dell'Istituto (c. 716; cfr. c. 717 par. 3).

La vita fraterna viene coltivata mediante incontri e scambi di vario tipo: di preghiera (e, tra questi, gli esercizi annuali e i ritiri periodici), di confronto delle esperienze, di dialogo, di formazione, di informazione, eccetera.

Questa profonda comunione, e i vari mezzi per coltivarla, sono tanto più importanti in quanto le forme concrete di vita possono essere diverse: "vel soli, vel in sua quisque familia, vel in vitae fraternae coetu"(c. 714), essendo inteso che la vita fraterna del gruppo non deve equivalere a vita di comunità sul tipo delle comunità religiose.


6. La formazione

La natura di questa vocazione di consacrazione secolare, che esige uno sforzo costante di sintesi tra fede, consacrazione e vita secolare e la situazione stessa delle persone, le quali sono abitualmente impegnate in compiti e attività secolari e non di rado vivono molto isolate, impongono che la formazione dei membri degli Istituti sia solida e adeguata.

Questa necessità è richiamata opportunamente in vari canoni, in particolare nel 719, dove sono indicati i principali impegni spirituali dei singoli: l'orazione assidua, la lettura e la meditazione della Parola di Dio, i tempi di ritiro, la partecipazione all'Eucarestia e al sacramento della Penitenza.

Il c. 722 dà alcune direttive per la formazione iniziale tendente soprattutto a una vita secondo i consigli evangelici e di apostolato; il c. 724 tratta della formazione continua "in rebus divinis et humanis, pari gressu".

Ne risulta che la formazione deve essere adeguata alle esigenze fondamentali della vita di grazia, per persone consacrate a Dio nel mondo: e deve essere molto concreta, insegnando a vivere i consigli evangelici attraverso gesti e atteggiamenti di dono a Dio nel servizio ai fratelli, aiutando a cogliere la presenza di Dio nella storia, educando a vivere nell'accettazione della croce con le virtù di abnegazione e di mortificazione.

Si deve dire che i singoli Istituti sono molto coscienti dell'importanza di questa formazione. Essi cercano di aiutarsi anche tra loro a livello di Conferenze nazionali e di Conferenza mondiale.


7. Pluralità di Istituti

I cc. 577 e 578 si applicano anche agli Istituti Secolari. Tra di loro infatti si presenta una varietà di doni, che permette un pluralismo positivo nei modi di vivere la comune consacrazione secolare e di attuare l'apostolato, in conformità alle intenzioni e al progetto dei fondatori quando sono stati approvati dall'autorità ecclesiastica.

A ragione quindi il c. 722 insiste sulla necessità di far conoscere bene ai candidati la vocazione specifica dell'Istituto, e di farli esercitare secondo lo spirito e l'indole che gli sono propri.

Questa pluralità d'altronde è un dato di fatto: "Essendo molto variate le necessità del mondo e le possibilità di azione nel mondo e con gli strumenti del mondo, è naturale che sorgano diverse forme di attuazione di questo ideale, individuali e associate, nascoste e pubbliche secondo le indicazioni del Concilio (cfr. AA 15 22). Tutte queste forme sono parimenti possibili agli Istituti Secolari e ai loro membri..." (Paolo VI, 2 febbraio 1972).


8. Altre norme del codice

Gli altri canoni del titolo dedicato agli Istituti Secolari riguardano aspetti che potremmo dire più tecnici. Molte determinazioni però sono lasciate al diritto proprio: ne risulta una struttura semplice e una organizzazione molto duttile.

Gli aspetti che questi altri canoni toccano sono i seguenti:

717: il regime interno;

718: l'amministrazione;

720, 721: l'ammissione all'Istituto;

723: l'incorporazione all'Istituto;

725: la possibilità di avere membri associati;

726 729: la eventuale separazione dall'Istituto;

730: il passaggio ad altro Istituto.

Merita attenzione il fatto che nei canoni si parla di incorporazione perpetua e di incorporazione definitiva (cfr. in particolare nel c. 723). Infatti alcune costituzioni approvate stabiliscono che il vincolo sacro (voti o promesse) sia sempre temporaneo, naturalmente con il proposito di rinnovarlo alla sua scadenza. Altre costituzioni invece, la maggioranza, prevedono che a una certa scadenza il vincolo sacro sia o possa essere assunto per sempre.

Quando il vincolo sacro è assunto per sempre, l'incorporazione all'Istituto è detta perpetua con tutti gli effetti giuridici che questo comporta.

Se invece il vincolo sacro rimane sempre temporaneo, le costituzioni devono prevedere che dopo un certo periodo di tempo (non inferiore a 5 anni) l'incorporazione all'Istituto sia considerata definitiva. L'effetto giuridico più importante è che da quel momento la persona ottiene la pienezza dei diritti-doveri nell'Istituto; altri effetti devono essere determinati dalle costituzioni.


CONCLUSIONE

La storia degli Istituti Secolari è ancora breve: per questo, e per la loro stessa natura, essi rimangono molto aperti all'aggiornamento e all'adattamento.

Ma hanno già una fisionomia ben definita, alla quale devono essere fedeli nella novità dello Spirito; il nuovo Codice di diritto canonico costituisce, a questo scopo, un punto di riferimento necessario e sicuro.

Sta il fatto, però, che essi non sono abbastanza conosciuti e complessi: per motivi derivanti forse dalla loro identità (consacrazione e secolarità, insieme), forse dal loro modo di agire con riservatezza, forse da una insufficiente attenzione prestata loro, e anche perché tuttora esistono degli aspetti problematici non risolti.

Le notizie offerte da questo documento circa la loro storia, la loro teologia, la loro normativa giuridica, potranno essere utili per superare questa poca conoscenza, e per favorire "tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta degli Istituti Secolari" (Giovanni Paolo II, 6 maggio 1983).

Sarà allora più facile anche sul piano pastorale aiutare questa specifica vocazione, e proteggerla, perché sia fedele alla sua identità, alle sue esigenze, alla sua missione.

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

Ai Responsabili Generali degli Istituti Secolari

Comunicazione sul Codice

(18 gennaio 1984)




In data 27 novembre 1983 è entrato in vigore il nuovo Codice di diritto canonico, il quale abroga le precedenti leggi ecclesiastiche universali, anche quelle relative agli Istituti Secolari .

Questi sono ora regolati dai canoni: 573 602 e 606 (norme comuni a tutti gli Istituti di vita consacrata), e dai canoni 710 730.

La presente comunicazione non è un commento o una spiegazione a questi canoni, ma vuole soltanto rispondere alla seguente domanda: come vedere le proprie costituzioni alla luce del Codice?

I. PRINCIPI CHIARIFICATORI

1. Nella materia che interessa direttamente gli Istituti Secolari, il Codice non introduce novità sostanziali. La loro natura, come definita da Provida Mater, Primo feliciter, documenti conciliari e discorsi dei Papi, viene teologicamente e giuridicamente confermata: consacrazione con assunzione dei consigli evangelici situazione e apostolato secolari duttilità di organizzazione.

2. Le traduzioni del Codice nelle varie lingue, anche se autorizzate dalle Conferenze, non sono il testo ufficiale, che invece è costituito dalla edizione latina.

3. I commenti generalmente sono molto utili per ben capire il testo, tuttavia non costituiscono interpretazione autentica: questa può essere data solo dalla Santa Sede.

Rimane sempre molto importante il riferimento alle fonti (cioè ai documenti precedenti e al magistero ecclesiale, di cui il Codice tiene conto), e alla prassi della Sacra Congregazione .

4. Quando i canoni parlano di "costituzioni" si tratta del testo fondamentale di ogni Istituto, anche se fosse chiamato con altro nome, come: statuto, regola di vita, o altro. E' il testo approvato dalla competente autorità della Chiesa.

Quando invece parlano di "diritto proprio", comprendono oltre alle Costituzioni, anche altri testi normativi degli Istituti, come: direttorio, o norme applicative, o norme complementari, o regolamenti. Si veda, al proposito, tutto il can. 587.

II. PRECISAZIONI GIURIDICHE

Il Codice dà norme obbligatorie per tutti gli Istituti: esse valgono anche se le costituzioni non le ripetono. Ad es.: le condizioni per l'ammissione, can.721 § 1.

Le costituzioni possono essere più esigenti delle norme del Codice; non possono invece richiedere di meno, né proporre cose ad esso contrarie.

Spesso il Codice dice che tocca a ogni Istituto fissare norme precise su particolari punti, che qui sotto vengono indicati:

1. Quello che le costituzioni devono contenere.

Una chiara presentazione dell'Istituto: natura, fine, spiritualità, caratteristiche (can. 578, a cui rinvia il can. 587 § 1): quindi tutto quello che è essenziale a definire un Istituto Secolare, e a definire in specie un determinato Istituto.

I vincoli sacri con cui vengono assunti i consigli evangelici di castità povertà e obbedienza, e gli obblighi che essi comportano in uno stile di vita secolare (can. 712; questo canone rinvia ai cc. 598 601, e nella sostanza riprende la richiesta finale del can. 587 § 1 e soprattutto del can. 598 § 1). E' possibile scegliere tra quei vincoli che erano previsti dalla Lex peculiaris annessa a Provida Mater: voto o giuramento o consacrazione per la castità, voto o promessa per la povertà e per l'obbedienza.

Le norme fondamentali relative al governo (can. 587 § 1), e in particolare: l'autorità dei responsabili e delle assemblee (can. 596 § 1); forma o modo di governo, modo di designare i responsabili, durata degli incarichi (can. 717 § 1 ).

(Nota: "moderator supremus" indica il responsabile generale; "moderator maiores" sia il responsabile generale sia i responsabili delle più importanti suddivisioni dell'Istituto, se queste sono previste dalle costituzioni).

Se le costituzioni prevedono la suddivisione dell'Istituto in parti, come zone, regioni, nazioni...: a chi spetta erigerle, definirle, sopprimerle (can. 581 e can. 585).

Le norme fondamentali relative ai vari impegni assunti dai membri (can. 587 § 1; si veda ad es. can. 719 sulla preghiera).

Le norme fondamentali relative alla incorporazione e alla formazione (can. 587 § 1), e in particolare: quale Superiore con il suo Consiglio (e le costituzioni devono dire se di questo si deve chiedere il voto deliberativo o il voto consultivo) ha diritto di ammettere all'Istituto, alla formazione, alla incorporazione sia temporanea che perpetua o definitiva (can. 720); quanto dura il tempo di formazione, che non deve essere inferiore a due anni (can. 722 § 3); quanto dura il tempo di incorporazione temporanea, che non deve essere inferiore a cinque anni (can. 723 § 2); quali sono gli effetti della incorporazione definitiva (can. 723 § 4): per questo, si veda più sotto il punto IV); come si provvede alla formazione continua (can. 724 § 1); quali eventuali impedimenti all'ammissione l'Istituto vuole aggiungere a quelli previsti dal Codice (can. 721 § 2).

Lo stile di vita nelle situazioni ordinarie (can. 714), e l'impegno di vita fraterna (can. 602; si veda can. 716).

Se l'Istituto ha membri associati, quale è il loro vincolo (can. 725).

Per la dispensa dal vincolo perpetuo in un Istituto di diritto diocesano, quale è il Vescovo competente: se quello della sede dell'Istituto o se quello del luogo dove risiede l'interessato (can. 727 § 1). Per un Istituto di diritto pontificio, competente è solo la Sede Apostolica.

Per le dimissioni, quali cause l'Istituto ritiene di dover aggiungere a quelle previste dal Codice (can. 729).

(Canoni citati qui sopra, in ordine numerico: 578, 581, 585, 587 § 1, 596 § 1, 598 § 1, 602; 712, 714, 717 § 1, 720, 721 § 2, 722 § 3, 723 §§ 2 e 4, 724 § 1, 725, 727 § 1, 729).

2. Quello che il diritto proprio (quindi: o le costituzioni, o il direttorio, o altro) deve contenere:

Per l'ammissione: eventuali qualità che l'Istituto richiede oltre a quelle previste dal Codice (can. 597 § 1).

Per il consiglio evangelico di povertà: norme concrete circa la limitazione nell'uso e nella disposizione dei beni (can. 600); come vanno amministrati i beni dell'Istituto, ed eventuali obblighi economici tra Istituto e membri (can. 718). Per i beni dell'Istituto, il canone rinvia al libro V del Codice, perché i beni appartenenti a una persona giuridica pubblica nella Chiesa, e gli Istituti Secolari lo sono, sono "beni ecclesiastici" soggetti a particolari norme (can. 1257 § 1 ).

Come va intesa la partecipazione alla vita dell'Istituto (can. 716 § 1), e precisazioni su ritiri, esercizi spirituali, ecc. (can. 719).

(Canoni citati qui sopra, in ordine numerico: 597 § 1, 600, 716 § 1, 718, 719; ma v. anche 598 § 2).

III. SUGGERIMENTI PER L'APPLICAZIONE

Alla luce di quanto sinora detto, gli Istituti Secolari non devono preoccuparsi di rifare le loro costituzioni, se queste sono state approvate nel periodo più recente. Ecco invece quanto sono chiamati a fare:

1. Il governo centrale direttamente o mediante una commissione che lavori sotto la sua responsabilità deve controllare se le costituzioni (e il direttorio) contengono tutto quello che è richiesto. Una verifica va fatta in particolare per quelle precisazioni che sinora non erano richieste, e cioè: che la durata della prima formazione non sia inferiore ai due anni, e che la durata della incorporazione temporanea non sia inferiore ai cinque anni.

2. Identificati i punti che dovessero essere precisati nelle costituzioni (e nel direttorio), il governo centrale procede ad apportare le modifiche. Non è necessario sottoporre previamente alla assemblea generale: lo si farà alla prima occasione. Naturalmente vanno informati tutti i membri, e si dà comunicazione alla Sacra Congregazione, e anche al Vescovo se l'Istituto è di diritto diocesano.

3. Questo lavoro va fatto quanto prima. Ma ogni novità introdotta nelle costituzioni ha valore solo per il futuro, non per il passato (le leggi non sono "retroattive").

IV. SULLA INCORPORAZIONE DEFINITIVA

(Nota: questo punto riguarda direttamente solo gli Istituti nei quali il vincolo sacro è o può essere temporaneo).

Dopo il periodo di formazione, uno viene incorporato all'Istituto in forma temporanea .

Quando poi i vincoli sacri si assumono per sempre, per una consacrazione a Dio perpetua, anche l'incorporazione all'Istituto è perpetua.

Alcuni Istituti, però, nelle loro costituzioni prevedono che la consacrazione a Dio, perpetua nell'intenzione, sia o possa essere rinnovata sempre con vincolo temporaneo (di solito: annuale).

Il Codice precisa che nel caso di vincoli sempre rinnovati a scadenza, a un certo momento fissato dalle costituzioni a non meno di 5 anni dalla prima incorporazione questa incorporazione all'Istituto diventi definitiva (can. 723 § 3), equiparata a quella perpetua (ivi § 4) per i seguenti effetti giuridici:

1. - In base al diritto comune:

al momento in cui l'incorporazione diventa definitiva, deve essere compiuto un atto formale di ammissione da parte del responsabile competente (un determinato "responsabile maggiore"), con il voto del suo Consiglio;

quando l'incorporazione è già divenuta definitiva, i superiori non possono decidere di non ammettere alla rinnovazione del vincolo sacro se non per motivi molto gravi; in questo caso, infatti, la non-ammissione è paragonabile alla dimissione;

la singola persona tuttavia rimane sempre libera di lasciare l'Istituto senza chiedere particolari dispense, se non rinnova il vincolo allo scadere del periodo per il quale lo aveva assunto.

2. In base alle costituzioni proprie:

con l'incorporazione definitiva, il membro ottiene la pienezza dei diritti, come quello di essere eletto ai vari incarichi. Le costituzioni però possono aggiungere particolari condizioni per certi incarichi (ad es. una età minima), o ammettere ad altri determinati incarichi anche chi non è di incorporazione definitiva.

Prolusione al III Congresso Internazionale degli Istituti Secolari

Mons. Jean Jérome Hamer

(27 agosto 1984)




Sono felicissimo di essere qui e d'aver l'occasione di prendere contatto con voi come Pro Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, compito che io rivesto da quattro mesi e mezzo.

Prima di affrontare il tema degli Istituti Secolari e soprattutto della formazione, devo dirvi che, a mio giudizio, non v'è a Roma una funzione più interessante di quella di cui io mi devo ora occupare: essere il portavoce del Santo Padre per la vita consacrata nella Chiesa. Essendo il portavoce del Santo Padre, sono nello stesso tempo al vostro servizio poiché se il Santo Padre è il "servo dei servi di Dio", questo vale a maggior titolo per i suoi collaboratori.

Mi ripropongo ora di fare una introduzione al tema della formazione mostrando che essa deve essere necessariamente condizionata dalla natura e dalle esigenze proprie degli Istituti Secolari. Il Diritto Canonico, recentemente promulgato, e messo in vigore, ha ancor meglio valorizzato la situazione, il livello se così ci si può esprimere degli Istituti Secolari nella Chiesa. Essi sono una forma di vita consacrata che, come tale, si trova allo stesso rango della vita religiosa.

La definizione della vita consacrata si realizza sia nella vita religiosa che in quella degli Istituti Secolari. Si tratta in entrambi i casi di una forma stabile di vita caratterizzata dalla professione dei consigli. Una forma di vita che cerca di seguire il Cristo più da vicino e concepita per tendere alla perfezione. E pertanto, la struttura stessa del libro del Diritto Canonico che tratta della vita consacrata, riconosce un uguale valore alla vita religiosa e agli Istituti Secolari. Vi riserva infatti due "titoli", dunque due parti di uguale dignità all'interno della sezione riservata agli Istituti di vita consacrata.

Gli Istituti Secolari hanno quattro caratteristiche e ciascuna di esse si riflette sulla formazione:

1 La consacrazione attraverso la professione dei consigli evangelici;
2 La secolarità o condizione secolare:
3 L'apostolato;
4 La vita fraterna.

1. La consacrazione negli Istituti Secolari è totale. Essa comprende dunque:

- la castità per il regno di Dio: la continenza nel celibato e la rinuncia all'esercizio legittimo della sessualità genitale;

- la povertà: la limitazione e la dipendenza nell'uso e nella disponibilità dei beni e ciò nel quadro di una vita realmente povera;

- l'obbedienza: l'obbligo di sottomettere la volontà ai superiori legittimi in quanto rappresentanti di Dio.

Questa consacrazione è sancita con vincoli che sono: sia dei voti, sia dei giuramenti, sia delle consacrazioni, sia delle promesse. Tra i tre consigli evangelici, la castità riceve una attenzione particolare dal momento che essa deve essere assunta sia con un voto, un giuramento o con una consacrazione, mentre la promessa può bastare per gli altri due consigli.

2. Il punto importante e determinante, quello che è stato costantemente messo in evidenza, anche se non sempre è ben compreso, è la secolarità. I membri di un Istituto Secolare vivono nel mondo. Essi operano per la santificazione del mondo e specialmente a partire dal di dentro del mondo. E' piuttosto difficile tradurre in francese (l'intervento di Mons. Hamer è stato fatto in tale lingua N. del T.) l'espressione latina "ab intus", "che viene dall'interno". Su questo punto della secolarità mi piace riportare alcune parole del documento di Pio XII "Primo feliciter" :"La secolarità, in cui risiede tutta la loro ragione d'essere, sia sempre e in tutto messa in evidenza". "La perfezione (della vita consacrata) si deve esercitare e professare nel mondo". La consacrazione negli Istituti Secolari non modifica la condizione canonica dei membri, fatte salve le disposizioni del diritto a proposito degli Istituti di vita con¬sacrata. Il membro resta laico o chierico e s'applicano a lui tutti i diritti e tutti gli obblighi della condizione in cui egli si trova. Questo mette ancora in evidenza un aspetto della secolarità.

Un altro aspetto è il modo di vivere. I membri degli Istituti Secolari vivono nelle condizioni ordinarie del mondo. Si danno a questo proposito tre possibilità: o vivono soli, o nella loro famiglia, o in gruppi di vita fraterna, secondo le Costituzioni, ma nel pieno rispetto della loro secolarità. Così come del resto dei laici possono spontaneamente prendere l'iniziativa di vivere insieme non fosse altro che per motivi pratici. Questo punto è molto importante per rendere evidente la differenza tra gli Istituti Secolari e gli Istituti Religiosi, poiché la vita comune è di per sé essenziale e inseparabile dallo stato religioso; essenziale e indispensabile vivere sotto lo stesso tetto, sotto gli stessi superiori ed avere attività comuni che sono proprie di questa "vita insieme". Questa differenza dev'essere sottolineata perché essa segnerà considerevolmente tutto il processo formativo.

Sottolineo quindi che i membri degli Istituti Secolari vivono nelle condizioni ordinarie del mondo.

3. L'altra caratteristica è l'apostolato. L'apostolato deriva dalla stessa consacrazione. Per riprendere i termini di "Primo feliciter": "Tutta la vita dei membri degli Istituti Secolari deve convertirsi in apostolato". E questo apostolato deve non solo essere esercitato nel mondo e qui riprendo nuovamente i termini di "Primo feliciter" che dice più esplicitamente che non il Diritto Canonico quanto segue "ma anche per così dire con i mezzi del mondo e perciò deve avvalersi delle professioni, delle attività, delle forme dei luoghi e delle circostanze rispondenti a questa condizione secolare".

Il Diritto Canonico riprende a questo proposito l'immagine suggestiva utilizzata dal Concilio (LG 31; cf. PC 11), per mostrare come questo apostolato agisce nel mondo, nella condizione secolare, "ad instar fermenti", a modo di fermento. L'apostolato sarà, ben inteso, differente secondo che si tratti di membri laici o di membri chierici.

Per i laici avverrà attraverso la testimonianza della loro vita cristiana e di fedeltà alla loro propria consacrazione. Questo sarà un contributo perché le realtà temporali siano comprese e vissute secondo Dio e perché il mondo sia vivificato dal Vangelo. Questo non richiede tuttavia che i laici membri degli Istituti Secolari siano più laici degli altri laici. Nello stesso modo di tutti i laici, essi collaboreranno con la loro comunità ecclesiale nello stile che è loro proprio; essi parteciperanno alla preparazione del culto; saranno catechisti; saranno eventualmente ministri straordinari dell'Eucaristia, dal momento che queste sono funzioni accessibili da parte dei laici, anche se si tratta talvolta di funzioni di supplenza del clero come avviene nel caso dei ministri straordinari dell'Eucaristia.

Dunque l'apostolato dei membri laici è soprattutto a riguardo delle realtà temporali nelle quali essi devono fare entrare un'anticipazione del regno di Dio.

L'apostolato dei membri chierici, dei presbiteri, consisterà nella carità apostolica nell'aiuto ai loro confratelli: penso a questo proposito in primo luogo ai loro confratelli degli Istituti Secolari. Sarà poi la testimonianza di vita consacrata secondo le costituzioni del loro Istituto, sarà la santificazione del mondo attraverso il loro specifico ministero sacro. Infatti, divenendo membro di un Istituto Secolare, il prete resta ministro sacro; è questo ministero che egli mette al servizio della santificazione del mondo.

4. Ultima caratteristica: la vita fraterna. Abbiamo visto che la vita comune sotto uno stesso tetto non appartiene di per sé alla natura di un Istituto Secolare, mentre gli è propria una vita fraterna. Esiste tra i membri di uno stesso Istituto Secolare una comunione speciale. La loro consacrazione in un particolare Istituto crea dei legami reciproci e specifici che si manifestano in diverse maniere. Una solidarietà propria dell'Istituto Secolare che si manifesta nelle relazioni con i superiori: sono gli stessi superiori per tutti; che si manifesta nella vita: sono le stesse regole che creano una similitudine; che si manifesta negli incontri: che saranno riconosciuti necessari dalle costituzioni proprio per salvaguardare questa vita fraterna e certi tempi forti da passare insieme. V'è pure l'aiuto reciproco sotto differenti forme, poiché non si dà comunione fraterna senza di esso.

Queste quattro caratteristiche condizionano la formazione. Spetta dunque al vostro Congresso, qui riunito, formulare informazioni, suggerimenti, e così stimolare in una benefica emulazione.

Il Diritto Canonico ha previsto per voi delle tappe nella formazione. Io direi, delle tappe lungo tutto lo sviluppo di una vita consacrata in un Istituto Secolare. Voi le conoscete: si tratta della prova iniziale, della prima incorporazione ed ancora della incorporazione perpetua o, eventualmente, definitiva.

Questa formazione verterà così sembra su tre cose:

a) ella deve mirare alla vita consacrata. La vita consacrata nella sua sostanza non cambia. Essa è il risultato di una lunga tradizione spirituale nella Chiesa dalla quale ha ricevuto il suo inquadramento, la sua legittimazione e le condizioni per il suo riconoscimento canonico. Dunque la formazione alla vita consacrata è di grande importanza.

b) viene poi la formazione alle attività professionali sulla quale il Santo Padre ha attirato la vostra attenzione in occasione del vostro ultimo incontro con Lui. Se voi vivete nelle realtà temporali in vista del regno di Dio, queste realtà manifestano specifiche esigenze e chiedono una preparazione tecnica.

c) viene infine la preparazione all'apostolato.

Sono i tre campi mi sembra specifici dell'azione formativa.

Chi deve fare questa formazione? Voi direte cosa dice in proposito la vostra esperienza. E' chiaro che per la formazione professionale, il membro di un Istituto Secolare non andrà a chiederla ai suoi superiori. Egli la chiederà piuttosto ad organismi ed a persone competenti, alle università, ai laboratori, alle scuole professionali. Ma è importante che i superiori sappiano ed un canone del Diritto Canonico ne tratta che essi hanno una responsabilità particolare per la formazione spirituale. Quando si tratta della formazione alla vita consacrata in un particolare Istituto, è qui che il superiore ed i suoi collaboratori sono insostituibili.

Concludo ripetendo una espressione conosciuta: la vita consacrata in un Istituto Secolare "è una scelta estremamente difficile, ma è anche una scelta importante e di grande generosità".

Discorso ai partecipanti
al III Congresso Mondiale degli Istituti Secolari
S. S. Giovanni Paolo II, 28 agosto 1984




Fratelli e sorelle!

1. Godo veramente nell’incontrarvi ancora una volta, in occasione del congresso mondiale degli istituti secolari, convocato per trattare il tema: “Obiettivi e contenuti della formazione dei membri degli istituti secolari”.

È il secondo incontro che ho con voi, e nei quattro anni intercorsi dal precedente non sono mancate le occasioni perché io rivolgessi la parola a questo o a quell’istituto.

Ma c’è stata una particolare circostanza, nella quale ho parlato di voi e per voi. Lo scorso anno, a conclusione della riunione plenaria della quale la Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari ha trattato dell’identità e della missione dei vostri istituti, ho raccomandato, tra l’altro, ai pastori della Chiesa di “favorire tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta, e rispettosa delle caratteristiche qualificanti” degli istituti secolari (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio plenario coetui Sacrae Congregationis pro Religiosis et Institutis Saecularibus habita, 3, die 6 maii 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/1 [1983] 1163). E ho anche toccato un punto che rientra nell’argomento della formazione, da voi affrontato in questi giorni: da una parte esortando gli istituti secolari a rendere più intensa la loro comunione ecclesiale; e d’altra parte ricordando ai vescovi che essi hanno la responsabilità di “offrire agli istituti secolari tutta la ricchezza dottrinale di cui hanno bisogno”(Ivi, 1164).

Mi è caro oggi rivolgermi direttamente a voi, responsabili degli istituti e incaricati della formazione, per confermare l’importanza e la grandezza dell’impegno formativo. È un impegno primario, inteso sia in ordine alla propria formazione di tutti gli appartenenti all’istituto, con particolare cura nei primi anni, ma con oculata attenzione anche in seguito, sempre.

2. Anzitutto e soprattutto vi esorto a rivolgere uno sguardo al Maestro divino, onde attingere luce per tale impegno.

Il Vangelo può essere letto anche come resoconto dell’opera di Gesù nei confronti dei discepoli. Gesù proclama sin dall’inizio il “lieto annuncio” dell’amore paterno di Dio, ma poi insegna gradualmente la profonda ricchezza di questo annuncio, rivela gradualmente se stesso e il Padre, con infinita pazienza, ricominciando se necessario: “Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto?” (Gv 14,9). Potremmo leggere il Vangelo anche per scoprire la pedagogia di Gesù nel dare ai discepoli la formazione di base, la formazione iniziale. La “formazione continua” - come viene detta - verrà dopo, e la compirà lo Spirito Santo, che porterà gli apostoli alla comprensione di quanto Gesù aveva loro insegnato, li aiuterà ad arrivare alla verità tutta intera, ad approfondirla nella vita, in un cammino verso la libertà dei figli di Dio (cf. Gv 14, 26; Rm 8, 14ss.).

Da questo sguardo su Gesù e la sua scuola viene la conferma di un’esperienza che tutti facciamo: nessuno di noi ha raggiunto la perfezione alla quale è chiamato, ciascuno di noi è sempre in formazione, è sempre in cammino. Scrive san Paolo che il Cristo deve essere formato in noi (cf. Gal 4, 19), così come siamo in grado di “conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3, 19). Ma questa comprensione non sarà piena che quando saremo nella gloria del Padre (cf. 1 Cor 13, 12). È un atto di umiltà, di coraggio e di fiducia questo sapersi sempre in cammino, che trova riscontro e insegnamento in molte pagine della Scrittura. Ad esempio: il cammino di Abramo dalla sua terra alla meta a lui sconosciuta cui Dio lo chiama (cf. Gen 12, 1ss.); il peregrinare del popolo di Israele dall’Egitto alla terra promessa, dalla schiavitù alla libertà (cf. Esodo); lo stesso ascendere di Gesù verso il luogo e il momento in cui, innalzato da terra, tutto attirerà a sé (cf. Gv 12, 32).

3. Atto di umiltà, dicevo, che fa riconoscere la propria imperfezione; di coraggio, per affrontare la fatica, le delusioni, le disillusioni, la monotonia della ripetizione e la novità della ripresa; soprattutto di fiducia, perché Dio cammina con noi, anzi: la Via è Cristo (cf. Gv 14, 6), e l’artefice primo e principale di ogni formazione cristiana è, non può essere altri che lui. Dio è il vero formatore, pur servendosi di occasioni umane; “Signore, Padre nostro tu sei, noi siamo creta e tu colui che ci dà forma, e noi tutti siamo opera delle tue mani” (Is 64, 7).

Questa convinzione fondamentale deve guidare l’impegno sia per la propria formazione sia per il contributo che si può essere chiamati a dare alla formazione di altre persone. Mettersi con atteggiamento giusto nel compito formativo, significa sapere che è Dio che forma, non siamo noi. Noi possiamo e dobbiamo diventare un’occasione e uno strumento, sempre nel rispetto dell’azione misteriosa della grazia.

Di conseguenza l’impegno formativo su di noi e su chi ci è affidato è orientato sempre, sull’esempio di Gesù, alla ricerca della volontà del Padre: “Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5, 30). La formazione infatti, in ultima analisi, consiste nel crescere nella capacità di mettersi a disposizione del progetto di Dio su ciascuno e sulla storia, nell’offrire consapevolmente la collaborazione al suo piano di redenzione delle persone e del creato, nel giungere a scoprire e a vivere il valore di salvezza racchiuso in ogni istante: “Padre nostro, sia fatta la tua volontà” (Mt 6, 9-10).

4. Questo riferimento alla divina volontà mi porta a richiamare un’indicazione che già vi ho dato nel nostro incontro del 28 agosto 1980: in ogni momento della vostra vita e in tutte le vostre attività quotidiane deve realizzarsi “una disponibilità totale alla volontà del Padre, che vi ha posti nel mondo e per il mondo” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio iis qui coetui Conferentiae Mundialis Institutorum Saecularium Romae habito affuere in Arce Gandulfi coram admissis, habita, 4, die 28 aug. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 472). E questo - vi dicevo inoltre - significa per voi una particolare attenzione a tre aspetti che convergono nella realtà della vostra specifica vocazione, in quanto membri di istituti secolari.

Il primo aspetto riguarda il seguire Cristo più da vicino sulla via dei consigli evangelici, con una donazione totale di sé alla persona del Salvatore per condividerne la vita e la missione. Questa donazione, che la Chiesa riconosce essere una speciale consacrazione, diventa anche contestazione delle sicurezze umane quando siano frutto dell’orgoglio; e significa più esplicitamente il “mondo nuovo” voluto da Dio e inaugurato da Gesù (cf. Lumen Gentium, 42; Perfectae Ccaritatis, 11).

Il secondo aspetto è quello della competenza nel vostro campo specifico, per quanto esso sia modesto e comune, con la “pienezza di coscienza dalla propria parte nell’edificazione della società” (Apostolicam Actuositatem, 13) necessaria per “servire con maggiore generosità ed efficacia” i fratelli (Gaudium et Spes, 93). La testimonianza sarà così più credibile: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

Il terzo aspetto si riferisce a una presenza trasformatrice nel mondo, cioè a dare “un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (Gaudium et Spes, 34), animando e perfezionando l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico, agendo dall’interno stesso di queste realtà (cf. Lumen Gentium, 31; Apostolicam Actuositatem, 7.16.19).

Vi auspico, come frutto di questo congresso, di continuare nell’approfondimento, soprattutto mettendo in atto i sussidi utili per porre l’accento formativo sui tre aspetti accennati, e su ogni altro aspetto essenziale, quali ad esempio l’educazione alla fede, alla comunione ecclesiale, all’azione evangelizzatrice: e tutto unificando in una sintesi vitale, proprio per crescere nella fedeltà alla vostra vocazione e alla vostra missione, che la Chiesa stima e vi affida, perché le riconosce rispondenti alle attese sue e dell’umanità.

5. Prima di concludere vorrei ancora sottolineare un punto fondamentale: cioè che la realtà ultima, la pienezza, è nella carità, “Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16). Anche lo scopo ultimo di ogni vocazione cristiana è la carità; negli istituti di vita consacrata, la professione dei consigli evangelici ne diventa la strada maestra, che porta a Dio sommamente amato e porta ai fratelli, chiamati tutti alla filiazione divina.

Ora, all’interno dell’impegno formativo, la carità trova espressione e sostegno e maturazione nella comunione fraterna, per diventare testimonianza e azione.

Ai vostri istituti, a motivo delle esigenze di inserimento nel mondo postulate dalla vostra vocazione, la Chiesa non richiede quella vita comune che è propria invece degli istituti religiosi. Tuttavia essa richiede una “comunione fraterna radicata e fondata nella carità”, che faccia di tutti i membri come “una sola peculiare famiglia” (CIC, can. 602); essa richiede che i membri di uno stesso istituto secolare “conservino la comunione tra di loro curando con sollecitudine l’unità dello spirito e la vera fraternità” (CIC, can. 716 § 2).

Se le persone respirano questa atmosfera spirituale, che presuppone la più ampia comunione ecclesiale, l’impegno formativo nella sua integralità non fallirà il suo scopo.

6. Al momento di concludere, il nostro sguardo ritorna su Gesù. Ogni formazione cristiana si apre alla pienezza della vita dei figli di Dio, così che il soggetto della nostra attività è, in fondo, Gesù stesso: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Ma questo è vero solo se ciascuno di noi può dire: “Sono stato crocifisso con Cristo”, quel Cristo “che ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

È la sublime legge della “sequela Christi”: abbracciare la croce. Il cammino formativo non può prescindere da essa.

Che la Vergine Madre vi sia di esempio anche a questo proposito. Lei che - come ricorda il Concilio Vaticano II - “mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudine familiare e di lavoro” (Apostolicam Actuositatem, 4), “avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce” (Lumen Gentium, 58).

E pegno della protezione divina sia la benedizione apostolica, che di tutto cuore impartisco a voi e a tutti i membri dei vostri istituti.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1984

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

Lettera alle Conferenze Episcopali dell'Assemblea Plenaria (6 gennaio 1984)




Carissimi Pastori della Chiesa di Cristo,

Riteniamo bene rivolgerci a Voi in virtù del compito che il Santo Padre ci ha affidato, cioè di collaborare con Lui in servizio della vita consacrata. Vi scriviamo infatti in seguito alla riunione plenaria della Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, tenutasi nei giorni 3 6maggio 1983.

In quella riunione abbiamo trattato, con sollecitudine pastorale, degli Istituti Secolari. Tra le altre cose, abbiamo considerato il fatto che questi Istituti dono dello Spirito Santo alla Chiesa e al mondo del nostro tempo sono tuttavia ancora poco conosciuti; e per questo abbiamo auspicato che il rapporto tra questi Istituti e le Chiese particolari sia più vivo.

Ci è stato di conforto che, a conclusione della riunione plenaria, il Santo Padre Giovanni Paolo II rivolgendo a noi la Sua parola abbia parimenti sottolineato questo aspetto:

"Se ci sarà uno sviluppo e un rafforzamento degli Istituti Secolari, anche le Chiese locali ne trarranno vantaggio […] Pur nel rispetto delle loro caratteristiche, gli Istituti Secolari devono comprendere e assumere le urgenze pastorali delle Chiese particolari, e confermare i loro membri a vivere con attenta partecipazione le speranze e le fatiche, i progetti e le inquietudini, le ricchezze spirituali e i limiti, in una parola: la comunione della loro Chiesa concreta. Deve essere un punto di maggiore riflessione per gli Istituti Secolari, questo, così come deve essere una sollecitudine dei Pastori riconoscere e richiedere il loro apporto secondo la natura loro propria".

Di conseguenza, per favorire tra i Pastori della Chiesa la conoscenza degli Istituti Secolari, abbiamo ritenuto cosa opportuna che venisse preparato un documento semplice ed essenziale. E' il documento che accompagniamo con questa lettera.

Poiché vuole essere soltanto informativo, esso si limita a presentare alcuni dati storici, una riflessione teologica compiuta da una speciale commissione pontificia, e una sintesi della normativa giuridica sulla base del nuovo Codice di diritto canonico.

Mentre lascia aperto tutto lo spazio necessario alla ricerca e all'approfondimento, il documento dunque espone gli elementi sufficienti per far meglio comprendere questa particolare forma di vita consacrata, così che non sia confusa con la vita religiosa né sia ridotta a semplice associazione di fedeli.

Con l'intenzione di compiere un gesto di servizio fraterno, e con il desiderio che "tutto si faccia per l'edificazione" (1 Co 14,26), e ne consegua una vera utilità ecclesiale, vi facciamo avere questo documento.

La Sacra Congregazione sarà grata di ogni gentile riscontro, e volentieri ricorda di essere sempre a disposizione, in particolare, per quanto riguarda l'argomento trattato, con gli uffici della Sezione per gli Istituti Secolari .

"Grazia, misericordia e pace siano con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell'amore" (2 Gv 3).

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari(CRIS)

Lettera ai Moderatori Generali degli Istituti Secolari (2 gennaio 1988)




CRITERI

per redigere la relazione sullo stato e sulla vita degli Istituti Secolari da trasmettere periodicamente alla Sede Apostolica.

La Sede Apostolica ha molto a cuore la vita secolare consacrata degli Istituti, la loro feconda promozione sia spirituale che apostolica, e segue con vera sollecitudine le loro molteplici necessità.

Ora è di grande importanza che la comunione degli Istituti con la stessa Sede Apostolica, secondo quanto raccomanda il can. 592 § 1, venga costantemente favorita mediante opportune informazioni sul loro stato e sulla loro vita. In tal modo potrà essere partecipe nel Signore delle circostanze, sia fauste che gravose (cfr. Rm 12,15) e, secondo i casi, potrà offrire il suo aiuto pastorale.

A questo fine, la Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari desidera proporre alcuni criteri per le relazioni che i Moderatori Supremi degli Istituti Secolari hanno da trasmettere alla Sede Apostolica.

1. La Relazione che il Supremo Moderatore deve presentare a questa Congregazione, potrà essere la medesima che ha proposto all'Assemblea Generale dell'Istituto, ma in forma più concisa; si potranno accludere gli Atti della stessa Assemblea. I Supremi Moderatori sono pregati di inviare la Relazione per la prima volta dopo la celebrazione della prossima Assemblea generale ordinaria.

2. La Relazione dovrà contenere comunque i seguenti argomenti:

a) una sintetica statistica dei membri;

b) l'attività vocazionale e le speranze sul futuro incremento dell'Istituto;

c) come vengono attuati: l'impegno apostolico dei singoli; la formazione iniziale e permanente; la comunione fraterna secondo lo spirito dell'Istituto, e il rapporto tra Responsabili e membri;

d) il senso ecclesiale nel rapporto con la Sede Apostolica e con i Vescovi diocesani; partecipazione alle Conferenze sia mondiale che nazionale;

e) nel caso che l'Istituto in quanto tale svolga un'attività, informazioni sull'azione apostolica, sociale, assistenziale;

f) lo stato economico dell'Istituto, in modo generico, annotando se in questa materia ci siano difficoltà;

g) eventuali difficoltà più urgenti riguardanti soprattutto la vita e l'apostolato dell'Istituto;

h) quegli altri aspetti che meglio descrivono la reale situazione dell'Istituto.

La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, mentre chiede queste informazioni, invoca su tutti gli Istituti Secolari e sui singoli loro membri "pace e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo" (Ef 6,23).

Roma, 2 gennaio, Anno Mariano 1988.

fr. Hieronymus, M. Card. Hamer, O.P.

Praef.

+ Vincentius Fagiolo

Archiep. em. Theat. Vasten.

secr.

Le Conclusioni del Sinodo e le sue conseguenze per gli Istituti Secolari

Relazione al IV° Congresso internazionale

Card.Jean Jérome Hamer

(24 agosto 1988)




Informazioni e riflessioni

Ben volentieri tratto questo tema, che mi permetterà di insistere sull'importanza degli Istituti Secolari per il futuro della Chiesa. Lo farò tenendo conto della situazione in cui ci troviamo poiché il processo del Sinodo non si può considerare terminato finché il Santo Padre non ci darà il Suo documento su "La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel suo mondo", che costituirà realmente la conclusione del Sinodo. Ma vorrei anche andare oltre ed analizzare con attenzione la situazione del laico consacrato.

Il Sinodo

Parlando di recente (il 17 giugno scorso) ai membri del consiglio della segreteria generale del Sinodo dei Vescovi, Giovanni Paolo II ha ricordato: "I padri della settima assemblea generale hanno espresso il desiderio che, sulla base del lavoro sinodale, cioè dei Lineamenta, dello Instrumentum laboris, delle relazioni dopo le discussioni in aula, dei rapporti dei circoli minores, e delle Propositiones che il Sinodo mi ha affidato, sia offerto alla Chiesa un documento pontificio" sul tema del Sinodo.

Questo documento non è ancora pronto, ma penso che non tarderà. Da parte mia, vorrei limitarmi, nella presente relazione, ad utilizzare due documenti importanti del lavoro sinodale, l'Instrumentum laboris e le Propositiones.

L'Instrumentum laboris è, come indica il suo stesso nome, uno strumento di lavoro, che ha raccolto i suggerimenti e le riflessioni dei vescovi sul tema proposto e li ha presentati in una forma logica. E' in qualche modo il frutto delle riflessioni e delle esperienze dei vescovi sparsi nel mondo, prima di venire a Roma per l'assemblea del Sinodo. Per estendere a tutto l'insieme del popolo cristiano l'interesse suscitato da questo tema, il Santo Padre ha permesso che l'Instrumentum laboris fosse messo a disposizione di tutti. E' dunque un documento che molti di voi conoscono e che probabilmente avete letto prima dell'apertura del Sinodo nell'ottobre 1987. Ecco cosa dice l'Instrumentum laboris in merito al soggetto che stiamo affrontando:

"E' da evidenziare anche il contributo originale degli Istituti Secolari alla missione della Chiesa. Infatti, la chiamata rivolta ai loro membri - laici - ad una particolare consacrazione a Dio secondo i consigli evangelici, li rende testimoni nel mondo del radicalismo evangelico. Le diverse forme di vita e di presenza cristiana nelle società contemporanee sono segno della generosa risposta dei fedeli laici alla comune vocazione verso la perfezione della carità. Vivendo nel mondo la loro totale consacrazione a Dio, i laici membri degli Istituti Secolari tendono a realizzare in modo esemplare la dimensione escatologica della vocazione cristiana. La loro testimonianza della novità di Cristo in mezzo al mondo è per tutti i laici un incoraggiamento a riconoscere e ad assumere la tensione 'dell'essere nel mondo' senza 'essere del mondo'. Grazie alla disponibilità personale, propria al loro stato di vita, e alla formazione di cui godono, molti membri degli Istituti Secolari portano validi contributi alla crescita, umana e cristiana, di tanti altri fedeli laici, assumendo con essi importanti responsabilità in seno alle comunità cristiane.

Il tema merita un approfondimento particolare. Non è possibile ignorare, d'altra parte, che sono sempre più numerosi i laici impegnati secondo il radicalismo dei consigli evangelici, ma che non si sentono chiamati a costituire o raggiungere un Istituto Secolare. L'attuale vita della Chiesa è ricca di nuove forme di vita consacrata laicale, dono che lo Spirito Santo offre alla Chiesa e al mondo dei nostri tempi" (n. 61).

Ritengo che questo testo abbia colto molto bene i diversi aspetti dell'Istituto Secolare nella sua unità profonda, presenza vivificante nel mondo, riferimento escatologico, azione nella Chiesa. Esso segnala anche l'esistenza sempre più evidente, nel mondo laico, di altre forme di impegno per la pratica dei consigli evangelici. Ritorneremo su questo punto. Notiamo fin d'ora che i membri degli Istituti Secolari non rivendicano alcun monopolio, ma auspicano semplicemente che la loro specificità venga ri¬conosciuta. Per il resto, essi si rallegrano di scoprire delle nuove forme di ricerca comune. Aggiungo che nel suo insieme l'Intrumentum laboris è stato accolto molto bene dai padri sinodali e che il testo appena citato non è stato, per quanto mi risulta, contestato da nessuno.

Al termine del Sinodo si troverà lo stesso orientamento nelle cinquantaquattro Propositiones, che riuniscono i punti più importanti ai quali i padri sinodali hanno dedicato la loro attenzione durante i dibattiti che sono durati un mese circa. Ecco il testo della sesta proposizione che riguarda gli Istituti Secolari e le altre forme di donazione personale:

"Gli Istituti Secolari hanno il loro spazio nella struttura canonica della Chiesa grazie alla Costituzione Provida Mater Ecclesia fin dall'anno 1947. Così è data a sacerdoti e laici una nuova possibilità di professare i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza per mezzo dei voti o delle promesse, pur conservando il proprio stato clericale o laicale. Così un laico può partecipare pienamente allo stato di vita consacrata pur restando in mezzo al mondo (cfr. can. 573). Lo Spirito Santo suscita anche altre forme del dono di sé stessi cui si dedicano persone che rimangono pienamente nella vita laicale".

Questo paragrafo dice l'essenziale. E' un buon punto di partenza per ogni sviluppo ulteriore. Le Propositiones, infatti, non intendevano dire tutto, ma indicare semplicemente gli orientamenti principali del Sinodo.

Alcuni forse diranno: come mai su cinquantaquattro proposizioni soltanto una riguarda gli Istituti Secolari? Vedere le cose in questo modo equivale a deformare la realtà. I membri di questi Istituti sono dei laici autentici. Tutto quello che il Sinodo ha detto e tutto quello che il documento post sinodale dirà ha importanza per loro. E' in tal modo che bisogna interpretare il Sinodo in rapporto agli Istituti Secolari. Questa considerazione è a mio avviso primordiale per una giusta valorizzazione dei suoi lavori. Per giustificare questa affermazione, permettetemi di citare alcuni punti: l'identità del laico cristiano, l'appello alla santità, la molteplicità dei carismi, i ministeri e i servizi, la donna nella Chiesa e nel mondo, la presenza del laico nella parrocchia, l'impegno socio politico, un processo di formazione integrale... E' proprio in questa prospettiva che mi colloco per continuare la presente relazione.

L'Istituto Secolare

E' importante sottolineare che il membro laico dell'Istituto Secolare è laico nel pieno senso della parola. Ma per far ciò occorre innanzitutto inserire la questione in un contesto più ampio.

Quando le associazioni, i cui membri fanno professione di praticare nel mondo i consigli evangelici, trovarono un riconoscimento ufficiale e uno stato canonico nella Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia, sotto il nome di Istituti Secolari, si trattava sia di associazioni di chierici, sia di associazioni di laici.

Se gli Istituti Secolari di laici sono molto più numerosi degli Istituti Secolari di chierici, non bisogna dimenticare che lo statuto si applica sia agli uni che agli altri.

Gli Istituti Secolari di sacerdoti e gli Istituti Secolari di laici hanno in comune, oltre all'obbligo di dedicarsi totalmente all'apostolato, quello di tendere alla perfezione cristiana con quei mezzi privilegiati che sono i consigli di castità, di povertà e di obbedienza, e tutto ciò nel mondo, vale a dire restando nel mondo, agendo nel mondo.

Se i membri degli Istituti Secolari si accostano a quelli religiosi per la professione dei consigli evangelici, essi si distinguono nettamente da essi per il fatto che la separazione dal mondo è propria dello stato religioso, come la vita comune o la convivenza sotto lo stesso tetto.

E' questa vita nel mondo ("in saeculo viventes", dice il can. 710) che costituisce la "secolarità", la nota comune a tutti gli Istituti Secolari, ma che sarà ricevuta in modo differente dai diversi Istituti, soprattutto da quelli dei chierici e dei laici. Il sacerdote secolare e il laico sono entrambi nel mondo, ma il loro rapporto con il mondo è diverso proprio per ciò che li distingue: l'esercizio dell'ordine sacro. Entrambi peraltro, nella logica della loro vita nel mondo, contribuiscono da parte loro alla santificazione del mondo, soprattutto dal di dentro ("praesertim ab intus").

Occorre valutare bene l'innovazione che costituisce la Provida Mater Ecclesia. Fino a quel momento, i gruppi di questo tipo erano governati dal decreto Ecclesia Catholica, pubblicato 1'11 agosto 1889, che lodava il loro scopo "di praticare fedelmente nel secolo i consigli evangelici e di assolvere con la più grande libertà gli uffici che l'avversità dei tempi vieta o rende difficili alle famiglie religiose", ma decideva al tempo stesso che sarebbero stati unicamente delle pie associazioni (piae sodalitates). Nel 1947, la Costituzione apostolica conferisce a questi gruppi uno statuto canonico. Non dimentichiamo che il Codice del 1917 li ignorava ancora completamente. Dopo la Provida Mater Ecclesia, gli Istituti Secolari vengono considerati come "stato di perfezione", vale a dire come forma istituzionale e stabile della ricerca di perfezione della carità. Questa terminologia sarà ancora in uso durante la prima parte del Vaticano II.

Il nuovo Codice, promulgato nel 1983, impiega un altro vocabolario, ma esprime la stessa realtà: gli Istituti Secolari sono degli autentici Istituti di vita consacrata, ai quali non manca nulla per appartenere alla "vita consacrata", come la Chiesa la definisce nel suo diritto:

"La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici è una forma stabile di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino per l'azione dello Spirito Santo, si danno totalmente a Dio amato sopra ogni cosa. In tal modo, dedicandosi con nuovo e speciale titolo al suo onore, alla edificazione della Chiesa e alla salvezza del mondo, sono in grado di tendere alla perfezione della carità nel servizio del Regno di Dio, e, divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannunciano la gloria celeste" (can. 573, par. 1 ).

Questo stato di vita consacrata non è né clericale né laicale. Ma gli Istituti che lo compongono si distinguono in clericali e laicali, a seconda che essi assumano o meno l'esercizio del sacramento dell'Ordine, in ragione dello scopo per cui sono stati fondati. In tal modo vi sono due grandi classi di Istituti Secolari: gli Istituti clericali e gli Istituti laicali. Per il soggetto che intendiamo trattare, parleremo degli Istituti Secolari laicali, o piuttosto dei loro membri.

I laici consacrati

Dunque i laici consacrati sono proprio dei laici autentici. Essi condividono con gli altri laici il fatto di non appartenere né allo stato sacerdotale né allo stato religioso, ma di appartenere al contrario a quel laicato a cui è affidata in modo particolare la gestione delle realtà temporali con la missione di ordinarle secondo Dio.

Ogni membro di un Istituto Secolare laicale appartiene allo stato laico, senza restrizioni. Il fatto di rinunciare al diritto di sposarsi non sottrae a questa condizione, poiché nessun laico è obbligato a contrarre matrimonio. Nel mondo laico vi sono persone sposate, ma anche nubili e celibi. Se la maggior parte dei laici si sposa, non si può dedurre che occorra sposarsi per essere un vero laico. Questo sarebbe assurdo.

Ma questi laici membri di Istituti Secolari sono anche delle persone consacrate mediante la professione dei consigli evangelici. Essi adottano senza riserve la vita consacrata come forma di vita stabile. La vita consacrata costituisce così per essi uno stato di vita.

Allora non vi è contraddizione nell'affermare che il laico consacrato appartiene anche e senza restrizione a due stati di vita diversi, lo stato laicale e lo stato di vita consacrata? Assolutamente no, e tengo ad affermarlo con vigore per evitare ogni tentazione di risolvere questa apparente opposizione con un compromesso.

Vi sarebbe opposizione tra questi due stati se essi si definissero in rapporto allo stesso obbligo. Ma non è questo il caso. Ad esempio, lo stato di vita dell'uomo sposato e quello del celibe si oppongono e si escludono, poiché si definiscono in rapporto al sacramento del matrimonio. L'uomo sposato ne assume gli obblighi; il celibe ne è esente.

Ora, lo stato laicale e lo stato di vita consacrata si definiscono in funzione di obblighi diversi. Il primo in funzione degli obblighi della vita sacerdotale (esercizio dell'ordine sacro) e di quelli della vita religiosa (separazione dal mondo e vita comune), da cui i laici sono esenti. Il secondo in funzione dei doveri liberamente contratti con la professione dei consigli evangelici. I punti di riferimento sono quindi differenti. I due stati, lungi dall'opporsi, sono compatibili, e lo sono pienamente.

Si possono citare altri esempi di appartenenza a due stati nell'unità di una stessa persona e di una stessa vocazione. Il religioso sacerdote appartiene sia allo stato religioso che allo stato clericale, senza nessuna tensione, ma al contrario in perfetta armonia, come ha dimostrato la vita di tanti santi.

Questa stessa armonia si ritrova nello statuto proprio degli Istituti Secolari. Senza lasciare il loro stato laicale, le persone consacrate che ne sono membri sapranno vivere la loro vita secolare secondo le modalità conformi alla loro totale donazione al Signore. Tutto ciò si noterà in modo particolare nella loro vita di preghiera e nella loro ascesi personale. D'altra parte, essi vivranno i tre consigli evangelici secondo la situazione di persone che rimangono nelle condizioni ordinarie del mondo.

Il diritto canonico non dice che "ogni Istituto, attese l'indole e le finalità proprie, deve stabilire nelle costituzioni il modo in cui, secondo il suo programma di vita, sono da osservarsi i consigli evangelici di castità, di povertà e di obbedienza"(can. 598, par. 1 )? E ancora: "...le costituzioni stabiliscano i vincoli sacri con cui vengono assunti nell'Istituto i consigli evangelici e definiscano gli obblighi che essi comportano, salva sempre però, nello stile di vita, la secolarità propria dell'Istituto" (can. 712).

L'apostolato

Consacrati e laici, i membri degli Istituti Secolari sono totalmente e inseparabilmente l'uno e l'altro. Ma essi sono consacrati per una missione. Infatti, essi fanno professione di praticare i consigli evangelici per "esercitare pienamente l'apostolato" (PME, art. 1); "esprimono e realizzano la propria consacrazione nell'attività apostolica" (can. 713, par. 1).

Poiché sono laici, il loro apostolato sarà quello dei laici ed avrà la stessa estensione. Essi sono tenuti all'obbligo generale "di impegnarsi perché l'annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo". Essi sono anche tenuti, ciascuno secondo la propria condizione, "al dovere specifico di animare e perfezionare l'ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo"(can. 225, par. 2). Questo insegnamento della Chiesa è ripreso nella parte del Codice di diritto canonico che si riferisce agli Istituti Secolari (can. 713, par. 2): "I membri laici (degli Istituti Secolari), nel mondo e dal mondo, partecipano nella funzione evangelizzatrice della Chiesa". Avrete notato che questo canone riprende, a proposito dell'apostolato degli Istituti Secolari laici, una formula ("nel mondo e dal mondo", in saeculo et ex saeculo) presa dalla lettera Motu proprio Primo feliciter, pubblicata da Pio XII un anno dopo la Provida Mater Ecclesia. Ecco la frase completa: "Questo apostolato degli Istituti Secolari, non solo si deve esercitare fedelmente nel mondo, ma per così dire con i mezzi del mondo, e perciò deve avvalersi delle professioni, gli esercizi, le forme, i luoghi e le circostanze rispondenti a questa condizione di secolari" (PF, II, 6).

Se ogni Istituto Secolare partecipa alla missione apostolica della Chiesa, non è necessario, tuttavia, che esso abbia un apostolato proprio, determinato dalle sue costituzioni, e ancor meno delle opere apostoliche proprie. E' importante notarlo, poiché molti Istituti Secolari formano, giustamente, i loro membri all'apostolato, senza che essi debbano dedicarsi ad un settore di apostolato particolare.

La pratica dei consigli evangelici

I membri degli Istituti Secolari sono consacrati a Dio, ciò significa, come abbiamo già visto, che essi si sono dati totalmente a lui, amato sopra ogni cosa, per il suo onore e il suo servizio, con la professione dei consigli evangelici (cfr. LG, 44), in seno a un determinato Istituto, eretto dalla Chiesa. Nessuno di questi elementi può mancare, e soprattutto i consigli evangelici devono essere vissuti in conformità alla dottrina tradizionale della Chiesa. Abbiamo visto che il modo di osservare questi consigli sarà diverso a seconda degli Istituti ed esso dovrà tener conto, in particolare, della secolarità propria a ciascuno di essi. Ma ciò non toglie che tutti i membri degli Istituti di vita consacrata devono osservare fedelmente e integralmente questi consigli (fideliter integreque servare: can. 598, par. 2).

Così, ad esempio, il consiglio evangelico di povertà non postula soltanto una vita povera di fatto e di spirito, ma anche "la limitazione e la dipendenza nell'usare e nel disporre dei beni, secondo il diritto proprio dei singoli Istituti" (can. 600).

Il consiglio evangelico di obbedienza va al di là della pratica di questa virtù così come ci si attende da ogni cristiano: esso obbliga "a sottomettere la volontà ai Superiori legittimi, quali rappresentanti di Dio, quando comandano secondo le proprie costituzioni" (can. 601). L'imitazione di Cristo ubbidiente fino alla morte si compie quindi attraverso una mediazione determinata: sotto la dipendenza e la condotta moralmente continua dei superiori o dei responsabili. Per i membri degli Istituti Secolari, la pratica dell'obbedienza postula anche una ricerca di questa mediazione. La loro obbedienza sarà dunque particolarmente attiva. Perché? A motivo della loro diffusione nel mondo e della loro immersione nelle professioni secolari, i loro responsabili hanno grandi difficoltà a individuare il momento opportuno e le circostanze migliori per un intervento. L'iniziativa di ogni membro sarà quindi necessaria per far conoscere le situazioni concrete.

L'esercizio dell'autorità, necessario per la pratica dei consigli evangelici, sarà dunque diverso nella vita religiosa e negli Istituti Secolari. Nel primo caso, esso può sempre appoggiarsi alle strutture della vita comune; non succede altrettanto nel secondo caso. Così, negli Istituti Secolari il servizio dell'autorità, per essere reale, sarà più difficile, più esigente e richiederà da parte dei responsabili un impegno spesso maggiore e più generoso.

La preghiera

Perché la legislazione sugli Istituti Secolari (cfr. can. 719) annette tanta importanza alla preghiera e alla vita spirituale in generale? La preghiera non è un dovere di ogni cristiano? Perché, allora, questa insistenza e queste speciali prescrizioni? La risposta a tale domanda è nella consacrazione: si tratta di quella "speciale consacrazione che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale, e ne è una espressione più perfetta"(PC, 5).

Tra consacrazione e preghiera vi è un rapporto stretto, una relazione reciproca. Il dono totale di sé con la professione dei tre consigli evangelici è interamente in vista di un più grande amore di Dio. La preghiera è al tempo stesso l'espressione e lo stimolo del nostro desiderio di Dio. E' dunque normale che all'impegno fondamentale da noi assunto sul piano della castità, della povertà e dell'obbedienza corrispondano delle esigenze simili a livello degli esercizi della vita spirituale.

Se la preghiera non è il privilegio delle persone consacrate, bensì il comportamento normale direi il respiro di tutti coloro che sono figli di Dio attraverso la grazia, essa occupa però un posto notevolmente più importante nella vita di coloro che hanno fatto il passo decisivo di seguire il Cristo più da vicino (pressius, dice il can. 573 par. 1). Gesù infatti si nascondeva spesso alla folla per pregare e si ritirava nel deserto o sulla montagna, solo o con qualche discepolo. La vita di Gesù è legata alla sua preghiera, ne è impregnata. La preghiera anima il suo ministero messianico, specialmente nell'agonia e sulla croce.

"Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore"(1 Co 7,32). E' con la volontà di piacere al Signore una volontà radicale che non esita davanti alla scelta di mezzi che troviamo la spiegazione profonda dell'opzione per la vita consacrata. Vogliamo darci alle "cose del Signore". E' per questo che adottiamo il celibato per il regno di Dio, ma anche una vita di povertà e di obbedienza. Le "cose del Signore" (letteralmente: "ciò che è del Signore") non si limitano certamente alla preghiera, ma ricoprono tutto il campo di servizio del Signore; comunque è evidente che la preghiera vi occupa un posto privilegiato. Chi ha scelto di non sposarsi vuole essere completamente del Signore. Ed è per essere del Signore che ha preso questa decisione. La volontà di essere del Signore è dunque primaria. Egli non vuole essere "diviso" (v. 34). La vita consacrata diventa così uno spazio di disponibilità per la preghiera.

La Chiesa insiste su questo punto nel suo diritto canonico e richiede un'attenzione particolare per l'orazione, la lettura delle Sante Scritture, un ritiro annuale ed altri esercizi spirituali; la partecipazione se possibile quotidiana all'Eucarestia, l'accostarsi di frequente al sacramento della penitenza e la direzione spirituale.

Per illustrare ciò che abbiamo appena detto sul rapporto tra consacrazione e esercizi di vita spirituale, vorrei attirare la vostra attenzione sulla prescrizione che riguarda il sacramento della penitenza. Ad ogni fedele, è semplicemente raccomandato di confessare i peccati veniali (can. 988, par. 2). Ai membri degli Istituti Secolari, è prescritta la confessione frequente (can. 719, par. 3).

E' anche chiaro che pratiche della vita spirituale terranno conto delle condizioni di un'esistenza nel mondo. Comunque, non sarà mai per ridurne l'importanza, ma solo per adattarle alle persone, ai luoghi e alle circostanze. Gli orari e i luoghi di preghiera del laico non saranno necessariamente quelli dei religiosi che vivono in comunità con un oratorio proprio. I testi di preghiera potranno essere diversi. Il membro di un Istituto Secolare porterà spontaneamente nella sua preghiera le intenzioni del mondo nel quale vive. Ma la preghiera non cambierà di natura. La consacrazione particolare a Dio manterrà tutte le sue esigenze.

Prospettive per il futuro

Il Sinodo sui laici ci ha portato a ricordare con chiarezza e con forza che i membri degli Istituti Secolari sono dei veri laici. Ma anche che questi laici sono al tempo stesso e in modo indissolubile dei consacrati.

Questi Istituti non sono una nuova varietà, più discreta e come sotterranea, della vita religiosa, ma una realtà distinta, una vera elevazione della condizione dei laici attraverso la professione dei consigli evangelici.

Abbiamo parlato poco degli Istituti Secolari sacerdotali. Ma molte delle cose che abbiamo detto si applicano anche ad essi. Infatti, l'appartenenza ad un Istituto Secolare non cambia la condizione canonica nel popolo di Dio. Ciò non vale soltanto per i laici, ma anche per i sacerdoti secolari (e i diaconi).

Oggi nella Chiesa si diffondono dei gruppi spirituali ed apostolici che in Italia vengono indicati con il nome di movimenti ecclesiali, e in Francia di "nuove comunità". Alcuni di essi hanno già adottato le strutture della vita religiosa o degli Istituti Secolari; altri si orientano nello stesso senso. Ma è probabile che non tutti seguiranno questa direzione. Molti di tali gruppi hanno avuto un forte riconoscimento nel campo pubblico e comunitario. Ciò li distingue dagli Istituti Secolari. Non è il momento di ricordare che lo Spirito soffia dove vuole e che l'unità del Corpo mistico è fatta di una varietà di carismi e di funzioni? D'altra parte, sappiamo che la Chiesa è pronta ad accogliere nuove forme di vita consacrata (can. 605), ma anche, in modo più generico, nuove forme di impegno cristiano.

Ad ogni modo questa fioritura non diminuisce minimamente il ruolo proprio degli Istituti Secolari nella Chiesa di oggi e di domani:

"Essi ripetono che l'appello alla santità è iscritto nella logica del battesimo";

"Essi moltiplicano la presenza di cristiani autentici, capaci di essere ovunque degli apostoli;

"Essi rispondono alla situazione contemporanea dando la possibilità ai veri cristiani di essere presenti nelle strutture profane del mondo moderno".

Ho preso in prestito queste tre frasi dal Padre J. M. Perrin, o.p. (DS, t. V, col. 1783). Esse hanno la capacità di darvi piena fiducia in una forma di vita consacrata, che voi avete liberamente scelta il giorno della vostra incorporazione nel vostro Istituto, e che è palesemente un'opera dello Spirito.

Per riassumere e concludere: voi siete dei laici consacrati, siete l'uno e l'altro, in modo totale e inseparabile. Lo ripeto qui ancora una volta, perché non c'è una comprensione profonda degli Istituti Secolari se si prescinde da questo. Nella Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia la Chiesa ha voluto dare pieno accesso alla vita consacrata mediante i tre consigli evangelici, a laici che restano e operano nel mondo. Ogni Istituto Secolare è dunque una scuola di santità, che ha ricevuto la garanzia della Chiesa. Ecco l'essenziale che bisogna dire e ripetere, e sul quale si dovrà meditare sempre più.

Discorso ai partecipante
al IV Congresso Mondiale degli Istituti Secolari
S. S. Giovanni Paolo II, 26 agosto 1988




Carissimi fratelli e sorelle degli Istituti Secolari!

1. Con grande gioia vi accolgo in occasione del vostro IV Congresso Mondiale, e vi ringrazio per questa numerosa e significativa presenza. Voi siete rappresentanti qualificati di una realtà ecclesiale che è stata, specialmente in questo secolo, segno di una speciale “mozione” dello Spirito Santo in seno alla Chiesa di Dio. Gli Istituti Secolari, infatti, hanno chiaramente messo in luce il valore della consacrazione anche per quanti operano “nel secolo”, cioè per coloro che sono inseriti nelle attività terrene, sia come sacerdoti secolari, sia, soprattutto, come laici. Per il laicato, anzi, la storia degli Istituti Secolari segna una tappa preziosa nello sviluppo della dottrina riguardante la peculiare natura dell’apostolato laicale e nel riconoscimento della vocazione universale dei fedeli alla santità ed al servizio a Cristo.

La vostra missione è oggi situata in una prospettiva consolidata da una tradizione teologica: essa consiste nella “consacratio mundi”, cioè nel ricondurre a Cristo, come ad un unico capo, tutte le cose (cf. Ef 1, 10), operando dal di dentro, nelle realtà terrene.

Mi compiaccio per il tema scelto per la presente assemblea: “La missione degli Istituti Secolari nel mondo del 2000”. In realtà, questo è un argomento complesso, che corrisponde alle speranze ed alle attese della Chiesa nel suo prossimo futuro.

Tale programma è quanto mai stimolante per voi, perché apre alla vostra specifica vocazione ed esperienza spirituale gli orizzonti del terzo millennio di Cristo, al fine di aiutarvi a realizzare sempre più consapevolmente la vostra chiamata alla santità vivendo nel secolo, e a collaborare mediante la consacrazione interiormente e autenticamente vissuta nell’opera di salvezza e di evangelizzazione di tutto il Popolo di Dio.

2. Saluto il Cardinal Jean Jérôme Hamer, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, il quale vi ha intrattenuto sulle conclusioni del recente Sinodo dei Vescovi e sulle conseguenze che tali conclusioni comportano per la vostra comunità. E nel salutare tutti i collaboratori, gli organizzatori e tutti voi qui presenti con i fratelli e le sorelle degli istituti da voi rappresentati, a tutti rivolgo un cordialissimo augurio: che, cioè, la presente assemblea sia occasione propizia per vivere una profonda esperienza di comunione ecclesiale, di solidarietà, di grazia e di conforto per il vostro cammino, che illumini di luce particolare la vostra vocazione specifica.

3. L’impatto con il terzo millennio dell’era cristiana è indubbiamente stimolante per tutti coloro che intendono dedicare la propria vita al bene ed al progresso dell’umanità. Noi tutti vorremmo che l’era nuova corrispondesse all’immagine, che il Creatore ha ideato per l’umanità. È lui che costruisce e conduce avanti la storia, come storia di salvezza per gli uomini di ogni epoca. Ciascuno, perciò, è chiamato ad impegnarsi per realizzare nel nuovo millennio un nuovo capitolo della storia della redenzione.

Voi intendete contribuire alla santificazione del mondo dall’interno, “in saeculo viventes”, operando dall’intimo delle realtà terrene, “praesertim ab intus”, secondo la legge della Chiesa (cf. Codex Iuris Canonici, 710).

Pur nella condizione di secolarità, voi siete dei consacrati. Di qui l’originalità del vostro compito: voi siete a pieno titolo, laici; ma siete consacrati, vi siete legati a Cristo con una vocazione speciale, per seguirlo più da vicino, per imitare la sua condizione di “servo di Dio”, nell’umiltà dei voti di castità, povertà e obbedienza.

4. Voi siete consapevoli di condividere con tutti i cristiani la dignità di essere figli di Dio, membra vive di Cristo, incorporati alla Chiesa, insigniti, mediante il Battesimo, del sacerdozio comune dei fedeli. Ma avete anche accolto il messaggio intrinsecamente connesso con tale dignità: quello dell’impegno per la santità, per la perfezione della carità; quello di corrispondere alla chiamata dei consigli evangelici, nei quali si attua una donazione di sé a Dio ed a Cristo con cuore indiviso e con pieno abbandono alla volontà ed alla guida dello Spirito. Tale impegno voi lo attuate, non separandovi dal mondo, ma dall’interno delle complesse realtà del lavoro, della cultura, delle professioni, dei servizi sociali di ogni genere. Ciò significa che le vostre attività professionali e le condizioni di condivisione con gli altri laici delle cure terrene, saranno il campo di prova, di sfida, la croce, ma anche l’appello, la missione e il momento di grazia e di comunione con Cristo, nel quale si costruisce e si sviluppa la vostra spiritualità.

Ciò richiede, come ben sapete, un continuo progresso spirituale nel vostro modo di agire nei confronti degli uomini, delle realtà e della storia. Si richiede da voi la capacità di cogliere, tanto nelle piccole come nelle grandi vicende del mondo, una presenza, quella di Cristo Salvatore, il quale cammina sempre accanto all’uomo, anche quando questi lo ignora e lo nega. Ciò richiede, ancora, una attenzione permanente al significato salvifico degli eventi quotidiani, affinché si possano interpretare alla luce della fede e dei principi cristiani.

Si esige da voi, perciò, profonda unione con la Chiesa, fedeltà al suo ministero. Vi si domanda amorosa, totale adesione al suo pensiero e al suo messaggio, ben sapendo che ciò va fatto in forza dello speciale vincolo che ad essa vi lega.

Tutto questo non significa una diminuzione della giusta autonomia dei laici in ordine alla consacrazione del mondo; piuttosto si tratta di collocarla nella sua luce propria, affinché non si indebolisca né operi isolatamente. La dinamica della vostra missione, così come voi la intendete, lungi dall’estraniarsi dalla vita della Chiesa, si attua in unione di carità con essa.

5. Un’altra fondamentale esigenza consiste nell’accettazione generosa e consapevole del mistero della croce.

Ogni azione ecclesiale è oggettivamente radicata nell’opera della salvezza, nell’azione redentrice di Cristo, ed attinge la sua forza dal sacrificio del Signore, dal suo sangue sparso sulla croce. Il sacrificio di Cristo, sempre presente nell’opera della Chiesa, costituisce la sua forza e la sua speranza, il suo dono di grazia più misterioso e più grande.

la Chiesa sa bene che la sua storia è storia di abnegazione e di immolazione.

La vostra condizione di laici consacrati vi fa sperimentare ogni giorno quanto ciò sia vero anche nel campo di attività e di missione, che ciascuno di voi svolge. Voi conoscete quale dedizione comporti tale opera per lottare contro se stessi, contro il mondo e le sue concupiscenze; ma solo così si può conseguire quella vera pace interiore, che solo il Cristo può e sa dare.

Proprio questa via evangelica, percorsa spesso in situazioni di solitudine e di sofferenza, è la via che vi dà speranza, poiché nella croce siete sicuri di essere in comunione col nostro Redentore e Signore.

6. Il contesto della croce non vi scoraggi. Esso vi sarà di aiuto e di sostegno per dilatare l’opera della redenzione e portare la presenza santificatrice del Cristo tra i fratelli. Tale vostro atteggiamento manifesterà la provvidente azione dello Spirito Santo, il quale “soffia dove vuole” (Gv 3, 8). Egli solo può suscitare forze, iniziative, segni potenti, mediante i quali porta a compimento l’opera di Cristo.

Il compito di estendere a tutte le opere dell’uomo il dono della redenzione è missione che lo Spirito vi ha donato, è missione sublime, esige coraggio, ma è sempre motivo di beatitudine per voi, se vivrete nella comunione di carità con Cristo e con i fratelli.

La Chiesa del 2000 attende quindi da voi una valida collaborazione lungo l’arduo percorso della santificazione del mondo.

Auspico che il presente incontro possa davvero fortificare i vostri propositi, ed illuminare sempre più i vostri cuori.

Con tali auspici volentieri imparto a tutti voi la mia benedizione apostolica, estensibile alle persone ed alle iniziative affidate al vostro servizio ecclesiale.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1984

Messaggio del Cardinale Angelo Sodano
per il V Congresso Mondiale Degli Istituti Secolari
7 agosto 1992




Signor Cardinale,

Il Santo Padre, informato dello svolgimento del V Congresso Mondiale degli Istituti Secolari, mi ha incaricato di far pervenire il Suo cordiale saluto agli organizzatori e a tutti i partecipanti all’incontro. Sua Santità esprime, anzitutto, apprezzamento per la scelta del tema: “Gli Istituti Secolari e l’Evangelizzazione oggi”, che si inserisce opportunamente nel vasto impegno della Chiesa per la promozione della nuova evangelizzazione. Si tratta di un processo di grazia, che tocca il suo culmine nella sempre necessaria conversione del cuore, intesa come ritorno a Dio, Padre provvidente e misericordioso, e disponibilità verso i fratelli, che attendono comprensione, amore e solidale annuncio della Parola rivelata.

Oggi la missione evangelizzatrice della Chiesa deve tener conto delle profonde trasformazioni culturali e sociali del nostro tempo, le quali non di rado, anziché favorire, possono essere di ostacolo all’azione missionaria. Gli appartenenti agli Istituti Secolari sono ben consapevoli di queste sfide, cui sono chiamati a far fronte, perché hanno ricevuto il dono di una “forma di consacrazione nuova e originale, suggerita dallo Spirito Santo per essere vissuta in mezzo alle realtà temporali, e per immettere la forza dei consigli evangelici - cioè dei valori divini ed eterni - in mezzo ai valori umani e temporali” (Insegnamenti di Paolo VI, X (1972), 943).

Lo Spirito Santo ha concesso loro la grazia di configurarsi più radicalmente a Gesù nel cammino che egli ha compiuto per riconciliare gli uomini, per abbattere il muro di inimicizia (Ef 2, 14) e per ricreare la Nuova Umanità. Per realizzare pienamente tutto ciò, occorre un “nuovo ardore”: si richiede che gli Istituti Secolari si impegnino straordinariamente nella testimonianza della novità del Vangelo. Senza una corrispondenza più ardente alla chiamata alla santità per comunicare il Vangelo della Pace al mondo che sta per entrare nel nuovo millennio, ogni sforzo si ridurrebbe ad un tentativo senza efficacia apostolica. Nuovi debbono essere anche i metodi per comunicare la novità del Vangelo al mondo. A tal fine i membri degli Istituti Secolari devono aprirsi alle nuove forme di comunicazione che vengono loro offerte dal progresso della tecnica. Ma non bisogna dimenticare che anche la comunicazione deve adeguarsi alla novità che è chiamata a diffondere. Essa deve distinguersi per semplicità evangelica e per proposta gratuita (Mt 10, 8), al fine di favorire una risposta libera, responsabile e gioiosa.

L’esperienza della ricerca e dell’incontro personale con il Dio vivente è quanto si ha di più prezioso da offrire agli uomini. Non c’è dubbio che la chiamata alla santità sta alla radice della chiamata alla nuova evangelizzazione. Questa richiede una profonda comunione ecclesiale, che ha inizio in seno ai propri Istituti e si amplia in una affettiva ed effettiva comunione con tutto il popolo di Dio. La stretta relazione che esiste tra la costruzione della comunità cristiana e il servizio al mondo è stata chiaramente espressa dal Santo Padre Giovanni Paolo II nella Esortazione Apostolica Christifideles laici (n. 34), là dove afferma che “è urgente rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali”.

Ma la nuova evangelizzazione richiede anche un servizio al mondo. I modi di realizzazione, secondo le vocazioni particolari e le necessità concrete, sono molteplici: la testimonianza di vita, il dialogo e la militanza, il contatto personale, il servizio nascosto, la presenza individuale e comunitaria, l’annuncio e la denuncia profetica, la difesa della verità e la testimonianza dell’amore. È importante che in un mondo segnato dalla “cultura della morte”, ma che pure anela ai valori dello Spirito, gli Istituti Secolari siano capaci di essere segni del Dio vivo ed artefici della “cultura della solidarietà cristiana”.

Il Santo Padre, pertanto, esorta tutti a continuare in tale cammino, ad accrescere le molteplici iniziative di animazione cristiana e a non temere di rendersi presenti nei vari “areopaghi moderni” per proclamarvi con le parole e con i fatti la buona novella del Vangelo. L’impegno per la pace e lo sviluppo dei popoli, la difesa dei diritti umani, la promozione della donna e l’educazione dei giovani sono alcuni di questi “areopaghi” del mondo moderno, in cui gli Istituti Secolari debbono sentirsi impegnati.

Con questi voti, invocando su tutti i partecipanti al Convegno e su tutti i membri degli Istituti Secolari la protezione di Maria SS.ma, Regina degli Apostoli e Stella dell’evangelizzazione, il Sommo Pontefice imparte di cuore l’implorata Benedizione Apostolica, propiziatrice dei più abbondanti favori celesti.

Colgo volentieri l’occasione per confermarmi con sensi di profondo ossequio dell’Eminenza Vostra Reverendissima dev.mo nel Signore,

ANGELO CARD. SODANO,
Segretario di Stato

Esortazione Apostolica Vita Consecrata - S. S. Giovanni Paolo II, 1996




GLI ISTITUTI SECOLARI

10. Lo Spirito Santo, artefice mirabile della varietà dei carismi, ha suscitato nel nostro tempo nuove espressioni di vita consacrata, quasi a voler corrispondere, secondo un provvidenziale disegno, alle nuove necessità che la Chiesa oggi incontra nell'adempimento della sua missione nel mondo.

Il pensiero va innanzitutto agli Istituti secolari, i cui membri intendono vivere la consacrazione a Dio nel mondo attraverso la professione dei consigli evangelici nel contesto delle strutture temporali, per essere così lievito di sapienza e testimoni di grazia all'interno della vita culturale, economica e politica. Attraverso la sintesi, che è loro specifica, di secolarità e consacrazione, essi intendono immettere nella società le energie nuove del Regno di Cristo, cercando di trasfigurare il mondo dal di dentro con la forza delle Beatitudini. In questo modo, mentre la totale appartenenza a Dio li rende pienamente consacrati al suo servizio, la loro attività nelle normali condizioni laicali contribuisce, sotto l'azione dello Spirito, all'animazione evangelica delle realtà secolari. Gli Istituti secolari contribuiscono così ad assicurare alla Chiesa, secondo la specifica indole di ciascuno, una presenza incisiva nella società.

Una preziosa funzione svolgono anche gli Istituti secolari clericali, in cui sacerdoti appartenenti al presbiterio diocesano, anche quando viene ad alcuni di loro riconosciuta l'incardinazione al proprio Istituto, si consacrano a Cristo mediante la pratica dei consigli evangelici secondo uno specifico carisma. Essi trovano nelle ricchezze spirituali dell'Istituto a cui appartengono un grande aiuto per vivere intensamente la spiritualità propria del sacerdozio e, in tal modo, essere fermento di comunione e di generosità apostolica tra i confratelli.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1984

Card. Eduardo Martínez Somalo

Indirizzo di apertura al Simposio nel

50ª Anniversario della Provida Mater Ecclesia

(31 gennaio 1997)




Carissimi Partecipanti a questo simposio,

rendo grazie al Signore per la provvidenziale opportunità di incontrare una così rilevante rappresentanza di membri di vari Istituti Secolari, riuniti in questa Pontificia Università che da oltre 400 anni è una delle protagoniste della ricerca e della cultura teologica tra le più prestigiose e qualificate.

Ringrazio coloro che hanno fortemente voluto questo simposio: la Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari, che attraverso il suo Consiglio Esecutivo ha organizzato gli incontri di questi giorni, per ricordare adeguatamente la data tanto significativa nella vita di tutti gli Istituti Secolari: i 50 anni della Costituzione Apostolica Provida Mater, promulgata appunto il 2 febbraio 1947 dal Santo Padre Pio XII di venerata e santa memoria. E sono anche 50 anni che il Dicastero al quale Mons. Dorronsoro ed io prestiamo il nostro servizio, ha avuto affidata la competenza per questa particolare forma di vita consacrata, che ha ormai consolidato e precisato la sua fisionomia e la sua missione specifica nella grande famiglia della Chiesa.

La nostra gioia, ed il nostro ringraziamento alla Santissima Trinità, sono senz'altro condivisi da coloro che, nel consolante mistero della Comunione dei Santi, vivono già per sempre in Dio, e partecipano assieme a noi al gaudio di tutta la Chiesa. E' doveroso ricordare l'artefice saggio e illuminato di ciò che stiamo celebrando, il venerato Padre Arcadio Larraona, dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani), futuro Cardinale, e all'epoca, Sottosegretario della Sacra Congregazione dei Religiosi, il cui ricordo è ancora vivo e grato in tanti di noi, e la cui memoria è in benedizione!

A lui, il Sommo Pontefice Pio XII affidò nel 1941 lo studio del problema di questi nuovi Istituti, istituendo una Commissione composta da membri delle Congregazioni dell'allora S. Uffizio e dei Religiosi, in vista di una adeguata legislazione in materia. Così si arrivò alla promulgazione del documento pontificio che conteneva una esposizione del fondamento teologico e giuridico degli Istituti Secolari e la Legge peculiare che li regge.

Pio XII inoltre precisò ancora, l'anno seguente, la dottrina relativa alla nuova forma di vita consacrata, col Motu proprio Primo feliciter mentre nello stesso anno la Sacra Congregazione dei Religiosi sottolineò alcuni punti con l'istruzione Cum Sanctissimus.

Con questi Documenti possiamo dire che è avvenuto un arricchimento nella Chiesa, in quanto viene riconosciuta la possibilità di una totale consacrazione anche per coloro che scelgono di restare nel mondo, unendo secolarità e consacrazione come elementi costitutivi dei nuovi Istituti. La piena consacrazione e la totale secolarità vengono dichiarate non solo compatibili, ma anche in aiuto reciproco, rispondenti alle esigenze dei tempi moderni; insieme al classico riferimento evangelico della città posta sul monte e della luce posta sul candelabro, viene messa in evidenza l'immagine del sale e del lievito che fanno insaporire e crescere.

Il Magistero Pontificio ha in seguito ulteriormente confermato la dottrina e la prassi degli Istituti Secolari; così il Concilio Vaticano II, che raccomanda loro di conservare la propria fisionomia, tenendo molto alla formazione nelle cose divine e umane (cfr. PC 11); e ancora riconosce l'opera dei consacrati secolari utilissima nelle missioni, come segno di dedizione totale alla evangelizzazione del mondo (cfr. AG 40). E venticinque anni fa, celebrando nella stessa data di quest'anno l'anniversario particolarmente solenne, il Santo Padre Paolo VI vi incoraggiava ad offrire la vostra testimonianza di secolarità consacrata, tanto necessaria perché la Chiesa possa incarnare il nuovo atteggiamento che esige il mondo d'oggi! (cfr.: Discorso di Paolo VI nel XXV° della Provida Mater, Roma 2 febbraio 1972).

Gli illustri Relatori che tra breve interverranno, approfondiranno questi temi, tracciando le linee essenziali del cammino cinquantennale che ci ha condotto fino alla Esortazione Apostolica Post-sinodale Vita Consecrata, in cui il Santo Padre Giovanni Paolo II ancora una volta invita tutti i consacrati nel mondo ad immettere nella società le energie nuove del Regno di Cristo, cercando di trasfigurare il mondo con la forza delle Beatitudini (cfr. VC 10). Anche per questo dono dell'Esortazione che il Santo Padre ci ha offerto come ulteriore riflessione sulla magnifica realtà della vocazione alla totale sequela di Cristo, sgorga nel nostro animo un sincero sentimento di filiale gratitudine.

Non mi resta che formulare un augurio cordiale e sincero che si fa preghiera per tutti voi. Augurio e preghiera con voi affinché gli Istituti Secolari siano sempre fedeli al loro carisma, mirando al giusto equilibrio tra la secolarità e la consacrazione; attingano alla fonte della loro spiritualità, meditino con coraggio, senza false interpretazioni, la volontà dei Fondatori, che in risposta ad una precisa ispirazione dello Spirito di Verità, hanno iniziato un cammino di santità che la Chiesa ha fatto proprio, e attraverso il quale tutti coloro che lo seguono hanno la certezza di rispondere generosamente alla chiamata divina.
Sono certo che la nuova evangelizzazione del terzo millennio dell'era cristiana vedrà tutti voi protagonisti convinti ed impegnati nell'annuncio sempre nuovo della Salvezza che può venire al mondo soltanto da Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre, e al Quale va la nostra lode e il nostro ringraziamento!

Discorso ai partecipanti al Simposio
Internazionale sul 50º Anniversario diProvida Mater Ecclesia
S. S. Giovanni Paolo II, 1 febbraio 1997




Signor Cardinale, Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Vi accolgo con grande affetto in questa speciale Udienza con cui si vuole ricordare e celebrare una data importante per gli Istituti Secolari. Ringrazio il Signor Cardinale Martínez Somalo per le parole con le quali, interpretando i sentimenti di voi tutti, ha posto nella sua giusta luce il significato di questo incontro, che raccoglie simbolicamente in quest’Aula innumerevoli persone sparse nel mondo intero. Ringrazio anche il vostro rappresentante che ha parlato dopo il Cardinale.

La materna sollecitudine ed il sapiente affetto della Chiesa per i suoi figli, che dedicano la vita a Cristo nelle varie forme di speciale consacrazione, si espresse cinquant’anni fa nella Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, che intese dare nuovo assetto canonico all’esperienza cristiana degli Istituti Secolari (cfr Pio XII, Provida Mater Ecclesia, AAS 39 [1947], 114-124).

Con felice intuizione, anticipando alcuni temi che avrebbero trovato nel Concilio Vaticano II la loro adeguata formulazione, il mio predecessore di venerata memoria, Pio XII, confermò con la sua autorità apostolica un cammino e una forma di vita che già da un secolo avevano attirato molti cristiani, uomini e donne: essi si impegnavano nella sequela di Cristo vergine, povero e obbediente, rimanendo nella condizione di vita del proprio stato secolare. È bello riconoscere, in questa prima fase della storia degli Istituti Secolari, la dedizione e il sacrificio di tanti fratelli e sorelle nella fede, che affrontarono intrepidi la sfida dei tempi nuovi. Essi offrirono una testimonianza coerente di vera santità cristiana nelle condizioni più diverse di lavoro, di abitazione, d’inserimento nella vita sociale, economica e politica delle comunità umane alle quali appartenevano.

Non possiamo dimenticare l’intelligente passione con la quale alcuni grandi uomini di Chiesa accompagnarono tale cammino negli anni che precedettero immediatamente la promulgazione della Provida Mater Ecclesia. Tra i tanti, oltre al citato Pontefice, mi piace ricordare con affetto e gratitudine l’allora Sostituto della Segreteria di Stato, il futuro Papa Paolo VI, Mons.Giovanni Battista Montini, e colui che al tempo della Costituzione Apostolica era Sotto-Segretario della Congregazione dei Religiosi, il venerato Cardinale Arcadio Larraona, che ebbero grande parte nella elaborazione e definizione della dottrina e delle scelte canoniche contenute nel documento.

2. A distanza di mezzo secolo, la Provida Mater Ecclesia ci appare ancora di grande attualità. L’avete messo in evidenza durante i lavori del vostro Simposio internazionale. Essa anzi si caratterizza per un suo afflato profetico, che merita di essere sottolineato. La forma di vita degli Istituti Secolari, infatti, oggi più che mai, si mostra come una provvidenziale ed efficace modalità di testimonianza evangelica nelle circostanze determinate dall’odierna condizione culturale e sociale nella quale la Chiesa è chiamata a vivere e ad esercitare la propria missione. Con l’approvazione di tali Istituti la Costituzione, coronando una tensione spirituale che animava la vita della Chiesa almeno dai tempi di San Francesco di Sales, riconosceva che la perfezione della vita cristiana poteva e doveva essere vissuta in ogni circostanza e situazione esistenziale, essendo la vocazione alla santità universale (cfr Pio XII, Provida Mater Ecclesia, 118). Di conseguenza, affermava che la vita religiosa - intesa nella sua propria forma canonica - non esauriva in se stessa ogni possibilità di sequela integrale del Signore, ed auspicava che attraverso la presenza e la testimonianza della consacrazione secolare si determinasse un rinnovamento cristiano della vita familiare, professionale e sociale, grazie al quale scaturissero nuove ed efficaci forme di apostolato, rivolte a persone ed ambienti normalmente lontani dal Vangelo e quasi impenetrabili al suo annuncio.

3. Già anni fa, rivolgendomi ai partecipanti al secondo Congresso internazionale degli Istituti Secolari, affermavo che essi si trovano “per così dire, al centro del conflitto che agita e divide l’animo moderno” (Giovanni Paolo II, Alla Conferenza mondiale degli Istituti secolari, 28 ago. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. III, 2, 1980, p. 469). Con questa espressione intendevo riprendere alcune considerazioni del mio venerato predecessore, Paolo VI, che aveva parlato degli Istituti Secolari come della risposta ad un’ansia profonda: quella di trovare la strada della sintesi tra la piena consacrazione della vita secondo i consigli evangelici e la piena responsabilità di una presenza e di un’azione trasformatrice al di dentro del mondo, per plasmarlo, perfezionarlo e santificarlo (cfr Paolo VI, Ai rappresentanti degli Istituti secolari sacerdotali e laicali, 2 feb. 1972: Insegnamenti di Paolo VI, vol. X, 1972, p. 102).

Da un lato, infatti, assistiamo al rapido diffondersi di forme di religiosità che propongono esperienze affascinanti, in qualche caso anche impegnative ed esigenti. L’accento, però, è posto sul livello emotivo e sensibile dell’esperienza, più che su quello ascetico e spirituale. Si può riconoscere che tali forme di religiosità tentano di rispondere ad un sempre rinnovato anelito di comunione con Dio, di ricerca della verità ultima su di Lui e sul destino dell’umanità. E si presentano con il fascino della novità e del facile universalismo. Queste esperienze, però, suppongono una concezione di Dio ambigua, che s’allontana da quella offerta dalla Rivelazione. Esse, inoltre, risultano avulse dalla realtà e dalla concreta storia dell’umanità.

A questa religiosità si contrappone una falsa concezione della secolarità, secondo cui Dio resta estraneo alla costruzione del futuro dell’umanità. La relazione con Lui va considerata come una scelta privata e una questione soggettiva, che può essere tutt’al più tollerata, purché non pretenda di incidere in qualche modo sulla cultura o sulla società.

4. Come, dunque, affrontare questo immane conflitto che attraversa l’animo e il cuore dell’umanità contemporanea? Esso diventa una sfida per il cristiano: la sfida a diventare operatore di una nuova sintesi tra il massimo possibile di adesione a Dio e alla sua volontà e il massimo possibile di partecipazione alle gioie e alle speranze, alle angosce e ai dolori del mondo, per volgerli verso il progetto di salvezza integrale che Dio Padre ci ha manifestato in Cristo, e continuamente mette a nostra disposizione attraverso il dono dello Spirito Santo.

I membri degli Istituti Secolari proprio a questo si impegnano, esprimendo la loro piena fedeltà alla professione dei consigli evangelici in una forma di vita secolare, carica di rischi e di esigenze spesso imprevedibili, ma ricca di una potenzialità specifica ed originale.

5. Portatori umili e fieri della forza trasformante del Regno di Dio e testimoni coraggiosi e coerenti del compito e della missione di evangelizzazione delle culture e dei popoli, i membri degli Istituti Secolari sono, nella storia, segno di una Chiesa amica degli uomini, capace di offrire consolazione per ogni genere di afflizione, pronta a sostenere ogni vero progresso dell’umana convivenza, ma insieme intransigente contro ogni scelta di morte, di violenza, di menzogna e d’ingiustizia. Essi sono, pure, segno e richiamo per i cristiani del compito di prendersi cura, in nome di Dio, di una creazione che rimane oggetto dell’amore e del compiacimento del suo Creatore, anche se segnata dalla contraddizione della ribellione e del peccato, e bisognosa di essere liberata dalla corruzione e dalla morte.

C’è da meravigliarsi se l’ambiente con cui essi dovranno misurarsi sarà spesso poco disposto a comprendere ed accettare la loro testimonianza?

La Chiesa oggi attende uomini e donne che siano capaci di una rinnovata testimonianza al Vangelo e alle sue esigenze radicali, stando dentro alla condizione esistenziale della gran parte delle creature umane. Ed anche il mondo, spesso senza averne coscienza, desidera l’incontro con la verità del Vangelo per un vero e integrale progresso dell’umanità, secondo il piano di Dio.

In una condizione di tal genere, si richiede ai membri degli Istituti Secolari una grande determinazione e una limpida adesione al carisma tipico della loro consacrazione: quello di operare la sintesi di fede e vita, di Vangelo e storia umana, di integrale dedizione alla gloria di Dio e di incondizionata disponibilità a servire la pienezza della vita dei fratelli e delle sorelle, in questo mondo.

I membri degli Istituti Secolari sono per vocazione e per missione al punto d’incrocio tra l’iniziativa di Dio e l’attesa della creazione: l’iniziativa di Dio, che portano nel mondo attraverso l’amore e l’intima unione a Cristo; l’attesa della creazione, che condividono nella condizione quotidiana e secolare dei loro simili, caricandosi delle contraddizioni e delle speranze di ogni essere umano, soprattutto dei più deboli e dei sofferenti.

Agli Istituti Secolari, in ogni caso, è affidata la responsabilità di richiamare a tutti questa missione, attestandola con una speciale consacrazione, nella radicalità dei consigli evangelici, affinché l’intera comunità cristiana svolga con sempre maggior impegno il compito che Dio, in Cristo, le ha affidato con il dono del suo Spirito (Giovanni Paolo II, Vita consecrata, nn. 17-22).

6. Il mondo contemporaneo appare particolarmente sensibile alla testimonianza di chi sa assumersi con coraggio il rischio e la responsabilità del discernimento epocale e del progetto di edificazione di un’umanità nuova e più giusta. I nostri sono tempi di grandi rivolgimenti culturali e sociali.

Per questo motivo appare sempre più chiaro che la missione del cristiano nel mondo non può essere ridotta a un puro e semplice esempio di onestà, competenza e fedeltà al dovere. Tutto ciò va presupposto. Si tratta di rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo Gesù per essere nel mondo segni del suo amore. Questo è il senso e lo scopo dell’autentica secolarità cristiana, e quindi il fine e il valore della consacrazione cristiana vissuta negli Istituti Secolari.

In questa linea si rivela quanto mai importante che i membri degli Istituti Secolari vivano intensamente la comunione fraterna sia all’interno del proprio Istituto che con i membri di Istituti diversi. Proprio perché dispersi come il lievito e il sale in mezzo al mondo, essi dovrebbero considerarsi testimoni privilegiati del valore della fraternità e dell’amicizia cristiana, oggi tanto necessarie, soprattutto nelle grandi aree urbanizzate che ormai raccolgono la gran parte della popolazione mondiale.

Mi auguro che ogni Istituto Secolare diventi questa palestra di amore fraterno, questo focolare acceso al quale molti uomini e donne possano attingere luce e calore per la vita del mondo.

7. Infine, chiedo a Maria di dare a tutti i membri degli Istituti Secolari la lucidità del suo sguardo sulla situazione del mondo, la profondità della sua fede nella parola di Dio e la prontezza della sua disponibilità a compierne i misteriosi disegni per una collaborazione sempre più incisiva all’opera della salvezza.

Affidando alle sue mani materne il futuro degli Istituti Secolari, porzione eletta del popolo di Dio, imparto a ciascuno di voi qui presenti la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri a tutti i membri degli Istituti Secolari sparsi nei cinque continenti.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1984

Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata

e le Societá di Vita Apostolica (CIVCSVA)

(19 marzo 1998)


Primi passi per la fondazione di un Istituto Secolare




1. Secondo la prassi consigliata da questo Dicastero, prima di giungere all'erezione canonica di un Istituto Secolare, si raccomanda che gli Ordinari diocesani interessati procedano alla costituzione di una Associazione pubblica, secondo il can. 312 par. 1, 3°.

2. E' molto importante definire bene il carisma del fondatore o della fondatrice, la spiritualità e l'apostolato propri dell'associazione.

3. Comprovata la natura del carisma, l'autenticità di vita, l'utilità, la vitalità, l'efficacia e la stabilità del gruppo, il Vescovo può erigere l'Associazione pubblica anche con poche persone. Nel decreto di erezione dell'Associazione è importante inserire la seguente frase: "in vista di essere eretta in Istituto Secolare di diritto diocesano". Con la suddetta frase, i membri possono vivere una vita in modo analogo a quella dei membri degli Istituti Secolari.

4. La struttura giuridica dell'associazione deve essere già dal suo inizio quella che s'intende avere quando sarà eretta in Istituto Secolare, seguendo le norme del Codice per la parte dedicata agli stessi (can. 710¬-730), tenendo conto ovviamente del numero attuale dei membri e della diffusione dell'Associazione.

5. I membri, pertanto, possono:

1) emettere i voti (o promesse o altri vincoli) privati, i quali nel foro interno sono simili ai voti (o promesse o altri vincoli) fatti in un Istituto Secolare, ma non sono considerati "vincoli sacri" e decadono con la stessa uscita dall'Associazione autorizzata dal Vescovo diocesano;

2) avere una formazione propria,

3) essere retti da un proprio governo, tenendo conto del numero dei membri definitivamente incorporati;

4) essere accettati anche in quanto tali in altre diocesi.

6. La procedura della dimissione dall'Associazione segue i canoni 729, 694 704, con gli adattamenti necessari; i canoni 726, 727 e 730 non si applicano all'Associazione.

7. Questo modo di vivere nell'Associazione faciliterà il passaggio alla vita propria di un Istituto Secolare eretto canonicamente.

8. Il Vescovo che erige l'Associazione ha diritto di approvare, anche "ad experimentum", i suoi Statuti. Nella redazione del testo, sarebbe opportuno valersi di un canonista esperto in questa materia.

9. Quando l'Associazione raggiungerà circa 40 membri "incorporati", il Vescovo diocesano della sede principale potrà consultare la Sede Apostolica, a norma del can. 579, per procedere all'erezione dell'Istituto Secolare di diritto diocesano.

Discorso ai partecipanti
al VII Congresso della Conferenza Mondiale
degli Istituti Secolari
S. S. Giovanni Paolo II, 28 agosto 2000




Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Sono lieto di accogliervi in occasione del vostro Congresso, che dalla celebrazione giubilare in atto riceve un orientamento e uno stimolo particolare. Vi saluto tutti con viva cordialità, rivolgendo un particolare pensiero al Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che ha interpretato con calore i vostri sentimenti.

Nell'anno del Grande Giubileo la Chiesa invita tutti i laici, ma con un titolo particolare i membri degli Istituti Secolari, all'impegno di animazione evangelica e di testimonianza cristiana all’interno delle realtà secolari. Come ebbi a dire in occasione del nostro incontro per il cinquantesimo anniversario della Provida Mater Ecclesia, voi siete per vocazione e per missione al punto d'incrocio tra l’iniziativa di Dio e l’attesa della creazione: l’iniziativa di Dio, che portate al mondo attraverso l’amore e l’intima unione con Cristo; l’attesa della creazione, che condividete nella condizione quotidiana e secolare dei vostri simili (cfr Insegnamenti di Giovanni Paolo II vol. XX/1, 1997, n. 5, p. 232). Per questo, come consacrati secolari, dovete vivere con consapevolezza operosa le realtà del vostro tempo, perché la sequela di Cristo, che dà significato alla vostra vita, vi impegna seriamente nei confronti di quel mondo che siete chiamati a trasformare secondo il progetto di Dio.

2. Il vostro Congresso Mondiale concentra l’attenzione sul tema della formazione dei membri degli Istituti Secolari. Occorre che essi siano sempre in grado di discernere la volontà di Dio e le vie della nuova evangelizzazione in ogni "oggi" della storia, nella complessità e mutevolezza dei segni dei tempi.

Nell’Esortazione Apostolica Christifideles laici ho dedicato ampio spazio al tema della formazione dei cristiani nelle loro responsabilità storiche e secolari, come anche nella loro diretta collaborazione all’edificazione della comunità cristiana; ed ho indicato le fonti indispensabili di tale formazione: "l’ascolto pronto e docile della parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali e storiche entro cui si è inseriti" (n. 59).

La formazione riguarda quindi in modo globale tutta la vita del consacrato. Essa si nutre anche delle analisi e delle riflessioni degli esperti di sociologia e delle altre scienze umane, ma non può trascurare, come suo centro vitale e come criterio per la valutazione cristiana dei fenomeni storici, la dimensione spirituale, teologica e sapienziale della vita di fede, che fornisce le chiavi ultime e decisive per la lettura dell’odierna condizione umana e per la scelta delle priorità e degli stili di un’autentica testimonianza.

Lo sguardo che noi rivolgiamo alle realtà del mondo contemporaneo, sguardo che vorremmo sempre carico della compassione e della misericordia insegnataci da nostro Signore Gesù Cristo, non si ferma a individuare errori e pericoli. Certo, non può trascurare di notare anche gli aspetti negativi e problematici, ma si rivolge subito a individuare vie di speranza e ad indicare prospettive di fervido impegno per la promozione integrale della persona, per la sua liberazione e la pienezza della sua felicità.

3. Nel cuore di un mondo che cambia, nel quale persistono e si aggravano ingiustizie e sofferenze inaudite, voi siete chiamati ad una lettura cristiana dei fatti e dei fenomeni storici e culturali. In particolare, dovete essere portatori di luce e di speranza nella società di oggi. Non lasciatevi ingannare da ingenui ottimismi, ma restate fedeli testimoni di un Dio che certamente ama questa umanità e le offre la grazia necessaria perché possa lavorare efficacemente alla costruzione di un mondo migliore, più giusto e più rispettoso della dignità di ogni essere umano. La sfida, che la cultura contemporanea rivolge alla fede, sembra proprio questa: abbandonare la facile inclinazione a dipingere scenari bui e negativi, per tracciare percorsi possibili, non illusori, di redenzione, di liberazione e di speranza.

La vostra esperienza di consacrati nella condizione secolare vi mostra che non ci si deve attendere l’avvento di un mondo migliore solo dalle scelte che calano dall’alto delle grandi responsabilità e delle grandi istituzioni. La grazia del Signore, capace di salvare e di redimere anche questa epoca della storia, nasce e cresce nei cuori dei credenti. Essi accolgono, assecondano e favoriscono l’iniziativa di Dio nella storia e la fanno crescere dal basso e dall’interno delle semplici vite umane che diventano così le vere portatrici del cambiamento e della salvezza. Basta pensare all’azione esercitata in questo senso dall’innumerevole schiera di santi e sante, anche di quelli non ufficialmente dichiarati tali dalla Chiesa, che hanno segnato profondamente l'epoca in cui sono vissuti, portando ad essa dei valori e delle energie di bene la cui importanza sfugge agli strumenti dell'analisi sociale, ma è ben visibile agli occhi di Dio e alla pensosa riflessione dei credenti.

4. La formazione al discernimento non può trascurare il fondamento di ogni progetto umano che è e rimane Gesù Cristo. La missione degli Istituti Secolari è di "immettere nella società le energie nuove del Regno di Cristo cercando di trasfigurare il mondo dal di dentro con la forza delle Beatitudini" (Vita consecrata, 10). La fede dei discepoli diventa in questo modo anima del mondo, secondo la felice immagine della lettera "A Diogneto", e produce un rinnovamento culturale e sociale che va messo a disposizione dell'umanità. Quanto più l'umanità si trova lontana ed estranea rispetto al messaggio evangelico, tanto più dovrà risuonare forte e persuasivo l'annuncio della verità di Cristo e dell'uomo redento in Lui.

Certo, si dovrà fare sempre attenzione alle modalità di questo annuncio, perché l’umanità non lo avverta come invadenza e imposizione da parte dei credenti. Al contrario, sarà nostro compito far sì che appaia sempre più chiaro che la Chiesa, portatrice della missione di Cristo, si prende cura dell’uomo con amore. E lo fa non per l'umanità in astratto, ma per questo uomo concreto e storico, nella convinzione che "questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione... la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione" (Redemptor hominis, 14; cfr Centesimus annus, 53).

5. La vostra formazione iniziale e permanente, cari responsabili e membri degli Istituti Secolari, va nutrita da queste certezze. Essa produrrà frutti abbondanti nella misura in cui continuerà ad attingere all’inesauribile tesoro della Rivelazione, letto e proclamato con sapienza e amore dalla Chiesa.

A Maria, Stella dell'evangelizzazione, che della Chiesa è icona ineguagliabile, affido il vostro cammino per le strade del mondo. Sia accanto a voi e la sua intercessione renda fecondi i lavori del vostro Congresso e doni fervore e rinnovato slancio apostolico alle Istituzioni che voi qui rappresentate, affinché l'evento giubilare segni l'inizio di una nuova Pentecoste e di un profondo rinnovamento interiore.

Con questi voti a tutti imparto, quale pegno di costante affetto, l'Apostolica Benedizione.

S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 AGOSTO 1984

DISCORSO AI PARTECIPANTI
ALLA CONFERENZA MONDIALE DEGLI ISTITUTI SECOLARI
SUL 60º ANNIVERSARIO DI "PROVIDA MATER ECCLESIA"
S. S. BENEDETTO XVI, 3 FEBBRAIO 2007



Cari fratelli e sorelle,

Sono felice di essere oggi tra voi, membri degli Istituti Secolari, che incontro per la prima volta dopo la mia elezione alla Cattedra dell'Apostolo Pietro. Vi saluto tutti con affetto. Saluto il Cardinale Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e lo ringrazio per le espressioni di filiale devozione e spirituale vicinanza indirizzatemi anche a vostro nome. Saluto il Cardinale Cottier e il Segretario della vostra Congregazione. Saluto la Presidente della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari, che si è fatta interprete dei sentimenti e delle attese di tutti voi che siete convenuti da diversi Paesi, da tutti i Continenti, per celebrare un Simposio internazionale sulla Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia.

Sono trascorsi, come è già stato detto, 60 anni da quel 2 febbraio 1947, quando il mio Predecessore Pio XII promulgava tale Costituzione apostolica, dando così una configurazione teologico-giuridica ad un'esperienza preparata nei decenni precedenti, e riconoscendo negli Istituti Secolari uno degli innumerevoli doni con cui lo Spirito Santo accompagna il cammino della Chiesa e la rinnova in tutti i secoli. Quell'atto giuridico non rappresentò il punto di arrivo, quanto piuttosto il punto di partenza di un cammino volto a delineare una nuova forma di consacrazione: quella di fedeli laici e presbiteri diocesani, chiamati a vivere con radicalità evangelica proprio quella secolarità in cui essi sono immersi in forza della condizione esistenziale o del ministero pastorale. Siete qui, oggi, per continuare a tracciare quel percorso iniziato sessant'anni fa, che vi vede sempre più appassionati portatori, in Cristo Gesù, del senso del mondo e della storia. La vostra passione nasce dall'aver scoperto la bellezza di Cristo, del suo modo unico di amare, incontrare, guarire la vita, allietarla, confortarla. Ed è questa bellezza che le vostre vite vogliono cantare, perché il vostro essere nel mondo sia segno del vostro essere in Cristo.

A rendere il vostro inserimento nelle vicende umane luogo teologico è, infatti, il mistero dell'Incarnazione ("Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito": Gv 3, 16). L'opera della salvezza si è compiuta non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini. Osserva al riguardo la Lettera agli Ebrei: "Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (1, 1-2a). Lo stesso atto redentivo è avvenuto nel contesto del tempo e della storia, e si è connotato come obbedienza al disegno di Dio iscritto nell'opera uscita dalle sue mani. È ancora lo stesso testo della Lettera agli Ebrei, testo ispirato, a rilevare: "Dopo aver detto "Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato", cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: "Ecco, io vengo a fare la tua volontà"" (10, 8-9a). Queste parole del Salmo che la Lettera agli Ebrei vede espresse nel dialogo intratrinitario, sono parole del Figlio che dice al Padre: "Ecco io vengo a fare la tua volontà". E così si realizza l'Incarnazione: "Ecco io vengo a fare la tua volontà". Il Signore ci coinvolge nelle sue parole che diventano nostre: ecco io vengo con il Signore, con il Figlio, a fare la tua volontà.

Viene così delineato con chiarezza il cammino della vostra santificazione: l'adesione oblativa al disegno salvifico manifestato nella Parola rivelata, la solidarietà con la storia, la ricerca della volontà del Signore iscritta nelle vicende umane governate dalla sua provvidenza. E nello stesso tempo si individuano i caratteri della missione secolare: la testimonianza delle virtù umane, quali "la giustizia, la pace, la gioia" (Rm 14, 17), la "bella condotta di vita", di cui parla Pietro nella sua Prima Lettera (cfr 2, 12) echeggiando la parola del Maestro: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5, 16). Fa inoltre parte della missione secolare l'impegno per la costruzione di una società che riconosca nei vari ambiti la dignità della persona e i valori irrinunciabili per la sua piena realizzazione: dalla politica all'economia, dall'educazione all'impegno per la salute pubblica, dalla gestione dei servizi alla ricerca scientifica. Ogni realtà propria e specifica vissuta dal cristiano, il proprio lavoro e i propri concreti interessi, pur conservando la loro relativa consistenza, trovano il loro fine ultimo nell'essere abbracciati dallo stesso scopo per cui il Figlio di Dio è entrato nel mondo. Sentitevi, pertanto, chiamati in causa da ogni dolore, da ogni ingiustizia, così come da ogni ricerca di verità, di bellezza e di bontà, non perché abbiate la soluzione di tutti i problemi, ma perché ogni circostanza in cui l'uomo vive e muore costituisce per voi l'occasione di testimoniare l'opera salvifica di Dio. È questa la vostra missione. La vostra consacrazione evidenzia, da un lato, la particolare grazia che vi viene dallo Spirito per la realizzazione della vocazione, dall'altro, vi impegna ad una totale docilità di mente, di cuore e di volontà al progetto di Dio Padre rivelato in Cristo Gesù, alla cui sequela radicale siete stati chiamati.

Ogni incontro con Cristo chiede un cambiamento profondo di mentalità, ma per alcuni, com'è stato per voi, la richiesta del Signore è particolarmente esigente: lasciare tutto, perché Dio è tutto e sarà tutto nella vostra vita. Non si tratta semplicemente di un diverso modo di rapportarvi a Cristo e di esprimere la vostra adesione a Lui, ma di una scelta di Dio che, in modo stabile, richiede da voi una fiducia assolutamente totale in Lui. Conformare la propria vita a quella di Cristo entrando in queste parole, conformare la propria vita a quella di Cristo attraverso la pratica dei consigli evangelici, è una nota fondamentale e vincolante che, nella sua specificità, richiede impegni e gesti concreti, da "alpinisti dello spirito", come ebbe a chiamarvi il venerato Papa Paolo VI (Discorso ai partecipanti al I Convegno Internazionale degli Istituti Secolari: Insegnamenti, VIII, 1970, p. 939).

Il carattere secolare della vostra consacrazione evidenzia da un lato i mezzi con cui vi adoperate per realizzarla, cioè quelli propri di ogni uomo e donna che vivono in condizioni ordinarie nel mondo, e dall'altro la forma del suo sviluppo, quella cioè di una relazione profonda con i segni del tempo che siete chiamati a discernere, personalmente e comunitariamente, alla luce del Vangelo. Più volte è stato autorevolmente individuato proprio in questo discernimento il vostro carisma, perché possiate essere laboratorio di dialogo con il mondo, quel "laboratorio sperimentale nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo" (Paolo VI, Discorso ai Responsabili generali degli Istituti Secolari: Insegnamenti, XIV, 1976, p. 676). Proprio di qui deriva la persistente attualità del vostro carisma, perché questo discernimento deve avvenire non dal di fuori della realtà, ma dall'interno, attraverso un pieno coinvolgimento. Ciò avviene per mezzo delle relazioni feriali che potete tessere nei rapporti familiari e sociali, nell'attività professionale, nel tessuto delle comunità civile ed ecclesiale. L'incontro con Cristo, il porsi alla sua sequela spalanca e urge all'incontro con chiunque, perché se Dio si realizza solo nella comunione trinitaria, anche l'uomo solo nella comunione troverà la sua pienezza.

A voi non è chiesto di istituire particolari forme di vita, di impegno apostolico, di interventi sociali, se non quelli che possono nascere nelle relazioni personali, fonti di ricchezza profetica. Come il lievito che fa fermentare tutta la farina (cfr Mt 13, 33), così sia la vostra vita, a volte silenziosa e nascosta, ma sempre propositiva e incoraggiante, capace di generare speranza. Il luogo del vostro apostolato è perciò tutto l'umano, non solo dentro la comunità cristiana - dove la relazione si sostanzia di ascolto della Parola e di vita sacramentale, da cui attingete per sostenere l'identità battesimale - dico il luogo del vostro apostolato è tutto l'umano, sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell'antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota.

Venite da diversi Paesi, diverse sono le situazioni culturali, politiche ed anche religiose in cui vivete, lavorate, invecchiate. In tutte siate cercatori della Verità, dell'umana rivelazione di Dio nella vita. È, lo sappiamo, una strada lunga, il cui presente è inquieto, ma il cui esito è sicuro. Annunciate la bellezza di Dio e della sua creazione. Sull'esempio di Cristo, siate obbedienti all'amore, uomini e donne di mitezza e misericordia, capaci di percorrere le strade del mondo facendo solo del bene. Le vostre siano vite che pongono al centro le Beatitudini, contraddicendo la logica umana, per esprimere un'incondizionata fiducia in Dio che vuole l'uomo felice. La Chiesa ha bisogno anche di voi per dare completezza alla sua missione. Siate seme di santità gettato a piene mani nei solchi della storia. Radicati nell'azione gratuita ed efficace con cui lo Spirito del Signore sta guidando le vicende umane, possiate dare frutti di fede genuina, scrivendo con la vostra vita e con la vostra testimonianza parabole di speranza, scrivendole con le opere suggerite dalla "fantasia della carità" (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 50).

Con questi auspici, assicurandovi la mia costante preghiera, vi imparto a sostegno delle vostre iniziative di apostolato e di carità una speciale Benedizione Apostolica.

S. S. BENEDETTO XVI, 3 DE FEBBRAIO 2007

SEGRETERIA DI STATO
Dal Vaticano, 18.07.2012

+Tarcisio Card. Bertone

Segretario di stato

Gentile Signorina,

mi è grato inviare ai membri degli Istituti secolari il presente Messaggio del Santo Padre, in occasione del Congresso che si celebra ad Assisi e che è stato organizzato dalla Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari per trattare il tema In ascolto di Dio ‘nei solchi della storia’: la secolarità parla alla consacrazione.

Tale importante tematica pone l’accento sulla vostra identità di consacrati che, vivendo nel mondo la libertà interiore e la pienezza dell’amore che derivano dai consigli evangelici, vi vede uomini e donne capaci di uno sguardo profondo e di buona testimonianza dentro la storia. Il nostro tempo pone alla vita e alla fede interrogativi profondi, ma anche manifesta il mistero della nuzialità di Dio. Infatti, il Verbo che si è fatto carne celebra le nozze di Dio con l’umanità di ogni epoca. Il mistero nascosto da secoli nella mente del Creatore dell’universo (cfr. Ef 3,9) e manifestatosi con l’Incarnazione, è proiettato verso il compimento futuro, ma già innestato nell’oggi, come forza redentrice e unificante.

Dentro l’umanità in cammino, animati dallo Spirito Santo, potete cogliere i segni discreti e a volte nascosti che indicano la presenza di Dio. Solo in forza della grazia che è dono dello Spirito potete scorgere nei sentieri spesso tortuosi della vicende umane l’orientamento verso la pienezza della vita sovrabbondante. Un dinamismo che rappresenta, al di là delle apparenze, il senso vero della storia secondo il disegno di Dio. La vostra vocazione è di stare nel mondo assumendone tutti i pesi e gli aneliti, con uno sguardo umano che coincida sempre più con quello divino, da cui sgorga un impegno originale, peculiare, fondato sulla consapevolezza che Dio scrive la sua storia di salvezza sulla trama delle vicende della nostra storia.

In questo senso, la vostra identità dice anche un aspetto importante della vostra missione nella Chiesa: aiutarla cioè a realizzare il suo essere nel mondo, alla luce delle parole del Concilio Vaticano II: “Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito (Gaudium et Spes, 3). La teologia della storia è parte essenziale della nuova evangelizzazione, perché gli uomini del nostro tempo hanno bisogno di ritrovare uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero e pacifico (cfr. Benedetto XVI, Omelia nella S. Messa per la nuova evangelizzazione, 16 ottobre 2011). È sempre il Concilio a ricordarci come la relazione tra Chiesa e mondo vada vissuta nel segno della reciprocità, per cui non è solo la Chiesa a dare al mondo, contribuendo a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia, ma è anche il modo a dare alla Chiesa, così che essa possa meglio comprendere se stessa e meglio vivere la sua missione (cfr. Gaudium ed Spes, 40-45).

I lavori che vi accingete a svolgere si soffermano poi sullo specifico della consacrazione secolare alla ricerca di come la secolarità parli alla consacrazione, di come nelle vostre vite i tratti caratteristici di Gesù – vergine, povero ed obbediente – acquistino una tipica e permanente “visibilità” in mezzo al mondo (cfr. Esort. Ap. Vita Consecrata, 1). Sua Santità desidera indicare tre ambiti su cui puntare la vostra attenzione.

In primo luogo, la donazione totale della vostra vita come risposta a un incontro personale e vitale con l’amore di Dio. Voi che avete scoperto che Dio è tutto per voi, avete deciso di dare tutto a Dio e di farlo in un modo peculiare: restando laici tra i laici, presbiteri tra i presbiteri. Ciò richiede una particolare vigilanza perché i vostri stili di vita manifestino la ricchezza, la bellezza e la radicalità dei consigli evangelici.

In secondo luogo, la vita spirituale. Punto fermo e irrinunciabile, riferimento certo per alimentare quel desiderio di fare unità in Cristo che è tensione di tutta l’esistenza di ogni cristiano e tanto più di chi risponde a una chiamata totale di dono di sé. Misura della profondità della vostra vita spirituale non sono le tante attività, che pure richiedono il vostro impegno, ma piuttosto la capacità di cercare Dio nel cuore di ogni avvenimento e di riportare a Cristo ogni cosa. È il “ricapitolare” in Cristo tutte le cose, di cui parla l’apostolo Paolo (cfr. Ef 1,10). Solo in Cristo, Signore della storia, tutta la storia e tutte le storie trovano senso e unità.

Nella preghiera, dunque, e nell’ascolto della Parola di Dio si alimenti quest’anelito. Nella celebrazione eucaristica ritrovate la radice del farvi pane d’Amore spezzato per gli uomini. Nella contemplazione, nello sguardo di fede illuminato dalla grazia, si radichi l’impegno a condividere con ogni uomo e ogni donna le domande profonde che abitano ciascuno, per costruire speranza e fiducia.

In terzo luogo, la formazione, che non trascura nessuna età anagrafica, perché si tratta di vivere la propria vita in pienezza educandosi a quella saggezza che è consapevole sempre della creaturalità umana e dalla grandezza del Creatore. Ricercate contenuti e modalità di una formazione che vi renda laici e presbiteri capaci di lasciarsi interrogare dalle complessità che il mondo oggi attraversa, di restare aperti alle sollecitazioni provenienti dalla relazione con i fratelli che incontrate sulle vostre strade, di impegnarvi in un discernimento della storia alla luce della Parola di Vita. Siate disponibili a costruire, insieme a tutti i cercatori della verità, percorsi di bene comune, senza soluzioni preconfezionate e senza paura delle domande che restano tali, ma pronti sempre a mettere in gioco la vostra vita, nella certezza che il chicco di grano, caduto nella terra, se muore porta molto frutto (cfr. Gv 12,24). Siate creativi, perché lo Spirito costruisce novità; alimentate sguardi capaci di futuro e radici salde in Cristo Signore, per saper dire anche al nostro tempo l’esperienza d’amore che sta a fondamento della vita di ogni uomo. Abbracciate con carità le ferite del mondo e della Chiesa. Soprattutto vivete una vita gioiosa e piena, accogliente e capace di perdono, perché fondata su Gesù Cristo, Parola definitiva di Amore di Dio per l’uomo.

Mentre vi indirizza queste riflessioni, il Sommo Pontefice assicura per il vostro Congresso e la vostra Assemblea un particolare ricordo nella preghiera, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria, che ha vissuto nel mondo la perfetta consacrazione a Dio in Cristo, e di cuore invia a Lei e a tutti i partecipanti l’implorata Benedizione Apostolica.

Nell’unire anche personalmente ogni miglior auspicio, Profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinta stima.


N. CMIS: Il testo originale è in italiano.

CMIS – CONFERENCE MONDIALE DES INSTITUTS SECULIERS

CONGRESSO E ASSEMBLEA GENERALE

ASSISI – 23-28 luglio 2012

(Domus Pacis – Santa Maria degli Angeli, Assisi – Italia)

In ascolto di Dios "Nei solchi della storia": la secolaritá parla alla consacrazione

GLI ISTITUTI SECOLARI E LA COMUNIONE ECCLESIALE

Joao Braz Cardinale DE AVIZ

Prefetto della CIVCSVA

Carissime Consacrate laiche e Consacrati laici e sacerdoti degli Istituti secolari,

sono felice di essere qui tra voi all’inizio di queste giornate così dense di attese. Giornate che vi vedono impegnati prima nel Congresso, un luogo di ascolto, di confronto e di elaborazione e poi nell’Assemblea. Un appuntamento particolarmente importante quest’anno, nel quale approverete i nuovi Statuti. Il mio augurio a questo proposito è che affondare lo sguardo nelle norme che regolano il vostro percorso comune per delinearne le forme, vi aiuti a vivere in pienezza la comunione, non per annullare le differenze, ma per camminare insieme, ciascuno con il proprio passo, dentro lo stesso solco: quello della secolarità consacrata. Solo a questo prezzo, perché certo si tratta di un percorso complesso, potranno nascere frutti di bene.

La mia presenza è espressione di quella comunione che lega la Conferenza mondiale degli Istituti secolari al Santo Padre attraverso la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Si tratta di quel Sentire cum Ecclesia al quale l’Esortazione Apostolica Vita Consecrata ha dedicato il numero 46 del quale rileggo con voi le prime parole: “Un grande compito è affidato alla vita consacrata anche alla luce della dottrina sulla Chiesa-comunione, con tanto vigore proposta dal Concilio Vaticano II. Alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiritualità, come «testimoni e artefici di quel “progetto di comunione” che sta al vertice della storia dell'uomo secondo Dio». Il senso della comunione ecclesiale, sviluppandosi in spiritualità di comunione, promuove un modo di pensare, parlare ed agire che fa crescere in profondità e in estensione la Chiesa. La vita di comunione, infatti, «diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo [...]. In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione», anzi «la comunione genera comunione e si configura essenzialmente come comunione missionaria».

Riprendo qui le parole del Santo Padre Benedetto XVI rivolte alla Signorina Ewa Kusz, presidente del Consiglio esecutivo, inviate attraverso il Secretario di Stato +Tarcisio Cardinale Bertone, appena lette:
“I lavori che vi accingete a svolgere si soffermano poi sullo specifico della consacrazione secolare, alla ricerca di come la secolarità parli alla consacrazione, di come nelle vostre vite i tratti caratteristici di Gesù – vergine, povero ed obbediente – acquistino una tipica e permanente “visibilità” in mezzo al mondo (cfr Esort. ap. Vita consacrata, 1). Sua Santità desidera indicare tre ambiti su cui puntare la vostra attenzione.

In primo luogo, la donazione totale della vostra vita come risposta a un incontro personale e vitale con l’amore di Dio. Voi che avete scoperto che Dio è tutto per voi, avete deciso di dare tutto a Dio e di farlo in un modo peculiare: restando laici tra i laici, presbiteri tra i presbiteri. Ciò richiede una particolare vigilanza perché i vostri stili di vita manifestino la ricchezza, la bellezza e la radicalità dei consigli evangelici.

In secondo luogo, la vita spirituale. Punto fermo e irrinunciabile, riferimento certo per alimentare quel desiderio di fare unità in Cristo che è tensione di tutta l’esistenza di ogni cristiano e tanto più di chi risponde a una chiamata totale di dono di sé. Misura della profondità della vostra vita spirituale non sono le tante attività, che pure richiedono il vostro impegno, ma piuttosto la capacità di cercare Dio nel cuore di ogni avvenimento e di riportare a Cristo ogni cosa. E’ il “ricapitolare” in Cristo tutte le cose, di cui parla l’apostolo Paolo (cfr Ef 1,10). Solo in Cristo, Signore della storia, tutta la storia e tutte le storie trovano senso e unità.

Nella preghiera, dunque, e nell’ascolto della Parola di Dio si alimenti quest’anelito. Nella celebrazione eucaristica ritrovate le radici del farvi pane d’Amore spezzato per gli uomini. Nella contemplazione, nello sguardo di fede illuminato dalla grazia, si radichi l’impegno a condividere con ogni uomo e ogni donna le domande profonde che abitano ciascuno, per costruire speranza e fiducia.

In terzo luogo, la formazione, che non trascura nessuna età anagrafica, perché si tratta di vivere la propria vita in pienezza educandosi a quella saggezza che è consapevole sempre della creaturalità umana e dalla grandezza del Creatore. Ricercate contenuti e modalità di una formazione che vi renda laici e presbiteri capaci di lasciarsi interrogare dalla complessità che il mondo oggi attraversa, di restare aperti alle sollecitazioni provenienti dalla relazione con i fratelli che incontrate sulle vostre strade, di impegnarvi in un discernimento della storia alla luce della Parola di Vita. Siate disponibili a costruire, insieme a tutti i cercatori della verità, percorsi di bene comune, senza soluzioni preconfezionate e senza paura delle domande che restano tali, ma pronti sempre a mettere in gioco la vostra vita, nella certezza che il chicco di grano, caduto nella terra, se muore porta molto frutto (cfr Gv 12,24). Siate creativi, perché lo Spirito costruisce novità; alimentate sguardi capaci di futuro e radici salde in Cristo Signore, per saper dire anche al nostro tempo l’esperienza d’amore che sta a fondamento della vita di ogni uomo. Abbracciate con carità le ferite del mondo e della Chiesa. Soprattutto vivete una vita gioiosa e piena, accogliente e capace di perdono, perché fondata su Gesù Cristo, Parola definitiva di Amore per l’uomo” (Segreteria di Stato, Lettera del 18.09.2012, n. 201.643).

E’ proprio sulla comunione ecclesiale che vorrei soffermarmi oggi con voi. Non per togliere importanza alla specifica tematica del vostro Congresso, sulla quale avrete modo di riflettere in questi giorni, ma quasi come contesto, come orizzonte di senso, in cui inserire le vostre riflessioni.

La vostra vocazione non ha significato se non partendo dal suo radicamento nella Chiesa, perché la vostra missione è missione della Chiesa. Nella preghiera sacerdotale contenuta nel Vangelo di Giovanni, l’intensità della relazione tra Padre e Figlio fa tutt’uno con la forza della missione d’amore. È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa diventa segno e strumento capace di creare comunione con Dio e fra gli uomini (cf Lumen Gentium 1).

Per questo già Paolo VI vi esortava: “Non vi lasciate mai sorprendere, neppure sfiorare dalla tentazione oggi troppo facile, che sia possibile un'autentica comunione con Cristo senza una reale armonia con la comunità ecclesiale retta dai legittimi pastori. Sarebbe ingannevole e illusorio. Che cosa potrebbe contare un singolo o un gruppo, pur nelle intenzioni soggettivamente più alte e perfette, senza questa comunione? Cristo ce l'ha chiesta come garanzia per ammetterci alla comunione con Lui, allo stesso modo che ci ha chiesto di amare il prossimo come documentazione del nostro amore per Lui” (Paolo VI, Allocuzione ‘Ancora una volta’ ai Superiori degli Istituti Secolari, 20 settembre 1972).

E ancor più accoratamente Benedetto XVI vi ripeteva: “La Chiesa ha bisogno anche di voi per dare completezza alla sua missione …Siate seme di santità gettato a piene mani nei solchi della storia”. Non c’é comunione che non apra continuamente alla missione, né missione che non germogli dalla comunione. I due aspetti toccano il cuore vivo e palpitante di tutta la Chiesa, permettendole una nuova lettura della realtà, una ricerca di significato e magari anche di soluzioni che vogliono essere risposta certo parziale ma di un cuore sempre più autenticamente evangelico.

Un’altra considerazione mi spinge nella scelta di questo tema ed è la seguente: una delle prime preoccupazioni che mi sono state presentate come Prefetto negli incontri con gli Istituti secolari è stata “nella Chiesa siamo poco conosciuti o conosciuti male”.

Il legame profondo che c’è tra conoscenza e comunione mi sembra fondamentale in un duplice senso. Solo attraverso la conoscenza, che significa ascolto, attenzione, sintonia di cuore, può nascere la comunione che a sua volta, proprio perché va alla radice dell’essenziale e dilata la capacità di incontro, genera autentica conoscenza.

Ecco perché, omettendo ora il pensare alla comunione all’interno di ogni Istituto (argomento che meriterebbe una riflessione a parte) mi soffermo su alcuni spunti riferiti alla comunione ecclesiale. Lo faccio partendo da quel Documento che la Sacra Congregazione dei Religiosi e gli Istituti Secolari inviò alle Conferenze Episcopali dopo la riunione Plenaria tenutasi nel mese di maggio del 1983.

Ripercorrendo le origini di questa vocazione ho potuto constatare come da subito, nella nuova forma riconosciuta giuridicamente con la Costituzione Apostolica Provida Mater, sono confluite realtà profondamente diverse tra loro, soprattutto a motivo della differente finalità apostolica. Sono stati proprio i Convegni organizzati da quella che sarebbe diventata poi la Conferenza Mondiale degli Istituti secolari che hanno permesso una conoscenza vicendevole – leggo nel suddetto documento – che ha portato gli Istituti ad accettare la diversità (il cosiddetto pluralismo), ma con l’esigenza di chiarire i limiti di questa stessa diversità ( Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, Gli Istituti secolari: la loro identità e la loro missione, 3-6 maggio 1983 n. 4).

Mi sembra questo un punto fondamentale. Quest’opera di accoglienza reciproca credo sia ancora in atto e non bisogna perdere di vista l’importanza di mantenere desta la tensione ad approfondire questo percorso. Come anche continua il cammino di comprensione di quelli che il documento, lo abbiamo appena sentito, definisce i limiti di questa diversità. Limiti, o anche confini, che hanno radice tanto nell’essenza dello Spirito che sempre rinnova la terra con doni nuovi, quanto nel momento che la Chiesa sta vivendo. E’ un contesto quello attuale nel quale, nella prospettiva anche dell’Anno della Fede voluto da Benedetto XVI nei 50 anni del Concilio Vaticano II, popolo di Dio, consacrati, presbiteri, ma anche pastoralisti, canonisti, tutti sono chiamati a collaborare per costruire insieme percorsi nuovi di evangelizzazione e di compagnia all’uomo del nostro tempo.

Comprendete bene che un simile discernimento richiede da voi un atteggiamento fondamentale: quello di non avere la pretesa di conoscere la vera (e quindi unica) identità di un Istituto secolare. Occorre invece una disponibilità di fondo che vi permetta di scoprire come l’altro declini, nella propria spiritualità, con la propria missione e modalità di vita, la sintesi tra consacrazione e secolarità; come nei diversi ambiti sociali culturali ed ecclesiali sia possibile manifestare, pur se in modo differente, l’originalità e l’unicità della vostra vocazione.

Solo attraverso questa dinamica di ascolto e accoglienza, che richiede un sapiente discernimento, vi troverete tutti più ricchi perché potrete sperimentare la grandezza di Dio, che, per manifestare il suo grande amore al mondo, non si fa chiudere nei nostri piccoli percorsi, ma sa suscitare risposte che a noi possono sembrare anche stravaganti, ma che certo hanno qualcosa da dire e da dare alla vita di ciascuno. Partendo dunque da quello che vi accomuna potrete confrontarvi non solo sulle diversità, ma anche sulle sfide sempre nuove che il mondo pone in modo particolare a voi, chiamati a spendere la vostra vita in una “terra di confine”. Di fronte a problematiche nuove siete sollecitati a cercare nuovi percorsi che dicono l’attualità della vostra missione, sempre pronti a rimetterli in discussione, nel confronto, quando i tempi e i luoghi richiedono nuove elaborazioni.

Mi viene da pensare a una delle domande che mi sono state rivolte nel mio incontro con la Conferenza Polacca degli Istituti Secolari che si è tenuto nel mese di novembre del 2011. Mi è stata chiesta una riflessione circa la necessità che il membro di un istituto secolare mantenga la discrezione sulla propria vocazione. Più che una risposta è seguito un invito ai singoli Istituti a confrontarsi, al loro interno e tra loro, sulle motivazioni di una simile discrezione, a chiedersi: “Perché se ne è sentito il bisogno? Cosa vuol dire alla Chiesa e al Mondo?”. Le risposte possono essere diverse per ogni istituto, per ogni nazione e per ogni epoca storica, ma per verificare l’attualità e l’efficacia di uno strumento occorre partire sempre dal fondamento, dal valore che vuole realizzare ed esprimere.

Ecco questo credo sia un possibile metodo per attivare quella conoscenza che può portare alla comunione e che scaturisce dalla comunione.

Dunque, ascoltarsi reciprocamente, senza precomprensioni, sia all’interno dei singoli istituti che nei luoghi propri di confronto, per raggiungere una meta che, lo sapete benissimo, è solo una tappa nel cammino dello Spirito!

Sappiate che in quest’opera non siete soli: la Chiesa, attraverso la parole dei Pontefici e il servizio della Congregazione che rappresento, vi accompagna.

E qui vi propongo un altro aspetto che è quello di una comunione con la Chiesa locale. Anche qui riprendo le parole del Beato Giovanni Paolo II a conclusione della Plenaria sopra citata: “Se ci sarà uno sviluppo e un rafforzamento degli Istituti Secolari, anche le Chiese locali ne trarranno vantaggio”.

Segue un duplice invito rivolto agli Istituti e ai Pastori: Pur nel rispetto delle loro caratteristiche, gli Istituti Secolari devono comprendere e assumere le urgenze pastorali delle Chiese particolari, e confermare i loro membri a vivere con attenta partecipazione le speranze e le fatiche, i progetti e le inquietudini, le ricchezze spirituali e i limiti, in una parola: la comunione della loro Chiesa concreta.

E ancora, deve essere una sollecitudine dei Pastori riconoscere e richiedere il loro apporto secondo la natura loro propria. In particolare, incombe ai Pastori un’altra responsabilità: quella di offrire agli Istituti Secolari tutta la ricchezza dottrinale, di cui hanno bisogno. Essi vogliono far parte del mondo e nobilitare le realtà temporali ordinandole ed elevandole perché tutto tenda a Cristo come a un capo (cfr. Ef l, l0). Perciò, si dia a questi Istituti tutta la ricchezza della dottrina cattolica sulla creazione, l'incarnazione e la redenzione, affinché possano fare propri i disegni sapienti e misteriosi di Dio sull'uomo, sulla storia e sul mondo.

Oggi la domanda di verifica è d’obbligo: a che punto è questo percorso?

Naturalmente in questo luogo mi rivolgo a voi, sollecitando una riflessione sul cammino fatto da parte vostra. Ma è una domanda rivolta anche ai Pastori invitati a favorire tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta e rispettosa delle caratteristiche qualificanti …di questa difficile, ma bella vocazione. (sono sempre parole rivolte dal Beato Giovanni Paolo II alla Plenaria)

La comunione di cui parliamo, non lo dimentichiamo mai, è un dono dello Spirito Santo, crea unità nell’amore e nella reciproca accettazione delle diversità. Prima di traduzioni concrete a livello comunicativo e strutturale, essa richiede un cammino spirituale senza il quale – ribadiva chiaramente il Beato Giovanni Paolo II – non ci facciamo illusioni, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita. (Novo millennio ineunte, n. 43).

Ciascuno di voi si senta interpellato, come singolo, come Istituto e come Conferenza, a individuare strumenti e modalità che possano far sì che l’ideale di una piena comunione ecclesiale prospettata in tanti documenti della Chiesa, diventi comunione reale dentro la storia.

Anche qui prioritario è un atteggiamento di fondo: non cedete mai alla tentazione della rinuncia. A volte può accadere che i vostri tentativi non portino frutto e il cammino non proceda: anche in questo caso, non abbandonate la meta! Non fermatevi dinanzi agli insuccessi, ma da questi traete nuova forza per attivare la creatività; sappiate passare dal risentimento alla disponibilità, dalla diffidenza all'accoglienza. Portate le ferite alla comunione ecclesiale nella preghiera, leggete con verità le vostre responsabilità, non lasciate nulla d'intentato e nel discernimento riprendete il faticoso cammino verso la comunione.

Nel mese di marzo di quest’anno in Congregazione abbiamo avuto un incontro tra i Superiori e il Consiglio della CMIS nel quale il Consiglio ha presentato alcuni argomenti da affrontare insieme riguardanti tre tematiche così suddivise: La conoscenza reciproca; I Criteri di discernimento dell’identità degli Istituti secolari; Il ruolo della CMIS.

Come Dicastero abbiamo accolto molto volentieri la proposta indicando una possibile modalità di attuazione: che sia questa Assemblea a individuare il primo aspetto su cui avviare una riflessione comune; ad indicare gli interlocutori con il Dicastero, e soprattutto a stabilire in quale modalità tutti gli Istituti possano partecipare alla riflessione. Un esempio di comunione ecclesiale che stiamo costruendo!

Rivolgo infine a tutti voi un ulteriore invito: siate promotori di comunione con le altre espressioni di vita consacrata e le altre realtà ecclesiali che condividono con voi alcuni aspetti della vostra identità o missione. Penso alle altre forme di vita consacrata con le quali siete accomunati dalla consacrazione per la professione dei consigli evangelici in senso canonico. Penso a quelle associazioni e ai movimenti con i quali siete accomunati per una presenza evangelica nel mondo, pur conservando una missione e uno stile di vita profondamente differenti. E’ una proposta che potrebbe sembrarvi audace, ma che è suggerita dalla vostra stessa vocazione che vi porta a sperimentare già all’interno degli Istituti la ricchezza della diversità, e che fa del vostro vivere un laboratorio di dialogo.

Disponetevi a conoscere queste realtà e soprattutto a lasciarvi conoscere da esse: non avete nulla da cui difendervi, avete solo da mostrare la bellezza della vostra vocazione che insieme a quelle di tanti altri fratelli e sorelle, è espressione della ricchezza e della vivacità del’Amore trinitario. Quell’Amore sorprendete e creativo, che supera la nostra capacità di immaginazione, e che fa della Chiesa un magnifico giardino dove la moltitudine di fiori e piante consente a ogni uomo di trovare e di sperimentare, nella varietà dei profumi e dei colori, la profondità e la gioia di una vita piena e buona.

NB.: Ringrazio la collaborazione della Dottoressa Daniela Leggio, officiale della CICSVA per la ricerca elaborata intorno ai documenti sugli Istituti secolari.


N. CMIS: Il testo originale è in italiano

Udienza del Santo Padre Francesco

ai partecipante all'incontro promosso dalla

Conferenza Italiana degli Istituti Secolari




Sala del Concistoro

Sabato, 10 maggio 2014

Parole pronunciate a braccio dal Santo Padre:

Io ho scritto un discorso per voi, ma oggi è accaduto qualcosa. È colpa mia perché ho dato due udienze non dico nello stesso tempo, ma quasi. Per questo ho preferito consegnarvi il discorso, perché leggerlo è noioso, e dirvi due o tre cosette che forse vi aiuteranno.

Dal tempo in cui Pio XII ha pensato questo, e poi la Provida Mater Ecclesia, è stato un gesto rivoluzionario nella Chiesa. Gli istituti secolari sono proprio un gesto di coraggio che ha fatto la Chiesa in quel momento; dare struttura, dare istituzionalità agli istituti secolari. E da quel tempo fino ad ora è tanto grande il bene che voi fate nella Chiesa, con coraggio perché c’è bisogno di coraggio per vivere nel mondo. Tanti di voi soli, nel vostro appartamento vanno, vengono; alcuni in piccole comunità. Tutti i giorni, fare la vita di una persona che vive nel mondo, e nello stesso tempo custodire la contemplazione, questa dimensione contemplativa verso il Signore e anche nei confronti del mondo, contemplare la realtà, come contemplare le bellezze del mondo, e anche i grossi peccati della società, le deviazioni, tutte queste cose, e sempre in tensione spirituale… Per questo la vostra vocazione è affascinante, perché è una vocazione che è proprio lì, dove si gioca la salvezza non solo delle persone, ma delle istituzioni. E di tante istituzioni laiche necessarie nel mondo. Per questo io penso così, che con la Provida Mater Ecclesia la Chiesa ha fatto un gesto davvero rivoluzionario!

Vi auguro di conservare sempre questo atteggiamento di andare oltre, non solo oltre, ma oltre e in mezzo, lì dove si gioca tutto: la politica, l’economia, l’educazione, la famiglia… lì! Forse è possibile che voi abbiate la tentazione di pensare: “Ma cosa posso fare io?”. Quando viene questa tentazione ricordate che il Signore ci ha parlato del seme del grano! E la vostra vita è come il seme del grano… lì; è come lievito… lì. È fare tutto il possibile perché il Regno venga, cresca e sia grande e anche che custodisca tanta gente, come l’albero della senape. Pensate a questo. Piccola vita, piccolo gesto; vita normale, ma lievito, seme, che fa crescere. E questo vi dà la consolazione. I risultati in questo bilancio sul Regno di Dio non si vedono. Soltanto il Signore ci fa percepire qualcosa... Vedremo i risultati lassù.

E per questo è importante che voi abbiate tanta speranza! È una grazia che voi dovete chiedere al Signore, sempre: la speranza che mai delude. Mai delude! Una speranza che va avanti. Io vi consiglierei di leggere molto spesso il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, quel capitolo della speranza. E imparare che tanti nostri padri hanno fatto questo cammino e non hanno visto i risultati, ma li hanno salutati da lontano. La speranza… Questo è quello che vi auguro. Grazie tante per quello che fate nella Chiesa; grazie tante per la preghiera e per le azioni. Grazie per la speranza. E non dimenticate: siate rivoluzionari!

* * *

Discorso preparato dal Santo Padre:

Cari fratelli e sorelle,

vi accolgo in occasione della vostra Assemblea e vi saluto dicendovi: conosco e apprezzo la vostra vocazione! Essa è una delle forme più recenti di vita consacrata riconosciute e approvate dalla Chiesa, e forse per questo non è ancora pienamente compresa. Non scoraggiatevi: voi fate parte di quella Chiesa povera e in uscita che sogno!

Per vocazione siete laici e sacerdoti come gli altri e in mezzo agli altri, conducete una vita ordinaria, priva di segni esteriori, senza il sostegno di una vita comunitaria, senza la visibilità di un apostolato organizzato o di opere specifiche. Siete ricchi solo dell’esperienza totalizzante dell’amore di Dio e per questo siete capaci di conoscere e condividere la fatica della vita nelle sue molteplici espressioni, fermentandole con la luce e la forza del Vangelo.

Siete segno di quella Chiesa dialogante di cui parla Paolo VI nell’Enciclica Ecclesiam suam: «Non si salva il mondo dal di fuori – afferma –; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio» (n. 90).

Il tema della vostra Assemblea, “Nel cuore delle vicende umane: le sfide di una società complessa”, indica il campo della vostra missione e della vostra profezia. Siete nel mondo ma non del mondo, portando dentro di voi l’essenziale del messaggio cristiano: l’amore del Padre che salva. Siete nel cuore del mondo col cuore di Dio.

La vostra vocazione vi rende interessati ad ogni uomo e alle sue istanze più profonde, che spesso restano inespresse o mascherate. In forza dell’amore di Dio che avete incontrato e conosciuto, siete capaci di vicinanza e tenerezza. Così potete essere tanto vicini da toccare l’altro, le sue ferite e le sue attese, le sue domande e i suoi bisogni, con quella tenerezza che è espressione di una cura che cancella ogni distanza. Come il Samaritano che passò accanto e vide e ebbe compassione. E’ qui il movimento a cui vi impegna la vostra vocazione: passare accanto ad ogni uomo e farvi prossimo di ogni persona che incontrate; perché il vostro permanere nel mondo non è semplicemente una condizione sociologica, ma è una realtà teologale che vi chiama ad uno stare consapevole, attento, che sa scorgere, vedere e toccare la carne del fratello.

Se questo non accade, se siete diventati distratti, o peggio ancora non conoscete questo mondo contemporaneo ma conoscete e frequentate solo il mondo che vi fa più comodo o che più vi alletta, allora è urgente una conversione!La vostra è una vocazione per sua natura in uscita, non solo perché vi porta verso l’altro, ma anche e soprattutto perché vi chiede di abitare là dove abita ogni uomo.

L’Italia è la nazione con il maggior numero di Istituti secolari e di membri. Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!

Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze. La passione missionaria, la gioia dell’incontro con Cristo che vi spinge a condividere con gli altri la bellezza della fede, allontana il rischio di restare bloccati nell’individualismo. Il pensiero che propone l’uomo come artefice di se stesso, guidato solo dalle proprie scelte e dai propri desideri, spesso rivestiti con l’abito apparentemente bello della libertà e del rispetto, rischia di minare i fondamenti della vita consacrata, specialmente di quella secolare. E’ urgente rivalutare il senso di appartenenza alla vostra comunità vocazionale che, proprio perché non si fonda su una vita comune, trova i suoi punti di forza nel carisma. Per questo, se ognuno di voi è per gli altri una possibilità preziosa di incontro con Dio, si tratta di riscoprire la responsabilità di essere profezia come comunità, di ricercare insieme, con umiltà e con pazienza, una parola di senso che può essere un dono per il Paese e per la Chiesa, e di testimoniarla con semplicità. Voi siete come antenne pronte a cogliere i germi di novità suscitati dallo Spirito Santo, e potete aiutare la comunità ecclesiale ad assumere questo sguardo di bene e trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti.

Poveri tra i poveri, ma con il cuore ardente. Mai fermi, sempre in cammino. Insieme ed inviati, anche quando siete soli, perché la consacrazione fa di voi una scintilla viva di Chiesa. Sempre in cammino con quella virtù che è una virtù pellegrina: la gioia!

Grazie, carissimi, di quello che siete. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. E pregate per me!

CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA

E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

«Rallegratevi...»

Parole dal magistero di papa Francesco

Ai consacrati e alle consacrate verso l’anno dedicato alla Vita consacrata

Lettera circolare ai consacrati e alle consacrate verso l’anno dedicato alla Vita consacrata

(Prot. n. Sp.R. M 1/2014)

 

«Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, sempre c’è gioia!»

Papa Francesco





INDICE

Carissimi fratelli e sorelle

I – Rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia …
In ascolto

Questa è la bellezza …

Nel chiamarvi …

Trovati, raggiunti, trasformati
Nella gioia del sì fedele

II – Consolate, consolate il mio popolo

In ascolto

Portare l'abbraccio di Dio
La tenerezza ci fa bene

La prossimità come compagnia
L’inquietudine dell’amore

III – Per la riflessione

Le domande di papa Francesco

Ave, Madre della gioia


 

Carissimi fratelli e sorelle,

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia».[1]

L’incipit dell’Evangelii gaudium nel tessuto del magistero di papa Francesco suona con vitalità sorprendente, chiamando al mirabile mistero della Buona Novella che, accolta nel cuore della persona, ne trasforma la vita. Ci viene raccontata la parabola della gioia: l’incontro con Gesù accende in noi l’originaria bellezza, quella del volto su cui splende la gloria del Padre (cfr 2 Cor 4,6), nel frutto della letizia.

Questa Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di vita apostolica invita a riflettere sul tempo di grazia che ci è dato di vivere, sull’invito speciale che il Papa rivolge alla vita consacrata.

Accogliere tale magistero, significa rinnovare l’esistenza secondo il Vangelo, non nella modalità di radicalità intesa come modello di perfezione e spesso di separatezza, ma nell’adesione toto corde all’evento dell’incontro di salvezza che trasforma la vita: «Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No, non voglio dire radicale. La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo».[2]

Nella finitudine umana, nel limite, nell’affanno quotidiano i consacrati e le consacrate vivono la fedeltà, dando ragione della gioia che li abita, diventano splendida testimonianza, efficace annuncio, compagnia e vicinanza per donne e uomini che con loro abitano la storia e cercano la Chiesa come casa paterna.[3] Francesco d’Assisi, assumendo il Vangelo come forma di vita «ha fatto crescere la fede, ha rinnovato la Chiesa; e nello stesso tempo ha rinnovato la società, l’ha resa più fraterna, ma sempre col Vangelo, con la testimonianza. Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!».[4]

Numerose sono le suggestioni che ci vengono dall’ascolto delle parole del Papa, ma particolarmente c’interpella l’assoluta semplicità con cui papa Francesco propone il suo magistero, conformandosi alla genuinità disarmante del Vangelo. Parola sine glossa, sparsa con il largo gesto del buon seminatore che fiduciosonon fa discriminazioni di terreno.

Un invito autorevole rivolto a noi con la lievità della fiducia, un invito ad azzerare le argomentazioni istituzionali e le personali giustificazioni, una parola provocativa che giunge a interrogare il nostro vivere a volte intorpidito e sonnolento, vissuto spesso al margine della sfida se aveste fede quanto un granello di senapa

(Lc 17, 5). Un invito che ci incoraggia a muovere lo spirito per dare ragione al Verbo che dimora tra noi, allo Spirito che crea e che costantemente rinnova la sua Chiesa.

Questa Lettera trova le sue ragioni in tale invito e intende iniziare una riflessione condivisa, mentre si offre come semplice mezzo per un leale confronto fra Vangelo e Vita. Questo Dicastero introduce così un itinerario comune, luogo di riflessione personale, fraterna, d’istituto, in cammino verso il 2015, anno che la Chiesa dedica alla vita consacrata. Con il desiderio e l’intento di osare decisioni evangeliche con frutti di rinascita, fecondi nella gioia: «Il primato di Dio è per l'esistenza umana pienezza di significato e di gioia, perché l'uomo è fatto per Dio ed è inquieto finché in Lui non trova pace».[5]


 

Rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia…

Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto.


Poiché così dice il Signore: «Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati.


Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati.


Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca. La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi».


Isaia, 66,10-14


 

In ascolto

Con il termine gioia (in ebraico: śimḥâ/śamaḥ, gyl) la sacra Scrittura intende esprimere una molteplicità di esperienze collettive e personali, in particolar modo collegate con il culto religioso e le feste, e per riconoscere il senso della presenza di Dio nella storia di Israele. Si incontrano nella Bibbia ben 13 diversi verbi e sostantivi per descrivere la gioia di Dio, quella delle persone e anche della stessa creazione, nel dialogo della salvezza.

Per l'Antico Testamento, nei Salmi e nel profeta Isaia si trovano le ricorrenze più numerose: con una variazione linguistica creativa e originale molte volte si invita alla gioia, si proclama la gioia della vicinanza di Dio, la letizia per quanto ha creato e fatto. Nei Salmi, per centinaia di volte, si trovano le espressioni più efficaci per indicare nella gioia sia il frutto della presenza benevola di Dio e le risonanze esultanti che provoca, sia l'attestazione della grande promessa che abita l'orizzonte futuro del popolo. Per quanto riguarda il profeta, è proprio la seconda e la terza parte del rotolo di Isaia che è cadenzata da questo frequente richiamo alla gioia, che si orienta verso il futuro: sarà sovrabbondante (cfr Is 9,2), il cielo, il deserto e la terra sussulteranno di gioia (Is 35,1; 44,23; 49,13), i prigionieri liberati arriveranno in Gerusalemme urlando di gioia (Is 35,9s; 51,11).

Nel Nuovo Testamento il vocabolo privilegiato è legato alla radice char (chàirein, charà), ma si trovano anche altri termini come 'agalliáomai, euphrosyne): e implica di solito una esultanza totale,che abbraccia insieme il passato e il futuro. Gioia è il dono messianico per eccellenza, come Gesù stesso promette: La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena ( Gv 15,11; 16,24; 17,13).È Luca che, fin dagli eventi che precedono la nascita del Salvatore, segnala il diffondersi esultante della gioia (cfr Lc 1,14.44.47; 2,10; cfr Mt 2,10), e poi accompagna la diffusione della Buona Novella con questo effetto che si espande (cfr Lc 10,17; 24,41.52) ed è tipico segno della presenza e diffusione del Regno (cfr Lc 15,7.10.32; At 8,39; 11,23; 15,3; 16,34; cfr Rm 15,10,13; ecc.).

Secondo Paolo la gioia è un frutto dello Spirito (cfr Gal 5,22) e una nota tipica e stabile del Regno (cfr Rm 14,17), che si consolida anche attraverso la tribolazione e le prove (cfr 1Ts 1,6). Nella preghiera, nella carità, nel ringraziamento incessante si deve trovare la fonte della gioia (cfr 1Ts 5,16; Fil 3,1; Col 1,11s): nelle tribolazioni l'apostolo delle genti si sente ricolmo di gioia e partecipe della gloria che tutti attendiamo (cfr 2Cor 6,10; 7,4; Col 1,24). Il trionfo finale di Dio e le nozze dell'Agnello completeranno ogni gioia ed esultanza (cfr Ap 19,7) facendo esplodere un cosmico. Alleluia (Ap 19,6).

Per cogliere il senso pieno del testo citato, offriamo ora una breve spiegazione della frase di Isaia 66,10: Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l'amate. Sfavillate con essa di gioia. Si tratta della finale della terza parte del profetaIsaia, e bisogna tener presente che i capitoli Is 65- 66 sono strettamente uniti e si completano a vicenda, come già era evidente nella conclusione della seconda parte di Isaia (cc. 54-55).

In tutti e due i capitoli il tema del passato è evocato, a volte anche con immagini crude, ma per invitare a dimenticarlo, perché Dio vuole far brillare una luce nuova, una fiducia che risanerà infedeltà e crudeltà subite. La maledizione, frutto dell'inosservanza dell'Alleanza, sparirà perché Dio sta per fare di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio (cfr Is 65,18). Ne sarà proval'esperienza che la risposta di Dio giungerà prima ancora che venga formulata la supplica (cfr Is 65,24). Questo è il contesto che si prolunga ancora nei primi versetti di Is 66, riaffiorando qua e là per cenni ancora più avanti, evidenziando ottusità di cuore e di orecchi di fronte alla bontà del Signore e alla sua Parola di speranza.

Suggestiva appare allora qui la similitudine di Gerusalemme madre, che si ispira alle promesse di Is 49,18- 29 e 54,1-3: il paesedi Giuda si riempie all'improvviso di coloro che ritornano dalla dispersione, dopo l'umiliazione. È come se dicesse che i rumori di "liberazione" hanno "messo incinta" Sion di nuova vita e speranza, e Dio, il signore della vita, porterà fino in fondo la gestazione, facendo nascere senza fatica i nuovi figli. Così che Sion-madre viene circondata di nuovi nati e si fa nutrice generosa e tenera per tutti. Una immagine dolcissima che già aveva affascinato santa Teresa di Lisieux, la quale vi aveva trovato una chiave decisiva di interpretazione della sua spiritualità.[6]

Un accumulo di termini intensi: rallegratevi, esultate, sfavillate, ma anche consolazioni, delizia, abbondanza, prosperità, carezze, ecc. Era venuto meno il rapporto di fedeltà e di amore, ed erano finiti nella tristezza e nella sterilità; ora la potenza e la santità di Dio ridà senso e pienezza di vita e di felicità, esprimendole con termini che appartengono alle radici affettive di ogni essere umano, e risvegliano sensazioni uniche di tenerezza e sicurezza.

Lieve ma vero profilo di un Dio che riluce di vibrazioni materne e di emozioni intense che contagiano. Una gioia del cuore (cfr Is 66,14) che passa da Dio - volto materno e braccio che solleva - e si diffonde in mezzo ad un popolo storpiato da mille umiliazioni, e per questo dalle ossa fragili. È una trasformazione gratuita che si allarga festosa a nuovi cieli e nuova terra (cfr Is 66,27), perché tutti i popoli conoscano la gloria del Signore, fedele e redentore.

Questa è la bellezza…

«Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia…».[7]

La gioia di portare a tutti la consolazione di Dio. Sono parole di papa Francesco durante l’incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie. «Non c’è santità nella tristezza!»[8] continua il Santo Padre, non siate tristi come gli altri che non hanno speranza, scriveva sanPaolo (1Ts 4,13).

La gioia non è inutile ornamento, ma è esigenza e fondamento della vita umana. Nell’affanno di ogni giorno, ogni uomo e ogni donna tende a giungere e a dimorare nella gioia con la totalità dell’essere.

Nel mondo spesso c’è un deficit di gioia. Non siamo chiamati a compiere gesti epici né a proclamare parole altisonanti, ma a testimoniare la gioia che proviene dalla certezza di sentirci amati, dalla fiducia di essere dei salvati.

La nostra memoria corta e la nostra esperienza fiacca ci impediscono spesso di ricercare le “terre della gioia” nelle quali gustare il riflesso di Dio. Abbiamo mille motivi per permanere nella gioia. La sua radice si alimenta nell’ascolto credente e perseverante della Parola di Dio. Alla scuola del Maestro, si ascolta: la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15, 11) e ci siallena a fare esercitazioni di perfetta letizia.

«La tristezza e la paura devono fare posto alla gioia: Rallegratevi… esultate… sfavillate di gioia - dice il Profeta (66,10). È un grandeinvito alla gioia. [..] Ogni cristiano e soprattutto noi, siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. Ma ne possiamo essere portatori se sperimentiamo noi per primi la gioia di essere consolati da Lui, di essere amati da Lui. […] Ho trovato alcune volte persone consacrate che hanno paura della consolazione di Dio, e si tormentano, perché hanno paura di questa tenerezza di Dio. Ma non abbiate paura. Non abbiate paura, il Signore è il Signore della consolazione, il Signore della tenerezza. Il Signore è padre e Lui dice che farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. Non abbiate paura della consolazione del Signore».[9]

Nel chiamarvi…

«Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama».[10]

Papa Francesco guida il nostro sguardo sul fondamento spirituale della nostra umanità per vedere ciò che ci è dato gratuitamente per libera sovranità divina e libera risposta umana: Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa solo ti manca: va vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Lc 18, 22).

Il Papa fa memoria: «Gesù, nell’Ultima Cena, si rivolge agli Apostoli con queste parole: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv 15,16), che ricordano a tutti, non solo a noi sacerdoti, che la vocazione è sempre una iniziativa di Dio. È Cristo che vi ha chiamate a seguirlo nella vita consacrata e questo significa compiere continuamente un “esodo” da voi stesse per centrare la vostra esistenza su Cristo e sul suo Vangelo, sulla volontà di Dio, spogliandovi dei vostri progetti, per poter dire con san Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)».[11]

Il Papa ci invita a una peregrinatio a ritroso, un cammino sapienziale per ritrovarci sulle strade della Palestina o vicino alla barca dell’umile pescatore di Galilea, ci invita a contemplare gli inizi di un cammino o meglio di un evento che, inaugurato da Cristo, fa lasciare le reti sulla riva; il banco delle gabelle sul ciglio della strada; le velleità dello zelota tra le intenzioni del passato. Tutti mezzi inadatti per stare con Lui.

Ci invita a sostare a lungo, come pellegrinaggio interiore, innanzi all’orizzonte della prima ora, dove gli spazi sono caldi di relazionalità amica, l’intelligenza è condotta ad aprirsi al mistero, la decisione stabilisce che è bene porsi alla sequela di quel Maestro che solo ha parole di vita eterna (cfr Gv 6,68). Ci invita a fare dell’intera «esistenza un pellegrinaggio di trasformazione nell’amore».[12]

Papa Francesco ci chiama a fermare la nostra anima sul fotogramma di partenza: «la gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato»[13] ad evocare significati ed esigenze sottesi alla nostra vocazione: «È la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore»[14]. Stare con Cristo richiede condividerne la vita, le scelte, l’obbedienza di fede, la beatitudine dei poveri, la radicalità dell’amore.

Si tratta di rinascere per vocazione. «Invito ogni cristiano [...] a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta».[15]

Paolo ci riporta a questa fondamentale visione: nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova (1 Cor 3, 11). Iltermine vocazione indica questo dato gratuito, come un serbatoio di vita che non cessa di rinnovare l’umanità e la Chiesa nel più profondo del loro essere.

Nell’esperienza della vocazione è proprio Dio il misterioso soggetto di un atto di chiamata. Noi ascoltiamo una voce che ci chiama alla vita e al discepolato per il Regno. Papa Francesco nel ricordarlo, «Tu sei importante per me», usa il dialogo diretto, in prima persona, così che la coscienza emerga. Chiama a consapevolezza la mia idea, il mio giudizio per sollecitare a comportamenti coerenti con la coscienza di me, con la chiamata che sento rivolta a me, la mia chiamata personale: «Vorrei dire a chi si sente indifferente verso Dio, verso la fede, a chi è lontano da Dio o l’ha abbandonato, anche a noi, con le nostre “lontananze” e i nostri “abbandoni” verso Dio, piccoli, forse, ma ce ne sono tanti nella vita quotidiana: guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo?».[16]

La relazione con Gesù Cristo chiede di essere alimentata dall’inquietudine della ricerca. Essa ci rende consapevoli della gratuità del dono della vocazione e ci aiuta a giustificare le motivazioni che hanno causato la scelta iniziale e che permangono nella perseveranza: «Lasciarsi conquistare da Cristo significa essere sempre protesi verso ciò che mi sta di fronte, verso la meta di Cristo (cfr Fil 3,l4)».[17] Rimanere costantemente in ascolto di Dio chiede che queste domande divengano le coordinate che ritmano il nostro tempo quotidiano.

Questo indicibile mistero che ci portiamo dentro e che partecipa all’ineffabile mistero di Dio, trova l’unica possibilità di interpretazione nella fede: «La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome» [18] e «in quanto risposta a una Parola che precede, sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via»[19]. «La fede contiene proprio la memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre.[...] Chi porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri». [20] Memoria di essere chiamati qui e ora.

Trovati, raggiunti, trasformati

Il Papa ci chiede di rileggere la nostra storia personale e verificarla nello sguardo d’amore di Dio, perché se la vocazione è sempre sua iniziativa, a noi si addice la libera adesione all’economia divino-umana, come relazione di vita nell’agape, cammino di discepolato, «luce nel cammino della Chiesa».[21] La vita nello Spirito non ha tempi compiuti, ma si apre costantemente al mistero mentre discerne per conoscere il Signore e percepire la realtà a partire da Lui. Nel chiamarci Dio ci fa entrare nel suo riposo e ci chiede di riposare in Lui, come processo continuo di conoscenza d’amore; risuona per noi la Parola tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose (Lc 10,4l). Nella via amoris noi avanziamo nellarinascita: la vecchia creatura rinasce a nuova forma. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura (2 Cor 5,17).

Papa Francesco indica il nome di questa rinascita: «Questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo. Lui ci insegna a diventare santi. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12). Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui».[22]

La vita consacrata è chiamata a incarnare la Buona Notizia, alla sequela di Cristo, il Crocifisso risorto, a far proprio il «modo diesistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli».[23] In concreto assumere il suo stile di vita, adottare i suoi atteggiamenti interiori, lasciarsi invadere dal suo spirito, assimilare la sua sorprendente logica e la sua scala di valori, condividere i suoi rischi e le sue speranze: «guidati dall'umile e felice certezza di chi è stato trovato, raggiunto e trasformato dalla Verità che è Cristo e non può non annunciarla».[24]

Il rimanere in Cristo ci permette di cogliere la presenza del Mistero che ci abita e fa dilatare il cuore secondo la misura del suo cuore di Figlio. Colui che rimane nel suo amore, come il tralcio è attaccato alla vite (cfr Gv 15,1-8), entra nella familiarità con Cristo e porta frutto: «Rimanere in Gesù! È un rimanere attaccati a Lui, dentro di Lui, con Lui, parlando con Lui».[25]

«Cristo è il sigillo sulla fronte, è il sigillo sul cuore: sulla fronte, perché sempre lo professiamo; sul cuore, perché sempre lo amiamo; è il sigillo sul braccio, perché sempre operiamo»,[26] la vita consacrata infatti è una continua chiamata a seguire Cristo e ad essere conformati a Lui. «Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale».[27]

L’incontro con il Signore, ci mette in movimento, ci spinge ad uscire dall’autoreferenzialità.[28] La relazione con il Signore non è statica, né intimistica: «Chi mette al centro della propria vita Cristo, si decentra! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri».[29] «Non siamo al centro, siamo, per così dire, “spostati”, siamo al servizio di Cristo e della Chiesa».[30]

La vita cristiana è determinata da verbi di movimento, anche quando è vissuta nella dimensione monastica e contemplativo-claustrale, è una continua ricerca.

«Non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è lo stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso ad ogni cosa».[31]

Papa Francesco esorta all’inquietudine della ricerca, come è stato per Agostino di Ippona: una «inquietudine del cuore che lo porta all’incontro personale con Cristo, lo porta a capire che quel Dio che cercava lontano da sé, è il Dio vicino ad ogni essere umano, il Dio vicino al nostro cuore, più intimo a noi di noi stessi». È una ricerca che continua: «Agostino non si ferma, non si adagia, non si chiude in se stesso come chi è già arrivato, ma continua il cammino. L’inquietudine della ricerca della verità , della ricerca di Dio, diventa l’inquietudine di conoscerlo sempre di più e di uscire da se stesso per farlo conoscere agli altri. È proprio l’inquietudine dell’amore».[32]

Nella gioia del sì fedele

Chi ha incontrato il Signore e lo segue con fedeltà è un messaggero della gioia dello Spirito.

«Solo grazie a quest’incontro o re-incontro con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità».[33] La persona chiamata è convocata a se stessa, cioè al suo poter essere. Forse non è gratuito dire che la crisi della vita consacrata passa anche dall’incapacità di riconoscere tale profonda chiamata, anche in coloro che già vivono tale vocazione.

Viviamo una crisi di fedeltà, intesa come consapevole adesione a una chiamata che è un percorso, un cammino dal suo misterioso inizio alla sua misteriosa fine.

Forse siamo anche in una crisi di umanizzazione. Stiamo vivendo la limitatezza di una coerenza a tutto tondo, feriti dall’incapacità di condurre nel tempo la nostra vita come vocazione unitaria e cammino fedele.

Un cammino quotidiano, personale e fraterno, segnato dallo scontento, dall’amarezza che ci serra nel rammarico, quasi in una permanente nostalgia per strade inesplorate e per sogni incompiuti, diventa un cammino solitario. La nostra vita chiamata alla relazione nel compimento dell’amore può trasformarsi in landa disabitata. Siamo invitati ad ogni età a rivisitare il centro profondo della vita personale, laddove trovano significato e verità le motivazioni del nostro vivere con il Maestro, discepoli e discepole del Maestro.

La fedeltà è consapevolezza dell’amore che ci orienta verso il Tu di Dio e verso ogni altra persona, in modo costante e dinamico, mentre sperimentiamo in noi la vita del Risorto: «Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento»[34].

Il discepolato fedele è grazia ed esercizio d’amore, esercizio di carità oblativa: «Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore».[35]

Perseverare fino al Golgota, sperimentare le lacerazioni dei dubbi e del rinnegamento, gioire nella meraviglia e nello stupore della Pasqua fino alla manifestazione di Pentecoste e all’evangelizzazione fra le genti, sono tappe della fedeltà gioiosa perché kenotica, sperimentata per tutta la vita anche nel segno del martirio e altresì partecipe della vita risorta di Cristo: «Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come nuova creatura (Gal 6,15)».[36]

Nel luogo teologale in cui Dio rivelandosi ci rivela a noi stessi, il Signore ci chiede, dunque, di ritornare a cercare, fides quaerens:

Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro (2 Tm 2, 22).

Il pellegrinaggio interiore inizia nella preghiera: «La prima cosa, per un discepolo, è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita […] Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare il cuore degli altri?».[37] Questo itinerario dura tutta la vita, mentre lo Spirito Santo nell’umiltà della preghiera ci convince della Signoria di Cristo in noi: «Il Signore ci chiama ogni giorno a seguirlo con coraggio e fedeltà; ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli; ci invita ad annunciarlo con gioia come il Risorto, ma ci chiede di farlo con la parola e con la testimonianza della nostra vita, nella quotidianità. Il Signore è l’unico, l’unico Dio della nostra vita e ci invita a spogliarci dei tanti idoli o ad adorare Lui solo».[38]

Il Papa indica l’orazione come la fonte di fecondità della missione: «Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore».[39]

Lo stare con Gesù forma ad uno sguardo contemplativo della storia, che sa vedere e ascoltare ovunque la presenza dello Spirito e, in modo privilegiato, discernere la sua presenza per vivere il tempo come tempo di Dio. Quando manca uno sguardo di fede «la vita perde gradatamente senso, il volto dei fratelli si fa opaco ed è impossibile scoprirvi il volto di Cristo, gli avvenimenti della storia rimangono ambigui quando non privi di speranza».[40]

La contemplazione apre all’attitudine profetica. Il profeta è un uomo «che ha gli occhi penetranti e che ascolta e dice le parole di Dio; [...] un uomo di tre tempi: promessa del passato, contemplazione del presente, coraggio per indicare il cammino verso il futuro».[41]

La fedeltà nel discepolato passa ed è provata, infine, dall’esperienza della fraternità, luogo teologico, in cui siamo chiamati a sostenerci nel sì gioioso al Vangelo: «È la Parola di Dio che suscita la fede, la nutre, la rigenera. È la Parola di Dio che tocca i cuori, li converte a Dio e alla sua logica che è così diversa dalla nostra; è la Parola di Dio che rinnova continuamente le nostre comunità».[42]

Il Papa ci invita dunque a rinnovare e qualificare con gioia e passione la nostra vocazione perché l’atto totalizzante dell’amore è un processo continuo, «matura, matura, matura»,[43]in sviluppo permanente in cui il sì della nostra volontà alla sua unisce volontà, intelletto e sentimento «l’amore non è mai concluso e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso».[44]


 

Consolate, consolate il mio popolo

Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.


Parlate al cuore di Gerusalemme.


Isaia 40, 1-2


 

In ascolto

Con una peculiarità stilistica, che si ritrova ancora più avanti (cfr Is 51,17; 52,1: Svegliati, svegliati!), gli oracoli della seconda parte di Isaia (Is 40-55) lanciano l'appello a venire in aiuto a Israele deportato, che tende a chiudersi nel vuoto di una memoria fallita. Il contesto storico chiaramente appartiene alla fase della prolungata deportazione del popolo in Babilonia (587-538 a.C.), con tutta l'umiliazione conseguente e il senso di impotenza a venirne fuori. Tuttavia, la disgregazione dell'impero assiro sotto la pressione della nuova potenza emergente, quella persiana, guidata dall'astro nascente che era Ciro, fa intuire al profeta che potrebbe avverarsi una liberazione inattesa. E così sarà. Il profeta, sotto l'ispirazione Dio, dà voce pubblica a questa possibilità, interpretando i sommovimenti politici e militari come azione guidata misteriosamente da Dio attraverso Ciro, e proclama che la liberazione è vicina e il ritorno nella terra dei padri sta per realizzarsi.

Le parole che Isaia usa: Consolate... parlate al cuore, si trovano con una certa frequenza nell'Antico Testamento, e di particolare valore hanno le ricorrenze dove si tratta di dialoghi di tenerezza e di affetto. Come quando Rut riconosce che Booz l'ha consolata e ha parlato al suo cuore (cfr Rt 2,12); oppure nella famosa pagina diOsea che annuncia alla sua donna (Gomer) che la attirerà nel deserto e parlerà al suo cuore (cfr Os 2,16-17) per una nuova stagione di fedeltà. Ci sono, però, anche altri paralleli simili: come il dialogo di Sichem, figlio di Camor, innamorato di Dina (cfr Gen 34,1-5) o quello del levita di Efraim che parla alla concubina che l'ha abbandonato (cfr Gdc 19,3).

Si tratta perciò di un linguaggio da interpretare nell'orizzonte dell'amore, non in quello dell'incoraggiamento: quindi azione e parola insieme, delicate e incoraggianti, ma che richiamano i legami affettivi intensi di Dio "sposo" di Israele. E la consolazione deve essere epifania di una reciproca appartenenza, gioco di empatia intensa, di commozione e legame vitale. Non quindi parole superficiali e dolciastre, ma misericordia e visceralità di preoccupazione, abbraccio che dà forza e paziente vicinanza per ritrovare le strade della fiducia.

Portare l'abbraccio di Dio

«La gente oggi ha bisogno certamente di parole, ma soprattutto ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia, la tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene. La gioia di portare la consolazione di Dio!».[45]

Papa Francesco affida ai consacrati e alle consacrate questa missione: trovare il Signore che ci consola come una madre e consolare il popolo di Dio.

Dalla gioia dell’incontro con il Signore e della sua chiamata scaturisce il servizio nella Chiesa, la missione: portare agli uomini e alle donne del nostro tempo la consolazione di Dio, testimoniare la Sua misericordia.[46]

Nella visione di Gesù la consolazione è dono dello Spirito, il Paraclito, il Consolatore che ci consola nelle prove e accende unasperanza che non delude. Così la consolazione cristiana diventa conforto, incoraggiamento, speranza: è presenza operante dello Spirito (cfr Gv 14, 16-17), frutto dello Spirito e il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22).

In un mondo che vive la sfiducia, lo scoraggiamento, la depressione, in una cultura in cui uomini e donne si lasciano avvolgere dalla fragilità e dalla debolezza, da individualismi e interessi personali, ci è chiesto d’introdurre la fiducia nella possibilità di una felicità vera, di una speranza possibile, che non poggi unicamente sui talenti, sulle qualità, sul sapere, ma su Dio. A tutti è data la possibilità di incontrarlo, basta cercarlo con cuore sincero.

Gli uomini e le donne del nostro tempo aspettano parole di consolazione, prossimità di perdono e di gioia vera. Siamo chiamati a portare a tutti l’abbraccio di Dio, che si china con tenerezza di madre verso di noi: consacrati, segno di umanità piena, facilitatori e non controllori della grazia,[47] chinati nel segno della consolazione.

La tenerezza ci fa bene

Testimoni di comunione al di là delle nostre visuali e dei nostri limiti siamo dunque chiamati a portare il sorriso di Dio, e la fraternità è il primo e più credibile vangelo che possiamo raccontare. Ci è chiesto di umanizzare le nostre comunità: «Curare l’amicizia tra voi, la vita di famiglia, l’amore tra voi. E che il monastero non sia un Purgatorio, che sia una famiglia. I problemi ci sono, ci saranno, ma, come si fa in una famiglia, con amore, cercare la soluzione con amore; non distruggere questa per risolvere questo; non avere competizione. Curare la vita di comunità, perché quando nella vita di comunità è così, di famiglia, è proprio lo Spirito Santo che è nel mezzo della comunità. Sempre con un cuore grande. Lasciando passare, non vantarsi, sopportare tutto, sorridere dal cuore. E il segno ne è la gioia».[48]

La gioia si consolida nell’esperienza di fraternità, quale luogo teologico, dove ognuno è responsabile della fedeltà al Vangelo e della crescita di ciascuno. Quando una fraternità si ciba dello stesso Corpo e Sangue di Gesù, si riunisce intorno al Figlio di Dio, per condividere il cammino di fede guidato dalla Parola, diviene una cosa sola con lui, è una fraternità in comunione che sperimenta l’amore gratuito e vive in festa, libera, gioiosa, piena di coraggio.

«Una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne. […] Una fraternità ricca di gioia è un vero dono dell'Alto ai fratelli che sanno chiederlo e che sanno accettarsi impegnandosi nella vita fraterna con fiducia nell'azione dello Spirito».[49]

Nel tempo in cui la frammentarietà dà ragione a un individualismo sterile e di massa e la debolezza delle relazioni disgrega e sciupa la cura dell’umano, siamo invitati a umanizzare le relazioni di fraternità per favorire la comunione degli spiriti e dei cuori nel modo del Vangelo perché «esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede» e che rende «la Chiesa, nella sua verità più profonda, comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna».[50]

Per papa Francesco cifra della fraternità è la tenerezza, una «tenerezza eucaristica», perché «la tenerezza ci fa bene». La fraternità avrà «una forza di convocazione enorme. […] la fraternità pur con tutte le differenze possibili, è un’esperienza di amore che va oltre i conflitti».[51]

La prossimità come compagnia

Siamo chiamati a compiere un esodo da noi stessi in un cammino di adorazione e di servizio.[52] «Uscire dalla porta per cercare e incontrare! Abbiate il coraggio di andare controcorrente a questa cultura efficientista, a questa cultura dello scarto. L’incontro e l’accoglienza di tutti, la solidarietà e la fraternità, sono elementi che rendono la nostra civiltà veramente umana. Essere servitori della comunione e della cultura dell’incontro! Vi vorrei quasiossessionati in questo senso. E farlo senza essere presuntuosi».[53]

«Il fantasma da combattere è l’immagine della vita religiosa intesa come rifugio e consolazione davanti a un mondo esterno difficile e complesso».[54] Il Papa ci esorta a «uscire dal nido»,[55] per abitare la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, e consegnare noi stessi a Dio e al prossimo.

«La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! […] E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa. San Tommaso diceva “bonum est diffusivum sui”. Il bene si diffonde. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia… fa andare avanti».[56]

Dinanzi alla testimonianza contagiosa di gioia, serenità, fecondità, alla testimonianza della tenerezza e dell’amore, della carità umile, senza prepotenza, molti sentono il bisogno di venire a vedere.[57]

Più volte papa Francesco ha additato la via dell’attrazione, del contagio, quale via per far crescere la Chiesa, via della nuova evangelizzazione. «La Chiesa deve essere attrattiva. Svegliate il mondo! Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! È possibile vivere diversamente in questo mondo. […] Io mi attendo da voi questa testimonianza».[58]

Affidandoci il compito di svegliare il mondo il Papa ci spinge ad incontrare le storie degli uomini e delle donne di oggi alla luce di due categorie pastorali che hanno la loro radice nella novità del Vangelo: la vicinanza e l’incontro, due modalità attraverso cui Dio stesso si è rivelato nella storia fino all’Incarnazione.

Sulla strada di Emmaus, come Gesù con i discepoli, accogliamo nella compagnia feriale le gioie e i dolori della gente, dando «calore al cuore»,[59]mentre attendiamo con tenerezza gli stanchi, i deboli, affinché il cammino comune abbia in Cristo luce e significato.

Il nostro cammino «matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità».[60]

L’inquietudine dell’amore

Icone viventi della maternità e della prossimità della Chiesa andiamo verso coloro che attendono la Parola della consolazione chinandoci con amore materno e spirito paterno verso i poveri e i deboli.

Il Papa ci invita a non privatizzare l’amore, ma con l’inquietudine di chi cerca: «Cercare sempre, senza sosta, il bene dell’altro, della persona amata».[61]

La crisi di senso dell'uomo moderno e quella economica e morale della società occidentale e delle sue istituzioni non sono un evento passeggero dei tempi in cui viviamo ma delineano un momento storico di eccezionale importanza. Siamo chiamati allora come Chiesa ad uscire per dirigerci verso le periferie geografiche, urbane ed esistenziali – quelle del mistero del peccato, del dolore, delle ingiustizie, della miseria -, verso i luoghi nascosti dell'anima dove ogni persona sperimenta la gioia e la sofferenza del vivere.[62]

«Viviamo in una cultura dello scontro, della frammentarietà, dello scarto […] non fa notizia quando muore un barbone per il freddo», eppure «la povertà è una categoria teologale perché il Figlio di Dio si è abbassato per camminare per le strade. […] Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore».[63]

Vivere la beatitudine dei poveri vuol dire essere segno che l’angoscia della solitudine e del limite è vinta dalla gioia di chi è davvero libero in Cristo e ha imparato ad amare.

Durante la sua visita pastorale ad Assisi, papa Francesco si chiedeva di cosa deve spogliarsi la Chiesa. E rispondeva: «Di ogni azione che non è per Dio, non è di Dio; dalla paura di aprire le porte e di uscire incontro a tutti, specialmente dei più poveri, bisognosi, lontani, senza aspettare; certo non per perdersi nel naufragio del mondo, ma per portare con coraggio la luce di Cristo, la luce del Vangelo, anche nel buio, dove non si vede, dove può succedere di inciampare; spogliarsi della tranquillità apparente che danno le strutture, certamente necessarie e importanti, ma che non devono oscurare mai l’unica vera forza che porta in sé: quella di Dio. Lui è la nostra forza!».[64]

Risuona per noi come un invito a «non aver paura della novità che lo Spirito Santo fa in noi, non aver paura del rinnovamento delle strutture. La Chiesa è libera. La porta avanti lo Spirito Santo. È questo che Gesù ci insegna nel vangelo: la libertà necessaria per trovare sempre la novità del vangelo nella nostra vita e anche nelle strutture. La libertà di scegliere otri nuovi per questa novità».[65]

Siamo invitati ad essere uomini e donne audaci, di frontiera: «La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. […] Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».[66]

Accanto alla sfida della beatitudine dei poveri, il Papa invita a visitare le frontiere del pensiero e della cultura, a favorire il dialogo, anche a livello intellettuale, per dare ragione della speranza sulla base di criteri etici e spirituali, interrogandoci su ciò che è buono. La fede non riduce mai lo spazio della ragione, ma lo apre ad una visione integrale dell’uomo e della realtà, e difende dal pericolo di ridurre l’uomo a «materiale umano».[67]

La cultura, chiamata a servire costantemente l’umanità in tutte le condizioni, se autentica, apre itinerari inesplorati, varchi che fanno respirare speranza, consolidano il senso della vita, custodiscono il bene comune. Un autentico processo culturale «fa crescere l’umanizzazione integrale e la cultura dell’incontro e della relazione; questo è il modo cristiano di promuovere il bene comune, la gioia di vivere. E qui convergono fede e ragione, la dimensione religiosa con i diversi aspetti della cultura umana: arte, scienza, lavoro, letteratura».[68]Un’autentica ricerca culturale incontra la storia e apre strade per cercare il volto di Dio.

I luoghi in cui si elabora e comunica il sapere sono anche i luoghi in cui creare una cultura della prossimità, dell’incontro e del dialogo abbassando le difese, aprendo le porte, costruendo ponti.[69]

Per la riflessione

Il mondo, come rete globale in cui tutti siamo connessi, dove nessuna tradizione locale può ambire al monopolio del vero, dove le tecnologie hanno effetti che toccano tutti, lancia una sfida continua al Vangelo e a chi vive la vita nella forma del Vangelo.

Papa Francesco sta compiendo, in tale storicizzazione, attraverso scelte e modalità di vita, un’ermeneutica viva del dialogo Dio – mondo. Ci introduce a uno stile di saggezza che, radicata nel Vangelo e nell’escatologia dell’umano, legge il pluralismo, ricerca l’equilibrio, invita ad abilitare la capacità di essere responsabili del cambiamento perché sia comunicata sempre meglio la verità del Vangelo, mentre ci muoviamo «tra i limiti e le circostanze»[70]e consapevoli di questi limiti ognuno di noi si fa debole con i deboli … tutto per tutti (1 Cor 9, 22).

Siamo invitati a curare una dinamica generativa, non semplicemente amministrativa, per accogliere gli eventi spirituali presenti nelle nostre comunità e nel mondo, movimenti e grazia che lo Spirito opera in ogni singola persona, guardata come persona. Siamo invitati a impegnarci a destrutturare modelli senza vita per narrare l’umano segnato da Cristo, mai assolutamente rivelato nei linguaggi e nei modi.

Papa Francesco ci invita a una saggezza che sia segno di una consistenza duttile, capacità dei consacrati di muoversi secondo il Vangelo, di agire e di scegliere secondo il Vangelo, senza smarrirsi tra differenti sfere di vita, linguaggi, relazioni, conservando il senso della responsabilità, dei nessi che ci legano, della finitezza dei nostri limiti, dell’infinità dei modi con cui la vita si esprime. Un cuore missionario è un cuore che ha conosciuto la gioia della salvezza di Cristo e la condivide come consolazione nel segno del limite umano: «Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché rischia di sporcarsi col fango della strada».[71]

Accogliamo le sollecitazioni che il Papa ci propone per guardare noi stessi e il mondo con gli occhi di Cristo e a restarne inquieti.


 

LE DOMANDE DI PAPA FRANCESCO

Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! E’ la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma dove nasce la gioia? [72]

Guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo? Dio ti attende, ti cerca: che cosa rispondi? Ti sei accorto di questa situazione della tua anima? Oppure dormi? Credi che Dio ti attende o per te questa verità sono soltanto “parole”?[73]

Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? [74]

Questa è una responsabilità prima di tutto degli adulti, dei formatori: dare un esempio di coerenza ai più giovani. Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti! Al contrario, il Signore ci dirà quello che diceva dei farisei al popolo di Dio: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno!”. Coerenza e autenticità![75]

Possiamo domandarci: sono inquieto per Dio, per annunciarlo, per farlo conoscere? O mi lascio affascinare da quella mondanità spirituale che spinge a fare tutto per amore di se stessi? Noi consacrati pensiamo agli interessi personali, al funzionalismo delle opere, al carrierismo. Mah, tante cose possiamo pensare… Mi sono per così dire “accomodato” nella mia vita cristiana, nella mia vita sacerdotale, nella mia vita religiosa, anche nella mia vita di comunità, o conservo la forza dell’inquietudine per Dio, per la sua Parola, che mi porta ad “andare fuori”, verso gli altri?[76]

Come siamo con l’inquietudine dell’amore? Crediamo nell’amore a Dio e agli altri? O siamo nominalisti su questo? Non in modo astratto, non solo le parole, ma il fratello concreto che incontriamo, il fratello che ci sta accanto! Ci lasciamo inquietare dalle loro necessità o rimaniamo chiusi in noi stessi, nelle nostre comunità, che molte volte è per noi “comunità-comodità”? [77]

Questa è una bella, una bella strada alla santità! Non parlare male di altri. “Ma, padre, ci sono problemi…”: dillo al superiore, dillo alla superiora, dillo al vescovo, che può rimediare. Non dirlo a quello che non può aiutare. Questo è importante: fraternità! Ma dimmi, tu parlerai male della tua mamma, del tuo papà, dei tuoi fratelli? Mai. E perché lo fai nella vita consacrata, nel seminario, nella vita presbiterale? Soltanto questo: pensate, pensate… Fraternità! Questo amore fraterno. [78]

Ai piedi della croce, Maria è donna del dolore e al contempo della vigilante attesa di un mistero, più grande del dolore, che sta per compiersi. Tutto sembra veramente finito; ogni speranza potrebbe dirsi spenta. Anche lei, in quel momento, ricordando le promesse dell’annunciazione avrebbe potuto dire: non si sono avverate, sono stata ingannata. Ma non lo ha detto. Eppure lei, beata perché ha creduto, da questa sua fede vede sbocciare il futuro nuovo e attende con speranza il domani di Dio. A volte penso: noi sappiamo aspettare il domani di Dio? O vogliamo l’oggi? Il domani di Dio per lei è l’alba del mattino di Pasqua, di quel giorno primo della settimana. Ci farà bene pensare, nella contemplazione, all’abbraccio del figlio con la madre. L’unica lampada accesa al sepolcro di Gesù è la speranza della madre, che in quel momento è la speranza di tutta l’umanità. Domando a me e a voi: nei Monasteri è ancora accesa questa lampada? Nei monasteri si aspetta il domani di Dio? [79]

L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno. L’inquietudine dell’amore ci regala il dono della fecondità pastorale, e noi dobbiamo domandarci, ognuno di noi: come va la mia fecondità spirituale, la mia fecondità pastorale?[80]

Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto? Lo zelo ci divora (cfr Sal 69,10)? Oppure siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche di laboratorio? [81]

Ave, Madre della gioia

Rallegrati, piena di grazia (Lc 1, 28), «il saluto dell’angelo a Maria èun invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza […] È un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella».[82]

Accanto a Maria la gioia si espande: il Figlio che porta nel grembo è il Dio della gioia, della letizia che contagia, che coinvolge. Maria spalanca le porte del cuore e corre verso Elisabetta.

«Gioiosa di compiere il suo desiderio, delicata nel suo dovere, premurosa nella sua gioia, si affrettò verso la montagna. Dove, se non verso le cime, doveva tendere premurosamente Colei che già era piena di Dio?». [83]

Si muove in tutta fretta (Lc 1, 39) per portare al mondo il lieto annunzio, per portare a tutti la gioia incontenibile che accoglie nel grembo: Gesù, il Signore. In tutta fretta: non è solo la velocità con cui Maria si muove, ci racconta la sua diligenza, l’attenzione premurosa con la quale affronta il viaggio, il suo entusiasmo.

Ecco la serva del Signore (Lc 1,38). La serva del Signore, corre in tutta fretta, per farsi serva degli uomini, dove l’amore di Dio sidimostra e si verifica nell’amore a ogni fratello e ogni sorella.

In Maria è la Chiesa tutta che cammina insieme: nella carità di chi si muove verso chi è più fragile; nella speranza di chi sa che sarà accompagnato in questo suo andare e nella fede di chi ha un dono speciale da condividere. In Maria ognuno di noi, sospinto dal vento dello Spirito vive la propria vocazione ad andare!

Stella della nuova evangelizzazione,

aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa,

della giustizia e dell’amore verso i poveri,

perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra

e nessuna periferia sia priva della sua luce.

Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi.

Amen. Alleluia.[84]

Roma, 2 febbraio 2014, Festa della Presentazione del Signore

João Braz Card. de Aviz

Prefetto

José Rodríguez Carballo, O.F.M.

Arcivescovo Segretario


 

[1] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 1.

[2] ANTONIO SPADARO, "Svegliate il mondo!". Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165 (2014/I), 5.

[3] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 47.

[4] FRANCESCO, Annunciate il Vangelo, se serve anche con le parole, con l’espressione di san Francesco il Papa affida il suo messaggio ai giovani riuniti a Santa Maria degli Angeli, [Incontro con i giovani dell’Umbria, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre 2013, CLIII (229), p. 7.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, (25 marzo 1996), n. 27, in: AAS 88 (1996), 377-486.

[6] Con più citazioni: cfr S. TERESA DI GESÙ BAMBINO, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana-Ed. OCD, Città del Vaticano-Roma, 1997: Manoscritto A, 76v°; B, 1r°; C, 3r°; Lettera 196.

[7] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della belleza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[8] Ibidem.

[9] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[10] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[11] FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[12] FRANCESCO, Per salire al monte della perfezione, Messaggio del Pontefice ai carmelitani in occasione del capitolo generale, [Messaggio al Priore Generale dell’Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, in occasione del Capitolo Generale, Roma, 22 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì6 settembre 2013, CLIII (203), p. 7.

[13] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[14] Ibidem.

[15] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 3.

[16] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8

[17] FRANCESCO, Cammini creativi radicati nella Chiesa, papa Francesco con i confratelli gesuiti nel giorno della memoria di sant’Ignazio di Loyola [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù in occasione della festa di S. Ignazio di Loyola ,Roma, 31 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 1 agosto 2013, CLIII (175), p. 8.

[18] FRANCESCO, Lettera Enciclica Lumen fidei, (29 giugno 2013), n. 8, in: AAS 105 (2013), 555-596.

[19] Ibidem, n. 9.

[20] FRANCESCO, Memoria di Dio, durante la messa in piazza San Pietro il papa parla della missione del catechista, [Omelia alla S. Messa per la giornata dei Catechisti, Roma, 29 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì 30 settembre-martedì 1° ottobre 2013, CLIII (224), p. 7.

[21] FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[22] FRANCESCO, Non superuomini ma amici di Dio,l’Angelus di Tutti i Santi, [Angelus, Roma, 1° novembre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato-domenica 2-3 novembre 2013, CLIII (252), p. 8.

[23] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), n. 22, in: AAS 88 (1996), 377-486.

[24] FRANCESCO, Nei crocevia delle strade, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e ai seminaristi il papa affida la missione di formare i giovani a essere girovaghi della fede [Omelia alla Santa Messa con i Vescovi, con i Sacerdoti, i Religiosi e i Seminaristi in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 27 luglio2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[25] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[26] AMBROGIO, De Isaac et anima, 75: PL 14, 556-557.

[27] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[28] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[29] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[30] FRANCESCO, Cammini creativi radicati nella Chiesa, papa Francesco con i confratelli gesuiti nel giorno della memoria di sant’Ignazio di Loyola [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù in occasione della festa di S. Ignazio di Loyola ,Roma, 31 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 1° agosto 2013, CLIII

[31] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 265.

[32] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[33] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 8.

[34] Ibidem, n. 1.

[35] FRANCESCO, Omelia alla S. Messa con i Cardinali, Roma, 14 marzo 2013, in: AAS 105 (2013), 365-366.

[36] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[37] FRANCESCO, La vocazione dell’essere catechista, il Pontefice incoraggia a non aver paura di uscire da se stessi per andare incontro agli altri, [Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, Roma,27 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 29 settembre 2013, CLIII (223), p. 7.

[38] FRANCESCO, Coerenza tra parola e vita, a San Paolo il Papa invita ad abbandonare gli idoli per adorare il Signore, [Omelia alla celebrazione eucaristica a S. Paolo fuori le Mura, Roma, 14 aprile 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì15-16 aprile 2013, CLIII (88), p. 8.

[39] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7

[40] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione Ripartire da Cristo Un rinnovato impegno della vita consacrata nel Terzo Millennio, (19 maggio 2002), n. 25, in: EnchVat 21, 372-510.

[41] FRANCESCO, L'uomo dall'occhio penetrante, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 16 dicembre 2013, in: L'Osservatore Romano, lunedì-martedì 16-17 dicembre 2013, CLIII (289), p. 7.

[42] FRANCESCO, Quell’attrazione che fa crescere la Chiesa, l’incontro con i sacerdoti, le religiose e i religiosi nella cattedrale di San Rufino, [Incontro con il Clero, persone di vita consacrate e membri di Consigli Pastorali, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre 2013, CLIII (229), p. 6.

[43] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[44] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 11, in: AAS 98 (2006), (217-252).

[45] FRANCESCO, L’evangelizzazione si fa in ginocchio, messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della Fede, [Omelia per la S. Messa con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 7 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9luglio 2013, CLIII (155), p. 7.

[46] Cfr FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6

[47] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 47.

[48] FRANCESCO, Per una clausura di grande umanità, raccomandazioni alle clarisse nella basilica di Santa Chiara, [Parole alle Monache di clausura, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, domenica 6 ottobre, CLIII (229), p. 6.

[49] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione La vita fraterna in comunità. "Congregavit nos in unum Christi amor", (2 febbraio 1994), n. 28: in EnchVat 14, 345-537.

[50] FRANCESCO, Una grande famiglia fra cielo e terra, all’udienza generale il Papa parla della comunione dei santi, [Udienza generale, Roma, 30 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, giovedì 31 ottobre 2013, CLIII (250), p. 8.

[51] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in La Civiltà Cattolica, 165(2014/I), 13. Francesco, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105 (2013), 460-463

[52] Cfr FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti all’Assemblea Plenaria dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Roma, 8 maggio 2013, in: AAS 105(2013), 460-463.

[53] FRANCESCO, Nei crocevia delle strade, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e ai seminaristi il papa affida la missione di formare i giovani a essere girovaghi della fede [Omelia alla Santa Messa con i Vescovi, con i Sacerdoti, i Religiosi e i Seminaristi in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 27 luglio2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[54] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165(2014/I), 10.

[55] Cfr ibidem, 6.

[56] Cfr FRANCESCO, L’umiltà è la forza del Vangelo, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 1 ottobre 2013, in: L'Osservatore Romano, mercoledì 2 ottobre 2013, CLIII (225), p. 8.

[57] ANTONIO SPADARO, «Svegliate il mondo!». Colloquio di papa Francesco con i Superiori Generali, in: La Civiltà Cattolica, 165(2014/I).

[58] Cfr FRANCESCO, Per una Chiesa che riaccompagna a casa l’uomo, l’incontro con i vescovi brasiliani nell’arcivescovado di Rio de Janeiro [Incontro con l'Episcopato Brasiliano, 27 luglio 2013, Rio de Janeiro], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 29-30 luglio 2013, CLIII (173), pp. 6-7.

[59] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[60] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[61] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[62] Cfr FRANCESCO, Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le nuove Comunità, le Associazioni, le Aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013, in: AAS 105 (2013),450-452.

[63] Ibidem.

[64] FRANCESCO, Per una Chiesa spoglia della mondanità, con i poveri, i disoccupati e gli immigrati assistiti dalla Caritas, [Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas, Assisi, 4 ottobre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 5 ottobre 2013, CLIII (228), p. 7.

[65] FRANCESCO, Rinnovamento senza timori, meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 6 luglio 2013, in: L'Osservatore Romano, Domenica 7 luglio 2013, CLIII (154), p. 7.

[66] ANTONIO SPADARO, Intervista a papa Francesco, in: La Civiltà Cattolica, 164(2013/III), 474.

[67] Cfr FRANCESCO, L’apocalisse che non verrà, discorso al mondo accademico e culturale, [Incontro con il mondo della cultura, Cagliari, 22 settembre 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 23-24 settembre 2013, CLIII (218), p. 7.

[68] FRANCESCO, La scommessa del dialogo e dell’incontro, alla classe dirigente del Brasile, [Incontro con la Classe Dirigente del Brasile, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, 29-30 luglio 2013, CLIII (173), p. 4.

[69] Cfr FRANCESCO, Uomini di frontiera, il Papa alla Comunità della Cività Cattolicà. [Discorso agli Comunità degli Scrittori de “La Civiltà Cattolica", Roma, 14 giugno2013], in: L'Osservatore Romano, sabato 15 giugno 2013, CLIII (136), p. 7.

[70] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV, Città del Vaticano, 2013, n. 45.

[71] Ibidem.

[72] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[73] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[74] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[75] Ibidem.

[76] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[77] Ibidem.

[78] FRANCESCO, Autentici e coerenti, papa Francesco parla della bellezza della consacrazione, [Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013], in: L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 8-9 luglio 2013, CLIII (155), p. 6.

[79] FRANCESCO, Quelli che sanno aspettare, alle monache camaldolesi il Papa indica Maria come modello di speranza, [Celebrazione dei Vespri con la Comunità delle Monache Benedettine Camaldolesi, Roma, 21 novembre 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 23 novembre 2013, CLIII (269), p. 7.

[80] FRANCESCO, Con l’inquietudine nel cuore, ai capitolari agostiniani il Papa chiede di essere sempre alla ricerca di Dio e degli altri, [Omelia per l’inizio del Capitolo Generale Ordine di S. Agostino, Roma, 28 agosto 2013], in: L’Osservatore Romano, venerdì 30 agosto 2013, CLIII (197), p. 8.

[81] FRANCESCO, La compagnia degli inquieti, nella chiesa del Gesù il Papa celebra la messa di ringraziamento per la canonizzazione di Pietro Favre, [Omelia alla Santa Messa nella Chiesa del Gesù nella ricorrenza del SS. Nome di Gesù , Roma, 3gennaio 2013], in: L’Osservatore Romano, sabato 4 gennaio 2014, CLIV (02), p. 7.

[82] BENEDETTO XVI, Quella forza silenziosa che vince il rumore delle potenze, la riflessione proposta dal pontefice durante l’udienza generale nell’aula Paolo VI [Udienza generale, Roma, 19 dicembre 2012], in: L'Osservatore Romano, giovedì 20 dicembre 2012, CLII (292), p. 8.

[83] AMBROGIO, Expositio Evangelii secundum Lucam, II, 19: CCL 14, p. 39.

[84] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, (24 novembre 2013), LEV Città del Vaticano, 2013, n. 288.

TOP