Scrutate. Ai consacrati e alle consacrate in cammino sui segni di Dio


CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

ANNO DELLA VITA CONSACRATA


 

Scrutate

Ai consacrati e alle consacrate in cammino sui segni di Dio


 

«Sempre in cammino con quella virtù
che è una virtù pellegrina: la gioia!»

Papa FRANCESCO


 

Indice

Carissimi fratelli e sorelle

In esodo obbediente

In ascolto

Come guidati dalla nube

Memoria viva dell’esodo

Gioie e fatiche del cammino

In vigile veglia

In ascolto

La profezia della vita conforme al Vangelo

Vangelo regola suprema

Formazione: vangelo e cultura

La profezia della vigilanza

Uniti a scrutare l’orizzonte

Una guida “dietro il popolo”

La mistica dell’incontro

La profezia della mediazione

Nei crocevia del mondo

Nel segno del piccolo

In coro nella statio orante

Per la riflessione

Le provocazioni di Papa Francesco

Ave, donna dell’alleanza nuova


 

Carissimi fratelli e sorelle,

1. Continuiamo nella gioia il cammino verso l’Anno della vita consacrata affinché i nostri passi– siano già tempo di conversione e di grazia. Con la parola e la vita Papa Francesco continua ad indicare il gaudio dell’annuncio e la fecondità di una vita vissuta nella forma del Vangelo, mentre ci invita a procedere, ad essere «Chiesa in uscita», secondo una logica di libertà.

Ci sollecita a lasciare alle nostre spalle «una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali» per respirare «l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo! ».

La vita consacrata è segno dei beni futuri nella città umana, in esodo lungo i sentieri della storia. Accetta di misurarsi con certezze provvisorie, con situazioni nuove, con provocazioni in processo continuo, con istanze e passioni gridate dall’umanità contemporanea. In tale vigile pellegrinare essa custodisce la ricerca del volto di Dio, vive la sequela di Cristo, si lascia guidare dallo Spirito, per vivere l’amore per il Regno con fedeltà creativa e alacre operosità. L’identità di pellegrina e orante in limine historiae le appartiene intimamente.

Questa lettera desidera consegnare a tutti i consacrati e le consacrate tale preziosa eredità, esortandoli a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore (cf At 11,23) e a proseguire in questo cammino di grazia. Vogliamo leggere insieme in sintesi i passi compiuti negli ultimi cinquant’anni. In questa memoria il Concilio Vaticano II emerge come evento di rilevanza assoluta per il rinnovamento della vita consacrata. Risuona per noi l’invito del Signore: Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi sui sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita (Ger 6,16).

In questa statio ciascuno può riconoscere sia i semi di vita che, messi a dimora in cuore buono e generoso (Lc 8,15), sono venuti a fecondità, sia quelli che caduti lungo la strada, sulla pietra o fra i rovi non hanno dato frutto (cf Lc 8, 12-14).

Si apre la possibilità di proseguire il cammino con coraggio e vigilanza per osare scelte che onorino il carattere profetico della nostra identità, «speciale forma di partecipazione alla funzione profetica di Cristo, comunicata dallo Spirito a tutto il popolo di Dio» , affinché sia manifestata nell’oggi «la preminente grandezza della grazia vittoriosa di Cristo e l’infinita potenza dello Spirito Santo che opera nella Chiesa».

Scrutare gli orizzonti della nostra vita e del nostro tempo in vigile veglia. Scrutare nella notte per riconoscere il fuoco che illumina e guida, scrutare il cielo per riconoscere i segni forieri di benedizioni per le nostre aridità. Vegliare vigilanti e intercedere, saldi nella fede.

Corre il tempo di dare ragione allo Spirito che crea: «Nella nostra vita personale, nella vita privata – ricorda Papa Francesco – lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica. Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore; la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo».

Questa lettera trova le sue ragioni nella memoria della grazia copiosa vissuta dai consacrati e dalle consacrate nella Chiesa, mentre con franchezza invita al discernere. Il Signore è vivente e operante nella nostra storia, e ci chiama alla collaborazione e al discernimento corale, per nuove stagioni di profezia al servizio della chiesa, in vista del Regno che viene.

Rivestiamoci delle armi della luce, della libertà, del coraggio del Vangelo per scrutare l’orizzonte, riconoscervi i segni di Dio e obbedirgli. Con opzioni evangeliche osate nello stile dell’umile e del piccolo.


 

In esodo obbediente

Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende.

Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata.

Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio

(Es 40,36-38)


 

IN ASCOLTO

2. La vita di fede non è semplicemente un possesso, ma un cammino che conosce passaggi luminosi e tunnel oscuri, orizzonti aperti e sentieri tortuosi e incerti. Dal misterioso abbassarsi di Dio sulla nostra vita e le nostre vicende, secondo le Scritture, nascono lo stupore e la gioia, dono di Dio che colma la vita di senso e luce e trova pienezza nella salvezza messianica realizzata da Cristo.

Prima di focalizzare l’attenzione sull’evento conciliare e i suoi effetti ci lasciamo orientare da una icona biblica per fare memoria viva e grata del kairòs postconciliare, nei valori ispirativi.

La grande epopea dell’esodo del popolo eletto dalla schiavitù dell’Egitto verso la Terra promessa, diventa icona suggestiva che richiama il nostro moderno stop and go, la pausa e l’avvio, la pazienza e l’intraprendenza. Questi decenni sono stati proprio un periodo di alti e bassi, di slanci e delusioni, di esplorazioni e chiusure nostalgiche.

La tradizione interpretativa della vita spirituale, in varie forme strettamente connessa con quella della vita consacrata, ha spesso trovato nel grande paradigma dell’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto, simboli e metafore suggestivi: il roveto ardente, il passaggio del mare, il cammino nel deserto, la teofania sul Sinai, la paura della solitudine, il dono della legge e dell’alleanza, la colonna di nube e di fuoco, la manna, l’acqua dalla roccia, la mormorazione e le nostalgie.

Riprendiamo il simbolo della nube (in ebraico ‘ānān), che guidava misteriosamente il cammino del popolo: lo faceva ora sostando, anche a lungo, e quindi suscitando disagio e rimpianti, ora alzandosi e muovendosi e così indicando il ritmo della marcia, sotto la guida di Dio.

Mettiamoci in ascolto della Parola: Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte, vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio (Es 40,36-38).

Apporta qualcosa di interessante e di nuovo il testo parallelo dei Numeri (cf Nm 9,15-23), in particolare sulle soste e le riprese: Se la nube rimaneva ferma sulla Dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti rimanevano accampati e non partivano; ma quando si alzava, levavano le tende (Nm 9,22).

Appare evidente che questo stile di presenza e guida da parte di Dio esigeva una continua vigilanza: sia per rispondere all’imprevedibile movimento della nube, sia per custodire la fede nella presenza protettiva di Dio, quando le soste si facevano lunghe e la meta sembrava rimandata sine die.

Nel linguaggio simbolico del racconto biblico quella nube era l’angelo di Dio, come afferma il libro dell’Esodo (Es 14,19). E nell’interpretazione successiva la nube diventa un simbolo privilegiato della presenza, della bontà e della fedeltà attiva di Dio. Infatti le tradizioni profetica, salmica e sapienziale riprenderanno spesso questo simbolo, sviluppando anche altri aspetti, come per esempio il nascondersi di Dio per colpa del popolo (cf. Lam 3,44), o la maestà della sede del trono di Dio (cf. 2Cron 6,1; Gb 26,9).

Il Nuovo Testamento riprende, a volte con linguaggio analogo, questo simbolo nelle teofanie: la concezione verginale di Gesù (cf. Lc 1,35), la trasfigurazione (cf Mt 17,1-8 e par.), l’ascesa al cielo di Gesù (cf. At 1,9). Paolo usa la nube anche come simbolo del battesimo (cf 1Cor 10,1) e la simbolica della nube fa sempre parte dell’immaginario per descrivere il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi (cf. Mt 24,30; 26,64; Ap 1,7; 14,14).

In sintesi la prospettiva dominante, già nella simbologia tipica dell’esodo, è quella della nube come segno del messaggio divino, presenza attiva del Signore Dio in mezzo al suo popolo. Israele dovrà essere sempre pronto a proseguire il cammino se la nube si mette in cammino, a riconoscere la propria colpa e detestarla quando si fa oscuro il suo orizzonte, a pazientare quando le soste si prolungano e la meta appare irraggiungibile.

Nella complessità delle molteplici ricorrenze bibliche del simbolo della nube, si aggiungono anche i valori della inaccessibilità di Dio, della sua sovranità che tutto veglia dall’alto, della sua misericordia che squarcia le nubi e scende a ridonare vita e speranza. Amore e conoscenza di Dio si imparano solo in un cammino di sequela, in una disponibilità libera da paure e nostalgie.

A secoli di distanza dall’esodo, quasi a ridosso della venuta del Redentore, il sapiente ricorderà quell’avventurosa epopea degli Israeliti guidati dalla nube e dal fuoco con una frase lapidaria: Desti loro una colonna di fuoco come guida di un viaggio sconosciuto (Sap 18,3).


 

COME GUIDATI DALLA NUBE

3. La nube di luce e di fuoco che guidava il popolo, secondo ritmi che esigevano totale obbedienza e piena vigilanza, è per noi eloquente. Possiamo scorgere, come in uno specchio, un modello interpretativo per la vita consacrata del nostro tempo. La vita consacrata per alcuni decenni, spinta dall’impulso carismatico del Concilio, ha camminato come se seguisse i segnali della nube del Signore.

Coloro che hanno avuto la grazia di ‘vedere’ l’inizio del cammino conciliare hanno nel cuore l’eco delle parole di San Giovanni XXIII: Gaudet Mater Ecclesia, l’incipit del discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1965).

Nel segno della gioia, gaudio profondo dello spirito, la vita consacrata è stata chiamata a continuare, in novità, il cammino nella storia: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa […] occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza […]».

San Giovanni Paolo II ha definito l’evento conciliare «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino». Papa Francesco ha ribadito che «è stato un’opera bella dello Spirito Santo». Possiamo affermarlo anche per la vita consacrata: è stato un passaggio benefico di illuminazione e discernimento, di fatiche e gioie grandi.

Quello dei consacrati è stato un vero «cammino esodale». Tempo di entusiasmo e di audacia, di inventiva e di fedeltà creativa, ma anche di certezze fragili, di improvvisazioni e delusioni amare. Con lo sguardo riflessivo del poi, possiamo riconoscere che davvero vi era un fuoco nella nube (Es 40,38), e che per vie “ignote” lo Spirito ha di fatto condotto la vita e i progetti dei consacrati e delle consacrate sulle strade del Regno.

Negli ultimi anni lo slancio di tale cammino sembra svigorito. La nube pare avvolga più di oscurità che di fuoco, ma in essa abita ancora il fuoco dello Spirito. Anche se a volte possiamo camminare nell’oscurità e nella tiepidezza, che rischiano di turbare i nostri cuori (cf Gv 14,1), la fede risveglia la certezza che dentro la nube non è venuta meno la presenza del Signore: essa è bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte» (Is 4,5), oltre l’oscurità.

Si tratta di ripartire sempre di nuovo nella fede per un viaggio sconosciuto (Sap 18,3), come il padre Abramo, che partì senza sapere dove andava (cf. Ebr 11,8). È un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, cui solo la fede consente di accedere e che nella fede è possibile rinnovare e consolidare.


 

MEMORIA VIVA DELL’ESODO

4. Non v’è dubbio che i consacrati e le consacrate al termine dell’assise conciliare abbiano accolto con ampia adesione e fervore sincero le deliberazioni dei Padri conciliari. Si percepiva che la grazia dello Spirito Santo, invocato da San Giovanni XXIII per ottenere alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, era in atto. Nel medesimo tempo si avvertiva una sintonia di pensiero, di aspirazioni, di fermenti in itinere da almeno un decennio.

La Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, nel 1947, riconosceva la consacrazione vivendo i consigli evangelici nella condizione secolare. Un «gesto rivoluzionario nella Chiesa». Il riconoscimento ufficiale, giunse prima che la riflessione teologica delineasse lo specifico orizzonte della consacrazione secolare. Attraverso questo riconoscimento veniva in qualche modo espresso un orientamento che sarebbe stato al cuore del Concilio Vaticano II: la simpatia per il mondo che genera un dialogo nuovo.

Questo Dicastero nel 1950, sotto gli auspici di Pio XII, convoca il primo Congresso Mondiale degli Stati di Perfezione. Gli insegnamenti pontifici aprono la strada per una accommodata renovatio, espressione che il Concilio fa propria nel decreto Perfectae caritatis. A quel Congresso seguirono altri, in vari contesti e su vari temi, rendendo possibile negli anni Cinquanta e all’inizio del decennio successivo una nuova riflessione teologica e spirituale. Su questo campo ben disposto, l’assise conciliare ha sparso a profusione il buon seme della dottrina e la ricchezza di orientamenti concreti che ancora oggi viviamo come preziosa eredità.

Siamo a circa cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II avvenuta il 21 novembre 1964. Una memoria di alto valore teologico ed ecclesiale: «La Chiesa intera appare come ‘il popolo radunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’».15 Si riconosce la centralità del popolo di Dio in cammino fra le genti, redento dal sangue di Cristo (cf. At 20,28), riempito dello Spirito di verità e di santità e inviato a tutti gli uomini come luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5,13-16).

Si delinea così una identità saldamente fondata su Cristo e il suo Spirito, e allo stesso tempo si propone una Chiesa protesa verso tutte le situazioni culturali, sociali e antropologiche: «Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto».

La Lumen gentium dedica l’intero capitolo VI ai religiosi. Dopo aver affermato il principio teologico della «vocazione universale alla santità», la Chiesa riconosce fra le molteplici vie alla santità il dono della vita consacrata, ricevuto dal suo Signore e custodito in ogni tempo con la sua grazia. La radice battesimale della consacrazione, sull’insegnamento di Paolo VI, viene evidenziata con gioia, mentre si indica lo stile di vita vissuto alla sequela Christi come permanente ed efficace ripresentazione della forma di esistenza che il Figlio di Dio ha abbracciato nella sua esistenza terrena. La vita consacrata, infine, è indicata come segno per il Popolo di Dio nel compimento della comune vocazione cristiana e manifestazione della grazia del Signore Risorto e della potenza dello Spirito Santo che opera meraviglie nella Chiesa.

Queste affermazioni hanno dimostrato nello scorrere degli anni un’efficacia vigorosa. Un cambiamento di cui si può oggi gustare il frutto è l’accresciuto senso ecclesiale che delinea l’identità e anima la vita e le opere dei consacrati.

Per la prima volta nei lavori di un Concilio ecumenico la vita consacrata è stata identificata come parte viva e feconda della vita di comunione e di santità della Chiesa e non come ambito bisognoso di “decreti di riforma”.

Pari intento ha guidato anche il decreto Perfectae caritatis, di cui ci prepariamo a celebrare il cinquantesimo di promulgazione, avvenuta il 28 ottobre 1965. In esso risuona univoca la radicalità dell’appello: «Poiché norma ultima della vita consacrata è la sequela di Cristo come viene insegnata dal Vangelo, essa deve essere considerata da tutti gli istituti come la regola suprema». Sembra un’affermazione ovvia e generica, di fatto essa ha provocato una purificazione radicale delle spiritualità devozionali e delle identità ripiegate sul primato di servizi ecclesiali e sociali, ferme sulla imitazione sacralizzata dei propositi dei fondatori.

Nulla si può anteporre alla centralità della sequela radicale di Cristo.

Il magistero conciliare avvia altresì il riconoscimento della varietà delle forme di vita consacrata. Gli Istituti apostolici vedono riconosciuto con chiarezza, per la prima volta ad un livello così autorevole, il principio che la loro azione apostolica appartiene alla natura stessa della vita consacrata. La vita consacrata laicale appare costituita e riconosciuta come «uno stato in sé completo di professione dei consigli evangelici». Gli Istituti secolari, emergono con la loro specificità costitutiva della consacrazione secolare. Si prepara la rinascita dell’Ordo Virginum e della vita eremitica come forme non associate di vita consacrata.

I consigli evangelici vengono presentati con accentuazioni innovative, quale progetto esistenziale assunto con modalità proprie e con una radicalità particolare ad imitazione di Cristo.

Ancora due temi spiccano per il linguaggio nuovo con cui sono presentati: la vita fraterna in comune e la formazione. La prima ritrova in pieno l’ispirazione biblica degli Atti degli Apostoli, che per secoli ha animato l’aspirazione al cor unum et anima una (At 4,32). Il riconoscimento positivo della varietà dei modelli e di stili di vita fraterna costituisce oggi uno degli esiti più significativi del soffio innovatore del Concilio. Inoltre, facendo leva sul dono comune dello Spirito, il decreto Perfectae caritatis spinge al superamento di classi e categorie, per stabilire comunità di stile fraterno, con uguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che scaturiscono dall’Ordine sacro.

Il valore e la necessità della formazione sono posti a fondamento del rinnovamento: «L’aggiornamento degli Istituti dipende in massima parte dalla formazione dei loro membri». Per la sua essenzialità, questo principio ha funzionato come un assioma: da esso si è snodato un itinerario tenace ed esploratore di esperienze e discernimento, in cui la vita consacrata ha investito intuizioni, studi, ricerca, tempo, mezzi.


 

GIOIE E FATICHE DEL CAMMINO

5. A partire dalle sollecitazioni conciliari la vita consacrata ha percorso un lungo cammino. In verità, l’esodo non ha spinto unicamente alla ricerca degli orizzonti indicati dal Concilio. I consacrati e le consacrate s’incontrano e si misurano con inedite realtà sociali e culturali: l’attenzione ai segni dei tempi e dei luoghi, il pressante invito della Chiesa ad attuare lo stile conciliare, la riscoperta e re-interpretazione dei carismi di fondazione, le rapide mutazioni nella società e nella cultura. Nuovi scenari che chiedono nuovo e corale discernimento, destabilizzando modelli e stili ripetuti nel tempo, incapaci di interloquire, come testimonianza evangelica, con le nuove sfide e le nuove opportunità.

Nella costituzione Humanae salutis, con cui San Giovanni XXII indiceva l’assemblea conciliare del Vaticano II, si legge: «Seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare i segni dei tempi (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità».

La lettera enciclica Pacem in terris, indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà, introduceva come chiave teologica i “segni dei tempi”. Tra essi San Giovanni XXIII riconosce: l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica; la formazione di nazioni indipendenti; la tutela e la promozione dei diritti e dei doveri nei cittadini consapevoli della propria dignità; la persuasione che i conflitti devono trovare soluzione, attraverso il negoziato, senza il ricorso alle armi. Egli include fra questi segni anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dalle Nazioni Unite.

I consacrati hanno abitato e interpretato questi nuovi orizzonti. Hanno annunciato e testimoniato in primis il Vangelo con la vita, offrendo aiuto e solidarietà di ogni genere, collaborando nei compiti più diversi nel segno della prossimità cristiana, coinvolti nel processo storico in atto. Lungi dal limitarsi a rimpiangere la memoria di epoche passate, hanno cercato di vivificare il tessuto sociale e le sue istanze con la vivente traditio ecclesiale, testata nei secoli sul crinale della storia, secondo l’habitus della fede e della speranza cristiana.

L’impresa posta innanzi alla vita consacrata dall’orizzonte storico sul finire del XX secolo ha richiesto audacia e inventiva coraggiosa. Per questo, tale passaggio epocale va valutato come dedizione profetica, religiosamente motivata: molti consacrati hanno vissuto con serio impegno, e spesso anche con grave rischio personale, la nuova coscienza evangelica di dover stare dalla parte dei poveri e degli ultimi, condividendone valori e angosce.

La vita consacrata si apre al rinnovamento non perché segue autonome iniziative, né per mero desiderio di novità, e tanto meno per ripiegamento riduttivo sulle urgenze sociologiche. Ma, principalmente, per obbedienza responsabile sia allo Spirito creatore, che “parla per mezzo dei profeti” (cf Credo apostolico) , sia alle sollecitazioni del Magistero della Chiesa, espresso con forza nelle grandi encicliche sociali, Pacem in terris (1963), Populorum progressio (1967), Octogesima adveniens (1971), Laborem exercens (1981), Caritas in veritate (2009). Si è trattato – per richiamare l’icona della nube – di una fedeltà alla volontà divina, manifestata attraverso la voce autorevole della Chiesa.

La visione del carisma come originato dallo Spirito, orientato alla conformazione a Cristo, segnato dal profilo ecclesiale comunitario, in dinamico sviluppo nella Chiesa, ha motivato ogni decisione di rinnovamento e progressivamente ha dato forma a una vera teologia del carisma, applicata per la prima volta in modo chiaro alla vita consacrata. Il Concilio non ha riferito esplicitamente questo termine alla vita consacrata, ma ne ha aperto la strada facendo riferimento ad alcune attestazioni paoline.

Nell’esortazione apostolica Evangelica testificatio, Paolo VI adotta ufficialmente questa nuova terminologia, e scrive: «Il Concilio giustamente insiste sull’obbligo, per i religiosi e per le religiose, di esser fedeli allo spirito dei loro fondatori, alle loro intenzioni evangeliche, all’esempio della loro santità, cogliendo in ciò uno dei principi del rinnovamento in corso ed uno dei criteri più sicuri di quel che ciascun istituto deve eventualmente intraprendere».

Questa Congregazione, testimone di tale cammino, ha accompagnato le varie fasi di riscrittura delle Costituzioni degli Istituti. È stato un processo che ha alterato equilibri di lunga data, mutato pratiche obsolete della tradizione, mentre ha riletto con nuove ermeneutiche i patrimoni spirituali e collaudato nuove strutture, fino a ridelineare programmi e presenze. In tale rinnovamento, insieme fedele e creativo, non possono essere taciute talune dialettiche di confronto e di tensione e perfino dolorose defezioni.

La Chiesa non ha fermato il processo, ma lo ha accompagnato con un Magistero puntuale e una sapiente vigilanza, declinando, sul primato della vita spirituale, sette temi principali: carisma fondazionale, vita nello Spirito alimentata dalla Parola (lectio divina), vita fraterna in comune, formazione iniziale e permanente, nuove forme di apostolato, autorità di governo, attenzione alle culture. La vita consacrata nell’ultimo cinquantennio si è misurata e ha camminato su tali istanze.

Il riferimento alla lettera del Concilio consente di «trovarne l’autentico spirito», per evitare interpretazioni errate. Siamo chiamati a fare insieme memoria di un evento vivo in cui noi Chiesa abbiamo riconosciuto la nostra identità più profonda. Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II affermava con mente e cuore grati: «La Chiesa si è raccolta nella sua intima coscienza spirituale, (…) per ritrovare in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo, e per scrutare più a fondo il mistero, cioè il disegno e la presenza di Dio sopra e dentro di sé, e per ravvivare in sé quella fede, ch’è il segreto della sua sicurezza e della sapienza, e quell’amore che la obbliga a cantare senza posa le lodi di Dio: cantare amantis est, dice S. Agostino (Serm. 336; PL 38, 1472). I documenti conciliari principalmente quelli sulla divina Rivelazione, sulla Liturgia, sulla Chiesa, sui Sacerdoti, sui Religiosi, sui Laici, lasciano chiaramente trasparire questa diretta e primaria intenzione religiosa, e dimostrano quanto sia limpida, fresca e ricca la vena spirituale, che il vivo contatto col Dio vivo fa erompere nel seno della Chiesa, e da lei effondere sulle aride zolle della nostra terra».

La medesima lealtà verso il Concilio come evento ecclesiale e come paradigma di stile, chiede ora di sapersi proiettare con fiducia verso il futuro. Vive in noi la certezza che Dio si pone sempre a guida del nostro cammino? Nella ricchezza delle parole e dei gesti, la Chiesa ci orienta a leggere la nostra vita personale e comunitaria nel quadro dell’intero piano di salvezza, a capire verso quale direzione orientarci, quale futuro prefigurare, in continuità con i passi compiuti fino ad oggi ci invita a una riscoperta della unità di confessio laudis, fidei et vitae.

La memoria fidei ci offre radici di continuità e perseveranza: una identità forte per riconoscerci parte di una vicenda, di una storia. La rilettura nella fede del cammino percorso non si ferma ai grandi eventi, ma ci aiuta a rileggere la storia personale, scandendola in tappe efficaci.


 

In vigile veglia

Elia salì sulla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia…

«Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare»

(1Re, 18,44)


 

IN ASCOLTO

6. Cerchiamo luce ancora nella simbologia biblica, chiedendo ispirazione per il cammino di profezia e di esplorazione dei nuovi orizzonti della vita consacrata, che vogliamo ora considerare in questa seconda parte. La vita consacrata, infatti per sua natura, è intrinsecamente chiamata ad un servizio testimoniale che la pone come signum in Ecclesia.

Si tratta di una funzione che appartiene ad ogni cristiano, ma nella vita consacrata si caratterizza per la radicalità della sequela Christi e del primato di Dio, e insieme per la capacità di vivere la missione evangelizzatrice della Chiesa con parresia e creatività. Giustamente san Giovanni Paolo II ha ribadito che: «La testimonianza profetica […] si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio».

Nella tradizione patristica il modello biblico di riferimento per la vita monastica è il profeta Elia: sia per la sua vita di solitudine e di ascesi, sia per la passione per l’alleanza e la fedeltà alla legge del Signore, sia per l’audacia nel difendere i diritti dei poveri (cf 1Re, 17-19; 21). Lo ha richiamato anche l’esortazione apostolica Vita consecrata, a sostegno della natura e funzione profetica della vita consacrata . Nella tradizione monastica il mantello che simbolicamente Elia ha lasciato cadere su Eliseo, nel momento del rapimento al cielo (cf 2Re 2,13), è interpretato come passaggio dello spirito profetico dal padre al discepolo e anche come simbolo della vita consacrata nella Chiesa, che vive di memoria e di profezia, sempre nuove.

Elia, il tisbita, appare all’improvviso nello scenario del regno del Nord, con la minaccia perentoria: In questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, se non quando lo comanderò io (1Re 17,1). Manifesta così una ribellione della coscienza religiosa davanti al decadimento morale cui il popolo viene condotto dalla prepotenza della regina Gezabele e dalla ignavia del re Acab. La sentenza profetica che chiude forzatamente il cielo è sfida aperta alla funzione speciale di Baal e della schiera dei baalîm, cui venivano attribuite fecondità e fertilità, piogge e benessere. Da qui, come a grandi arcate, si tende l’azione di Elia in episodi che, più che narrare una storia, presentano momenti drammatici e di grande forza ispirativa (cf 1Re,17-19.21; 2Re 1-2).

In ogni passaggio Elia vive in progress il suo servizio profetico, conoscendo purificazioni e illuminazioni che caratterizzano il suo profilo biblico, fino al vertice dell’incontro con il passaggio di Dio nella brezza lieve e silenziosa dell’Horeb. Queste esperienze sono ispirative anche per la vita consacrata. Anch’essa deve passare dal rifugio solitario e penitente nel wadi del Cherìt (cf 1Re,17,2-7) all’incontro solidale con i poveri che lottano per la vita, come la vedova di Sarepta (cf 1Re 17,8-24); imparare dall’audacia geniale rappresentata dalla sfida del sacrificio sul Carmelo (cf 1Re 18,20-39) e dalla intercessione per il popolo rattrappito per la siccità e la cultura di morte (cf 1Re 18,41-46), fino a difendere i diritti dei poveri calpestati dai prepotenti (cf 1Re 21) e mettere in guardia contro le forme idolatriche che profanano il nome santo di Dio (cf 2Re 1).

Pagina drammatica è in particolare la depressione mortale di Elia nel deserto di Bersabea (1Re 19,1-8): ma lì Dio, offrendo pane e acqua di vita, sa trasformare con delicatezza la fuga in pellegrinaggio verso il monte Horeb (1Re 19,9). È esempio per le nostre notti oscure, che, come per Elia, precedono lo splendore della teofania nella brezza leggera (1Re 19,9-18), e preparano a nuove stagioni di fedeltà, che diventano storie di chiamate nuove (come per Eliseo: 1Re 19,19-21), ma anche infondono audacia per intervenire contro la giustizia empia (cf l’uccisione del contadino Nabot: 1Re 21,17-29). Infine ci commuove il saluto affettuoso alle comunità dei figli dei profeti (2Re 2,1-7) che prepara alla salita finale oltre il Giordano, verso il cielo nel carro di fuoco (2Re 2,8-13).

Potremmo sentirci attratti dalle gesta clamorose di Elia, dalle sue proteste furiose, dalle sue accuse dirette e audaci, fino alla contesa con Dio sull’Horeb, quando Elia giunge ad accusare il popolo di avere solo progetti distruttivi e minacciosi. Ma pensiamo che in questo momento storico, possono parlare di più a noi alcuni elementi minori, che sono come dei piccoli segni, però ispirano i nostri passi e le nostre scelte in maniera nuova in questa età contemporanea dove le tracce di Dio sembrano svanire in una desertificazione del senso religioso.

Il testo biblico offre numerosi simboli “minori”. Possiamo accennare: le scarse risorse di vita nel torrente Cherìt, con quei corvi che obbediscono a Dio portando al profeta pane e carne, in gesto di misericordia e solidarietà. La generosità, a rischio della propria vita, della vedova di Sarepta che ha solo “un pugno di farina e po’ d’olio” (1Re 17,12) e li dona al profeta affamato. L’impotenza di Elia davanti al ragazzo morto, e il suo dubbio gridato unito al suo abbraccio disperato, che la vedova interpreta in modo teologico, come rivelazione del volto di un Dio compassionevole. La lunga lotta del profeta prostrato nell’intercessione – dopo il clamoroso e un po’ teatrale scontro con i sacerdoti di Baal sul Carmelo – implorando pioggia sul popolo sfinito dalla condanna alla siccità. In un gioco di squadra fra Elia, il ragazzo che sale e scende dal crinale e
Dio che è il vero signore della pioggia (e non Baal), giunge infine la risposta di una nuvoletta piccola, quanto una mano d’uomo (cf 1Re 18,41). Una risposta minuscola di Dio, che però si fa subito pioggia grande, ristoratrice per un popolo ormai allo stremo.

Egualmente risposta povera, ma efficace saranno qualche giorno dopo quella focaccia e quell’orcio d’acqua che appaiono accanto al profeta in depressione mortale nel deserto: è risorsa che dà forza per camminare “quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Horeb” (1Re 19,8). E là, nel cavo di una caverna dove Elia si ripara, e ancora freme di ribellione contro il popolo distruttore sacrilego che minaccia pure la sua vita, assisterà alla distruzione del suo immaginario di minaccia e di potenza: “Il Signore non era…” nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco, ma in una “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12).

Una pagina sublime per la letteratura mistica, una caduta verticale in realtà per tutto il “furore sacro” del profeta: deve riconoscere la presenza di Dio oltre ogni immaginario tradizionale, che lo imprigionava. Dio è sussurro e brezza, non è prodotto del nostro bisogno di sicurezza e di successo, “non lascia traccia visibile delle sue orme” (cf Sal 77, 20), ma è presente in maniera vera ed efficace.

Elia con il suo furore e le sue emozioni stava per rovinare tutto, illudendosi di essere rimasto il solo fedele. Mentre Dio sapeva bene che c’erano altri sette mila testimoni fedeli, c’erano profeti e re pronti ad obbedirgli (1Re 19,15-19), perchè la storia di Dio non era identificabile con il fallimento del profeta depresso e irruento. La storia continua, perchè sta nelle mani di Dio, ed Elia deve vedere con occhi nuovi la realtà, lasciarsi rigenerare a speranza e fiducia da Dio stesso. Quella postura ripiegata là sul monte per implorare la pioggia, che somiglia tanto al bambino nascituro nel ventre della madre, è ripresa simbolicamente anche all’Horeb con il nascondersi nella caverna, e ora si completa con una nuova nascita del profeta, per camminare eretto e rigenerato sui sentieri misteriosi del Dio vivente.

Ai piedi del monte il popolo lottava ancora contro una vita che non era più tale, una religiosità che era profanazione dell’alleanza e nuova idolatria. Il profeta deve prende su di sé quella lotta e quella disperazione, deve “ritornare sui suoi passi” (1Re 19,15), che ora sono solo quelli di Dio, riattraversare il deserto che però ora fiorisce di senso nuovo, affinché trionfi la vita e nuovi profeti e capi servano la fedeltà all’alleanza.


 

LA PROFEZIA DELLA VITA CONFORME AL VANGELO

7. Il tempo di grazia che stiamo vivendo, con l’insistenza di Papa Francesco di porre al centro il Vangelo e l’essenziale cristiano, è per i consacrati e le consacrate, una nuova chiamata alla vigilanza, per essere pronti ai segni di Dio (cf Abd 2,1). «La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata». Lottiamo contro gli occhi gravati dal sonno (cf Lc 9,32), per non perdere l’attitudine a discernere i movimenti della nube, che guida il nostro cammino (cf Nm 9,17) e riconoscere nei segni piccoli e fragili la presenza del Signore della vita e della speranza.

Il Concilio ci ha affidato un metodo: il metodo della riflessione che si compie sul mondo e sulla vicenda umana, sulla Chiesa e sull’esistenza cristiana, a partire dalla Parola di Dio, Dio che si rivela ed è presente nella storia. Esso è sostenuto da un’attitudine: l’ascolto, che si apre al dialogo, arricchisce il cammino verso la verità. Ritornare alla centralità di Cristo e della Parola di Dio, come il Concilio e il Magistero successivo ci hanno insistentemente invitato a fare , in modo biblicamente e teologicamente fondato, può essere garanzia di autenticità e di qualità per il futuro della nostra vita di consacrati e consacrate.

Un ascolto che trasforma e fa diventare annunciatori e testimoni delle intenzioni di Dio nella storia e della sua azione efficace per la salvezza. Nelle necessità dell’oggi torniamo al Vangelo, dissetiamoci alle Sacre Scritture, in cui si trova la «sorgente pura e perenne della vita spirituale». Infatti, come ben diceva San Giovanni Paolo II: «Non c’è dubbio che [il] primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio».


 

Vangelo regola suprema

8. Una delle caratteristiche del rinnovamento conciliare per la vita consacrata è stato il ritorno radicale alla sequela Christi: «Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici vollero seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino, e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio».

Seguire Cristo, come viene proposto nel Vangelo, è la «norma ultima della vita religiosa» e «la regola suprema» di tutti gli istituti. Uno dei primi nomi con cui è stata designata la vita monastica è “vita evangelica”.

Le diverse espressioni di vita consacrata testimoniano tale ispirazione evangelica, a cominciare da Antonio, iniziatore della vita solitaria nel deserto. La sua storia inizia dall’ascolto della parola di Cristo: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi (Mt 19,21).

Da Antonio in poi la tradizione monastica farà della Scrittura la regola della propria vita: le prime Regole sono semplici norme pratiche, senza alcuna pretesa di contenuti spirituali, perché la sola regola del monaco è la Scrittura, nessun’altra regola è ammissibile: «Abbiamo cura di leggere e di apprendere le Scritture – scrive Orsiesi, discepolo e successore di Pacomio – e di consacrarci incessantemente alla loro meditazione (…). Sono le Scritture che ci guidano alla vita eterna».

Basilio, il grande maestro del monachesimo d’Oriente, quando redige l’Asceticon, destinato a diventare il manuale di vita monastica, rifiuta di chiamarlo Regola. Suo punto di riferimento sono piuttosto i Moralia, raccolta di testi biblici commentati e applicati alle situazioni della vita in santa koinonia. Nel sistema basiliano il comportamento dei monaci è definito attraverso la Parola di Dio, il Dio che scruta cuore e reni (cf Ap 2,23), sempre presente. Questa costante presenza davanti al Signore, memoria Dei, è forse l’elemento più specifico della spiritualità basiliana.

In Occidente il cammino si muove nella stessa direzione. La regola di Benedetto è obbedienza alla Parola di Dio: «Ascoltiamo la voce di Dio che ogni giorno si rivolge a noi…». Ascolta, o figlio: è l’ouverture della Regula Benedicti, perchè è nell’ascoltare che diveniamo figli e discepoli, accogliendo la Parola diveniamo noi stessi parola.

Nel XII secolo, Stefano di Muret, fondatore dell’Ordine di Grandmont, esprime in maniera efficace questo radicamento nel Vangelo: «Se qualcuno vi domanda di che professione o di che regola o di che ordine siete, rispondete che siete della regola prima e principale della religione cristiana, vale a dire del Vangelo, sorgente e principio di tutte le regole, non c’è altra regola che il Vangelo».

Lo sbocciare degli Ordini Mendicanti rende, se possibile, il movimento di ritorno al Vangelo ancora più incisivo.

Domenico, «dovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere»: egli era un Vangelo vivo, capace di annunciare ciò che viveva, e voleva che fossero «uomini evangelici» anche i suoi predicatori. Per Francesco d’Assisi la Regola è «la vita del Vangelo di Gesù Cristo»; per Chiara d’Assisi: «La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle povere (…) è questo: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo». Nella Regola dei Carmelitani il precetto fondamentale è quello di «meditare giorno e notte la Legge del Signore», per tradurlo nell’azione concreta: «Tutto quello che dovete fare, fatelo nella parola del Signore». Tale fondamento, comune a tante famiglie religiose, resta immutato con il progredire dei secoli.

Nei nostri tempi, Giacomo Alberione afferma che la Famiglia Paolina «aspira a vivere integralmente il Vangelo di Gesù Cristo», mentre la piccola sorella Magdeleine: «Noi dobbiamo costruire una cosa nuova. Una cosa nuova che è antica, che è l’autentico cristianesimo dei primi discepoli di Gesù. È necessario che riprendiamo il Vangelo parola per parola». Ogni carisma di vita consacrata si radica nel Vangelo. Evidente e significativa è la passione per la Parola biblica in molte delle nuove comunità che fioriscono oggi in tutta la Chiesa.

Tornare al Vangelo suona oggi per noi come pro-vocazione, che ci riconduce alla fonte di ogni vita radicata in Cristo. Un invito potente a compiere un cammino verso l’origine, nel luogo dove la nostra vita prende forma, laddove ogni Regola e norma trova intelligenza e valore.

Il Santo Padre ha esortato spesso a fidarci e ad affidarci a questa dinamica di vitalità: «Vi invito a non dubitare mai del dinamismo del Vangelo e neppure della sua capacità di convertire i cuori a Cristo risorto, e di condurre le persone lungo il cammino della salvezza che attendono nel più profondo di se stesse».


 

Formazione: Vangelo e cultura

9. Formare al Vangelo e alle sue esigenze è un imperativo. In tale prospettiva siamo invitati a compiere una revisione specifica del paradigma formativo che accompagna i consacrati e in specie le consacrate nel cammino della vita. Ha carattere di urgenza la formazione spirituale, molto spesso limitata quasi solo a semplice accompagnamento psicologico o ad esercizi di pietà standardizzati.

La povertà ripetitiva di contenuti vaghi blocca i candidati su livelli di maturazione umana infantile e dipendente. La ricca varietà delle vie seguite e proposte dagli autori spirituali resta quasi sconosciuta per lettura diretta, o viene richiamata solo per frammenti. È indispensabile vigilare affinché il patrimonio degli Istituti non sia ridotto a schemi frettolosi, lontani dalla carica vitale delle origini, perché ciò non introduce adeguatamente nell’esperienza cristiana e carismatica.

In un mondo in cui la secolarizzazione è divenuta cecità selettiva nei confronti del soprannaturale e gli uomini hanno smarrito le tracce di Dio, siamo invitati alla riscoperta e allo studio delle verità fondamentali della fede. Chi rende il servizio dell’autorità è chiamato a favorire per tutti i consacrati e le consacrate una conoscenza fondata e coerente della fede cristiana, sostenuta da un nuovo amore per lo studio. San Giovanni Paolo II esortava: «All’interno della vita consacrata c’è bisogno di rinnovato amore per l’impegno culturale, di dedizione allo studio». È motivo di profondo rammarico che tale imperativo non sia sempre accolto e ancor meno recepito come esigenza di riforma radicale per i consacrati e, in particolare, per le donne consacrate.

La debolezza e la fragilità di cui soffre questo ambito richiedono di ribadire con forza e richiamare la necessità della formazione continua per un’autentica vita nello Spirito e per mantenersi aperti mentalmente e coerenti nel cammino di crescita e di fedeltà. Non manca certo, in linea di principio, un’adesione formale a tale urgenza e si rileva un vasto consenso nella ricerca scientifica sul tema, ma in verità la prassi seguita è fragile, scarsa e, spesso, incoerente, confusa, disimpegnata.

«Testimone del Vangelo – ricorda Papa Francesco – è uno che ha incontrato Gesù Cristo, che lo ha conosciuto, o meglio, si è sentito conosciuto da Lui, riconosciuto, rispettato, amato, perdonato, e questo incontro lo ha toccato in profondità, lo ha riempito di una gioia nuova, un nuovo significato per la vita. E questo traspare, si comunica, si trasmette agli altri».

La Parola, fonte genuina di spiritualità da cui attingere la sublimità della conoscenza di Cristo Gesù (Fil 3,8), deve abitare il quotidiano della nostra vita. Solo così la sua potenza (cfr 1Ts 1,5) potrà incunearsi nelle fragilità dell’umano, fermentare ed edificare i luoghi del vivere comune, rettificare i pensieri, gli affetti, le decisioni, i dialoghi intessuti negli spazi fraterni. Sull’esempio di Maria, l’ascolto della Parola deve diventare respiro di vita in ogni istante dell’esistenza. La nostra vita in questo modo converge nell’unità di pensiero, si ravviva nell’ispirazione per un rinnovamento costante, fruttifica nella creatività apostolica.

L’apostolo Paolo chiedeva al discepolo Timoteo di cercare la fede (cf 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cf 2Tm 3,15), in primo luogo rimanendo saldo in quello che aveva imparato, cioè nelle sacre Scritture: Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia ben completo e ben preparato per ogni opera buona (2Tm 3,16-17). Sentiamo questo invito come rivolto a noi, perché nessuno diventi pigro nella fede (cf Ebr 6,12). Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi e orientarci per una risposta obbediente e responsabile.

Il Vangelo, la norma ideale della Chiesa e della vita consacrata, deve rappresentare la sua normalità nella prassi, il suo stile e il suo modo di essere. È questa la sfida che rilancia Papa Francesco. Invitando ad un riequilibrio ecclesiologico tra la Chiesa come corpo gerarchico e la Chiesa come Corpo di Cristo, ci offre gli elementi per compiere questa operazione, che può avvenire solo in corpore vivo della Chiesa, e cioè dentro di noi e attraverso di noi. Evangelizzare non significa portare un messaggio riconosciuto utile dal mondo, né presenza che si impone, né visibilità che offende, né splendore che acceca, ma annuncio di Gesù Cristo speranza in noi (cf. Col 1, 27-28), fatto con parole di grazia (Lc 4, 22), con una condotta buona tra gli uomini (1Pt 2, 12) e con la fede che opera per mezzo dell’amore (Gal 5,6).


 

LA PROFEZIA DELLA VIGILANZA

10. A conclusione dell’assise conciliare, Papa Paolo VI – con sguardo di profeta -congedava i Vescovi riuniti a Roma, unendo tradizione e futuro: «In questo raduno universale, in questo punto privilegiato del tempo e dello spazio, convergono nello stesso tempo il passato, il presente e l’avvenire. Il passato: infatti è riunita qui la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi concili, i suoi dottori, i suoi santi… Il presente: infatti noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù… L’avvenire, infine, è là nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che Cristo può e vuole dar loro…».

Papa Francesco ci incoraggia con passione a proseguire con passo veloce e gioioso il cammino: «Guidati dallo Spirito, mai rigidi, mai chiusi, sempre aperti alla voce di Dio che parla, che apre, che conduce, che ci invita ad andare verso l’orizzonte».

Quali terre stiamo abitando e quali orizzonti ci è dato di scrutare?

Papa Francesco chiama ad accogliere l’oggi di Dio e le sue novità, ci invita alle «sorprese di Dio» nella fedeltà, senza paura né resistenze, per «essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, che annunziano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla sua profezia».

Risuona per noi l’invito a procedere nel cammino portando nel cuore le attese del mondo. Ne avvertiamo la levità e il peso, mentre scrutiamo l’imprevedibile sopraggiungere della nuvoletta. Umile germe di una Notizia che non può essere taciuta.

La vita consacrata vive una stagione di esigenti passaggi e di necessità nuove. La crisi è lo stato in cui si è chiamati all’esercizio evangelico del discernimento, è l’opportunità di scegliere con sapienza – come lo scriba, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (cf Mt 13,52) – mentre ricordiamo che la storia è tentata di conservare più di quello che un giorno potrà essere utilizzato. Rischiamo di conservare “memorie” sacralizzate che rendono meno agevole l’uscita dalla caverna delle nostre sicurezze. Il Signore ci ama con affetto perenne (cf Is 54,8): tale fiducia ci chiama a libertà.


 

Uniti a scrutare l’orizzonte

11. Una velata acedia (ἀκηδία) fiacca, a volte, il nostro spirito, offusca la visione, sfibra le decisioni e intorpidisce i passi, coniugando l’identità della vita consacrata su un paradigma invecchiato e autoreferenziale, su un orizzonte breve: «Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo». Contro questa inerzia dello spirito e dell’agire, contro questa demotivazione che rattrista e spegne anima e volontà, già Benedetto XVI ha esortato: «Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cf. Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti. San Cromazio di Aquileia scriveva: “Allontani da noi il Signore tale pericolo affinché mai ci lasciamo appesantire dal sonno dell’infedeltà; ma ci conceda la sua grazia e la sua misericordia, perché possiamo vegliare sempre nella fedeltà a Lui. Infatti la nostra fedeltà può vegliare in Cristo” (Sermone 32, 4)».

La vita consacrata sta attraversando un guado, ma non può restarvi in modo permanente. Siamo invitati ad operare il passaggio – Chiesa in uscita, è una delle espressioni tipiche di Papa Francesco – come kairós che esige rinunce, chiede di lasciare ciò che si conosce e di intraprendere un percorso lungo e non facile, come Abramo verso la terra di Canaan (cf. Gen 12,1-6), come Mosè verso una terra misteriosa, legata ai patriarchi (cf. Es 3,7-8), come Elia verso Sarepta di Sidone: tutti verso terre misteriose intraviste solo nella fede.

Non si tratta di rispondere alla domanda se ciò che facciamo è buono: il discernimento guarda verso gli orizzonti che lo Spirito suggerisce alla Chiesa, interpreta il fruscio delle stelle del mattino senza uscite di sicurezza, né scorciatoie improvvisate, si lascia condurre a cose grandi attraverso segnali piccoli e fragili, mettendo in gioco le risorse deboli. Siamo chiamati ad un’obbedienza comune che si fa fede nell’oggi per procedere insieme con «il coraggio di gettare le reti in forza della sua parola (cf. Lc 5,5) e non di motivazioni solo umane».

La vita consacrata, alimentata alla speranza della promessa, è chiamata a proseguire il cammino senza lasciarsi condizionare da ciò che si lascia alle spalle: Io non ritengo ancora di aver conquistato la meta, ma, dimenticando ciò che mi sta alle spalle, mi protendo verso ciò che mi sta di fronte (Fil 3,13-14). La speranza non è edificata sulle nostre forze e sui nostri numeri, ma sui doni dello Spirito: la fede, la comunione, la missione. I consacrati sono un popolo reso libero dalla professione dei consigli del Vangelo disposto a guardare nella fede oltre il presente, invitato ad «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi».

L’orizzonte di arrivo di questo cammino è segnato dal ritmo dello Spirito, non è una terra conosciuta. Si aprono davanti al nostro andare nuove frontiere, realtà nuove, culture altre, necessità diverse, periferie.

Ad imitazione del gioco di squadra del profeta Elia e del suo servo, bisogna raccogliersi in preghiera con un senso di passione e compassione per il bene del popolo che vive scenari di smarrimento e spesso di dolore. È urgente anche il servizio generoso e paziente del servo, che risale a scrutare verso il mare, fino a cogliere il piccolo “segnale” di una storia nuova, di una “pioggia grande”. Quella brezza leggera si può identificare oggi con tanti desideri inquieti dei nostri contemporanei, che cercano interlocutori sapienti, pazienti compagni di cammino, capaci di accoglienza disarmata nel cuore, facilitatori e non controllori della grazia, per nuove stagioni di fraternità e salvezza.


 

Una guida “dietro il popolo”

12. È indispensabile, altresì, che l’esodo si compia insieme, condotto con semplicità e chiarezza da chi serve in autorità nella ricerca del volto del Signore come volontà prima. Invitiamo chi è chiamato a tale servizio ad esercitarlo in obbedienza allo Spirito, con coraggio e costanza, affinché la complessità e la transizione siano gestite e non sia rallentato o fermato il passo.

Esortiamo ad una guida che non lasci le cose come stanno, che allontani « la tentazione di lasciar perdere e di considerare inutile ogni sforzo per migliorare la situazione. Si profila, allora, il pericolo di diventare gestori della routine, rassegnati alla mediocrità, inibiti ad intervenire, privi del coraggio di additare le mete dell’autentica vita consacrata e correndo il rischio di smarrire l’amore delle origini e il desiderio di testimoniarlo».

Corre il tempo delle piccole cose, dell’umiltà che sa offrire pochi pani e due pesci alla benedizione di Dio (cf. Gv 6,9), che sa scorgere nella nuvoletta piccola come mano d’uomo il sopraggiungere della pioggia. Non siamo chiamati a una guida preoccupata e amministrativa, ma ad un servizio di autorità che orienti con chiarezza evangelica il cammino da compiere insieme e nell’unità di cuore, dentro un presente fragile in cui il futuro vive la sua gestazione. Non ci serve una «semplice amministrazione», occorre «camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade».

Una guida che accolga e incoraggi con tenerezza empatica gli sguardi dei fratelli e delle sorelle, anche di quelli che forzano il passo o frenano l’andata, aiutandoli a superare fretta, paure e atteggiamenti rinunciatari. Ci può essere chi ritorna al passato, chi ne sottolinea con nostalgia le differenze, chi rimugina in silenzio o solleva dubbi circa la scarsità di mezzi, risorse, persone. «Non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale».

Si può avvertire l’eco del servo di Elia che ripete, scrutando l’orizzonte: Non c’è nulla! (1Re 18,43). Siamo chiamati alla grazia della pazienza, ad attendere e tornare a scrutare il cielo fino a sette volte, tutto il tempo necessario, affinché il cammino di tutti non si fermi per l’indolenza di alcuni: Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro (1Cor 9, 22-23).

Ci sia dato di saper orientare il cammino fraterno verso la libertà secondo i ritmi e i tempi di Dio. Scrutare insieme il cielo e vigilare significa essere chiamati tutti – persone, comunità, istituti – all’obbedienza per «entrare in un ordine “altro” di valori, cogliere un senso nuovo e differente della realtà, credere che Dio è passato anche se non ha lasciato orme visibili, ma lo abbiamo percepito come
voce di silenzio sonoro, che spinge a sperimentare una libertà impensata, per giungere alle soglie del mistero: Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore (Is 55,8)».

In questo esodo che intimorisce la nostra logica umana – che esigerebbe mete chiare e cammini sperimentati – risuona una domanda: chi fortificherà le nostre ginocchia vacillanti (cf. Is 35,3)?

L’azione dello Spirito nelle situazioni complesse e bloccate si fa presente nel cuore come colui che semplifica ed evidenzia priorità e offre suggerimenti per procedere verso le mete cui vuole condurci. È opportuno partire sempre dai soffi di gioia dello Spirito, egli «intercede con gemiti inesprimibili (…) per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). «Non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento. Questo si chiama essere misteriosamente fecondi!».


 

La mistica dell’incontro

13. «Quali “sentinelle” che mantengono vivo nel mondo il desiderio di Dio e lo risvegliano nel cuore di tante persone con sete d’infinito» , siamo invitati ad essere cercatori e testimoni di progetti di Vangelo visibili e vitali. Uomini e donne dalla fede forte, ma anche dalla capacità di empatia, di vicinanza, di spirito creativo e creatore, che non possono limitare lo spirito e il carisma nelle strutture rigide e nella paura di abbandonarle.

Papa Francesco ci invita a vivere la “mistica dell’incontro”: «La capacità di sentire, di ascolto delle altre persone. La capacità di cercare insieme la strada, il metodo. […] significa anche non spaventarsi, non spaventarsi delle cose».

«Se ognuno di voi è per gli altri – continua il Santo Padre -, è una possibilità preziosa di incontro con Dio, si tratta di riscoprire la responsabilità di essere profezia come comunità, di ricercare insieme, con umiltà e con pazienza, una parola di senso che può essere un dono, e di testimoniarla con semplicità. Voi siete come antenne pronte a cogliere i germi di novità suscitati dallo Spirito Santo, e potete aiutare la comunità ecclesiale ad assumere questo sguardo di bene e trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti».

Un paradigma conciliare è stato la sollecitudine per il mondo e per l’uomo. Dato che l’uomo – non l’uomo astratto, ma l’uomo concreto – «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione», l’impegno nei confronti degli uomini e delle donne del nostro tempo per noi resta primario. L’impegno che è quello di sempre, con una fantasia sempre rinnovata: nell’educazione, nella sanità, nella catechesi, nell’accompagnamento costante dell’uomo con i suoi bisogni, le sue aspirazioni, i suoi smarrimenti. L’uomo nella sua fisicità, nella sua realtà sociale è la strada dell’evangelizzazione. La vita consacrata si è spostata nelle periferie delle città, realizzando un vero “esodo” verso i poveri, dirigendosi verso il mondo degli abbandonati. Dobbiamo riconoscere la generosità esemplare, ma anche che non sono mancati tensioni e rischi di ideologizzazione, soprattutto nei primi anni postconciliari.

«L’antica storia del Samaritano – diceva Paolo VI nel Discorso di chiusura del Concilio – è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

La nostra missione si pone nella prospettiva di questa “simpatia”, nella prospettiva della centralità della persone che sa partire dall’umano. Far emergere tutta la ricchezza e verità di umanità che l’incontro con Cristo esige e favorisce, nello stesso tempo ci introduce alla comprensione che le risorse ecclesiali sono importanti proprio in quanto risorse di vera umanità e di promozione umana. Ma quale uomo e quale donna oggi abbiamo dinanzi? Quali sono le sfide e gli aggiornamenti necessari per una vita consacrata che voglia vivere con lo stesso “stile” del Concilio, cioè in atteggiamento di dialogo e di solidarietà, di profonda ed autentica “simpatia” con gli uomini e le donne di oggi e la loro cultura, il loro intimo “sentire”, la loro autocoscienza, le loro coordinate morali?

Mossi dallo Spirito di Cristo siamo chiamati a riconoscere ciò che è davvero umano. La nostra azione, altrimenti, si circoscrive in un’identità sociale, símile ad una ONG pietosa, come ha ripetuto più volte Papa Francesco , tesa a costruire una società più giusta, ma secolarizzata, chiusa alla trascendenza, e, in definitiva, nemmeno giusta. Gli obiettivi di promozione sociale vanno inseriti nell’orizzonte che evidenzi e custodisca la testimonianza del Regno e la verità dell’umano.

Nel nostro tempo, dominato dalla comunicazione pervasiva e globale e, nel contempo, dalla incapacità di comunicare con autenticità, la vita consacrata è chiamata ad essere segno della possibilità di rapporti umani accoglienti, trasparenti, sinceri. La Chiesa, nella debolezza e nella solitudine alienante e autoreferenziale dell’umano, conta su fraternità ricche “di gioia e di Spirito Santo” (At 13,52). «Specialis caritatis schola» , la vita consacrata, nelle sue molteplici forme di fraternità, è plasmata dallo Spirito Santo, perché «dove c’è la comunità, là c’è lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, là c’è la comunità e ogni grazia».

Stimiamo la fraternità come luogo ricco di mistero e «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto». Si percepisce uno scarto tra questo mistero e la vita quotidiana: siamo invitati a passare dalla forma di vita in comune alla grazia della fraternità. Dalla forma communis alla relazionalità umana nella forma evangelica in forza della carità di Dio effusa nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cf. Rom 5,5).

Papa Francesco ci ammonisce: «Fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti? […] Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana».

Siamo chiamati allora a riconoscerci come fraternità aperta alla complementarietà dell’incontro nella convivialità delle differenze, per procedere uniti: «Una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità – esorta Papa Francesco – quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla, ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo». Lo stile del “dialogo” che è «molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo». Ricordando che «il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio».

Le nostre fraternità siano luoghi in cui il mistero dell’umano tocca il mistero divino nell’esperienza del Vangelo. Sono due i “luoghi” in cui, in maniera privilegiata il Vangelo si manifesta, prende corpo, si dona: la famiglia e la vita consacrata. Nel primo luogo il Vangelo entra nella quotidianità e mostra la sua capacità di trasfigurarne il vissuto nell’orizzonte dell’amore. Il secondo segno, icona di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo, si fa luogo complementare e speculare al primo, mentre si mostra in anticipo il compimento del cammino della vita e si rendono relative alla comunione finale con Dio tutte le esperienze umane, anche quelle più riuscite.

Diventiamo “luogo del Vangelo” quando assicuriamo per noi e a favore di tutti lo spazio della cura di Dio, impediamo che tutto il tempo sia pieno di cose, di attività, di parole. Siamo luoghi di Vangelo quando siamo donne e uomini di desiderio: attesa di un incontro, di un ricongiungimento, di una relazione. Ecco perché è essenziale che i nostri ritmi di vita, gli ambienti delle nostre fraternità, tutte le nostre attività diventino spazi di custodia di una “assenza”, che è presenza di Dio.

«La comunità sostiene tutto l’apostolato. A volte le comunità religiose sono attraversate da tensioni, con il rischio dell’individualismo e della dispersione, mentre c’è bisogno di comunicazione profonda e di relazioni autentiche. La forza umanizzante del Vangelo è testimoniata dalla fraternità vissuta in comunità, fatta di accoglienza, rispetto, aiuto reciproco, comprensione, cortesia, perdono e gioia». La comunità, in questo modo, diventa casa in cui si vive la differenza evangelica. Lo stile del Vangelo, umano e sobrio, si manifesta nella ricerca che aspira alla trasfigurazione; nel celibato per il Regno; nella ricerca e nell’ascolto di Dio e della sua Parola: obbedienza che mostra la differenza cristiana. Segni eloquenti in un mondo che torna a cercare l’essenziale.
La comunità che siede a mensa e riconosce il Cristo allo spezzare del pane (cf Lc 24,13-35) è anche luogo in cui ciascuno riconosce le fragilità. La fraternità non produce la perfezione delle relazioni, ma accoglie il limite di tutti e lo porta nel cuore e nella preghiera come ferita inferta al comandamento dell’amore (cf Gv 13,31-35): luogo dove il mistero pasquale opera la guarigione e fermenta l’unità. Evento di grazia invocato e ricevuto da fratelli e sorelle che sono insieme non per scelta ma per chiamata, esperienza della presenza del Risorto.


 

LA PROFEZIA DELLA MEDIAZIONE

14. Le famiglie religiose sono nate per ispirare cammini nuovi, offrire percorsi impensati o rispondere agilmente a necessità umane e dello spirito. Può accadere che l’istituzionalizzazione col tempo si carichi di “prescrizioni obsolete” , e le esigenze sociali convertano le risposte evangeliche in risposte misurate sull’efficienza e la razionalità “da impresa”. Può accadere alla vita consacrata di perdere l’autorevolezza, l’audacia carismatica e la parresia evangelica, perché attratta da luci estranee alla sua identità.

Papa Francesco ci invita alla fedeltà creativa, alle sorprese di Dio: «Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre ‘nuova’».


 

Nei crocevia del mondo

15. Lo Spirito ci chiama a modulare il servitium caritatis secondo il sentire della Chiesa. La carità «s’adopera per la costruzione della “città dell’uomo” secondo diritto e giustizia. Dall’altra, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione», e il Magistero ci introduce a comprensione più ampia: « Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante».

Altre coordinate dello spirito ci chiamano a rafforzare cittadelle in cui il pensiero e lo studio possano custodire l’identità umana e il suo volto di grazia nel flusso delle connessioni digitali e dei mondi dei network, che esprimono una condizione reale e spirituale dell’uomo contemporaneo. La tecnologia infonde e nel contempo comunica bisogni e stimola desideri che l’uomo ha concepito da sempre: siamo chiamati ad abitare queste terre inesplorate per narrarvi il Vangelo. «Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio».

Siamo invitati similmente a piantare agili tende nei crocevia di sentieri non battuti. A stare sulla soglia, come Elia profeta, che ha fatto della geografia di periferia una risorsa di rivelazione: verso il Nord a Sarepta, verso il Sud all’Horeb, all’Est oltre il Giordano per la solitudine penitente e infine per l’ascesa al cielo. La soglia è il luogo dove lo Spirito geme: laddove noi non sappiamo più cosa dire e verso dove orientare le nostre attese, ma dove lo Spirito conosce i disegni di Dio (Rm 8,27) e ce li consegna. Si rischia, a volte, di attribuire alle vie dello Spirito le nostre mappe già da tempo tracciate, perché la ripetizione dei cammini ci rassicura. Papa Benedetto, apre alla visione di una Chiesa che cresce per attrazione, mentre Papa Francesco sogna «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’auto preservazione […] in costante atteggiamento di ‘uscita’» per favorire «la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia».

Il gaudio del Vangelo ci chiede di intrecciare una spiritualità come arte della ricerca che esplora metafore alternative, immagini nuove e crea prospettive inedite. Ripartire con umiltà dall’esperienza di Cristo e del suo Vangelo, cioè dal sapere esperienziale e, spesso, disarmato come quello di Davide davanti a Golia. La potenza del Vangelo, sperimentata in noi come salvezza e gioia, ci abilita a usare con sapienza immagini e simboli adatti ad una cultura che fagocita eventi, pensieri, valori, restituendoli in continue “icone” seducenti, eco di «una profonda nostalgia di Dio, che si manifesta in modi diversi e pone numerosi uomini e donne in atteggiamento di sincera ricerca».

In passato uno dei temi vigorosi della vita spirituale era il simbolo del viaggio o dell’ascesa: non nello spazio, ma verso il centro dell’anima. Questo processo mistico posto a fondamento della vita dello spirito, oggi va ad incontrare altre istanze valoriali cui offre luce e significato. La preghiera, la purificazione, l’esercizio delle virtù s’incontrano con la solidarietà, l’inculturazione, l’ecumenismo spirituale, la nuova antropologia, chiedendo nuova ermeneutica e, secondo l’antica traditio patristica, nuovi cammini mistagogici.

I consacrati e le consacrate, esperti dello Spirito e consapevoli dell’uomo interiore in cui abita Cristo, sono invitati a muoversi lungo questi cammini, contrastando il dia-bolico che divide e separa, e liberando il sim-bolico, cioè il primato del legame e della relazione presente nella complessità della realtà creata, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,10).

Dove saranno i consacrati? Liberi da vincoli a causa della forma evangelica di vita che professano, sapranno vivere sulla soglia? Sapranno fermarsi – come sentinelle – sul margine laddove lo sguardo si fa più nitido, più acuto e umile il pensiero? La vita consacrata tutta saprà accogliere la sfida delle domande di significato che provengono dai crocevia del mondo?

L’esperienza dei poveri, il dialogo inter-religioso e interculturale, la complementarietà uomo-donna, l’ecologia in un mondo malato, l’eugenetica senza remore, l’economia globalizzata, la comunicazione planetaria, il linguaggio simbolico sono i nuovi orizzonti ermeneutici che non si possono semplicemente enumerare, ma vanno abitati e fermentati sotto la guida dello Spirito che in tutto geme (cf Rom 8,22-27). Sono percorsi epocali che rimettono in questione sistemi di valori, linguaggi, priorità, antropologie. Milioni di persone sono in cammino attraverso mondi e culture, destabilizzando identità secolari e favorendo mescolanze di culture e religioni.

La vita consacrata saprà diventare interlocutrice accogliente «di quella ricerca di Dio che da sempre agita il cuore dell’uomo»? Saprà recarsi – come Paolo – nella piazza di Atene e parlare ai gentili del Dio ignoto (cf At 17, 22-34)? Saprà alimentare l’ardore del pensiero per ravvivare il valore dell’alterità e l’etica delle differenze nella convivialità pacifica?

Nelle sue diverse forme la vita consacrata è già presente in questi crocevia. Da secoli, in primis i monasteri, le comunità e le fraternità in territori di confine vivono la testimonianza silenziosa, luogo di Vangelo, di dialogo, di incontro. Tanti consacrati e consacrate, altresì, abitano la ferialità degli uomini e delle donne di oggi, condividendone gioie e dolori, nell’animazione dell’ordine temporale, con la sapienza e l’audacia di «trovare strade nuove e coraggiose per raggiungere tutti» in Cristo, e «andare oltre, non solo oltre, ma oltre e in mezzo, lì dove si gioca tutto».

I consacrati e le consacrate sul limine sono chiamati ad aprire “radure”, come in un tempo lontano si aprivano spiazzi in mezzo ai boschi per fondare città. Le conseguenze di tali scelte, come sottolinea Papa Francesco, sono incerte, ci costringono senza dubbio a una uscita dal centro verso le periferie, a una ridistribuzione delle forze in cui non predominano la salvaguardia dello status quo e la valutazione del profitto, ma la profezia delle scelte evangeliche. «Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata. Bisogna viverlo con energia, rileggendolo anche culturalmente».


 

Nel segno del piccolo

16. Continuiamo il nostro viaggio tessendo mediazioni nel segno umile del Vangelo: «Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze».

Le icone che abbiamo meditato – dalla nube che accompagnava l’esodo alle vicende del profeta Elia – ci rivelano che il Regno di Dio si manifesta tra noi nel segno del piccolo. «Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito».

Chi si ferma all’autoreferenzialità, sovente, ha immagine e conoscenza solo di se stesso e del proprio orizzonte. Chi si restringe nel margine può intuire e favorire un mondo più umile e spirituale.

I percorsi nuovi della fede germogliano oggi in luoghi umili, nel segno di una Parola che se ascoltata e vissuta porta a redenzione. Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica che operano scelte a partire dai piccoli segni interpretati nella fede e nella profezia che sa intuire l’oltre, diventano luogo di vita, là splende la luce e suona l’invito che chiama altri a seguire Cristo.

Mettiamo a dimora uno stile di opere e di presenze piccole e umili come l’evangelico granello di senapa (cf Mt 13,31-32), in cui brilli senza frontiere l’intensità del segno: la parola coraggiosa, la fraternità lieta, l’ascolto della voce debole, la memoria della casa di Dio fra gli uomini. Occorre coltivare «uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».

La vita consacrata trova la sua fecondità non solo nel testimoniare il bene, ma nel riconoscerlo e saperlo indicare, specialmente dove non si è soliti vederlo, nei «non cittadini», i «cittadini a metà», gli «avanzi urbani», i senza dignità. Passare dalle parole di solidarietà ai gesti che accolgono e risanano: la vita consacrata è chiamata a tale verità.

Papa Benedetto già ci esortava: «Vi invito a una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica (VC, 16). Nelle società dell’efficienza e del successo, la vostra vita segnata dalla “minorità” e dalla debolezza dei piccoli, dall’empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione».

Invitiamo a tornare alla sapienza evangelica vissuta dai piccoli (cf Mt 11, 25): «È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene … Non privarti di un giorno felice (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!».

L’attuale debolezza della vita consacrata deriva, forse, proprio dall’aver perso la gioia delle «piccole cose della vita». Nella via della conversione, i consacrati e le consacrate potrebbero scoprire che la prima chiamata – l’abbiamo ricordato nella lettera Rallegratevi – è la chiamata alla gioia come accoglienza del piccolo e ricerca del bene: «Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per la felicità, non solo nell’altro mondo, ma anche in questo».

Papa Francesco ci invita a lasciarci «portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento».


 

In coro nella statio orante

17. L’orizzonte è aperto, mentre siamo invitati alla vigilanza orante che intercede per il mondo. In essa continuiamo a scorgere piccoli segni forieri di abbondante, benefica pioggia sulla nostra aridità, sussurri leggeri di una presenza fedele.

Il cammino da compiere per seguire la nube non è sempre facile; il discernimento esige a volte lunghe attese che stancano; il giogo soave e dolce (cf Mt 11,30) può diventare greve. Il deserto è anche un luogo di solitudine, di vuoto. Un luogo dove manca quanto è fondamentale per vivere: l’acqua, la vegetazione, la compagnia di altre persone, il calore di un amico, perfino la vita stessa. Ognuno, nel deserto tocca nel silenzio e nella solitudine la sua immagine più vera: misura se stesso e l’infinito, la sua fragilità come granello di sabbia, e la solidità della roccia, il mistero di Dio.

Gli israeliti restavano accampati, finché la nube dimorava sopra la tenda; riprendevano il cammino, quando la nube si alzava da quella dimora. Fermarsi e ripartire: una vita guidata, regolata, ritmata dalla nube dello Spirito. Una vita da vivere in vigile veglia..

Elia, rannicchiato su se stesso, schiacciato dal dolore e dall’infedeltà del popolo, ne porta sul dorso e nel cuore la sofferenza e il tradimento. Diventa egli stesso preghiera, implorazione orante, grembo che intercede. Accanto a lui e per lui il ragazzo scruta il cielo, per vedere se dal mare appare il segno di risposta alla promessa di Dio.

È il paradigma dell’itinerario spirituale di ognuno, mediante il quale l’uomo si converte veramente in amico di Dio, strumento del suo disegno salvifico divino, prende coscienza della sua vocazione e missione a beneficio di tutti i deboli della terra.

La vita consacrata nel tempo presente è chiamata a vivere con particolare intensità la statio dell’intercessione. Siamo consapevoli del nostro limite e della nostra finitudine, mentre il nostro spirito attraversa il deserto e la consolazione alla ricerca di Dio e dei segni della sua grazia, tenebre e luce. In questa statio orante si gioca la ribelle obbedienza della profezia della vita consacrata che si fa voce di passione per l’umanità. Pienezza e vuoto – come percezione profonda del mistero di Dio, del mondo e dell’umano – sono esperienze che attraversiamo lungo il cammino con pari intensità.

Papa Francesco ci interpella: «Lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato (cfr Gen 18,22-33)? Quella preghiera coraggiosa di intercessione. Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera».

L’intercessione si fa voce delle povertà umane, adventus ed eventus: preparazione alla risposta della grazia, alla fecondità della terra arida, alla mistica dell’incontro nel segno delle piccole cose.

La capacità di sedere in coro fa dei consacrati e delle consacrate non profeti solitari, ma uomini e donne di comunione, di ascolto comune della Parola, capaci di elaborare insieme significati e segni nuovi, pensati, costruiti anche nel tempo della persecuzione e del martirio. Si tratta di un cammino verso la comunione di differenze: segno dello Spirito che soffia nei cuori la passione perché tutti siano una sola cosa (Gv 17, 21). Così si manifesta una Chiesa che, seduta a mensa dopo un cammino di dubbi e di commenti tristi e senza speranza, riconosce il suo Signore allo spezzare il pane (Lc 24, 13-35), rivestita dall’essenzialità del Vangelo.


 

Per la riflessione

Le provocazioni di Papa Francesco

• «Quando il Signore vuole darci una missione, vuole darci un lavoro, ci prepara per farlo bene», proprio «come ha preparato Elia». Ciò che è importante «non è che lui abbia incontrato il Signore» ma «tutto il percorso per arrivare alla missione che il Signore affida». E proprio «questa è la differenza fra la missione apostolica che il Signore ci dà e un compito umano, onesto, buono». Dunque «quando il Signore dà una missione, fa sempre entrare noi in un processo di purificazione, un processo di discernimento, un processo di obbedienza, un processo di preghiera».

• «Sono miti, umili? In quella comunità ci sono liti fra di loro per il potere, liti per l’invidia? Ci sono chiacchiere? Allora non sono sulla strada di Gesù Cristo». La pace in una comunità, infatti, è una «peculiarità tanto importante. Tanto importante perché il demonio cerca di dividerci, sempre. È il padre della divisione; con l’invidia, divide. Gesù ci fa vedere questa strada, quella della pace fra noi, dell’amore fra noi».

• È importante «avere l’abitudine di chiedere la grazia della memoria del cammino che ha fatto il popolo di Dio». La grazia anche della «memoria personale: cosa ha fatto Dio con me nella mia vita, come mi ha fatto camminare?». Bisogna saper anche «chiedere la grazia della speranza che non è ottimismo: è un’altra cosa»; «chiedere la grazia di rinnovare tutti i giorni l’alleanza con il Signore che ci ha chiamato».

• E questo «è il nostro destino: camminare nell’ottica delle promesse, certi che diventeranno realtà. È bello leggere il capitolo undicesimo della Lettera agli ebrei, dove si racconta il cammino del popolo di Dio verso le promesse: come questa gente amava tanto queste promesse e le cercava anche con il martirio. Sapeva che il Signore era fedele. La speranza non delude mai». (…) Questa è la nostra vita: credere e mettersi in cammino» come ha fatto Abramo, che ha avuto «fiducia nel Signore e ha camminato anche nei momenti difficili».

• Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze. La passione missionaria, la gioia dell’incontro con Cristo che vi spinge a condividere con gli altri la bellezza della fede, allontana il rischio di restare bloccati nell’individualismo.

• I religiosi sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l’obbedienza al Padre, la povertà. la vita di comunità, la castità. (…) Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia.

• Questo è un atteggiamento cristiano: la vigilanza. La vigilanza su se stesso: cosa succede nel mio cuore? Perché dove è il mio cuore è il mio tesoro. Cosa succede lì? Dicono i Padri orientali che si deve conoscere bene se il mio cuore è in una turbolenza o il mio cuore è tranquillo. (…) Poi, cosa faccio? Cerco di capire quello che succede, ma sempre in pace. Capire in pace. Poi, torna la pace e posso fare la discussio conscientiae. Quando sono in pace, non c’è turbolenza: “Cosa è accaduto oggi nel mio cuore?”. E questo è vigilare. Vigilare non è andare alla sala di tortura, no! È guardare il cuore. Noi dobbiamo essere padroni del nostro cuore. Cosa sente il mio cuore, cosa cerca? Cosa oggi mi ha fatto felice e cosa non mi ha fatto felice?

• Grazie a Dio voi non vivete e non lavorate come individui isolati, ma come comunità: e ringraziate Dio di questo! La comunità sostiene tutto l’apostolato. A volte le comunità religiose sono attraversate da tensioni, con il rischio dell’individualismo e della dispersione, mentre c’è bisogno di comunicazione profonda e di relazioni autentiche. La forza umanizzante del Vangelo è testimoniata dalla fraternità vissuta in comunità, fatta di accoglienza, rispetto, aiuto reciproco, comprensione, cortesia, perdono e gioia.

• Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!

• Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio.

• Nella vita consacrata si vive l’incontro tra i giovani e gli anziani, tra osservanza e profezia. Non vediamole come due realtà contrapposte! Lasciamo piuttosto che lo Spirito Santo le animi entrambe, e il segno di questo è la gioia: la gioia di osservare, di camminare in una regola di vita; e la gioia di essere guidati dallo Spirito, mai rigidi, mai chiusi, sempre aperti alla voce di Dio che parla, che apre, che conduce, che ci invita ad andare verso l’orizzonte.


 

Ave, Donna dell’Alleanza nuova

19. Camminare seguendo i segni di Dio significa sperimentare la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo, centro della vita e fonte delle decisioni e delle opere. L’incontro con il Signore si rinnova giorno dopo giorno nella gioia del cammino perseverante. «Sempre in cammino con quella virtù che è una virtù pellegrina: la gioia!».

I nostri giorni invocano la necessità di vigilare: «Vigilanza. È guardare il cuore. Noi dobbiamo essere padroni del nostro cuore. Cosa sente il mio cuore, cosa cerca? Cosa oggi mi ha fatto felice e cosa non mi ha fatto felice. […] Questo è conoscere lo stato del mio cuore, la mia vita, come cammino nella strada del Signore. Perché se non c’è la vigilanza, il cuore va dappertutto; e l’immaginazione viene dietro. Non sono cose antiche queste, non sono cose superate».

Il consacrato diventa memoria Dei, ricorda l’agire del Signore. Il tempo che ci è dato per camminare dietro la nube ci chiede perseveranza, fedeltà a scrutare nella veglia come se si vedesse l’invisibile (Eb 11,27). È tempo dell’alleanza nuova. Nei giorni del frammento e del breve respiro, come Elia ci viene chiesto di vegliare, di scrutare il cielo senza stanchezza per scorgere la nuvola, piccola come mano d’uomo, di custodire l’audacia della perseveranza e la visione nitida dell’eternità. Il nostro tempo rimane tempo di esilio, di pellegrinaggio, nell’attesa vigile e gioiosa della realtà escatologica in cui Dio sarà tutto in tutti.

Maria «è la nuova arca dell’alleanza, davanti alla quale il cuore esulta di gioia, la Madre di Dio presente nel mondo, che non tiene per sé questa divina presenza, ma la offre condividendo la grazia di Dio. E così – come dice la preghiera – Maria realmente è causa nostrae laetitiae, l’arca nella quale realmente il Salvatore è presente tra di noi».

Ave Maria, Donna dell’Alleanza nuova, ti diciamo beata perché hai creduto (cf Lc 1,45) e hai saputo «riconoscere le orme dello Spirito di Dio nei grandi avvenimenti ed anche in quelli che sembrano impercettibili»!

Sostieni la nostra veglia nella notte, fino alle luci dell’alba nell’attesa del giorno nuovo. Concedici la profezia che narra al mondo il gaudio del Vangelo, la beatitudine di coloro che scrutano gli orizzonti di terre e cieli nuovi (cf Ap 21, 1) e ne anticipano la presenza nella città umana.

Aiutaci a confessare la fecondità dello Spirito nel segno dell’essenziale e del piccolo. Concedici di compiere l’atto coraggioso dell’umile a cui Dio volge lo sguardo (Sal 137, 6) e a cui sono svelati i segreti del Regno (cf Mt 11, 25-26), qui e ora.

Amen.

Dal Vaticano, 8 settembre 2014 Natività della Beata Vergine Maria

João Braz Card. de Aviz
Prefetto

José Rogriguez Carballo, O.F.M.
Arcivescovo Segretario


 

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